“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez è con ogni probabilità il romanzo più famoso della letteratura latino-americana e rappresenta uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale. Noto per aver dato vita al cosiddetto “realismo magico” mescolando elementi fantastici con eventi storici, il racconto è ambientato nell’immaginario villaggio di Macondo e narra le vicende di sette generazioni della famiglia Buendia.
Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su “Cent’anni di solitudine”.
Buona visione!
Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.
TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.
Ho riletto recentemente “Specie di spazi” di Georges Perec e diciamo che l’ho trovato sempre originale. Riflettere sugli spazi o sullo spazio in cui viviamo. Nel primo caso ci ritroveremmo come piccole monadi rinchiusi in una gabbia a dialogare con noi stessi, nel secondo in uno spazio grande e cosmico, liberi di muoverci, soffici e leggeri come piume, lucciole e libellule che si scontrano come dervisci rotanti. Ma non è solo questo, andiamo sempre oltre quando pensiamo allo spazio, lo pensiamo in senso filosofico, poetico, storico, materiale, spirituale, lo pensiamo curvo e vuoto o pensiamo a quello dove finiremo un giorno che è quello cosmico anche se anche lì non sappiamo se apparterremo ad un tutto in senso materiale o a quello che qualcuno aveva definito etere e in cui saremo una particella infinitesimale del tutto ma sempre in movimento, sempre danzanti.
Non è questo lo spazio di Perec. Lo spazio di cui ci vuole parlare è quello dove siamo in un preciso momento o istante, sia anche una pagina di word su cui stiamo scrivendo poesie, racconti e divagazioni o più frequentemente formulari da compilare, attestati di presenza, richieste di partecipazione, giustifiche per assenze, proposte di collaborazione, curricula. Lo spazio circoscritto delle nostre giornate è per qualcuno una stanza grande almeno 5 per 5, media 4 per 4 o una piccola 3 per 2, ma sempre e tutte con un divano o una poltrona o tutte e due, con dei cuscini, una scrivania poggiata alla parete ed un pc, questo schermo che sfora nel mondo anche se non ci siamo. Un mondo che non ci appartiene eppure ci appartiene perché partecipiamo con i nostri pensieri, ne seguiamo le rotte a vele spiegate o ci areniamo in terre desolate o popolate da mostri sconosciuti o amici fedeli. Sono ancora sul foglio word e vedo attraverso questo foglio word. Qualcuno ha uno spartito che riempie di note i cui suoni suscitano estatico stupore mentre intorno, attaccati alle pareti, sono appesi quadri che abbiamo scelto perché rappresentano una immagine che ci solleva il cuore, che ci fa compagnia nella solitudine, insomma ci fa stare lì dove non possiamo stare. Poi c’è una tv, queste variano anche nelle dimensioni e servono per guardare lontano e sempre là dove non potremmo essere. Intorno ancora scaffali o librerie, libri chiusi e aperti e sempre con tanti mondi dentro che rielaboriamo e cerchiamo di capire o ci divertono o ci intristiscono e ci fanno capire come siamo felici o come siamo sfortunati. Poi ci sono i tappeti ed anche quelli servono per sfuggire al grigiore, portare un po’ di allegria. Dimenticavo le finestre che si affacciano sullo spazio fuori che può essere una piazza, una strada frequentata dai ragazzi, da bambini e da mamme, quando sia in prossimità di una scuola, da anziani quando ci siano panchine poste sotto gli alberi per ritrovare ristoro e compagnia e sempre se l’età lo permette. Quanti spazi! E poi ci sono gli spazi delle auto, dei bus, dei treni, delle navi e degli aerei e questi ci portano da uno spazio all’altro: paesi, città, continenti perché non siamo mai contenti di stare in uno spazio! Devo dire che Perec ha avuto una bella idea e quanto minuziosa e paziente la sua descrizione, meticolosa e attenta presentazione dell’uomo artificiale!
Georges Perec (1936- 1982), di famiglia ebraica emigrata dalla Polonia, ha trascorso gran parte della sua vita a Parigi. Nel 1967 entra a far parte del gruppo letterario l’OuLiPo, fondato da Raymond Queneau, di cui era membro, tra gli altri, Calvino. “Le cose. Una storia degli anni Sessanta (Les Choses. Une histoire des années soixante, 1965)”, “Un uomo che dorme (Un homme qui dort, 1967)”, “Specie di spazi (Espèces d’espaces, 1974)“, La vita, istruzioni per l’uso (La vie mode d’emploi, 1978). Già solo qualche titolo ci sottolinea come l’elemento autobiografico sia trave portante dell’opera di Perec. Una instancabile attenzione al vissuto, osservato e sezionato in tutti i suoi anfratti e in tutte le combinazioni possibili! Piccoli ed infiniti universi dove vale un “assoluto presente soggettivo”. È questo il significato che Calvino dava al termine iper-romanzo, dove le sue parti “sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata”; che funziona come “macchina per moltiplicare le narrazioni”; “costruito da molte storie che si intersecano”. Un spazio con vite dalle infinite possibilità. Uno spazio vuoto e concavo in cui i corpi e gli oggetti si agitano, si scontrano, si sfiorano, si allontanano e si ritrovano, si osservano e poi voltano lo sguardo creando sottili legami, nodi invisibili che non si scioglieranno mai. E per concludere Pensare e classificare, l’arte di disporre i libri nella libreria di casa; il catalogo dei luoghi ideali per viverci; il metodo automatico per fabbricare aforismi impeccabili di estrema saggezza. Gli elenchi sono una specialità di Perec e riescono a dare piacere, a volte a far sorridere. Un tentativo di dare, di trovare ordine e senso nel caos dell’esistenza?
Maurizia Maiano
Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
Raggi cosmici, onde gravitazionali, un universo in evoluzione; una storia appassionante raccontata da Messaggeri cosmici. L’universo, i suoi emissari e noi, di Loreta Minutilli, Edizioni TLON, 2025, 112 pagine. Una storia che viene da lontano e che è parallelamente anche quella del cammino della nostra conoscenza, della nostra capacità di osservare e interpretare ciò che ci circonda. Ciò che ci ha preceduto e che esiste da ben prima della nostra comparsa. Il cammino che abbiamo intrapreso ha per scopo l’ampliamento delle nostre consapevolezze; con esso cerchiamo di darci una collocazione nel creato. Ci proviamo da secoli di studi, di riflessioni a volte ostacolati da posizioni antiscientifiche e dogmatiche, quelle della Chiesa di un tempo, che sanzionava la messa in discussione di concezioni fissate dal credo religioso.
Il progresso del pensiero e gli interrogativi sul senso della nostra esistenza e sul nostro ruolo nell’universo sono però un dato di fatto. In altre parole l’uomo ha iniziato a interessarsi ai messaggi che il cosmo gli manda da distanze temporali difficili da immaginare, soprattutto per i non addetti, ma quelle che ci invia sono missive dense di significato, scritte in una lingua che sta a noi decifrare. I raggi cosmici sono così delle testimonianze di vita dell’universo, del suo passato, e contengono delle informazioni con le quali intuire il suo futuro. Essi sono “il primo vagito degli atomi nati nello spazio interstellare”, aveva detto il fisico statunitense Robert Millikan, Premio Nobel per la fisica nel 1923 per i suoi studi sulla determinazione della carica elettrica dell’elettrone e sull’effetto fotoelettrico. Si tratta di una frase citata nel libro dove si descrive lo scontro di opinioni fra Millikan e altri scienziati sulla vera natura dei raggi cosmici. Il dibattito è proseguito e con esso gli studi che, scrive l’autrice, hanno portato alla nascita di “un nuovo ramo dell’Astrofisica – l’Astrofisica particellare […] – e un nuovo ramo della Fisica, la Fisica delle particelle”. Ma questo è solo uno dei possibili esempi.
L’opera è di argomento prettamente scientifico ma non le manca un approccio umanistico nel ripercorrere il progresso della nostra indagine del cosmo e nel porci la domanda se davvero l’universo non abbia niente a che fare con noi. In tre capitoli seguiti da un epilogo dal titolo invitante: “Almeno noi nell’universo”, Loreta Minutilli, che ha studiato Astrofisica a Bologna ed è autrice di altre opere, ci guida in un percorso narrativo in cui la storia delle grandi scoperte astronomiche interseca la sua personale esperienza, dagli anni del liceo a quelli dell’università. Concentrandosi sui raggi cosmici, sulle onde gravitazionali e su altri fenomeni cosmologici, ci invita a esplorare un universo in costante evoluzione all’interno del quale ci muoviamo anche noi nel tempo, e lo facciamo in modo cosciente soprattutto se mossi da una sete di sapere che ci porta alla ricerca di noi stessi.
Massimo Congiu
Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista, scrive per Il Manifesto, MicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli. Studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo in Ungheria, cui ha dedicato libri e saggi. Svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone la millefoglie ispirata a “Il ventre di Parigi”, il romanzo scritto da Émile Zola nel 1873, il terzo del ciclo dei Rougon-Macquart. Ambientato nel mercato di Les Halles, dove la ricchezza e l’abbondanza di cibo convivono con la miseria e le tensioni sociali, il libro descrive un mondo dominato da piccoli commercianti conservatori e una società dove il mercato diventa simbolo di un torpore e di una sazietà che rendono chiunque incapace di accogliere alcun cambiamento.
*** LA MILLEFOGLIE DI ÉMILE ZOLA ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
“Aveva massimamente una gran tenerezza per il forno Taboreau, dove tutta la vetrina era riservata alle paste dolci; prendeva la via Turbigo e rifaceva dieci volte i suoi passi per fermarsi davanti ai croccanti, alle sfogliate, alle paste frolle, alle africane, ai piatti di baba al punce, di marroni giulebbati di polpette alla crema; ed era anco tutta inuzzolita dai vasi di cristallo ripieni di paste secche, di brigidini, di amaretti. Il forno, pieno di luce, con larghi specchi, marmi, dorature, palchettini per il pane, di ferro lavorato, e coll’altra vetrina, dove bei pani lunghi e lucidi s appoggiavano in basso ad una lastra di cristallo, e in alto a una verghetta d’ottone, si manteneva in un grato tepore di pasta cotta, che la faceva andare in dolcitudine ogni volta che, cedendo alla tentazione, entrava a comprare un pasticcino di due palanche.”
Ricette Letterarie: la millefoglie di Émile Zola
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
Millefoglie
Ingredienti per una torta di diametro 20cm (per quattro persone)
Per la crema pasticciera
400g latte fresco intero
100g panna fresca
5 tuorli d’uovo di taglia M
150g zucchero bianco
50g farina bianca per dolci
I semi di mezza bacca di vaniglia
NOTA: questa è la ricetta classica con la farina. Se preferisci usare l’amido di mais al posto della farina con questa ricetta lo puoi fare, ma sappi che otterrai una crema “budinosa” e ti converrebbe usare 25g amido di mais e 25g amido di riso per ottenere la giusta consistenza.
Per la crema Chantilly all’italiana (o Diplomatica)
La crema pasticciera che hai realizzato
250g di panna fresca
50g di zucchero a velo (la regola è 1/5 del peso della panna)
1 foglio gelatina oro (opzionale)
Per la pasta sfoglia
Due fogli di pasta sfoglia già pronta
Una vaschetta di lamponi o fragoline di bosco se ti piacciono
Procedura
Il giorno prima prepara la crema pasticciera.
in una ciotola capiente mescola i tuorli con lo zucchero e la vaniglia, aggiungi la farina e amalgama bene la pastella. Infine aggiungi il latte mescolato con la panna. Versa il composto in una casseruola dal fondo spesso e porta a cottura la crema, mescolando continuamente con la frusta fino quando non si addensa. Capisci che è pronta quando senti il profumo della crema, non puoi sbagliare. Usa una fiamma viva ma non eccessivamente alta. Quando la crema è pronta versala in una ciotola, coprila a contatto con la pellicola trasparente adatta al microonde e riponila in frigorifero a raffreddare tutta la notte.
Il giorno dopo.
Cuoci la pasta sfoglia
Prendi i due fogli di pasta sfoglia e ritaglia due cerchi del diametro di 22cm. Piega e metti da parte i ritagli perché ti serviranno più tardi. Cuoci i due cerchi in forno caldo a 220°C per 10 minuti. Poi abbassa a 180°C e cuocili per altri 20 minuti. Devono risultare doratissimi.
I cerchi si gonfieranno fino formare due palloncini. Una volta cotti rompine uno per formare delle scaglie di sfoglia, con le quali ricoprirai la torta. Con molta delicatezza dividi in due dischi l’altro palloncino, che metterai al centro del dolce durante la composizione per dare una deliziosa nota croccante. Per ora, però, metti tutto da parte.
Prendi i ritagli dei due fogli di pasta sfoglia e piegali insieme. Stendili con il matterello ad uno spessore di 5mm e ricava due nuovi cerchi, sempre da 22cm. Bucherellali con i rebbi di una forchetta e cuocili in forno caldo a 190°C fin quando diventano dorati (ci vorranno almeno 30 minuti). Saranno la base e la copertura della torta, lasciali raffreddare prima di utilizzarli.
Prepara la crema Chantilly.
Monta la panna con lo zucchero a velo utilizzando il frustino elettrico o la planetaria. Quando la panna è montata mescolala alla crema pasticciera che, dopo la sosta in frigorifero, dovrebbe essere ben soda.
Opzionale: se vuoi essere certa che la crema Chantilly non scivoli dalla torta, tieni da parte una piccola parte di panna (10g) e ammolla il foglio di gelatina in acqua fredda. Quando la gelatina è idratata, strizzala, scalda la panna tenuta da parta e scioglici la gelatina dentro, mescolandola con vigore. Infine aggiungi il tutto alla crema Chantilly e mescola bene per distribuirla uniformemente.
Assembla la torta.
Prendi la base di pasta sfoglia (quella bucherellata) e rivestila di uno strato di crema Chantilly. Se ti piacciono aggiungi anche i lamponi freschi o qualche fragolina di bosco. Poi copri questo primo strato di crema con i due dischi di pasta sfoglia cotti ad alta temperatura. Ricopri i due dischi con un nuovo strato di crema, aggiungi qualche altro lampone e fragolina di bosco e poi chiudi con il secondo disco di sfoglia bucherellato. Ricopri ancora di crema Chantilly e rivesti la torta con abbondanti scaglie di pasta sfoglia.
Conserva la torta in frigorifero prima di servirla la sera stessa o al massimo a pranzo del giorno dopo perché con l’umidità la pasta sfoglia si ammorbidisce e perde la sua tipica croccantezza.
Luciano Bianciardi è un irregolare nella cultura italiana, anarchico per scelta, non per convenienza, randagio a suo modo e legionario di quello scrivere che trivella le coscienze. Verso la fine degli Anni Sessanta egli, ciondolando tra Rapallo e Milano, abita, nell’approssimarsi del suo capolinea, luoghi arredati dal silenzio e pervasi da un’aria autodistruttiva, tra fumo e alcool, dove tutto è complicato.
Quando, come lui, si è soli con sé stessi e ci si sente per sbaglio parte di un mondo, quando quello che c’è intorno non è altro che la stanca ripetizione di un accumulo seriale di profitto spacciato per progresso, quando gli uomini, se osano un di più, sono sempre in fuorigioco per i benpensanti, che non è detto poi che siano quelli che pensano bene, quando vengono imposte regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio, è ora di abbandonare il presente e di rifugiarsi nell’infanzia e nelle prime letture che sono state fondative del proprio pensiero. Lì Bianciardi ritrova il suo nume.
È in questo contesto che prende forma il suo “Garibaldi”, pubblicato postumo nel 1972, un romanzo-pedinamento, che è disponibile nell’edizione minimum fax con un’intensa analisi bio-bibliografica di Fabio Stassi e una ammirata postfazione di Giancarlo De Cataldo. Un testo, questo, che da un lato si nutre di una scrupolosa ricostruzione storica e dall’altro segue le tante orme lungo lo Stivale di un idealista tradito. E vediamo Garibaldi, uomo di mare, che fiuta sempre come tira il vento e che scruta sia le increspature della superficie dell’acqua sia la calma piatta, conscio di essere circondato da creature ambigue e anfibie che si servono di lui con un contratto a chiamata.
Perché questo rappresenta il generale nei disegni dei potenti che sono spesso dei tiranni: un mezzo da usare quando serve. Lui che è osannato in tutto il mondo, sostenuto e finanziato da ogni dove, richiesto da quanti vogliono liberarsi dal giogo. Persino Abramo Lincoln richiede i suoi servigi. Lo si chiama quando si vorrebbe creare uno Stato unitario nel Nord Italia, liberandosi degli Austriaci. Lo si osserva dalla finestra, come a dire: vediamo come va a finire, quando, non autorizzato, parte da Quarto e sbarca a Marsala con i suoi Mille, tra cui figurano molti bergamaschi e liguri, intellettuali, giornalisti, medici, giovani utopisti, per liberare il Sud borbonico e magari arrivare fino a Roma.
Garibaldi, nato a Nizza prima italiana poi francese, ma profondamente ligure, è sempre stato il ragazzo dei posti di mare: non si tira indietro, offre da bere e conosce le canzoni che rallegrano e uniscono gli altri, si arrampica per primo in cima ad un albero o sulle sartie delle navi. Di più: tutti lo conoscono e lo chiamano per nome, i grandi gli perdonano più malefattte che ai suoi coetanei e i coetanei gli vanno dietro. Può darsi che metta la testa a posto oppure no. Ma questo eterno ragazzo diventa un capo non perché si impone sul suo prossimo ma perché il prossimo lo sceglie.
E Bianciardi l’ha scelto quando aveva otto anni e aveva divorato in pochi giorni “I mille” di Giuseppe Bandi e ora torna a parlargli. In questo testo Garibaldi, lontano da una commemorazione stantia e unilaterale, è uno di casa, è un uomo in mezzo ad altri uomini. Il tono della ricostruzione, di questa marcatura a uomo, è colloquiale, rigogliosa e mordace, capace di catturare, tra una sparatoria e una fuga, l’essenza dell’uomo in camicia rossa (rossa perché per vestire rapidamente i patrioti sulla costa ligure non si trovò altro che le camice dei macellai) che ama l’Italia prima ancora che esista.
Quello che immagina e per il quale lotta, coagulando intorno a sé molte persone, è un paese che deve essere un albero capace di mantenere le proprie solide radici e germogliare in una terra che sia la propria e non di altri, nonostante i nodi discordanti e spuri che ne compongono il tronco. E quando la immagina non pensa a Dante o Machiavelli ma all’Antica Roma, con le dovute differenze e nonostante i prestiti impropri, per non dire espropri, ad opera di altre camicie in tempi recenti.
Garibaldi non lo sa, o forse sì, e si compiace, è come Cincinnato. Quest’ultimo, cittadino-soldato, già console, viene chiamato – strappato dal Senato dalla sua vita frugale nel lavoro dei campi – due volte a Roma per diventare dittatore, una sorta di magistratura con pieni poteri, e per salvare l’Urbe in momenti di grave difficoltà prima contro nemici esterni e poi interni. Agisce in fretta e con decisione, recluta tutto il reclutabile, vince, ma rifiuta gli onori e i clamori e dal campo di battaglia torna al proprio campicello dopo avere dato esempio di una sublime dedizione alla causa pubblica, a dispetto di interesse personale, attaccamento al potere e dissoluzione del senso civico.
Di Cincinnato Garibaldi è una versione moderna e più complessa. Sono entrambi leader che servono il popolo e non sé stessi. Il primo parla e agisce da cittadino che si sente parte di una comunità più grande, Roma. Il secondo da patriota che, spinto da ideali di libertà universale, gli Equi e i Volsci li ha in casa e decide di scacciarli dedicando tutto sé stesso per un’Italia libera. E, terminate le sue imprese, gli danno il ben servito ed è costretto a tornarsene nella sua Caprera, tra le sue api, i suoi campi, la propria famiglia, pure rimanendo sempre all’erta nella vita politica.
Bianciardi ce lo racconta come farebbe di un vecchio amico ad una cena di Natale con i parenti, lo dipinge non come il corsaro o il poco di buono che molti si ostinano a vedere, non nasconde il fatto che il suo curriculum non è immacolato, è l’outsider che ottiene i suoi risultati riscrivendo le regole e che muove una guerra di popolo a dispetto del ‘si è sempre fatto così’ dei generali professionisti.
Garibaldi inoltre non è solo un guerriero audace, geniale e anche fortunato ma è anche capace di vincere una battaglia, come sul Volturno, con una campagna studiata in piena regola. È l’uomo che ci dice: si può pensare altrimenti, lontano dal già detto e dal facile compromesso, è un rivoluzionario che prende decisioni difficili da solo, sempre vigile contro il tradimento e l’incompetenza. È l’uomo che va in Parlamento con il poncho e prende la parola, anche quando non è consentito, in mezzo a manichini nelle mani di chi manichino è già, per dire la sua verità facendo venire un travaso di bile a Cavour e puntando il dito contro i mai spariti latifondisti che si nascondono dietro le marsine.
Per Bianciardi, che lascia la vacua retorica ad altri, Garibaldi è uno di noi, pieno di sogni e fragilità, di concretezza e propensione per il gesto decisivo, di quello che resta, mai eclatante. È colui che ha bisogno di dedicarsi ad una causa coerente ai propri valori, investendo tutto sé stesso e ipotecando il proprio presente, anche quando lo fanno straniero in patria e lo mandano in prepensionamento.
E non c’è forse, in questo esilio volontario di Bianciardi dal presente, la ricerca di una possibile via d’uscita, con un ultimo atto controcorrente sventolando la bandiera dell’uomo Garibaldi in faccia agli scetticismi e ai revisionismi che come fiumi carsici investono la narrazione anche oggi?
Claudio Musso
Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.