Gunther Maria Carrasco: “Il verso di Ade” (Déclic edizioni Perugia), di Rita Mele

“AAA Editrice multidirezionale cerca opere ibride, sperimentali, devianti, inclassificabili; nuove forme, nuovi usi di forme date, costruzioni decostruzioni distruzioni, assenze di forma.”

All’annuncio non poteva che rispondere Gunther Maria Carrasco con Il verso di Ade. La sua opera multipersa risponde a pieno titolo e a mo’ di calco alla ricerca dell’editore déclic, Carlo Sperduti, romano naturalizzato perugino, già scrittore e libraio che alla fine del 2023, appena in tempo per lo scoccare dei suoi 40 anni, ha sentito un déclic nella sua mente e ha trovato una improvvisa soluzione per rispettare il patto fatto con sé stesso qualche anno prima: fondare la sua casa editrice.

Per scoprire chi è Gunther Maria Carrasco, uno degli autori ideali di Sperduti, abbiamo cominciato dalla sua presentazione sull’aletta e a pagina 99 del libro: è stato come cercare l’ago nel pagliaio o, peggio, cercare nel pagliaio non si sa che, scoprendo quanto più interessante è il pagliaio stesso. Gli interrogativi su chi sia veramente Gunther Maria Carrasco crescono nel numero e nella portata ad ogni parola che vorrebbe descriverlo e già lì, tra quelle righe, abbiamo scoperto che è proprio tutto avverato quello che al debutto di déclic a Perugia, Carlo Sperduti ha affermato e promesso “A me interessano libri che abbiano a che fare con il mezzo del linguaggio, prima di tutto con la scrittura solo dopo le tematiche. Le scritture ibride sono per me quelle più interessanti e privilegerò le opere che devieranno dai solchi già tracciati”. Quale inimmaginabile aderenza dal ritmo giambico tra Chi scrive (chi scrì-ve) e Chi edita (chi e-dì-ta). Gunther Maria Carrasco, per noi lettori randagi confidenzialmente GMC, si svela, pur custodendo il mistero, in una presentazione ufficiale ironica, surreale e metalinguistica, attraverso cui in filigrana ci fa scorgere che sta giocando con la sua identità e la sua relazione con il mondo letterario. Il ritratto che ci arriva è di un autore giovanissimo già influente nel panorama letterario “multiperso”, sperimentatore con un approccio al limite del convenzionale alla scrittura e all’editoria, dedicato e ambizioso nel suo lavoro artistico, che alle convenzioni e alla “normalità”, preferisce il fare esperienza del flusso di perpetua creatività e metamorfosi, e che la sua stessa identità abita nella sua opera al confine tra autore e personaggio. E sopra tutto ha deciso programmaticamente di non voler correre il rischio di “diventare un bambino vero” e che, per riuscire nell’intento, non desidera conformarsi alle aspettative o alle fasi “naturali” della crescita, vuole preservare la capacità di stupirsi, di giocare con le idee e di vedere il mondo con occhi nuovi, per rimanere in uno stato di continua sperimentazione e metamorfosi, evitando di cristallizzarsi in un’identità artistica che finirebbe, suo malgrado, col diventare adulta.

Il suo gioco con l’identità e l’autorialità a noi de Il Randagio è piaciuto e dopo un leggero senso di smarrimento e spaesamento letterario iniziale ci siamo messi in cammino fianco a fianco con l’autore e i suoi personaggi, attraversando metriche poetiche e stili di prosa per multiperderci, affidati come bambini alla nostra guida delle meraviglie e degli inciampi linguistici, come in una odissea interiore, la sua e dei suoi personaggi, ma anche la nostra. Ci siamo avventurati nel suo labirinto e ne siamo usciti godendo e soffrendo, percorrendone le volute linguistiche del mistero e della frammentazione. Fidarsi senza mai del tutto poter escludere cambi di registro e di scena, senza neanche poter contare sulle ancore di un indice, di titoli e di capitoli, abbiamo sentito crescere l’attrazione per GMC e per i suoi controluce emotivi. Sembrerà oramai evidente per chi ci sta leggendo che non è dato dire di più senza rompere l’incantesimo riservato ai lettori integrali dell’opera. Motivo sacrosanto per proseguire in questa nostra recensione volatile che evaporando lasci intatta l’esperienza a chi sceglierà di non perderla. Vogliamo dirvelo ancora che si tratta di un’esperienza letteraria radicale, un viaggio in un territorio in cui le mappe narrative convenzionali si polverizzano in favore di un’audacia linguistica al limite del perturbante. Racconto, poesia, saggio, l’opera di GMC si manifesta come un prosimetro ibrido e metamorfico, un organismo testuale uno e trino che respira tra la rarefazione di una prosa in cui riecheggiano silenzi, sussurri di sincopi di versi, spezzati come relitti di un naufragio semantico, e una terza forma, sfuggente e inafferrabile, che gioca con i confini tra i generi, quasi una lingua aliena in cui familiare e ignoto si fondono.

L’Ade di Carrasco ci avvolge e ci richiama come un Ade interiore, un regno di ombre psichiche e frammenti di coscienza dove le voci si sovrappongono in uno smarrimento polifonico e i significati di versi e prosa si increspano sulla superficie opaca di un inconscio collettivo e individuale. Usciti dall’Ade e grazie alla storia di Ade possiamo dire a cuore aperto che gli inciampi ricorrenti nella frantumazione deliberata del verso e della prosa in cui ci siamo imbattuti è tutt’altro che una sequenza di nichilismo stilistico, ma piuttosto la dissezione meticolosa della realtà percepita come una storia intrinsecamente discontinua, un tentativo di cartografare la schizotipia del pensiero contemporaneo e la precaria consistenza del reale.

Tra le pieghe del testo si insinua un’irriverenza corrosiva mista a scetticismo che stordisce le fondamenta delle narrazioni lineari e delle granitiche certezze. Dalla scrittura emergono biografie senza soggetto, fantasmi verbali che in poche righe costringono all’esperienza del vedo e non vedo l’esistenza di personaggi che potrebbero essere oltre il nome assegnato e viceversa e che lasciando dietro di sé non una storia come ci aspetteremmo, ma l’eco dolente di una solitudine di specie e di genere e di un’incomunicabilità radicale. Il linguaggio si fa viscerale e straniante, plasmando immagini di un grottesco surreale, come l’indimenticabile dettaglio dei “baffetti lisci lisci, che potrebbero anche essere acciughe dipinte”, che ci proietta in un universo dove il confine tra l’umano e l’oggetto, tra il familiare e l’aberrante, si fa pericolosamente labile. E dove ci è sembrato di essere cascati nel Rabbit Hole delle meraviglie con Alice.

La metrica de “Il verso di Ade” è una voluta assenza di sistema, un ritmo sotterraneo e imprevedibile sintonizzato con le fibrillazioni di una mente che sembra interrogare i propri stessi processi. È una meta-metrica o, se preferiamo, una anti-metrica funzionale a una poetica del frammento e della discontinuità, dove il silenzio tra le parole acquista un peso semantico pari a quello espresso.

Il titolo stesso, Il verso di Ade, si stratifica di significati: un’eco proveniente dalle profondità dell’inconscio, un frammento di un linguaggio perduto, forse una neanche tanto sottile pretesa di dominare il mistero attraverso la parola. E in questo regno liminale, Carrasco sembra condurre una vivisezione del linguaggio, smontandone le convenzioni per rivelarne le fragilità e le potenzialità inesplorate, con un intellettualismo acuto e disincantato.

L’irruzione di dinamiche relazionali intime, attraverso il legame di Pardo e la complessità emotiva di No, oscillante tra il desiderio di connessione e un richiamo selvaggio alla solitudine, potrebbero suggerire un altro motivo di spiazzamento per i lettori: una sensibilità femminile o una prospettiva di genere peculiare. La scelta del nome No, con la sua assertività e il suo potenziale rifiuto di convenzioni, letto in controluce, potrebbe risuonare con un percorso di ridefinizione identitaria femminile. Anche la dinamica di accettazione e affetto tra figure femminili, come il rapporto tra No e Alto, pur non essendo esclusiva, potrebbe arricchire questa ipotesi.

Se Gunther Maria Carrasco fosse una donna – ci siamo autorizzati a pensare in più momenti, Il verso di Ade acquisterebbe ulteriori strati di lettura. L’esplorazione di un linguaggio frammentato e di identità fluide potrebbe dialogare in modo ancora più profondo con le questioni di genere e con la decostruzione di categorie binarie. 

La rarefazione del senso e la difficoltà comunicativa, filtrate attraverso una sensibilità femminile, potrebbero assumere sfumature inedite, legate a esperienze storicamente marginalizzate o silenziate. Purtuttavia, stordimento e spaesamento a parte, non dimentichiamo che la bravura di uno scrittore trascende il genere, e l’opera di GMC ce lo conferma primariamente per la sua forza intrinseca e la sua capacità di risuonare con il lettore, indipendentemente dalla sua identità. 

La possibilità che Gunther Maria Carrasco sia una donna aggiunge innegabilmente un ulteriore elemento di mistero e di potenziale ricchezza interpretativa che, per la sua audace singolarità, vi invitiamo a scoprire e sperimentare.

Il doppio finale, con il dialogo crepuscolare tra Ade e babbo Pardo e la loro progressiva consunzione nel vuoto dello spazio bianco e delle interpunzioni, risuona come un requiem sussurrato per la finitezza dell’essere e per l’illusione della permanenza. È un addio che si fa eco nel silenzio, un invito a contemplare i vuoti esistenziali con una quieta accettazione.

Il verso di Ade non è un’opera per cuori pigri o menti in cerca di facili consolazioni. È una sfida intellettuale ed emotiva, un’immersione in un flusso di coscienza destrutturato che richiede al lettore una partecipazione attiva e una disponibilità a navigare nell’ambiguità. Unica e coraggiosa, è una sperimentazione letteraria che si sottrae alle facili etichette e che, proprio nella sua frammentazione e nel suo mistero, rivela una potente e inquietante coerenza interiore. Un libro che non si legge, ma che si esperisce come un’eco lontana proveniente dalle profondità del linguaggio e dell’anima.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Andrea Pio Cristiani, iniziatore del Movimento Shalom, sui funerali di Papa Bergoglio

Mi avete chiesto perché non sono andato alle esequie di Papa Francesco, ma ho scelto di ringraziarlo da casa celebrando per lui una messa nel monastero delle clarisse a Fucecchio insieme a coloro che vorranno partecipare.


Sono nauseato dai discorsi che sento anche da parte di coloro che lo hanno avversato e ferito con ingiurie in questi dodici anni di servizio come Vescovo di Roma e dunque capo della Chiesa, primo testimone della Resurrezione del Signore e garante del primato dell’ amore.
I peggiori avversari e denigratori li ha trovati proprio in casa, in gonnella rossa e non c’è da stupirsi considerando la sua guerra ai privilegi, ai fasti, alla ricchezza, alla carriera, ai titoli, agli ossequi, ai palazzi, ai sudditi, ai fronzoli da principesse rinascimentali e al salire e scendere su auto di grossa cilindrata.
Altra grande corrente di nemici è formata anche da diversi di coloro che in queste ore gli rendono omaggio, magari teatralmente commossi … sono loro gli affamatori dei poveri, i detentori delle armi più potenti per annientare il mondo, i fautori delle guerre, i grandi proprietari delle ricchezze derubate ai poveri.


Eccoli piangere coloro che lo hanno deriso. La moltitudine dei poveri privati anche dell’ aria pura, dell’ ecosistema e dell’ acqua potabile , sempre più costretti a fuggire ed eccoli umiliati e respinti. La voce di Francesco si è spenta, chi li difenderà?
La curiosità del mondo verso la Chiesa è rivolta più agli aspetti rituali e istituzionali in quanto sopravvissuta ai secoli, che non al suo reale essere la comunità di Cristo che ha così ben rappresentato Francesco fin dal suo esordio. Contrastato nella sua volontà di riformare la Chiesa, modellandola sul Vangelo, più che con la parola quasi sempre incompresa, ha parlato con i segni, dal mantellino rosso simbolo del potere al suo insediarsi nella camera di un modesto albergo. Dalle visite fraterne ai carcerati, al suo contagioso struggente amore per la gente fino all’ultimo. Basta pensarlo ed emergono alla memoria gesti e parole liberanti. Una eredità che non sarà facile cancellare.
Le “eminenze”, come si fanno chiamare, presto entreranno in conclave per eleggere il successore di Francesco. Ci auguriamo che siano consapevoli che non c’è un potente da eleggere, né un equilibrio da tenere, ma una verità da servire, che è una persona vivente che detesta pompe, privilegi, poteri e ricchezze e che vuole una comunità di eguali che vivono da sorelle e fratelli e che aborriscono nazionalismi, armi e guerre.

Andrea Pio Cristiani – Iniziatore Movimento Shalom

Intervista a Ritanna Armeni per “A Roma non ci sono le montagne” (Ponte alle Grazie, 2025), di Gabriele Torchetti

Siamo davvero contenti di festeggiare il 25 aprile, ovvero la liberazione dell’Italia dalla tirannia nazifascista, con un libro appassionante di un’autrice autorevole, già impegnata in precedenti pubblicazioni nel racconto della Storia del ‘900 italiano. Stiamo parlando dell’ultimo romanzo di Ritanna ArmeniA Roma non ci sono le montagne“, edito da Ponte alle Grazie, che ci porta nella Roma occupata del 1944, dando voce ai partigiani protagonisti dell’azione di via Rasella, episodio cruciale e controverso della Resistenza. Il nostro Gabriele Torchetti ha avuto la fortuna di porle alcune domande.

Ciao Ritanna e benvenuta a Il randagio. “Una donna può tutto – 1941: volano le Streghe della notte”, “Mara. Una donna del Novecento”, “Il secondo piano”, “A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”, sono gli ultimi quattro romanzi pubblicati per Ponte alle Grazie. Storie diverse ma accumunate da due elementi specifici, il contesto storico e la Resistenza (più o meno esplicitata), è una casualità o una scelta consapevole?

E’ una casualità, ma, come spesso accade, dietro quelli che appaiono casi ci sono motivazioni più profonde che riaffiorano magari qualche tempo dopo. Viviamo tempi incerti, in cui anche i valori più profondi della nostra identità vengono messi in discussione, in cui è difficile persino definire se stessi. E allora ripercorrere il contesto storico delle nostre origini democratiche, rifletterci, capirle, raccontarle è stato per me istintivo. Sono nata e cresciuta in una democrazia: come si è formata? con quali vincoli? quali debolezze? C’è stato un periodo della nostra storia nel quale tutto era “in nuce”. Ripercorrerlo, capire di nuovo e attraverso le storie e i sentimenti delle persone , come avviene  nei miei romanzi, è un modo per capire che cosa dobbiamo fare oggi quando siamo più incerti e ci pare che gran parte di quei valori si siano oscurati.

“A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”è l’ultimo appassionato romanzo fresco di stampa, con un titolo lungo ma incisivo, che si scopre durante la lettura.  Che cosa vuol dire che “A Roma non ci sono le montagne”?

Vuol dire che la resistenza romana non va raccontata e giudicata come la Resistenza in altre parti del paese, come quella sulle montagne. A Roma non c’erano gli operai in sciopero, non c’era un esercito di liberazione con le sue gerarchie, il suo ordine,  non c’era un ambiente naturale che riparasse dal nemico. A Roma i partigiani erano più soli, per ripararsi avevano solo i portoni, le case degli amici, a volte le chiese. Potevano contare su una resistenza “sociale” ma spontanea, disorganizzata.   E il tradimento la delazione erano all’ordine del giorno. In questo contesto nascono i Gap e nascono i Gap centrali quelli che agiscono nel centro della città e organizzano l’azione di via Rasella.

Il 23 marzo 1944 ha segnato la storia, un’azione armata antifascista che ha ucciso 33 tedeschi e che ha avuto come conseguenza la condanna a morte di 335 civili italiani. Il romanzo fa un passo indietro e ci conduce alla preparazione dell’attentato messo in atto dai giovani partigiani dei Gruppi di azione patriottica? Qual è la motivazione che spinge questi giovani a combattere in prima persona? Hanno in qualche modo scontato l’ardore della lotta armata?

I giovani di cui parlo sono borghesi, colti, spesso studenti o professori universitari. Avrebbero potuto avere una vita sicuramente più facile di tanti loro coetanei, invece scelgono di vivere nella clandestinità, di mangiare quattro volte alla settimana, di dormire dove è possibile, spesso in luoghi malsani. Per capire i motivi di questa scelta bisogna ricordare che cosa era Roma occupata dai nazisti. Altro che “città aperta”! Il nemico era dappertutto, dominava. Era stato rastrellato il ghetto, trasferiti i carabinieri, le prigioni erano luoghi di tortura , c’era la fame e l’oppressione più spietata. I giovani dei Gap volevano dare un segnale ai romani. Ribellarsi era possibile. Era possibile , come fecero loro in decine di azioni nel centro della città, colpire il nemico. Via Rasella fu una di queste azioni. La più importante nell’Europa occupata dai nazisti. 

Donne e Resistenza è un binomio di cui si parla sempre troppo poco, eppure nelle tue pagine c’è una figura che inconsapevolmente ruba la scena con ardore e coraggio, chi è Carla Capponi? Qual è stato il suo ruolo all’interno di questa vicenda? E quali sono state le altre donne della Resistenza romana?

Mi è sembrato di capire leggendo e studiando le donne dei Gap, ascoltando le loro voci che sono differenti dalle donne partigiane del nord. Queste ultime, come è stato da più parti sostenuto, avevano un ruolo subalterno che nulla toglie al loro coraggio e al loro eroismo, ma che fa capire quali fosse il rapporto uomo -donna anche in un periodo così fecondo di cambiamenti. Le gappiste romane  erano donne colte, agivano in piccoli gruppi – due tre persone – o da sole. Di fatto erano più autonome, più libere. Non si limitavano ad accompagnare gli uomini, organizzavano le loro azioni  anche se spesso gli uomini non approvavano pienamente. Questo mi ha molto colpito.

Un romanzo corale, i protagonisti sono i ragazzi dei Gruppi di azione patriottica, c’è qualcuno tra questi che hai amato particolarmente?

Scrivendo questo libro ho avuto molti innamoramenti. Ho trovato splendide le donne, Carla, Maria Teresa, Lucia. Sono rimasta affascinata da una figura come quella di Carlo Salinari, letterato illustre che diventa capo dei Gap, dalla tormentata figura intellettuale di Franco Calamandrei. Potrei continuare… ognuno di loro aveva qualcosa da dirmi. E io ho cercato di ascoltarli fino in fondo.

6) Nel libro appare per poche pagine, eppure la sua aura ha lasciato il segno anche nel libro. Da pugliese, da terlizzese adottivo devo chiederlo necessariamente. Vuoi dirci qualcosa su Gioacchino Gesmundo?

Mi è dispiaciuto non potere raccontare nel mio romanzo  più diffusamente di Gioacchino Gesmundo, vittima delle Ardeatine e figura di riferimento morale e intellettuale per i giovani di cui parlo. Era per loro un maestro, nel senso più nobile di questa parola. L’uomo il cui esempio era da seguire sempre, nella lotta, ma anche nella riflessione, nella critica. Di cui tutti si fidavano. Fiducia ben riposta. Quando Gesmundo fu preso dai nazisti subì atroci torture ma non tradì nessuno dei suoi compagni. È una figura su cui c’è ancora tanto da indagare e da scrivere.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Wanda Marasco: “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza), di Valeria Jacobacci

 Non esiste un solo Ottocento, come sa bene chi è appassionato di un’epoca così significativa per i presupposti tutt’altro che scontati dei tempi futuri. Di quel periodo la Marasco mette in luce lo spaccato degli intelletti nostri tipicamente meridionali, volontariamente rinunciatari della propria individualità in favore di un bene più alto, nazionalista, che porta all’Unità d’Italia e a gran parte degli eventi che si affacciano al Novecento.

  

Non c’è da meravigliarsi se accanto alla tisi, che faceva strage di eroine romantiche nelle opere liriche, si manifestassero almeno due mali estremi per gli animi sensibili, la follia che si accompagna alle allucinazioni degli artisti, e il male di vivere, un’anticipazione dell’esistenzialismo del secolo successivo. Oppure si tratta di un rinvio al taedium vitae di Lucrezio, che lo associa alla malattia dello spirito, e forse alla noia di cui parla Seneca, l’assenza di senso, che fa dire a Cicerone di tornare indietro, al barcaiolo che lo sta portando lontano dalla lama del sicario venuto a tagliargli la gola. Questa ricerca della morte si camuffa da malattia mentale, nient’altro che uno stato di lucidità estrema, l’orrore della verità senza veli.

Ma cominciamo dall’inizio, come si diceva, appunto, nei romanzi dell’Ottocento. Il male di vivere nel Sud dell’Italia ottocentesca risiede nei due momenti fondamentali dell’esistenza, il tempo racchiuso fra il primo vagito e l’ultimo respiro e la dimensione estesa di un tempo  fermo sempre uguale a se stesso. Quest’ultimo è il dramma del Gattopardo,  inorridito ma impassibile di fronte al “tutto cambia affinché tutto resti uguale”, dall’altra parte c’è la percezione di un movimento che comunque esiste e al quale bisogna dare un contributo personale. Almeno per alcuni decenni, questo  sembra possibile, la volontà trova intoppi ma poi si libera, segue il percorso a tratti faticoso e a tratti in picchiata verso qualcosa.  

Il medico Ferdinando Palasciano è  un personaggio storico, di straordinario talento ma non possiede il cinismo necessario alla sopravvivenza. Chissà, forse se avesse conosciuto Giuseppe Moscati, il medico santo che sarebbe nato a Napoli poco dopo, avrebbero collaborato, invece le cose andarono diversamente. Come altri personaggi eccellenti che appaiono nel romanzo, il pittore Vincenzo Gemito e il meno famoso ma celebre Eduardo Dalbono, autore di paesaggi indimenticabili di Napoli e del Vesuvio, il giovane Ferdinando Palasciano riceve riconoscimenti internazionali per il suo pregevole lavoro di medico e si fa notare per i suoi incrollabili princìpi.

Sarà l’ispiratore per la creazione della Croce Rossa. Durante la spedizione di Garibaldi in Sicilia  era stato arruolato fra le file borboniche, sul campo di battaglia, dov’era ufficiale medico, non esitò a curare i feriti di entrambi gli schieramenti. Chiamato a giustificare il suo operato dal generale Carlo Filangieri, spiega che il soldato va onorato e rispettato qualunque sia la sua appartenenza. Viene condannato lo stesso per tradimento e solo in seguito assolto dopo un anno di carcere grazie all’intercessione di re Ferdinando II. Il Risorgimento napoletano è doloroso, complicato. Questo spiega quella sorta di inguaribile frattura subita da tanti personaggi divisi fra onori e disillusioni.

 

Fatta l’Italia, Palasciano guadagna stima e onori, sposa un’affascinante contessa russa, Olga di Vavilov, che ama appassionatamente e che guarisce da una zoppìa considerata incurabile. Insieme costruiscono e abitano una bella villa dominata da una torre. La Torre è simbolo di spiritualità eccelsa ma prefigura la morte come in un romanzo gotico. L’eccesso di sensibilità racchiude una consunzione morale alla quale i due non possono sottrarsi, quasi che lo sforzo fosse di troppo superiore alle reali capacità umane.

Lo spirito romantico racchiude una radice esoterica che a Napoli è particolarmente sentita. Tutti i personaggi vivono almeno due dimensioni, parlano più lingue, a quella della scienza si affianca il dialetto dei servi ma anche dei napoletani tutti, un linguaggio nobile, forbito, pieno di significati. Il cimento politico del dottor Palasciano diventa frenetico, nella bella villa si svolgono serate e concerti, Olga canta i più difficili lieder, non rimpiange la Russia, ha nugoli di ammiratori, nulla di fronte al legame indissolubile che la lega a colui che l’ha salvata dalla zoppìa. Si tratta di una zoppìa reale o psicologica? Entrambe le cose, la femminilità di Olga è di per sé zoppa.                                                                                                                                       

Il colpo di grazia alla salute mentale del dottor Palasciano lo dà la perdita della sala operatoria, fiore all’occhiello del suo ospedale. Così è la pazzia a fare da padrona, il medico è rinchiuso in una casa di cura, Villa Fleurant, dove a fargli compagnia è il fantasma di Vincenzo Gemito, anch’egli fuori di sé per l’incomprensione della sua arte, o, forse, per il sospetto di averne persa la reale ispirazione. Un altro artista attende al varco il dottore all’uscita dal manicomio, quando sembra ormai guarito. E’ Eduardo Dalbono, al quale il medico commissiona una serie di vedute del Vesuvio, da eseguire in una “camera della poesia” che si trova all’interno della Torre. E’ nella Torre che l’amore di Olga cambia obiettivo, il pittore è irresistibile, ma i princìpi morali e la fedeltà al marito lo sono di più. Ferdinando lo sa, capisce, ama parimenti l’amico pittore e la meravigliosa contessa che è sua moglie. Il ménage a trois non è possibile, non ci siamo arrivati, ammesso che si possa considerare una via di fuga. La Torre resta simbolo esoterico di un’immortalità  messa costantemente in dubbio, l’amore è sacrificato, la felicità è una poetica zoppìa.

“Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco è nella dozzina dei candidati al Premio Strega 2025.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Teatro: “Re Chicchinella” – Emma Dante rilegge Basile, di Brunella Caputo

Dopo “La scortecata” e “Pupo di zucchero”, Emma Dante conclude l’ideale trilogia dedicata a “Lo cunto de li cunti” con “Re Chicchinella”, una rilettura della favola nera, grottesca e amara, tratta dal capolavoro di Giambattista Basile.

La storia, surreale e immaginaria, ha come protagonista un re che per sbaglio, dopo aver defecato, si pulisce con una gallina viva. Da questo insolito, insano e impensabile gesto deriva la sua condanna: da quel giorno lo sfortunato sovrano dà alla luce, con sforzo sovrumano, bellissime uova d’oro.

Una fortuna incalcolabile! 

Questa fantastica e alquanto insolita ricchezza farà la felicità dell’intera corte e dell’ ingrata famiglia del re. Infatti, quest’ultimo verrà quotidianamente adulato con pranzi luculliani affinché possa continuare a produrre questa innaturale ricchezza. 

Il re, dal canto suo, soffre in maniera indicibile e decide di lasciarsi morire di fame pur di distruggere il male che domina il suo corpo: la sventurata gallina.

La scena è nera e vuota. La luce che la riempie confonde, tanto è perfettamente studiata e precisa. Gli attori, tutti, sono perfetti nel corpo e nella voce: abili personaggi variegati, dotati di intensità e forza non comuni, danzatori e attori intorno al bravissimo Carmine Maringola (il re) che, in una particolare veste nera, a torso nudo, si dimena, affannandosi e soffrendo, davanti allo spettatore attonito e affascinato dalla sua potente fisicità.

 

La scena vuota fa parte del linguaggio teatrale di Emma Dante, ma ogni volta è vuota talmente bene da sembrare piena, nel senso che tutto ciò che non è reso visibile è perfettamente illustrato con corpo e voce dagli attori (tutti bravissimi e che meritano di essere applauditi infinitamente). Il racconto della storia somiglia ad una grande lotta tra tanti eserciti di emozioni in combattimento continuo: l’esercito della rabbia, quello della compassione e quello dell’amarezza; l’esercito spirituale, quello concreto e quello fantastico; l’esercito arcaico, quello contemporaneo e quello del quotidiano; l’esercito delle presenze, quello delle assenze e quello delle illusioni.

Emma Dante, con il suo perfetto adattamento della fiaba/novella di Basile, elimina dal palcoscenico la magia fiabesca del testo originale e catapulta lo spettatore nel nero vortice di temi come la corruzione e la sete di ricchezza dell’uomo.

La talentuosa regista è abile nell’uso della metafora per rappresentare la profondità dell’animo umano e trascina con maestria chi guarda, nel sogno e nell’incubo di questo spettacolo. 

La strada che lo spettatore percorre è impervia ma perfettamente trascinante nel potente universo della regista; un universo dove ci si disseta alla fonte del dialetto napoletano del seicento, abilmente rivisto e mescolato con parole francesi e di cui si apprezza la leggerezza e la forza, la nostalgia e la musicalità. Ma la parola è resa essenziale; è il corpo a dettare ritmi e regole.

In questo spettacolo i ruoli si confondono; si alternano buio e luce, silenzio e rumore, danza e riposo, abiti e nudità. 

È una giostra senza tempo, che gira continuamente come il re con il suo abito circolare. Gira, gira, gira fino alla fine della musica che corrisponde alla fine della vita del re e del suo tempo, ma che continua in un altro tempo, in cui a governare sarà una bellissima gallina bianca (apparsa in scena viva, in carne e ossa) che rappresenta la più vivida fonte di luce sul nero palco e che diventa protagonista dell’intera scena. 

È la sopravvivenza degli ultimi. 

L’ultimo sforzo del re per deporre l’ultimo uovo fa nascere la splendida gallina che aveva in corpo, quella che gli faceva mettere al mondo uova d’oro. Ma ora che la gallina è fuori dal corpo di un re, continuerà a deporre uova d’oro?

All’immaginazione di chi ha assistito, il compito di considerare ciò che ha visto un semplice gioco grottesco o un raffinato affresco dell’umana meschinità. 

Applausi!

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.