dopo aver letto i tuoi Taccuini, ho sentito il desiderio di scriverti perché mi sono riconosciuto nella tua stessa inquietudine, quella che ci spinge verso strade lontane alla ricerca non solo di nuovi luoghi, ma anche – in qualche modo – di noi stessi.
Il tuo lavoro è un atlante narrativo di terre diverse, una galleria di panorami culturali e ritratti umani, di paesaggi non solo geografici, ma profondamente esistenziali. Mi hai fatto sentire un compagno di viaggio nelle tappe di un cammino che attraversa un Messico rarefatto, i mercati del Guatemala con la loro densità cromatica abbagliante, fino agli odori e alle voci del Marocco che si presenta come una visione, dove ogni pietra racconta storie e i vicoli sono labirinti nei quali si entra per perdersi. La tua scrittura cattura ogni luogo con una sensibilità che trascende la descrizione turistica, toccando corde ben più profonde.
Sono racconti che evocano un’esperienza sensoriale intensa: sentiamo il calore della giungla di Tikal, la luce mediterranea di Rodi, il “silenzio tenero e compatto” del Sahara. C’è una forma di purificazione nelle esperienze rievocate, come quando la guida Kareem versa acqua sui tuoi capelli e sul corpo, creando un momento tanto tattile quanto spirituale (forse anche sensuale). E attraverso la tua scrittura, anche noi lettori ci purifichiamo bagnati dalla stessa acqua a Chellah come a Rodi, a Tulum o sul Bagmati. Ci immergiamo nella stessa luce e respiriamo la stessa aria, accarezzati o sferzati dallo stesso vento, sia che lo chiami “Meltemi” in Grecia, “forte vento di mare” a Essaouira o semplicemente “folate” a Berlino.
A proposito di Essaouira, immagino abbiano raccontato anche a te la leggenda di Jimi Hendrix che, affascinato dalla bellezza del luogo, nel ‘69 voleva acquistare il vicino villaggio di Diabat per farne una comune hippie. Me ne sono ricordato perché la tua narrazione è intrisa di musica, dai Cure al fado, da Mozart a Vivaldi; e di poesia – quella che citi nei tuoi pellegrinaggi letterari e quella che scrivi tu stessa con delicatezza a chiusura del volumetto.
Per quel po’ che ti conosco, non mi sorprende la tua attenzione all’elemento linguistico: le citazioni dal Popol Vuh, l’arabo, il kalimera a Rodi o il namastè in Nepal, le riflessioni sui culti nordici diventano chiavi per aprire – come scrive Daniela Marra nell’introduzione – “nuove porte percettive” in cerca di un contatto autentico con le tradizioni e le culture incontrate.
Parlando di viaggi, sorrido pensando che torneremo a discutere del tuo libro sulla rivista letteraria che abbiamo voluto chiamare Il Randagio. C’è qualcosa di perfettamente calzante in questo, come se il “randagiare” fosse essenza del nostro essere lettori e viaggiatori. Mi viene in mente Foster Wallace quando diceva: “Un vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” È questo l’invito che il tuo libro porta con sé: viaggiare per guardarsi dentro con occhi rinnovati, più profondi e consapevoli – che, se ci rifletti, è lo stesso invito che noi del Randagio rivolgiamo a chi affronta il viaggio della lettura.
Fabio Stassi, in un’intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa, ha definito il suo “Bebelplatz” un “libro ornitorinco” per la molteplicità di generi che contiene. Credo che questa definizione si adatti perfettamente anche ai tuoi Taccuini, che sono diario di viaggio, raccolta poetica, memoir e reportage insieme. Amo gli autori che sanno districarsi tra spazi fisici e interiori, in particolare mi piacciono quei libri che nascono dall’inquietudine per cui manca sempre un luogo alla geografia personale dell’autore e del lettore.
Grazie per aver condiviso la tua meravigliosa sete di viaggio.
Con stima e affetto
gigi
Gigi Agnano
Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.
Questo meraviglioso romanzo, in cui l’autrice coinvolge il lettore attraverso la forza evocatrice delle parole, narra la storia delle sorelle Wieselberger e le vicende della loro famiglia, in un arco temporale che va dal 1860, anno dell’unificazione dell’Italia, alle due guerre mondiali. Si prende in considerazione l’edizione Mondadori-De Agostini nella collana “Grandi premi della letteratura italiana” del 1996. Il romanzo è vincitore del Premio Strega 1975.
Angelo Vivante l’8 dicembre del 1910 scrive su La voce: “che nella Giulia vivono da secoli due popoli; che l’uno (l’italiano) si è nutrito fin d’ora dell’altro (lo slavo) perché questo dormiva, ma ora lo slavo si è svegliato e non si riaddormenterà, mentre l’irredentismo parolaio, regnicolo e giuliano pare pagato apposta per strappare il ridesto dal letto e sospingerlo nel suo cammino. Occorre che chi parla e scrive d’irredentismo, anche professandosi tale, rinunzi a tutto il corredo delle frasi fatte. Dopo di che potrebbe anche darsi che di questo irredentismo, ritemprato in un bagno di realtà, rimanga ancora qualche cosa almen di sincero!” Questo a prefazione del libro.
Scrive Cavour nel 1860, in una lettera a Lorenzo Valerio, regio commissario in Ancona, che aveva fatto nascere un incidente diplomatico con la Prussia, chiamando in un documento ufficiale Trieste città italiana: “Debbo pregare la S.V. di evitare ogni espressione dalla quale possa risultare che il nuovo regno italiano aspira a conquistare non solo il Veneto, ma anche Trieste con l’Istria e la Dalmazia. Io non ignoro che nelle città lungo la costa vi hanno centri di popolazione italiana. Ma nelle campagne gli abitanti sono tutti di razza slava, e sarebbe inimicarsi gratuitamente i croati, i serbi, i magiari e tutte le popolazioni germaniche, il dimostrare di volere togliere a così vasta parte dell’Europa centrale ogni sbocco sul Mediterraneo. Ogni frase avventata in questo senso è un’arma terribile nelle mani dei nostri nemici che ne approfittano per tentar d’inimicarci l’Inghilterra stessa, la quale vedrebbe essa pure di malocchio che l’Adriatico ridivenisse com’era ai tempi della repubblica veneta, un lago italiano. (Tratto da <<Irredentismo Adriatico>> di Angelo Vivante ed. Parenti). Ancora a prefazione al libro.
Le prime tre sorelle si chiamavano Alice, Alba e Adele, la quarta Elsa. Adele era bellissima, la più bella fra tutte, non solo in famiglia. Una bionda con grandi occhi neri, alta e snella, e nessuno poté mai sapere quanti cuori palpitarono al suo passaggio mentre in cima alla torre Mìkeze e Jàkeze battevano le ore. Era il 1872 e, nonostante non fosse lei l’ultima depositaria dell’iniziale che era toccata alle altre, fu quella che, all’incirca diciottenne, ebbe l’occasione di danzare più volte, durante i balli della famosa Società Filarmonica triestina, con quel signor Ettore Schmitz che si rivelerà essere Italo Svevo.
Quando, nei primi decenni del 1800, Vienna aveva preso la decisione di far ampliare il porto di Trieste, che godeva del privilegio di essere porto franco dal 1719, per merito di Carlo VI, padre di Maria Teresa, e poiché ciò causava l’inevitabile progredire dell’edilizia, il governo austriaco aveva mandato in città i suoi più celebri architetti e i suoi più rinomati costruttori. Questo spiegava il carattere viennese che era rimasto ai vecchi quartieri nobili della città, ma come lo stile si fosse mantenuto anche dopo; difatti, assai più tardi la piazza della Posta veniva rifatta, tale da sembrare una piazza di Vienna. Anche il Lloyd triestino, sede della compagnia di navigazione, stava per nascere.
Nella casa della famiglia Wieselberger il tempo passava e scorreva a un ritmo idilliaco di musica, dolci affetti, vivere cauto ma sereno. Erano anni violenti, in cui la storia non aveva insegnato veramente nulla: l’ombra del Grande Impiccato sarebbe tristemente caduta dal capestro sulla terra (Guglielmo Oberdan, patriota irredentista italiano, impiccato il 20 dicembre 1882 dalla giustizia austriaca per alto tradimento e diserzione in tempo di pace, avendo confessato le intenzioni di attentare alla vita dell’imperatore Francesco Giuseppe); e il re, cosiddetto buono, sarebbe caduto sotto i colpi dell’anarchico Bresci (per vendicare le vittime di Milano, uccise durante le 4 giornate, conosciute come i moti del pane, e punire il comportamento tenuto dal sovrano, l’anarchico italiano, Gaetano Bresci, che viveva in America, tornò in Italia per uccidere re Umberto I di Savoia. I moti iniziarono il 6 maggio 1898 fra gli operai della Pirelli, che accusavano il governo di essere responsabile della carestia che subiva il popolo). Nel frattempo, nella loro villa di campagna, le ragazze continuavano a fare musica, avendo tutte studiato fin da bambine pianoforte con maggiore o minore disposizione. Elsa era anche brava nel canto; la Bella leggeva poesie in lingua italiana e tedesca; Alba, la scorbutica, considerata da tutti l’intellettuale della famiglia, l’ascoltava con passione.
La villa confinava con un possedimento ancora più ricco e vasto che apparteneva a una famiglia ebrea, i cui discendenti avevano cominciato ad arricchirsi mezzo secolo prima in Somalia ed Eritrea. Molti anni dopo, gli eredi sarebbero andati tutti in rovina, quando le generazioni fortunate erano già scomparse. Uno degli avvenimenti più elettrizzanti che aveva luogo durante la villeggiatura era la vendemmia. Quelle erano giornate quasi sempre bellissime. I vendemmiatori erano in maggioranza sloveni, amici o parenti di Ursula e suo marito Giacomo, i contadini- guardiani della tenuta, anch’essi sloveni. I rapporti con i due coloni erano sempre stati buoni e cordiali e la famiglia non si sarebbe mai permessa in loro presenza e nei loro riguardi un linguaggio men che rispettoso. Nel privato, invece, avevano anch’essi la deprecabile abitudine di chiamarli in dialetto “s’ciavi” o, meglio, “sti maledeti s’ciavi”, incapaci com’erano di interpretare la realtà e capire la situazione nella quale la lunga e abile mano dell’impero austriaco apponeva e aizzava gli uni contro gli altri, in modo che tutti si sentissero offesi e provocati.
Trieste non decadeva, ma questo non dipendeva dal buon volere o la generosità degli Asburgo ai quali si era affidata completamente, ma per l’inarrestabile decadenza di Venezia. Ciò le permetteva di sviluppare i suoi commerci, ma la incorporava sempre di più nell’impero austriaco, rendendola la porta occidentale dell’immenso retroterra orientale, un destino al quale sembrava naturalmente e geograficamente legata. Gli orrori del razzismo erano ancora lontani; un paio di generazioni sarebbero nel frattempo maturate, invecchiate e morte, ma certi discorsi e toni erano già l’alba dell’orrore.
Gli avvenimenti che suscitarono nuove memorabili emozioni nella famiglia, al di fuori della permanente ossessione irredentista che ogni tanto saltava fuori nelle discussioni, furono le nozze della primogenita Alice e, qualche anno dopo, la partenza per l’Italia della giovane Elsa, che si recava a Bologna a studiare canto. Il matrimonio di Alice aveva introdotto l’elemento ebraico nella famiglia, che era conosciuta anche per non essere particolarmente osservante del proprio cattolicesimo. Negli anni però il padre aveva preso l’abitudine di dire con ironico disprezzo “quell’ebreo” riferendosi al genero, non particolarmente stimato. In realtà, in mezzo a tante questioni politiche che esacerbavano gli animi e agitavano la città e le campagne, a Trieste l’antisemitismo non era particolarmente diffuso a quei tempi o, perlomeno, non era ostentato, forse perché la comunità ebraica era una delle più ricche e potenti fra gli alti ceti sociali e una simile avversione non si era palesata.
I sentimenti familiari verso i parenti erano ondeggianti, insicuri, ostacolati dalle vicende storiche, quindi poco inclini all’affetto; nonostante ciò, le ragazze non riuscivano a capire perché un ebreo dovesse valere meno d’un cristiano, anzi non sapevano addirittura dove fosse la differenza. Loro, d’altronde, erano state tenute fuori da qualsiasi pratica religiosa, a scuola erano perfino esenti dalle lezioni di catechismo, che del resto non sempre faceva parte del programma scolastico nell’Italia laica di quei tempi. Pensavano che, quando si è messi difronte a un tempio e invitati ad ammirarne l’architettura, che il tempio dove la gente usa raccogliersi e pregare sia cattolico o ortodosso, sia una sinagoga o una moschea, sono dettagli puramente formali. Ciò che esse guardavano era la pura bellezza.
Da tempo, Lidia, la cugina maggiore, amoreggiava con Felice, nipote del famoso Giacomo Venezian, morto nella difesa della Repubblica Romana nel 1849, in pieno Risorgimento. Anch’esso ebreo, giovane intriso dell’irredentismo familiare, era diventato gran capo del partito nazionalista triestino e della Lega Nazionale. Nel 1908 l’uomo morì e la numerosa comunità irredentista gli riconobbe il merito di aver voluto creare a Trieste le condizioni politiche necessarie a denunciare la Triplice alleanza (Germania, Austria-Ungheria, Regno d’Italia), cosa che puntualmente accadde sette anni dopo allo scoppio della guerra con l’Austria.
In realtà, già allora gli avversari non erano più gli “austricanti”, coloro che alla fine dei conti avevano rappresentato e difeso i grossi interessi di una città tanto ricca, dipendente da uno Stato ancora ricchissimo e potente, e non avevano mai voluto compromettersi con un irredentismo troppo acceso. Gli avversari erano fatalmente diventati i socialisti insieme agli sloveni, una minoranza, indubbiamente, ma la cui nascente solidarietà dava fastidio e forse preoccupava. Questo spiega la trionfale votazione che ebbero gli irredentisti nel 1897.
Dieci anni dopo, la situazione era capovolta e la ricca e ottusa borghesia, nei suoi discorsi, non lasciava mai entrare le questioni dei lavoratori, sembrava anzi volerle ignorare. Nella forma di governo che essa auspicava per la città, quando fosse “divenuta italiana”, la voce dei lavoratori era esclusa. Respingeva la massa condannandola all’emarginazione per antica miseria. Al razzismo, che stava alla base dell’annosa e insoluta questione slovena, si aggiungeva, quindi, l’incomprensione o addirittura l’indifferenza, quando non la sprezzante ostilità nei riguardi dei lavoratori; ma il peso degli enormi sbagli commessi nell’Ottocento, che non furono solamente triestino- irredenti, ma italiani, avrebbero finito, dopo una disastrosa Prima guerra mondiale, per trascinare la nazione italiana nel fascismo, e Trieste con essa.
Non si dovette aspettare molto, perché le roventi trattative dell’Austria con la Serbia e la Russia, la tracotanza della Germania, le faticose diplomazie della Francia e della Gran Bretagna, che erano durate tutto il mese di luglio, non servirono a nulla: il primo giorno di agosto l’Austria dichiarava guerra alla Serbia e, pochi giorni dopo, la Germania invadeva il Belgio, mentre l’Italia rimaneva neutrale poiché, ufficialmente, la guerra di aggressione dell’Austria era contro il carattere difensivo della Triplice.
Per quello che riguardava i Wieselberger, erano in quel momento soltanto una famiglia allo sbaraglio costretta a trasferirsi a Firenze. Gli stolti ottimisti che l’estate precedente avevano annunciato il “Tutto finito” per Natale, cioè tutti a casa per il Natale 1914, erano stati tragicamente smentiti dall’autunno e dall’inverno appena trascorsi. La guerra si era svolta soprattutto nelle trincee e si era abbattuta in maniera talmente nefasta e mortale sulle milizie, da portare il soldato Giuseppe Ungaretti ad esprimersi attraverso la parola poetica che interagiva con la storia, quella privata del poeta e quella collettiva dell’umanità.
Trascorreva intanto quel terribile 1916 e iniziava l’anno più drammatico, il 1917. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra al fianco degli Alleati, grosso smacco per gli Imperi Centrali; lo zarismo era crollato in Russia e la parola bolscevismo spaventava tutti. La massa dei combattenti, ormai stremata, non era più formata dagli “eroici soldati che si sacrificavano per l’onore e la grandezza della patria”, ma da “ignobili simulatori” che fingevano di combattere e invece se la squagliavano appena potevano, preoccupati soltanto di riportare “la pancia a casa, la pancia per i fichi”. C’era, insomma, già la puzza di Caporetto che il 24 ottobre sarebbe caduta, seguita dal cedimento del pilastro difensivo del Monte Maggiore.
Qualche anno dopo la fine della guerra, il fascismo si era messo al servizio di una miope politica di conservazione e andava facendosi le ossa. La borghesia, sia gli industriali del nord che gli imprenditori agrari del sud, finalmente si vendicava sulla massa di tutte le paure sofferte dopo Caporetto, le rivolte, gli scioperi, le settimane rosse, e si proponeva di agguantare il potere. Da Milano, una sparuta e scarsa marmaglia in camicia nera e nappe ballonzolanti si radunava in piazza del Duomo per la Marcia su Roma. Seguivano l’assassinio di Matteotti, la morte di Gobetti e di Gramsci e più tardi la guerra d’Etiopia e la Seconda guerra mondiale. Dopo di essa, finisce un’epoca maledetta, durante la quale, ad una ad una se n’erano andate le protagoniste Wieselberger, ormai anziane ma sempre vive nel tragitto della storia.
L’autrice, nel consegnare alle stampe le “sue quattro ragazze”, si libera della dolorosa fatica di chi tornando con la mente indietro nel tempo, negli anni e nei decenni, non può rimanere distaccato dalla storia che non è, come afferma Pasolini, unica e unilineare, ma ha un suo spessore fatto di persone, luoghi e vicende, gioie e sofferenze. In questo libro, Fausta Cialente ci ha raccontato la sua storia per come l’ha vissuta e si è svolta, a cominciare dalle sue antenate.
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.
Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:
“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“
Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!
Vi raccontiamo l’intervista alla signora Coniglio!
Diego: Sei sicura che siamo nel posto giusto?
Margherita: Sì, Diego, la tana è sotto il ciliegio in fiore. È qui che abita la signora Coniglio. Mi ha dato appuntamento ieri.
Diego: Speriamo solo che non ci faccia scavare per entrare…
Margherita: Ahahah! Hai paura di sporcarti i vestiti nuovi eh? Ma tranquillo…la Signora Coniglio verrà fuori a momenti, vedrai… Eccola!
Signora Coniglio: Benvenuti, cari! È sempre un piacere ricevere bambini curiosi, specie se sono amici del professor Mundis!
Diego: Buongiorno, signora Coniglio. Intervistiamo gli animali e questa volta… tocca a lei!
Margherita: Vogliamo chiederle una cosa che ci frulla nelle orecchie da tempo: perché proprio i conigli sono diventati il simbolo della Pasqua?
Signora Coniglio: Una domanda profonda, cari miei. Dovete sapere che tutto nasce molto tempo fa. I conigli sono da sempre simbolo di vita, di fertilità, di rinascita. Simbolo di primavera e fertilità. E chi meglio di un coniglio rappresenta la vita che rinasce? Cose perfette per la primavera, no?
Margherita: è vero! Con tutte le vostre cucciolate…
Diego: Ah… quindi non c’entra con il cioccolato?
Signora Coniglio: Ahahah! Quello è arrivato molto dopo! In origine, i popoli antichi ci associavano alle dee della primavera. Poi, con l’arrivo della Pasqua cristiana, le tradizioni si sono intrecciate… e il coniglio pasquale è saltato fuori, agile e allegro!
Margherita: Quindi siete una specie di messaggeri stagionali?
Signora Coniglio: Esatto! Nella tradizione ormai portiamo uova colorate, che rappresentano la vita che nasce. Si racconta che le galline fanno le uova, ma noi le consegniamo. È un gioco di squadra!
Diego: E l’uovo di cioccolato?
Signora Coniglio: Una dolce evoluzione! Gli umani sono creativi… e golosi, vero Diego?
Diego: Eheheh! Già, slurp!
Margherita: Grazie signora Coniglio! E per ringraziarla come si deve le consigliamo una lettura, va bene?
Signora Coniglio: Ma certo! Non vedo l’ora, sono tutta orecchie, ahahah!
Diego: Ahahah! È proprio spiritosa… bene, allora le consigliamo: “La storia di Peter Coniglio” di Beatrix Potter. Tanto tempo fa, nel lontano 1893, una scrittrice inglese di nome Beatrix Potter scrisse una lettera speciale a un bambino, il piccolo Noel. Dentro c’era una storia tenerissima che parlava di quattro coniglietti: Flopsy, Mopsy, Coda-di-cotone… e Peter!
Signora Coniglio: Interessante… e che nomi graziosi!
Margherita: La storiella raccontava che un giorno, la mamma dei coniglietti deve uscire e raccomanda ai suoi piccoli di non andare mai, mai, MAI nel giardino del signor McGregor. Perché quel signore, tempo prima, aveva catturato e cucinato il povero papà coniglio…
Signora Coniglio: Oh no!
Diego: Ma Peter, che è un coniglietto curioso e un po’ testardo, appena la mamma esce, corre dritto dritto verso quel giardino proibito, attratto da deliziose carote croccanti! Ma… ops! Il signor McGregor lo vede! Da quel momento inizia una corsa piena di avventure, nascondigli segreti e un bel po’ di fiato corto!
Margherita: Beatrix Potter non solo ha scritto la storia, ma l’ha anche disegnata con bellissime illustrazioni colorate, piene di dettagli che sembrano vivi ancora oggi! E sa una cosa? Beatrix non pensava che i bambini fossero troppo piccoli per parole difficili: ha usato anche termini più ricercati per stimolare la curiosità e far imparare nuove parole.
Diego: Questo libro è perfetto per chi ama gli animali, le marachelle, non troppe, eh! e i racconti pieni di avventura. Una lettura che fa ridere, sorprende e fa anche un po’ riflettere. Il libro è consigliato a tutti i piccoli esploratori dai 4 anni in su!
Signora Coniglio: Perfetto! Lo leggerò ai miei dodici cuccioli. Intanto grazie e buona Pasqua. Ah! non dimenticate di portare i miei auguri al Professor Mundis!
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone la crostata di malvarosa ispirata a “La prosivendola”, il terzo romanzo del ciclo di Malausséne di Daniel Pennac. Malausséne è il tenero protagonista dei cosiddetti “romanzi di Belleville”, che prendono il nome dal quartiere parigino dove Malausséne vive e lavora come “capro espiatorio professionista”: viene pagato da un grande magazzino per prendersi la colpa degli errori aziendali agli occhi della clientela. Ne “La prosivendola”, si ritrova coinvolto in una vicenda criminale nel mondo dell’editoria.
*** LA CROSTATA DI MALVAROSA DI DANIEL PENNAC ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
“Julie è una bell’anima.
Il mondo intero batte nel suo cuore.
Non solo il mondo, ma ognuno degli sbarbatelli che lo popolano.
Julie vuol bene a Clara, Julie vuol bene a Jérémy e al Piccolo, Julie vuol bene a Thérèse, Julie vuol bene a Louna, Julie vuol bene a Verdun – sì, anche a Verdun – e Julie vuol bene a Julius.
Julie vuol bene a me, direi.
Ed ecco che in più Julie sa cucinare. Dettaglio superfluo? Col cavolo: tutti i giornali femminili ve lo confermeranno, la felicità è una ricetta di cucina.
– Una crostata di malvarosa, Benjamin.
– Di malvarosa? si stupisce Jérémy che è un figlio del cemento.
– Una ricetta di mio padre; la nostra casa del Vercors era invasa dalle malvarose. Fino al giorno in cui il governatore mio padre ha deciso di mangiarsele.”
Ricette Letterarie: la crostata di malvarosa di Daniel Pennac
Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.
CROSTATA DI MALVAROSA
Dosi per una crostata di diametro 20cm
Per la pasta frolla:
Ingredienti
240g farina per dolci
4g lievito chimico
1 uovo intero di taglia L
80g di zucchero bianco semolato fine
125g burro non salato tagliato a cubetti
La scorza di un limone non trattato
Procedura:
In una ciotola setaccia la farina con il lievito e metti da parte.
In un’altra ciotola mescola l’uovo con lo zucchero, il burro a cubetti e la scorza di limone. Crea una sorta di cremina e versala sulla farina.
Impasta velocemente, forma un panetto e mettilo in frigorifero per almeno due ore.
Per la farcitura ho utilizzato 200g di confettura di rosa canina, se disponete di un giardino di malvarosa ecco la ricetta:
Per la confettura
Ingredienti:
250 g di petali freschi di malvarosa (solo la parte colorata, eliminando il calice verde)
250 g di mele tipo Granny Smith mondate e tagliate a cubetti (lasciare qualche pezzo con la buccia)
500 g di zucchero semolato
Succo di 1 limone medio (circa 30-40 ml)
200 ml di acqua
Preparazione:
Sciacqua i petali di malvarosa e mescolali con le mele, lo zucchero e il succo di limone. Versa il tutto in una ciotola capiente e lascia macerare una notte in frigorifero (aperta).
Il giorno dopo cuoci versa il tutto in una casseruola dal fondo spesso, aggiungendo anche l’acqua. Mescola spesso per evitare che la confettura si attacchi al fondo e rimuovi le impurità che si formano sulla superficie utilizzando una ramina.
La confettura è pronta quando raggiunge i 103°C. Puoi verificarne la consistenza versandola in un piattino e inclinandolo per valutarne la viscosità.
Nel frattempo fai bollire i vasetti di vetro (da 250g) e le capsule per sanificarli. Asciugali con un panno pulito e preparati per invasare. Potrebbe farti comodo un apposito imbuto.
Quando la confettura è pronta versala nei vasi di vetro (puoi anche frullarla per un effetto setolo). Lascia un centimetro di distanza dalla imboccatura. Chiudi subito con la capsula. Per assicurarti che siano salubri immergili in acqua bollente per 15 minuti (oppure anche in forno a 100°C). Infine capovolgili e lasciarli raffreddare completamente.
Conserva la confettura in un luogo fresco e asciutto e verifica sempre che si sia formato il vuoto e la capsula non faccia “click-clack” prima di utilizzarli. Una volta aperto il vaso si conserva in frigorifero per 4/5 giorni.
Composizione:
Ungi la tortiera con un poco di burro, poi stendi la pasta frolla con un matterello fino uno spessore di circa 0,5cm e fodera la tortiera. Infine bucherella il fondo con i rebbi della forchetta.
Versa sul fondo 200g di confettura. Stendila e livellala bene con un cucchiaio. Stendi la pasta frolla restante e ricava delle strisce, poi ricopri la crostata. Spennella le strisce con un uovo sbattuto con un goccio di latte.
Cuoci la crostata in forno caldo a 180°C per 30 minuti. Lasciala raffreddare prima di estrarla dalla tortiera.
‘La fontana della vergine’ (1960) di Ingmar Bergman è un’opera cinematografica ispirata alla ballata medievale “Töres döttrar i Wänge” del XIII-XIV secolo, che riprende una leggenda verosimilmente orale connessa alla costruzione della chiesa nel villaggio di Kärna; in origine la ballata narra la storia di una vergine che fu uccisa e di un monaco che vide la violenza e l’assassinio, tuttavia nel film sarà la serva Ingeri, uno dei personaggi principali della narrazione, a esserne la testimone nascosta. Si tratta dunque di un racconto sacro, realizzato da un regista che può definirsi prima di tutto un grande narratore, che si è sempre interrogato sui temi universali dell’esistenza attraverso il linguaggio cinematografico, e che qui riprende uno dei suoi argomenti più cari, cioè il tormento tra la Fede e dubbio, il senso del male e quello del ‘silenzio di Dio’. Si tratta di una narrazione che segue la traccia del ben più noto ‘Il settimo sigillo’ (1958), e che riprende l’ambientazione storica della Svezia del Medioevo in una dimensione anche qui fortemente allegorica e ancora più connessa al sacro.
Nella sceneggiatura de ‘La fontana della vergine’, come sempre avviene per le sceneggiature di Ingmar Bergman, scritte dal regista stesso, c’è la profondità di un vero e proprio testo letterario, di cui voglio riportare un brano che ho particolarmente amato:
Vedi come il fumo trema e si abbarbica sotto il tetto come avesse paura dell’ignoto. Eppure se si librasse nell’aria troverebbe uno spazio infinito dove volteggiare. Ma forse non lo sa, e così se ne sta qui nascosto tremolante e inquieto. Con gli uomini capita lo stesso. Essi vagano inquieti come tante foglie al vento.
La storia si svolge in un’epoca cui alla religione cristiana secolarizzata si sovrappongono ancora dei culti pagani; si tratta di un residuo di paganesimo, di credenze rimaste vive e tramandate nei secoli che continuano a sopravvivere nell’ombra e che sono espressione di una realtà rurale. Questo aspetto viene rappresentato soprattutto all’inizio della storia, attraverso il personaggio della giovane serva Ingeri, che potrebbe essere definita una sorta di strega per la sua invocazione a Odino e l’esecuzione di un rito pagano o di maleficio ai danni della giovane, purissima e incantata padroncina Karin, figlia del ricco possidente Töre e di sua moglie Märeta, che è adorata dai genitori. Ingeri ha subito una violenza in passato, è rimasta incinta ed è trattata con disprezzo da tutti, per questo motivo prova molto rancore e invidia per Karin, fanciulla ricca, amata e vezzeggiata, che possiede tutto ciò da cui lei è esclusa. I personaggi bergmaniani sono spesso esposti al senso di colpa, alla rabbia, alle recriminazioni sull’ingiustizia della vita ed è emblematico in tal senso quello di Ingeri, assai interessante e sfaccettato, in quando si tratta di una figura femminile sofferente ma non malvagia, che quando sarà testimone della violenza e del male soffrirà e si sentirà in colpa per i sentimenti che ha provato nei confronti dell’innocente Karin. Saranno i genitori di Karin, ad esortare la medesima a eseguire un rito religioso che possono compiere solo le vergini, cioè attraversare il bosco a cavallo, accompagnata dalla serva, per portare delle candele alla Madonna in un giorno di festa. Nel momento cruciale dell’attraversamento del bosco, anch’esso luogo sacro e mistico, che permette una profonda connessione con la natura, ci sarà l’incorrere della tragedia, il raggelamento del tempo: Karin sarà violentata, uccisa e derubata da dei pastori, i quali per uno strano scherzo del destino chiederanno poi ospitalità e lavoro ai genitori della fanciulla.
Anche per quanto riguarda le due figure fondamentali dei genitori di Karin, Bergman indaga sul senso dell’inquietudine umana, sulla difficoltà di rapportarsi all’inspiegabile, sul senso impenetrabile della sofferenza umana e sul potersi dare una risposta attraverso la Fede. Da una parte c’è Märeta, la madre di Karin, profondamente fedele a Dio, che affronta il grande dolore dell’uccisione della sua unica figlia e quindi un’assoluta messa alla prova del suo credo, dall’altra c’è Töre, il padre, con una fede inizialmente più titubante, il quale metterà in atto una spietata vendetta sugli assassini della figlia in cui verrà coinvolto anche un innocente. Töre tuttavia alla fine si emanciperà completamente: una volta ritrovato il corpo della fanciulla, nel momento cruciale del dolore, si rivolgerà a Dio con le parole: <<Io non ti capisco, ma ti chiedo perdono lo stesso per quello che ho fatto>>, e lì avverrà la sua totale conversione, con la promessa di costruire una chiesa in quel luogo in segno di espiazione. Infine ci sarà la risposta di Dio attraverso un miracolo, infatti nella terra verdissima e limpida si realizzerà un’estasi luminosa nel momento in cui, sollevando da terra il corpo di Karin, proprio in quel punto inizierà a scorrere dell’acqua sacra.
Il tema religioso, quasi sempre vivo e centrale nella filmografia di Bergman, arriva dunque qui a risolversi in una totale coincidenza finale tra il piano umano e quello divino; questo rende La fontana della vergine, considerato dalla critica per moltissimo tempo come un’opera minore, in realtà un film di notevolissima importanza nell’ambito della riflessione esistenziale bergmaniana.È possibile per gli esseri umani avvicinarsi al divino attraverso un pieno atto d’amore che superi il contingente? Bergman si interroga sulla possibilità del superamento del dolore umano attraverso una Fede assoluta e un Perdono divino; in tal senso la narrazione, che nel suo svolgersi può considerarsi una vera e propria liturgia, volge alla fine verso la dimensione luminosa della Speranza.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato per Vibo Valentia Capitale italiana del libro all’interno del Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere 2021. Con I falò nel bosco (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni). Con Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa.