Bianca Pitzorno: “La sonnambula” (Bompiani, 2026), di Cristiana Buccarelli

 Un romanzo storico dal sapore fiabesco.

Considero Bianca Piztorno una delle più grandi scrittrici italiane viventi e il suo ultimo lavoro narrativo, La sonnambula (Bompiani 2026), è un romanzo storico originalissimo e delicato che unisce i fatti documentati alla narrazione immaginaria con un’impostazione fatalista, ironica e romantica che si discosta volutamente da un totale realismo: come nella sua migliore tradizione l’autrice dona alla sua opera  un’essenza fiabesca.

”Da sempre il mio metodo di scrittura è questo – dice Bianca Pitzorno – : scegliere un personaggio con determinate caratteristiche e porlo in una situazione anomala, chiedendomi e chiedendogli come ne potrà uscire. Nel caso della sonnambula, non mi è stato difficile individuare quali potessero essere le difficoltà e le insidie poste lungo il cammino di una giovane donna armata solo della sua fierezza e intraprendenza in un mondo maschilista e regolato da rigide divisioni sociali com’era la provincia italiana di fine Ottocento. La città da cui parte la storia è in realtà Sassari, che però come faccio spesso nei miei romanzi, chiamo col nome di Donora. Questo romanzo mescola dunque fatti storici realmente accaduti – che in parte ho pescato tra le memorie della mia famiglia o da altri ritagli di giornale, e in parte derivano dallo straordinario lavoro d’archivio dello storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), a cui La sonnambula è dedicato. Lo stile che ho scelto è quello dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento di cui sono appassionata lettrice, ma interpretato con un filo di allusioni ironiche alle mode letterarie di quegli anni”.

Come è noto alla fine dell’Ottocento la parola sonnambula non indicava una donna che agiva durante il sonno, ma una sensitiva o una medium, cioè una persona che venendo interrogata da qualcuno, cadeva in trance e attraverso le parole pronunciate o attraverso la scrittura prediceva il futuro. 

Ofelia Rossi, è la sonnambula protagonista di questa narrazione, che dopo aver vissuto una serie di traversie coniugali e non, connesse anche ai suoi presunti poteri da sensitiva (sulle quali ora non mi soffermo), si sposta sotto falso nome dalla sua città di origine Vibrona, a Donora; è dunque un personaggio in fuga, che si reinventa una vita e che utilizza la sua intelligenza per crearsi un mestiere ed essere realmente indipendente da tutto e da tutti. L’autrice, come lei stessa ci riporta in nota, trae spunto per il suo personaggio da un ritaglio di giornale conservato da sua nonna a Sassari a fine Ottocento, infatti in un numero de L’Isola del maggio 1894 appare un annuncio della “Rinomata Sonnambula” che esercita la sua attività a Sassari con il nome di Elisa Morello e dà consulti di presenza e per corrispondenze per tutti gli argomenti possibili…’’

Anche se spesso finge per sbarcare il lunario, a volte Ofelia è realmente presa da vertigini e visioni misteriose, ma non crede in alcuna forma di superstizione, e riesce con forza dignità e coraggio ad affrontare la vita in un mondo in cui una donna sola, la cui origine e collocazione sociale non sono chiare, non ha un’esistenza facile, soprattutto in una provincia come Sassari-Donora alla fine dell’Ottocento. 

In buona sostanza Ofelia è una donna che guarda, che ascolta, che vede oltre e che soprattutto sperimenta la vitaPer molto tempo accoglie nel suo appartamento in via del Fiore Rosso n. 7 per cinque liremoltissime donne e qualche uomo che richiedono il suo intervento profetico in relazione a speranze, dolori ed eventi futuri, ma la sua è in realtà una forma di profonda empatia nei confronti degli esseri umani.

Tra le storie degli svariati postulanti mi ha colpito particolarmente quella di Carolina Prandi, figlia di un ricco commerciante, alla quale viene impedito dal padre di studiare la matematica in quanto donna e che invece, incitata dalla sonnambula, riuscirà a studiare per conto suo e in seguito a mantenersi come insegnante, mentre l’azienda del padre fallirà miseramente per non avere quest’ultimo ascoltato i calcoli della figlia relativi a un suo investimento sbagliato e avendo designato come unico erede della sua attività il figlio maschio.    

Attraverso la storia di Ofelia Rossi, l’autrice esalta il potere della mente e dell’empatia umana e ci ricorda che chi ha forza d’animo, volontà e ricchezza interiore può costruire liberamente il proprio destino. 

È una narrazione delicata, dove i sentimenti stessi della protagonista sono volutamente accennati con delle pennellate leggere e al tempo stesso capaci di far emergere una ricca dimensione interiore e dei sentimenti potenti con il tocco di una vera narratrice quale è Bianca Piztorno. 

Si tratta di una vicenda umana a lieto fine, sulla quale non mi soffermo per non togliere a chi la leggerà il gusto di scoprirla in prima persona, ma voglio dire che tale narrazione è capace di spalancarci davanti agli occhi un mondo e di farci comprendere quanta strada abbiano dovuto percorrere le donne riguardo alla loro indipendenza in poco più di un secolo.

C’è poi l’elemento surreale e originalissimo che la Piztorno inserisce nel romanzo attraverso lo spirito guida con cui manifesta sé stessa nelle sembianze di una ragazzina che appare molto spesso in sogno a Ofelia ma anche a volte alla sua cliente più affezionata, Angelica Soro, cugina dell’ingegnere Corrado Laudati, di cui si innamorerà poi la sonnambula. L’autrice stessa sottolinea con arguzia, come tale spirito guida rappresenti sé stessa e la forza della letteratura: “in questo romanzo, inoltre, mi diverto a rompere la parete invisibile che separa l’autore dalla sua storia e da chi la legge, ed entro in scena io stessa, nei panni onirici di una ragazzina che tiene al guinzaglio un gallo dalle piume colorate… Quelle piume simboleggiano la scrittura, le sue infinite sfumature e possibilità. Sono convinta che la letteratura sia lo strumento più potente per dimostrare che nessuna vita è insignificante o banale: ciascuna esistenza, se letta con occhi curiosi ed empatici, rivela pieghe straordinarie. Non tutte le vicende della sonnambula, delle sue clienti e di tutti i suoi compagni d’avventure sono esistenze a prima vista straordinarie, ma proprio per questo credo che i lettori potranno riconoscervisi e, attraverso di esse, dare un significato speciale al proprio stesso destino ”.

Infine la nostra Bianca Pitzorno nella nota finale si rivolge per ringraziarle anche alle sue quattro bisnonne, personaggi che inserisce in questo romanzo e che lei non ha mai conosciuto.

‘’Ringrazio le mie quattro bisnonne Marietta Paolin, Ignazia Delitala, Maria Giuseppa Toreno e Raffaellina Oggiano, qui ritratte nelle quattro signore che ricevono dalla sonnambula un unico responso per loro incomprensibile. È anche grazie a loro che io sono qui e ho potuto scrivere questa e molte altre storie’’

Tutte queste signore, di cui la Piztorno ci racconta brevemente la vita, riceveranno dalla sonnambula un responso per loro incomprensibile e per il quale Ofelia Rossi cadrà in una reale forma di trance e, condotta dallo spirito guida (cioè la stessa Bianca che entra così come personaggio nel suo romanzo), scriverà a ognuna su un foglio diverso: ‘’ho scritto con quattro penne di gallo di colori diversi’’, parole  per loro incomprensibili, ma che in realtà indicano il fatto che si erano incontrate, conosciute e  riunite attorno a un tavolino da tè le quattro bisnonne dell’autrice.

Un altro personaggio de La sonnambula che voglio ricordare in particolare è quello di Corrado, il quale, a differenza di altri, rappresenta la bella figura maschile di un uomo maturo emotivamente, che non esiterà ad abbandonare tutto un mondo provinciale di cui è un’esponente alto borghese per scegliere una nuova forma di vita comunitaria e paritaria (chi legge saprà quale) ed essere così vicino a Ofelia, la donna che ama.

‘’Tornare a Donora era poi necessario? Gli sarebbe costato tanto rinunciare a quella vita piena di pregiudizi e di ipocrisie? (……) Perché non doveva sforzarsi di cambiare lui? Cosa avrebbe perduto? Il suo prestigio di miglior ingegnere cittadino? Ma valeva la sua infelicità, la sua solitudine?(….)

’Ho deciso di rimanere con te…Naturalmente se mi vorrai. Ma ti supplico di volermi’’. 

Bianca Piztorno, a mio avviso, stimola a interrogarsi sul fatto che possa esistere un filo che lega insieme tutto quello che accade, qualcosa che verosimilmente unisca in un unico disegno passato presente e futuro, ciò che viviamo, ciò che immaginiamo e ciò che spesso si ammanta intorno alla nostra dimensione onirica.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Niviaq Korneliussen: ‘’La valle dei fiori’’ (trad. F. Turri, Iperborea), di Claudio Musso

Groenlandia: posologia, istruzioni per l’uso e avvertenze

Ho incontrato un romanzo che non si limita a rappresentare una crisi generazionale ma la inscrive in una forma, la costringe dentro un dispositivo narrativo che è già, in sé stesso, una presa di posizione etica. La tripartizione dell’opera, con le sezioni scandite da un numero decrescente, non è un artificio strutturale, è la traduzione formale di un conto alla rovescia collettivo e individuale. L’aritmetica qui non ordina ma consuma e ogni cifra sottratta è un nome che rischia di svanire.

Nella prima parte la sequenza dei tanti suicidi di giovani groenlandesi, registrati con asciuttezza quasi burocratica, produce straniamento: la morte, che è preferire il non vivere, diventa dato e l’eccezione si trasforma in statistica. La seconda sezione sposta impercettibilmente il baricentro perché non è più soltanto l’atto a essere evocato ma l’eco che lascia nei vivi. Il numero continua a scendere ma la distanza si accorcia, l’elenco si incrina, lascia filtrare memoria, relazione, trauma. Infine, nell’ultima parte, la voce si interiorizza, gli inserti assumono la forma di appunti, frammenti, notazioni con il passo del diario, amaro e digradante, ad alta voce con la propria coscienza. Non siamo più di fronte a un censimento del dolore ma al suo attraversamento e il conto alla rovescia non riguarda più soltanto una comunità, diventa il ritmo di un ‘io’ che sente avvicinarsi una soglia.

Al centro di questa architettura intessuta si staglia una protagonista senza nome che vive e respira la Groenlandia. L’anonimato non è sottrazione ma coerenza con un mondo in cui le tombe più recenti del cimitero ‘La Valle dei Fiori’ non portano più un nome ma un numero. Se la numerazione rischia di cancellare, la scelta di non nominare espone una fragilità ulteriore, l’identità come spazio precario mai definitivamente garantito. L’aspirante antropologa parte per la Danimarca con l’intenzione di studiare culture, osservarle, comprenderle. Ma la traiettoria si rovescia: mentre si forma allo sguardo analitico, diventa essa stessa oggetto di sguardo, di diagnosi, di interpretazione clinica dai danesi. La disciplina che prometteva distanza critica si converte in prossimità dolorosa.

È in questo spazio di soglia, che assume sempre più fattezze da baratro, che si innesta la sua appartenenza all’ambiente queer: non scandalo né conflitto ma vulnerabilità costante, esposizione sottile. In Groenlandia la rete familiare appare compatta, affettivamente operante, capace di integrare senza teatralizzare. Lì i rituali domestici, una cena, un compleanno, una tazza di tè condivisa, costituiscono microcosmi di protezione sui quali non è esente la diffidenza verso l’esterno e il passato coloniale. Eppure proprio quella compattezza può trasformarsi in pressione: la protezione rischia di farsi recinto, l’intimità di diventare saturazione per la giovane protagonista che preferisce il buio alla luce. In Danimarca invece lei sperimenta una solitudine più rarefatta, meno visibile ma non meno corrosiva. In entrambi i casi permane un’irrequietudine di fondo, un costante “sentirsi morire dentro” che non trova un lessico, ma si deposita nei gesti, nei silenzi, nelle pause.

A questa irrequietezza interiore si aggiunge la figura del qivittoq, evocata nel romanzo, colui che si ritira volontariamente, e non senza una certa rabbia, dal vivere civile nelle caverne. Non è un protagonista ma riferimento mentale, una possibilità di sottrazione radicale a cui la protagonista pensa. Egli incarna l’idea di una fuga estrema, l’ipotesi di esistere ai margini senza rete sociale, immerso nella durezza della natura. La giovane inuit non lo segue concretamente, rimane sospesa tra centro e periferia, tra Danimarca e Groenlandia, tra integrazione e desiderio di sparizione.

Ghiaccio e eccessivo peso corporeo dialogano nel testo come figure di una stessa impossibilità di leggerezza: il primo scorre lentamente e può schiacciare, il secondo diventa gravità psichica che trova correlato fisico. In questo intreccio irto il corpo della protagonista parla della distanza e dell’isolamento, della vulnerabilità e della marginalità. Ne risente la scrittura di Korneliussen che è tesa, nervosa, immediata: rifiuta enfasi e consolazione, rifiuta il lirismo paesaggistico. «Il folle sole di mezzanotte non mi darà mai tregua, continua ad arrostirmi lentamente le viscere», scrive, e con queste parole diventa evidente che la luce, il paesaggio, la chiarezza non salvano ma consumano.

Parallelamente Korneliussen costruisce una denuncia sociale sottile ma ferma: l’assenza di dati aggiornati sui suicidi in Groenlandia, la sua terra, la carenza di strutture di supporto psicologico per prevenirli e l’uso ossessivo dei social, Facebook e Messenger, che emergono come strumenti di connessione e di accorciamento delle distanze e, insieme, di controllo. La rete diventa filo vitale fragile, illusione di prossimità: sapere che qualcuno è online non garantisce comprensione né protezione ma, al contempo, ha il suono sinistro di un censimento di chi è effettivamente rimasto.

La valle dei fiori (Blomsterdalen, 2020), pubblicato da Iperborea nella miniaturistica traduzione di Francesca Turri, che nell’utile postfazione inquadra una delle più accreditate scrittrici groenlandesi del panorama letterario con la materialità delle sue immagini proposte, non racconta solo una periferia geografica ma la trasforma in specchio critico. Il qivittoq suggerisce la possibilità radicale di sottrazione, la protagonista testimonia quanto sia impossibile sottrarsi completamente alla memoria, alla lingua, alla comunità. Korneliussen non offre risposte. Ci obbliga a sostare in una domanda: se la fuga estrema è un’illusione e l’integrazione piena un miraggio, quale spazio resta per un’esistenza che non sia mera sopravvivenza? E ancora: se non ci interroghiamo sul vuoto, se non ascoltiamo le sue voci, anche quelle che non chiedono nulla se non di essere viste, non rischiamo di scoprire troppo tardi che ogni comunità, compresa la nostra, può riconoscersi nei suoi numeri e ogni lettore di fronte al libro può realizzare di non essere esente dal conto alla rovescia?

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Vito Mancuso: “Gesù e Cristo” (Garzanti, 2025), di Amedeo Borzillo

 “Gesù per me è un amico, prima era un Signore cui mi avvicinavo con inchino, genuflessione, ubbidienza e venerazione. Immerso nel mistero.”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, studi teologici napoletani, già docente all’Università San Raffaele di Milano, ha presentato a Napoli, in una sala dell’Archivio di Stato letteralmente gremita, “Gesù e Cristo”, un libro rivolto al grande pubblico, ben documentato, che integra storia delle religioni e filosofia, con alcune tesi molto originali, e che raccoglie le ricerche e le riflessioni di un’intera vita dedicata dall’autore alla questione cristologica.

Chi era Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Cosa ci raccontano i Vangeli ?

La tesi fondamentale è nelle prime pagine del libro: 

“Gesù nacque a Nazareth, Cristo nacque a Betlemme. Giuseppe era il padre terrestre di Gesù, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle, Cristo era figlio unico.”

Gesù predicava e denunciava le ingiustizie, Cristo compieva miracoli e toglieva i peccati del mondo. Gesù morì solo, gridando “perché mi hai abbandonato”, Cristo visse, con la morte, la sua vittoria. 

Mancuso propone una distinzione netta tra il Gesù storico – l’uomo di Nazareth con una famiglia e un padre terreno – e il Cristo della fede – figura teologica costruita dalla tradizione cristiana primitiva. 

L’autore non si limita a separare Storia e Idea, ma propone una loro ricomposizione su basi nuove: le due dimensioni non sono incompatibili ma costitutive dell’esperienza umana.

Secondo Mancuso i 4 vangeli canonici non sono biografie storiche ma opere teologiche con la finalità di suscitare fede nella persona e nel messaggio di Gesù, integrando tradizione orale, fonti e interpretazioni successive.

Sono quindi invenzioni?

No, i Vangeli non sono invenzioni: per l’autore sono testimonianze religiose basate su eventi storici reali, ma adattati per proclamare la fede nel Cristo risorto. Contengono un nucleo storico verificabile (esistenza di Gesù, battesimo, predicazione del Regno, crocifissione), ma anche elementi teologici non storici (miracoli, risurrezione come esperienza di fede). Mancuso vede i Vangeli come “testimonianze di fede che si basano sulla storia“, non sempre fedeli nei dettagli ma radicate in un Gesù reale.

Le critiche, soprattutto da parte dell’ortodossia ecclesiastica e della stampa a ispirazione cattolica, parlano di “discutibile ricostruzione”, di “abuso definirlo un testo teologico”, “un libro non cristiano”, “un testo provocatorio, impressionante più che interessante”,” un racconto, non un saggio teologico”,”uno scritto pieno di ovvietà…”

Invece Mancuso è l’alfiere della  necessità di un’evoluzione teologica: il Gesù storico è visto come l’unico dato oggettivo mentre il Cristo come una costruzione: però lui stesso ci dice che abbiamo bisogno di “religio”, cioè di qualcosa che guardi oltre e che accomuni la famiglia umana per responsabilizzarla, per costruire un collante sociale.

“Ciò che ancora oggi rende possibile la simbiosi “Gesù e Cristo” non è il mito della morte-risurrezione, ma la fede nel primato del bene e della giustizia che abitava l’anima di Gesù e che lo portava ad annunciare il regno di Dio. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

La storia di Gesù merita di essere tramandata perché 

è la storia del Figlio di Dio: se anche non lo fosse, restano il Vangelo e la prassi del cristianesimo che ne deriva: fraternità, carità, giustizia, uguaglianza. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

 Ed è questa onestà storica il valore aggiunto di questo libro, che risulterà particolarmente interessante per chi cerca una teologia radicalmente alternativa alla tradizione cattolica, e per chi desidera davvero confrontarsi con un approccio storico per ricercare la concreta umanità di “Gesù e Cristo”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, è docente del Master in Meditazione e Neuroscienze dell’Università degli studi di Udine. Ha fondato e dirige il Laboratorio di Etica MAST di Bologna. Autore di numerosi saggi, é editorialista del quotidiano “la Stampa”. 

Amedeo Borzillo 

Intervista a Nicola Lucchi per “Il giardino dei fiori infelici” (Neo, 2026), di Silvia Lanzi

L’incipit è fulmineo e dà il tenore di tutto il libro – mi ricorda, mutatis mutandis, quello de “La signora Dalloway” di Virginia Woolf.
Parlo dell’inizio de “Il giardino dei fiori infelici” di Nicola Lucchi, vincitore del Premio Neo 2025.
Si tratta di storia che sfida la comprensione del lettore e che mi ha suscitato molte e fortissime emozioni, decantate piano piano, distillando un giudizio che non può che essere assolutamente positivo.
La vicenda narrata è quella di Lucas, un bimbo che nasce senza piangere e che, crescendo, sembra vivere nel mondo come un alieno: adattandosi, ma solo in superficie, al contatto sociale, ma senza comprenderlo intimamente e indossando una specie di maschera per sembrare “normale”.
La storia è a dir poco incredibile, per i temi trattati e per la modalità di scrittura così asciutta, essenziale, densa e pregnante.
Si tratta di una sorta di pellegrinaggio, una via crucis, ogni passo un grano, come i misteri dolorosi del rosario, dove il protagonista è accompagnato, oltre che da gendarmi, da don Raffaele, un sacerdote nato nel villaggio che si dimostrerà ben più di un testimone/confessore. Con lui Lucas intavolerà un dialogo quasi socratico sull’essenza del bene e del male: è lecito, in alcuni frangenti, uccidere? E le omissioni, il silenzio colpevole non grida vendetta al cospetto di Dio? Qual è il modo giusto per riparare un’ingiustizia? 
Sì, perché Lucas, ha ucciso bambini innocenti: spariti nel corso degli anni, questo strano ragazzo ne mostra – ad una ad una – le sepolture.
La vera voce narrante di questa vicenda è la madre del protagonista, Olga, considerata la “scema” del villaggio, perché sente le voci dei morti: ed è questo espediente narrativo che dà a questa storia surreale la struttura di una matrioska: la madre narra la storia del figlio che narra quella delle sue vittime in un contrappunto di voci, descrittiva e di ampio respiro quella di Olga, precisa e freddamente chirurgica quella di Lucas.
Il cammino è impervio, il luogo è montuoso: si suda ad ogni passo e la fatica fisica diventa metafora di quella che porta alla comprensione di gesti così assurdi e crudeli.
L’autore semina sapientemente solo pochi indizi spazio-temporali: la storia sembra così sospesa in un’atmosfera rarefatta assumendo un valore universale – perché la morte esiste da sempre ed esisterà sempre.
Lucas è un disadatto? Un pluriomicida sociopatico? Perché ha spento delle vite innocenti – i cui fantasmi, che “sente” anche senza vederli, lo portano alla loro tomba.
E l’assassino racconta, passo dopo passo, la storia di ognuno, e il motivo per cui li ha uccisi verrà svelato proprio nelle ultime pagine, quando gli indizi, seminati lungo il percorso come briciole di pane, si comporranno per dar vita ad un quadro spaventoso, assurdo e dolorosissimo, nel quale anche don Raffaele troverà, finalmente, la sua collocazione.
Libro inquietante, scabro e potente questo di Nicola Lucchi, pieno di contraddizioni semantiche ed emotive che formano una storia a dir poco affascinante. Talmente affascinante che, leggendola, ho cercato un contatto per conoscerne l’autore

Prima di tutto chi è Nicola?

Sono una persona che ama scrivere. Ho iniziato a farlo alle scuole medie e non ho mai smesso, inseguendo il sogno di poterlo far diventare un lavoro. Posso dire di esserci riuscito, ma confesso di declinare la scrittura sotto varie forme. Sono uno sceneggiatore, mi occupo di scrittura per lo schermo, ma oltre al cinema la mia grande passione è la narrativa. È nei libri che credo, per ovvie ragioni, di poter dare il meglio di me e di poter essere più “sincero”.

Ad un certo punto della tua vita sei andato in America. Perché l’hai fatto e cosa ti ha lasciato umanamente ed artisticamente?

A Los Angeles ci sono andato per lavoro. Prima di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura mi occupavo di videoproduzioni. Devo confessare di averci lasciato il cuore. Ci torno appena posso. Non è una città a misura d’uomo, è molto caotica, ci si può perdere facilmente, e lo dico in senso figurato, ovviamente. È una città postmoderna, carica di energie. Nonostante gli anni d’oro di Hollywood siano finiti da un pezzo, è una città nella quale ancora si può respirare qualcosa di quei tempi andati. Chi viene qui, nella maggior parte dei casi non lo fa per restarci, ma per trovarci un po’ di fortuna. Sono molto pochi quelli che la trovano. Los Angeles è una città cannibale che si nutre dei sogni delle persone, forse anche per questo la amo così tanto. Perché è una città spietata.

Raccontami un po’ de “Il giardino dei fiori infelici”…

“Il giardino dei fiori infelici” nasce da una sperimentazione. Dal desiderio di raccontare un uomo che compie gesti imperdonabili, ma con l’obiettivo di fare affezionare a lui il lettore, nonostante le sue azioni. Procedendo in questo gioco mi sono però gradualmente accorto che il vero protagonista della storia non è Lucas, ma sua madre. È lei che ci racconta della loro miseria e di ciò che la miseria ha partorito. È un romanzo cupo e crudele, che parla di povertà ed emarginazione, e che prova a indagare il concetto di colpa.

La tua produzione letteraria spazia da romanzo ai fumetti. Perché questa molteplicità di mezzi espressivi?

Semplicemente, mi piace raccontare storie, pertanto provo a sfruttare ogni mezzo che mi permette di farlo. 

Com’è nato il tuo amore per il cinema e la tua collaborazione con le riviste?

L’amore per il cinema è nato quando ero adolescente. Mi piace credere di essermi innamorato di un film: “La bellezza del diavolo” (1950) di René Clair. Lo vidi da ragazzino, per pure caso, rientrando da scuola. Non credo sia stata davvero quella la scintilla che mi ha fatto appassionare al cinema, credo sia una cosa maturata col tempo, ma ricordo con piacere quella scoperta. Per quanto riguarda le riviste, invece, non mi interessa particolarmente l’universo della critica o delle recensioni, sono appassionato di storia del cinema. In particolare della storia di Hollywood. Tendo, quando possibile, a scrivere di questo, ma non è la mia prima attività.

Secondo te, che peso ha la letteratura per le nuove generazioni e come si potrebbe avvicinarle ad essa?

Per avvicinare i giovani ai libri credo sia prima indispensabile conoscere cosa li interessa. È importante aprire degli spiragli. Non credo sia possibile conquistare chiunque, ma sono certo si possa fare molto di più. Non è facile, ma iniziare partendo dagli interessi dei giovani o dalle loro emozioni ed esperienze di vita credo sia l’unica soluzione. Imporre a tutti di leggere sempre i soliti titoli non è il miglior modo per avvicinarli alla lettura. Serve fantasia anche in questo…

Dopo la tua ultima fatica, “Il giardino dei fiori infelici”, hai intenzione di prenderti una pausa o stai già lavorando a nuovi progetti?

Non riesco a prendermi una pausa dalla scrittura, non tanto perché si tratta del mio lavoro, ma perché è la mia più grande passione. La risposta, quindi, è che c’è già in programma altro, anche se nei prossimi mesi mi concentrerò quasi esclusivamente sulla promozione de “Il giardino dei fiori infelici”.

Lascio Nicola, felice di aver conosciuto una persona così entusiasta, gentile e disponibile, ricordando che “Il giardino dei fiori infelici” è disponibile sulle principali piattaforme online – anche se vi consiglierei di andare direttamente in libreria: scoprireste, insieme al suo libro, un intero mondo di storie che non aspettano altro che di essere lette!

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

John Fante: “Chiedi alla polvere” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se amore e letteratura sono la stessa cosaLa furia poetica di Arturo Bandini

L’etimo della parola “passione” è il termine del latino tardo passio, ovvero “sofferenza”, “patimento”. Dunque, chiunque abbia una passione soffre. Arturo Bandini ne ha due, e quindi soffre il doppio. La prima, quella che apparentemente lo fa muovere, smaniare, lo rende inquieto, agitato, appassionato, è la scrittura. Arturo vuole fare lo scrittore, di più, vuole diventare uno dei più grandi scrittori americani. Ma il suo cognome, come il suo nome, è innegabilmente italiano. Qui si insinua la prima crepa, e, noi lettori, siamo abbagliati dal primo spiraglio di luce. Lungo il suo andirivieni fra le varie città statunitensi, il protagonista conosce una cameriera del bar che ha preso a frequentare. È giovane, impassibile, quasi dura, e, soprattutto, è messicana. Si chiama Camilla Lopez, e con lei lo scrittore instaura da subito una chiara dinamica di amore-odio. Nec tecum nec sine te vivere possum, per rifarci sempre al caro, vecchio latino. Né con te, né senza di te posso vivere. Ed è proprio questo lo schema emotivo di Arturo. La odia in quanto messicana, la ama in quanto messicana, la odia per la sua durezza inscalfibile, la ama per la sua durezza inscalfibile, la odia perché innamorata di un altro, la ama perché innamorata di un altro.

Questo “altro” è Sammy, un giovane, sedicente scrittore, malato terminale. Inizia un duello rusticano a suon di racconti, raccontini, fogli scritti, buttati, rimandati al mittente. Arturo è spietato, nel suo cinismo ci riconosciamo perché ne riconosciamo la passione, appunto. E per ciò che fa, il mestiere che ha deciso di intraprendere, e per l’agonia languida per Camilla. Sembra che il protagonista non possa rinunciare a nessuno dei due poli, semplicemente perché ha bisogno di entrambi. Ma in questo bisogno, si perde. Si avvicina a uno, pare raggiungerlo nello struggimento delle sudate carte, vede i primi racconti pubblicati, scrive lettere accorate al suo editore, e perde terreno con l’altro, l’amata, odiata Camilla Lopez. Raggiunge Camilla, passa una nottata con lei, eppure smania all’idea di dover tornare a lavorare. L’esistenza di Arturo ci appare così, in un’estrema semplificazione, “porta blu, porta rossa”. Non entrambe, ma un aut aut. Ed è proprio in questo aut aut, in questa decisione, che ritroviamo e ci identifichiamo in tutta la sua sofferenza. Sappiamo già dal primo terzo del romanzo che Arturo dovrà scegliere chi essere, e che, in questo arco di trasformazione, dovrà necessariamente escludere qualcosa, o qualcuno. Arturo non è fatto per poter distribuire il proprio patimento, ma per incanalarlo, per esserne travolto. Eppure, Arturo è pur sempre uno scrittore, un grande scrittore. E, si sa, gli scrittori per vivere, per lavorare, devono cacciarsi nei guai. È parte del mestiere. Così, fino all’ultimo, crediamo che, avendo scelto una strada e scartato un’altra, l’abbia fatto fino in fondo. Ma Arturo è uno scrittore, un grande scrittore, e, si sa, la scrittura è un po’ come il maiale, non si butta via niente. 

Fante intaglia il personaggio di Arturo Bandini nelle sue nevrosi, nella sua solitudine, nei suoi turbamenti, e, nel farlo, lo rende così umano da essere quasi inquietante. Nei suoi moti, nelle sue oscillazioni, nelle sue invettive, ognuno si può riconoscere, può trovare una parte di sé, in quel tentativo disperato che si chiama vita. 

Capiamo, questa volta senza la minima incertezza, che non solo Arturo Bandini è un grande scrittore, ma che John Fante lo è, e che l’uno non si distingue dall’altro, come sempre accade per i grandi scrittori.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.