Referendum: salvare il dissenso dall’estinzione, di Antonio Corvino

 Andare a votare per ridare dignità  al  lavoro ed agli immigrati oltre che all’Italia intera?

Certo. Ma c’è un altro motivo addirittura più pregnante: restituire diritto di cittadinanza al confronto e salvare dall’estinzione il dissenso.

Allora il referendum dell’8/9 giugno 2025 è quel che ci vuole per rimettere in piedi un’Italia rovesciata, se mai i suoi cittadini usciranno dal letargo e ignoreranno gli inviti del governo, della maggioranza che lo sostiene e del Presidente del Senato, a  disertare le urne sventando e magari coprendo di ridicolo il tentativo di svuotare la dialettica democratica cancellando il dissenso, disinformando e limitando le possibilità oltre che la volontà  ad esprimerlo addirittura inibendo gli spazi in cui esso si può e si deve esprimere.

È la risposta necessaria per fermare il declino della nostra democrazia, incamminata a diventare  democratura.

Non è questione da poco. C’è un momento nella vita degli uomini e dei popoli in cui si impone il dovere morale, prima che civile, di negare e contraddire la volontà del potere pena il manifestarsi di una nemesi che potrebbe schiacciarli e condannarli alla assuefazione ad una vita da sudditi.

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Racconta Sofocle che Antigone diede sepoltura al fratello Polinice violando la legge di Creonte. La punizione fu tremenda e le conseguenze deflagranti. 

Antigone venne condannata a morte e murata viva in una tomba.

Il vecchio Tiresia mise però in guardia Creonte contro tanta violenza. 

Antigone aveva obbedito ad una legge morale che andava oltre la legge degli uomini e lo stesso decreto del re, avvertì. 

Lo stesso popolo tebano manifestò pietà e a gran voce chiese clemenza per l’infelice creatura. 

Creonte turbato tornò al fine sui suoi passi ordinando la liberazione di Antigone. 

Troppo tardi. 

La fanciulla si era tolta la vita, impiccandosi.  

Emone figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone non resse al dolore e  pose fine anch’egli ai suoi giorni suicidandosi a sua volta. 

Al re di Tebe non restò che maledirsi per la durezza del suo cuore e la sordità della sua mente che avrebbe attirato su di lui e sulla città la nemesi divina.

I greci escogitarono così l’ostracismo per preservare gli equilibri della Polis ponendola al riparo dalle possibili conseguenze dell’azione degli oppositori.

La tirannide, forma di governo monocratica che non ammetteva dissenso e rendeva il popolo schiavo, secondo la definizione di Erodoto, era sempre in agguato, anche se era al popolo che il tiranno faceva riferimento per avallare o consolidare il proprio potere.

Le polis si trovarono così ad affrontare la questione del cambiamento e  dell’impatto del dissenso rispetto all’azione del governo. 

La democrazia greca doveva fare i conti con un’oligarchia di origine aristocratica spesso rissosa che deteneva ricchezze e potere e decideva le sorti stesse della città ma anche con il popolo che talora si produceva in clamorose sommosse soprattutto quando l’eccessiva concentrazione delle ricchezze negli oligarchi lo estrometteva dalla loro distribuzione, per esempio nel caso di guerre vittoriose allorquando esso rivendicava per sé un’equa ripartizione del bottino. 

Gli imperatori romani risolsero la faccenda elargendo panem et circenses.

Platone nella Repubblica e Aristotele nella Politica intanto avevano definito i confini ed i caratteri del potere democratico e di quello monocratico. In essi la partecipazione dei cittadini rappresentava il discrimine.

Governo e dissenso si ponevano dunque come i poli della vita della polis.

Il potere monocratico prevalse anche a Roma allorquando la Repubblica venne sopraffatta dall’Impero. 

Bisognerà attendere il rinascimento perché  le antiche polis riemergessero nei liberi comuni che tuttavia evolsero anch’essi rapidamente in Signorie quando non confluirono nei recinti di re ed imperatori. 

E bisognerà attendere l’illuminismo, la rivoluzione francese e la guerra civile nordamericana per la definitiva consacrazione del potere del popolo che peraltro dovette sempre fare i conti con le derive monocratiche che intanto nei tempi moderni avrebbero assunto la forma conclamata delle dittature che si appellavano al popolo, salvo privare quest’ultimo di ogni diritto, compreso quello di dissentire. 

La Democrazia, quella nata dall’illuminismo, era l’unica ad aver assunto il dissenso come dato fisiologico del proprio essere,  affermarsi e progredire. 

Emblematica in questo senso l’affermazione della biografa di Voltaire ( Evelyn Beatrice Hall “Gli amici di Voltaire”) tesa a sintetizzare il suo pensiero “disapprovo quel che dite ma difenderò sino alla morte il vostro diritto di dirlo” … ma Voltaire aveva fiducia nella luce della ragione.

Ed arriviamo alla contemporaneità. Alle aberrazioni delle dittature e dei regimi totalitari che negarono il dissenso con ogni forma di violenza sino a quelle più estreme che, come per Antigone, contraddicevano anche la legge morale. 

Servirono guerre estreme anch’esse per venir fuori dalle dittature.

E  servirono sofferenze altrettanto inaudite e lunghe per la consunzione dei regimi totalitari, primo fra tutti quello sovietico che infine implose su sé stesso. 

Le democrazie si diedero delle costituzioni che le avrebbero dovute difendere da ogni recrudescenza violenta. 

Al centro di esse la volontà popolare che, sulla scorta del pensiero degli illuministi e dopo gli olocausti nazifascisti, si pensava fosse ormai per sempre vaccinata contro quelle derive. 

Vi erano parlamenti e governi, istituzioni e magistrature atte a definire e garantire i percorsi dei popoli. E leggi furono varate per regolarne il funzionamento. Tra queste anche le leggi sui referendum che stabilivano la diretta chiamata alle urne del popolo tutto intero e dei singoli cittadini per dirimere dilemmi ed affermare principi fondamentali per essi.

I  mutamenti delle competenze e attribuzioni del governo venivano sottoposti a procedure severe che contemplavano il pronunciamento popolare. I mutamenti epocali del sentire sociale, laico e religioso, vennero sanciti dai referendum e con essi l’allargamento degli spazi di civiltà e di liberazione del popolo.

L’espressione del voto era sale e lievito della democrazia. 

In Italia le percentuali del voto sono state storicamente tra le più alte in Occidente. 

Lo spavento del fascismo aveva fatto scuola.

Anche i referendum avevano un’aura di sacralità che si traduceva in una mobilitazione della gente e dei movimenti e partiti politici che su di essa basavano la propria legittimazione.

Poi il tempo e le incrostazioni della rappresentanza  popolare  cominciarono ad affievolire l’entusiasmo e a ridurre la partecipazione.

I miracoli economici e democratici rivelarono delle lacune da cui presero l’abbrivio derive niente affatto rassicuranti. 

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L’economia prese il sopravvento sulla politica.

Le devianze iper capitalistiche imposero i loro interessi che tracimarono ovunque travolgendo le stesse istituzioni che per sé teorizzarono, al pari delle aziende multinazionali, efficienza di costi ed efficacia di risultati contro ogni idea, ritenuta inutilmente ed assurdamente utopistica, di benessere, felicità e partecipazione collettiva. 

Le privatizzazioni fecero il resto.  Ed anche le istanze democratiche subirono un deciso declino.    

E seguì anche la mutazione genetica dei lavoratori, divenuti “forza lavoro”, “merce” da offrire su un mercato sempre più inflazionato che la pagava sempre meno avendone negato ogni valore umano, culturale ed ogni contenuto di libertà. 

Così la società cominciò ad imbarbarirsi, a negare la cultura ed a deridere ogni espressione di crescita civile, sociale, individuale e collettiva. 

L’imperativo per il potere era perpetuarsi contro ogni dissenso esattamente come era stato sancito da Creonte. 

Per la gente, disillusa, prevalse la necessità di sopravvivere. 

La competizione non lasciava spazi al pensiero, alla solidarietà, alla stessa vita partecipata. 

Il lavoro finì di essere un percorso di affermazione individuale e di liberazione sociale  per assurgere al ruolo di rimedio necessario quanto estemporaneo per tirare avanti alla meno peggio e magari da barattare con qualche bonus.

Niente tutele, niente certezze, niente sicurezze. 

La mancanza di esse faceva il paio con la trasformazione stessa del lavoro in “prestazione d’opera” da offrire in mille modi e tutti precari, inclusa l’iscrizione al registro delle imprese o ad una agenzia di lavoro interinale,  in ossequio all’efficienza delle grandi e meno grandi imprese ed alla loro religione del contenimento dei costi, a prescindere da tutto, sicurezza inclusa.

Piuttosto che ripristinare il primato del lavoro la nuova italica repubblica, sempre più  irretita dai lacci della visione aziendalista e manageriale iniettata dal Club Bilderbeg, fece proprie le derive iper capitaliste. 

Gli ospedali divennero aziende. Anche le scuole divennero aziende e pure le università si adattarono a mettere in cima ai loro obiettivi la competizione che intanto veicolava nei gangli del potere, dal governo al parlamento, alle istituzioni, la cooptazione contrabbandata per meritocrazia, rinunciando al sapere ed alle competenze oltre che alla giustizia sociale e alla crescita civile. 

Le fabbriche erano ridotte a delle isole destinate a sopravvivere nelle attività residuali votate a distruggere l’ambiente circostante e la salute di chi vi abitava in attesa della definitiva consunzione. 

La ricchezza si concentrava senza rimedio, capitalizzando, con  l’innovazione tecnologica, anche le rendite liberate dall’impoverimento del lavoro.

La redistribuzione di essa veniva negata dai nuovi signori e padroni mentre la politica costruiva, in luogo dello Stato Sociale, lo Stato assistenziale che assegnava bonus in cambio di consenso. E mentre ragazzi e ragazze partivano a milioni dall’Italia e soprattutto dal Mezzogiorno con destinazione paesi europei e non, il potere di casa, divenuto schizofrenico, ignorava il fenomeno dello spopolamento e chiudeva verso i migranti che intanto percorrevano deserti e mari in cerca, a casa nostra,  di pace e di quel minimo per sopravvivere. 

La democrazia autoritaria avanzava verso la democratura coltivando il desiderio di trasformarsi, più in là, in dittatura conclamata, magari avallata da periodici successi elettorali costruiti su parole d’ordine e slogan vuoti quanto consunti e irrispettosi  per i propri stessi connazionali nel frattempo espatriati all’estero in massa. 

La difesa dei confini della “patria” contro  “invasori” inermi e disarmati oltre che stanchi ed affamati venne affermata addirittura in termini epici come se dal mare arrivasse un’armata pronta ad oscurare il sole e ad annientare la sopravvivenza stessa della nazione.

Quanti erano, finalmente, entrati furono posti in quarantena decennale per ottenere la residenza per sé ed i propri figli, nel luogo dove vivevano e lavoravano, essendo nel frattempo divenuti parte integrante, e benemerita, insufficiente ahimè, della società italiana in caduta libera quanto a crescita demografica e addirittura quanto a lavoratori, tutti in fuga, quelli italiani, verso l’estero, visto che qui i salari e stipendi crollavano senza posa.

Nel frattempo le elezioni non erano più così importanti. 

La gente prese a non recarsi più alle urne per eleggere rappresentanti che avevano sempre più le stigmate dei predestinati e cooptati. 

La coscienza civile e culturale, dapprima ignorata e poi distorta con somministrazioni di dosi massicce di vuoto edonismo e ignoranza gratuita, era stata ridotta anch’essa ad una dimensione di intorpidimento.

I referendum previsti dalla costituzione, al pari del lavoro, furono svuotati del loro senso e ridotti a superfetazioni istituzionali inutili e fastidiose. 

Di pari passo il dissenso era stato derubricato a rumore di fondo da cancellare per non disturbare i manovratori alla guida del paese. Non era più un diritto sacrosanto ma addirittura un reato dissentire, protestare. Leggi in tal senso venivano varate ed immaginate a spron battuto. 

Tornava di prepotenza  l’era di Antigone. Ancora una volta.

Ecco perché andare a votare assume oggi un valore etico e morale che riempie di contenuto esistenziale l’obiettivo referendario di ripristinare i diritti del lavoro cancellati e di riconoscere quelli ancora negati a quanti, immigrati e figli di immigrati, vivono e lavorano in questo paese.

Esprimersi sui cinque quesiti referendari del 8/9 giugno significa quindi riaffermare il valore costituzionale del lavoro contro la mercificazione di esso e affermare il primato dell’integrazione dei migranti che risponde allo stesso interesse nazionale in un paese in evidente declino demografico ed in affanno addirittura rispetto alle necessità dell’apparato economico-produttivo e alle esigenze del più ampio sistema sociale.

È tempo, dunque, di ribadire nelle urne il valore del lavoro per come esso è declinato dalla Costituzione e di esprimere la volontà inclusiva della nazione per quanti sono arrivati e si sono integrati in essa, secondo lo spirito della  stessa costituzione. 

Ed è anche tempo di fermare il disimpegno prodromo dell’indifferenza che spinge la democrazia verso la democratura che, ahimè, fa rima con dittatura.

Si tratta di  fermare, finché siamo in tempo, ancora una volta, la nemesi della storia… o quella divina se più vi piace.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Klaus Mann: ‘’Speed. I racconti dell’esilio’’ (Castelvecchi), di Claudio Musso

Nel panorama della letteratura tedesca Klaus Mann è una figura ombra e in ombra. Non solo perché oscurata dalla fama internazionale e ingombrante del padre Thomas ma anche perché la critica e gli editori non gli hanno mai riservato una adeguata valorizzazione. Per quello che aveva da dire e per come sapeva dirlo. Nel rendere musica quelle note stonate in lui insite ma frenate dalla partitura dell’etica. Meritoria dunque è l’opera di ricupero dell’editore Castelvecchi che, negli ultimi anni, sta pubblicando, in nuove traduzioni, buona parte dei romanzi di questo scrittore, membro di una ‘royal family’ letteraria ma con un suo accento peculiare, divisivo, controverso, discusso, randagio, per quelle scelte estreme che si riversano anche nelle pagine dei propri scritti.

Klaus, che da questo momento smetteremo di chiamare “il figlio di Thomas Mann”, non ha mai imparato a vivere a metà. Per questo ha bruciato ogni ponte, anche verso sé stesso, in un’epoca di compromessi. E rivela la propria creatività letteraria quando dal 1933 abbandona la Germania, già nella morsa nazista, per girare ovunque nel mondo, fare esperienza di vita e di vite e scrutare gli altri, fino ad approdare negli Stati Uniti. Qui sceglie il proprio rifugio adottando quella filosofia del lontano, cara a Pirandello, con la quale osservare e osservarsi con distanza critica, frantumando il proprio ‘io’, vedendo le cose come stanno, in sé e nel mondo di fuori, quello che lo rifiuta e quello che lo accoglie, nella libertà tragica di poterlo dire. Consapevole inoltre che è sempre difficile non smarrire la strada quando tutto intorno a noi si incrina, vacilla e collassa: la patria è, certo, lontana, l’identità di fatto si scolora, ma servono nuove bussole che letteratura spesso offre a patto che non si finisca nel mero intrattenimento di sé e dei lettori ma si faccia la radiografia scritta del proprio Sé.

È nel turbine e, al tempo stesso, nella vertigine dell’esilio e della solitudine che Klaus sviluppa una incrollabile volontà di verità. Mai disgiunta da una forma di lotta contro i fascismi cercando di aprire gli occhi alla coscienza del mondo. È in questo contesto che nascono i racconti dell’esilio, scritti tra il 1933 e il 1943 e pubblicati su varie riviste americane e non. Ora sono stati riuniti, e si tratta in gran parte di inediti in Italia, nella raccolta ‘‘Speed’’ pubblicata dall’editore romano nella traduzione limpida e spesso miniaturistica di Massimo Ferraris. Racconti dai forti risvolti autobiografici, con pochi personaggi o ambientazioni tipicamente tedesche, come ci si aspetterebbe da un esiliato, ma che crescono progressivamente di sostanza quando Mann mette per iscritto, in maniera più immediata e pregnante, la ricerca della propria identità in un contesto di dislocamento interiore, l’esilio non tanto da un luogo fisico quanto dal proprio ‘io’, la dipendenza e l’autodistruzione, tutte tensioni interiori vissute e raccontate con una ipersensibilità e una lucidità morale di chi scrive non solo per raccontare ma per provare a esistere e resistere contro le tenebre di sé e degli altri.

In queste pagine troviamo ragazzi che si accorgono di non avere mai dato peso al tempo che passa e si aggrappano a ogni secondo rimasto per viverlo con tenacia e tenerezza, immersi nella tempestosa gioia dell’attimo presente e, al contempo, nella disperazione per quello che fugge. Ci sono altri che, persa ogni illusione, non vogliono più aderire ad una causa a lunga postulata perché decidono di annullarsi in stanze di infimo ordine in alberghi topaie nella patologia della solitudine tra droghe, cinismo e consapevolezze che il mondo non cambierà mai, neanche con l’apocalisse, pervasi da un irresistibile desiderio di non vita che non amareggia il volto ma semmai lo trasfigura.

Poi ci sono giovani male in arnese che non riescono a trovare lavoro e avere qualche soldo in tasca per potersi permettere una gita con la propria fidanzata e accettano di trasformarsi in una caricatura ambulante di un cuoco che annuncia l’apertura di un ristorante per le strade di Praga mentre tutti lo riconoscono e dalle loro ‘altezze’ se ne prendono gioco per come sia sceso in basso. Dall’altra parte c’è un giovane americano, figlio di papà, uno degli ‘sdraiati’ di Michele Serra, vacanziere, che vorrebbe diventare scrittore, un po’ lezioso e un po’ spocchioso, ma che in fondo si sente uno straniero in patria e, benché abbia fatto il giro del mondo, questo mondo se lo immagina diverso quando scopre che la solitudine è sempre uguale dappertutto. Ma non c’è solo del negativo: per quanto amaro, questo periodo non va dimenticato, anzi va vissuto, basta ombre in cui rifugiarsi, perché in fondo, sussurra Mann, contiene un trionfo irragionevole di quello che solo la gioventù, certo senza limiti, senza morali altre se non la propria, può iniziare a dragare la vita.

C’è poi una certa baronessa, l’ultima vera cortigiana del secolo, che non esce mai dal suo hotel e che appartiene ad un mondo che non c’è più. La donna vive non in una casa vera, ma in un luogo di transizione dove si è sempre ospiti. E in questo spazio chiuso e limitato si consuma la tragedia della condizione dell’esule, sospeso tra un passato lasciato alle spalle e un futuro incerto. Ma c’è anche l’incapacità di inserirsi completamente in un mondo che corre troppo velocemente (Speed), trovandosi in una situazione di blocco, riluttante e alienata a entrare nella società ospitante.

In questa catena di racconti, alcuni più riusciti di altri ma eloquenti chiaroscuri della personalità autoriale, incontriamo meno personaggi reali e molte proiezioni di Mann come osservato da un prisma, meno storie da leggere più camere d’albergo parlanti come non luoghi identitari e, proprio per questo, epifanici, abitate dallo status di emigrato che porta con sé tristezza e indegnità. E in queste pagine si stagliano con forza due racconti: Finestra con le sbarre, già uscito in traduzione italiana, pubblicato nel 1937 ad Amsterdam e Speed, scritto in ingleseinedito in Italia e pubblicato per la prima volta in traduzione tedesca nel 1990 nel volume di racconti della Rowohlt. Entrambi si rivelano, tra Monaco e New York, preziosi sismografi della complessa personalità del loro autore.

Nel primo c’è il racconto delle ultime ore di Ludovico II Re di Baviera che viene rinchiuso in un castello, non in uno di quelli arditi e superlativi di cui è stato ispiratore, ma in uno spazio che è chiuso all’esterno con le sbarre alle finestre messe, si dice, a scopo decorativo. In realtà la famiglia Wittelsbach ha deciso di richiudere il principe di mezzanotte e la sua ‘paranoia’, questa la diagnosi ufficiale e lapidaria, perché ritenuto pazzo. Per spartirsi il trono e per mettere il bavaglio ai sogni.

Ludwig è il diverso, l’uomo solo che ha perso tutti, anche se non vuole trattenere nessuno, che si sente a casa nella splendida solitudine dei suoi castelli che invece la scienza definisce patologica, è una finestra sull’anima sensibile che ha scelto la bellezza in un mondo che richiede brutalità di azioni e approcci. È un Lohengrin che attraversa candido su una barca trainata da un cigno le sponde di un’anima incandescente e di un’omosessualità sempre vissuta nell’ombra su acque inquiete dove i pensieri vanno oltre le loro stesse definizioni e portano all’estro geniale. Egli è giudicato ‘malato’ perché non serve, non produce, non combatte ma sogna. Klaus Mann, come in un autoritratto speculare, lo usa per parlare di sé, degli artisti, degli emarginati e degli idealisti in tempi oscuri, per dare voce alla dignità della solitudine contro il fanatismo collettivo e per celebrare il diritto a essere improduttivi, chiudendosi in una torre dorata, in un’èra che alita solo efficienza. 

Nel secondo incontriamo un austriaco che fugge a New York perché non ariano e con nozze naufragate. Vive in un ripostiglio che non può chiamarsi camera e durante le sue passeggiate notturne, lontano dal buio, dall’odore di polvere e dal senso di chiuso, incontra Speed, un ragazzo loquace quanto bizzarro, losco e probabilmente truffaldino e tossico, privo di punti di riferimento. Che è un po’ la persona sopra le righe che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo conosciuto e che non si prende troppo sul serio, che ci ha smosso per i suoi capricci, l’eleganza provocante, l’impetuosa vitalità, lo spirito malizioso ma anche la fluidità con cui attraversa il lecito e l’illecito.

L’uomo, che vive in una nebbia di costanti bugie e di deliranti fantasie, lo osserva, lo aiuta, si fa sfruttare e gli sembra di essere tornato a vivere. Ma Speed è un angelo della distruzione, attrae ma porta con sé il senso della rovina, di vuoto e di disorientamento della modernità americana. Per il narratore egli è oggetto di desiderio inappagabile, anche perché totalmente sfuggente, è una figura tragica segnata dalla solitudine e da una lenta discesa negli inferi in una conscia autodistruzione. Attraverso questa figura Mann offre uno spaccato intenso della sua vita interiore durante gli anni dell’esilio nell’attrazione verso figure limite dalla vita disordinata, che dipendono dalla dipendenza per l’incapacità di affrontare la realtà, che mantengono una barriera tra sé e gli altri, che non vogliono mostrare la propria natura forse perché non sanno ancora di quale sapore sia intrisa.

‘’Speed. I racconti dell’esilio’’ sono, certo, opere minori, tuttavia per chi non conosce Klaus Mann si configurano come una corsia preferenziale per cogliere il senso, mai unico, di una scrittura tersa ma dolente e per affrontare poi le opere di maggiore respiro come ‘’Mephisto’’, ‘’Il vulcano’’, ‘’Il punto di svolta’’, tra diagnosi su opportunismo, cronache di senza patria e lucide autoanalisi, nate negli stessi anni dei racconti dei quali hanno respirato le riflessioni e le rifrazioni esistenziali.

Queste pagine sono un sostrato di umane debolezze e di altrettanto umane altezze che ci permettono di immergerci nei mezzogiorni ciechi e nelle mezzanotti accecanti di uno scrittore che ha dato dignità letteraria alla doppia natura della dipendenza, sia come prigione sia come fuga, allo stato dell’esilio vissuto come una lunga insonnia e come un errare andando a chiedere alla luce se per caso ha visto orme di noi lungo le siepi o i gineprai della vita. Fuori da finestre con le sbarre, per poterci raccontare per quello che siamo, per lasciare traccia in questo mondo approfittando della distrazione dei nostri secondini, per osservare la vita altrui, libera, con malinconia e distanza.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

“Spazi di Lingua Tedesca” – Maurizia Maiano presenta la nuova rubrica

Deutschsprachige Literatur, Letteratura di lingua tedesca questo il termine che si usa per definire una letteratura che nasce nell’ampio spazio geografico centrale europeo e si intreccia a culture e tradizioni diverse che hanno creato nel tempo altri legami storici ed altre idee.

C’è una letteratura austriaca. Letteratura è lingua ed in Austria, com’è noto, si parla tedesco. Letteratura di lingua tedesca è in Germania, è stata nella DDR, è in Svizzera, era nell’impero Austro-ungarico di Francesco Giuseppe, comprendente i territori intorno a Praga e a Budapest fino al mar Nero, la Mitteleuropa: patria di Kafka ed ebreo di origine e in cui l’estraniamento diventa sintesi della condizione esistenziale dell’uomo nella famiglia, nel lavoro e nella società. C’è una letteratura di autori rumeni di lingua tedesca: Herta Müller e Paul Celan a conferma del fatto che lingua e storia, vita, cultura e tradizioni si intrecciano, altri passati, altri vissuti ed altro presente.

Avremmo avuto un Robert Musil, un Peter Handke ed uno Stefan Zweig senza la Storia ed il mito della Monarchia imperiale e regia attraversata dal Danubio che arriva fino al Mar Nero? Allora lasciamo che sia proprio quest’ultimo, Zweig, a raccontarcelo: “Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conscio possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra Monarchia austriaca, quasi millenaria, tutto pareva duraturo e lo stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità” (“Die Welt von Gestern”- “Il mondo di ieri”).

Questa l’Austria di Zweig e che Handke erediterà come ricordo, immagine di un passato scomparso e che vivrà in lui nella stagione del “Nachsommer”, la stagione che segue all’estate, l’Autunno, in cui del naufragio dell’estate rimangono i colori vivi e ancora caldi delle foglie morte che inondano parchi e strade. Una letteratura, quella di Handke, che è antirealistica e apolitica. Lo scrittore incapace di agire nella realtà fa diventare le sue pagine luogo di azione e di ciò che non può realizzarsi altrove, il raccontare diventa il regno della nostalgia e della speranza. L’Austria è “la cosa grassa in cui sto soffocando”, scrive Handke e definisce la letteratura: “irreale, irrealistica. Anche la cosiddetta letteratura impegnata, benché si definisca realistica, è irrealistica e romantica”.

“Poetizzare significa trovare la verità più profonda che mai conoscerà un approdo definitivo. La Poesia nasce da un sentimento e fare poesia è la cosa più naturale nell’uomo, viene dalla rabbia, dall’amore o dallo sgomento”. Un modo autentico per rielaborare le emozioni. Il racconto ha qualcosa della dimora, per dirla in tedesco: della Heim (casa). L’esperienza si concretizza quando viene raccontata. Essa non è solo ciò che è stato vissuto ma anche un processo che ha luogo nella memoria, ricompone il vissuto e gli dà un senso. E’ un qualcosa che è andato perso, è uno smarrirsi ed un ritrovarsi. È qui che riscopriamo il passato e riallacciamo i legami con ciò che non abbiamo più (Paul Jedlowskij, “Il racconto come dimora”). È ciò che Handke riuscirà a fare ne “La notte della Morava”.

Molto intimista, dunque, la letteratura austriaca, anche quella dei due secoli passati, volta a descrivere ambienti contadini, il mondo dello Spießbürger, del piccolo borghese, abitante della Biedermeierzeit, età del Biedermeier, del probo fattore, bonario, conformista e filisteo. La vita si svolge tra “Kirche, Kinder und Kueche”, la donna divide ed organizza il suo tempo tra “chiesa, bambini e cucina”. Una sorta di società del “riflusso”, di un ripiegarsi nel passato caratterizzato dalla disillusione e dal disimpegno politico. Siamo già tra il 1815 e il 1848 e mentre in Germania ed in altri paesi europei iniziano le lotte per le libertà borghesi e per l’unità nazionale, in Austria queste si escludono, non è possibile conciliarle. Per l’abitante della “Cacania” lottare per le libertà borghesi e per la nazione significherebbe negare la propria di patria, quell’appartenenza ad un Impero che non nega le singole identità ma le esalta; tra i popoli c’è una sorta di osmosi, per cui il venir meno di uno determinerebbe un’amputazione nell’altro.

Altra è la letteratura tedesca, tutta rivolta al sociale ed al politico. Fichte sviluppa un’etica e una politica che enfatizzano il dovere dell’individuo di agire in accordo con il principio ideale e di contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e razionale. L’Io determina dunque il Non Io, la Natura, tutto ciò che sta al di fuori di sé. L’Io dell’idealismo classico è l’Io fichtiano, che guarda al “Non Io”, alla Natura, al mondo esterno per plasmarlo, vuole essere il “Genio creatore” che produrrà l’ottimismo dello storicismo ottocentesco sullo sfondo dall’idea della “pace perpetua kantiana” la cui più alta espressione artistica sarà l’ “Inno alla gioia” di Beethoven. Esaltazione di un mondo sognato eppur pensato possibile, perché dove soffierà lo “spirito della gioia tutti gli uomini diventeranno fratelli”. Per dirla con G. Lukacs la forma letteraria del “romanzo di formazione” diventa forma espressiva dell’epica moderna, dell’epopea borghese, in cui l’Io narrante racconta in prima persona il suo percorso di crescita: dalla rivolta alla famiglia, alla passione per il teatro e per l’arte, alle delusioni d’amore, fino all’accoglienza nella “Freimaurerei”, la Massoneria, dove imparerà tre virtù: Entsagung, Selbstbezwingung e Selbsbeschraenkung, rinuncia, autocontrollo, consapevolezza dei propri limiti. E’ la storia del Wilhelm Meister di Goethe che, alla fine del suo percorso, deciderà di diventare medico e lavorare per aiutare gli altri, per la giustizia sociale, per il bene comune e tutto accadrà nella “Neues Land”, quella terra oltre oceano già meta degli europei dal ‘600 in poi. Solo nell’impegno per la costruzione di un mondo migliore e nella dedizione all’altro è il senso della vita ed il superamento delle insoddisfazioni del giovane Wilhelm Meister di Goethe.

Questi i contenuti che pervadono la letteratura tedesca in tutte le epoche, anche se vogliamo fare un salto nel lontano medioevo del Parzival di Wolfram von Aschenbach. Ed anche il Romanticismo quando sogna è perché la fuga dalla realtà rappresenta il sogno che non ha potuto realizzare e il romanzo di formazione diventa un cammino interiore per comprendere se stessi, è l’ “Heinrich von Ofterdingen” di Novalis. Lo stesso Romanticismo non è altro che una rivolta contro l’industrializzazione che avanza e che minaccia di distruggere la natura: “Deutschland ein Wintermaerchen”, la Germania una fiaba d’inverno, scriverà Heinrich Heine, il più lirico e romantico tra i poeti tedeschi, sembrerebbe così, ma è anche colui che si scaglia contro l’essere troppo realisti ed incapaci di fare la rivoluzione come stavano facendo i francesi e vedeva in Napoleone l’immagine dello Spirito hegeliano fattosi carne! “Deutschland ein Wintermärchen” diventa il luogo in cui natura e sentimento di una patria ritrovata si congiungeranno.

Il presente, il XX sec. non smentirà questa tradizione. Gli eventi, le ideologie che lo travolgeranno non avrebbero non potuto non coinvolgere l’Arte cercando di smuoverne le fondamenta. Lo farà B. Brecht costringendo il teatro classico aristotelico, e fondato sulla catarsi, ad abdicare in favore del teatro epico. Il teatro epico si serve della terza persona per raccontare la storia sulla scena e di altri strumenti estranianti: cartelloni, interruzioni musicali, video e tutto questo per evitare l’immedesimazione dello spettatore che secondo le antiche regole avrebbe prodotto la catarsi. La catarsi non ci aiuterebbe a riflettere e a capire come funzionano i rapporti sociali per poterli cambiare e l’Arte se deve avere un senso deve svolgere una funzione didattico-pedagogica.

Sulla stessa onda scriverà e parlerà la letteratura della Repubblica Democratica Tedesca per cui l’Arte sarà lo strumento per la creazione di una società socialista giusta. “Der geteilte Himmel”, Il cielo diviso di Christa Wolf o la sua “Medea” ne sono l’esempio più lampante. Infine, il dramma del Nazionalsocialismo non poteva passare inosservato, richiama alla memoria quel tristissimo “Jeder stirbt für sich allein”, “Ognuno muore solo” e mette in evidenza una resistenza al Nazismo per chi vuole farci apparire la Germania di un solo colore. Infine, “Der Vorleser” “A voce alta” di Schlink, commovente e tragica analisi della rivisitazione di un passato che non si può dimenticare e che si inserisce in quella trama del dovere, che in tedesco ha due verbi per esprimersi: müssen e sollen e a cui sia Heinrich von Kleist, autore del ‘700, nel “Principe di Homburg” e sia Hannah Arendt nella “banalità del male” si richiameranno.

Infine la letteratura svizzera di lingua tedesca in cui gli autori sfoderano una grandissima capacità di autoanalisi nel confrontarsi con quelle che sono problematiche legate alla società del benessere e alle contraddizioni del capitalismo.

Maurizia Maiano

Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

“Referendum, andiamo a votare!”, di Loredana Cefalo (video)

Cari amici randagi, oggi vi racconto una storia. 

Immaginate una bella mattinata a Procida, nel 1938. Il sole splende, il mare luccica… e cosa sognano le nostre fanciulle? 

Elsa Morante ce lo svela ne L’Isola di Arturo con una frase che è un pugno nello stomaco:

 “La loro sola speranza, era di diventare le spose d’un eroe: di servirlo, di stemmarsi del suo nome, di essere la sua proprietà indivisa, che tutti rispettano; e di avere un bel figlio da lui, somigliante al padre.”

Insomma, il sogno nel cassetto? Mettere l’anello al dito di un “eroe”, passare al “suo” nome e… diventare un oggetto. Sì, avete capito bene, una “proprietà indivisa”!

Per le donne di allora, l’orizzonte era il focolare domestico, la subordinazione e, magari, un bel marmocchio “somigliante al padre”. Tipo una versione ante-litteram delle “desperate housewives”, ma senza i benefit della lavastoviglie.

E poi, BAM! Arriva il 2 giugno 1946. 

Un giorno storico. Finalmente, le donne italiane vengono chiamate alle urne (in netto ritardo per l’Europa e ci ha staccati sui finali anche la Russia).

Niente più balli principeschi con scarpette di cristallo per accalappiare un marito col cavallo bianco. Stavolta, la posta in gioco era molto più alta: scegliere tra Monarchia e Repubblica! 

In quella occasione, le donne italiane si sono presentate al seggio non per trovare il principe azzurro, ma per dare il loro contributo. La Monarchia perde (addio sogni di principesse per tutti!) e un passo da gigante viene compiuto per la condizione femminile. 

Ma ancora c’era da galoppare!

Perché, nel dopoguerra, la vita delle donne era comunque una giungla. 

Pensate: erano ancora “subordinate al marito nel regime matrimoniale”, l’indipendenza economica era un miraggio lontano, e il divorzio? Ah, quello non esisteva proprio, nemmeno se il maritino si trasformava in un orco. E qui arriva il bello (sono ironica, l’avevate capito?): erano ancora in piedi gli “istituti giuridici del delitto d’onore e del matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale”. Sì, avete letto benissimo.

Altro che favole! Se una donna osava tradire il marito, rischiava la pelle. E se veniva stuprata? Beh, la “soluzione migliore” era che lo stupratore accettasse di sposarla. Tipo “La bella e la bestia”, ma con un finale molto meno romantico e decisamente più inquietante.

Ma la storia, per fortuna, non è finita qui. Sono arrivati due “salvacondotti”: nel 1974 il referendum sul divorzio (finalmente libere di dire “addio”!) e nel 1981 la legalizzazione dell’aborto, che ha dato alle donne la libertà di decidere del proprio corpo. 

Capite ora perché andare a votare ai referendum è così importante? Non è per scegliere un partito o esprimere una preferenza. È per dire la nostra, per decidere cosa è giusto o sbagliato per noi e per la società in cui vogliamo vivere. 

Ogni singolo voto è una piccola battaglia vinta contro le vecchie “proprietà indivise” e le “scarpe di cristallo” della subordinazione!

E ora, passiamo al nuovo appuntamento con le urne: domenica 8 e lunedì 9 giugno! Due temi caldi: il lavoro (per rimettere a posto il pasticcio del Jobs Act) e la cittadinanza. 

Per farvela facile, ve le racconto come ho fatto con mia figlia, che ha quasi 5 anni.

  • SCHEDA VERDE (Il giocattolo ingusto): immaginate che vi tolgano il vostro giocattolo preferito e vi offrano delle caramelle. Ma voi rivolete il giocattolo! Se votate SI, potete riavere il vostro giocattolo. Se votate NO, vi beccate solo le caramelle. Chiaro, no?
  • SCHEDA ARANCIONE (Le caramelle illimitate): la legge vi dice quante caramelle potete avere se vi tolgono il giocattolo. Ma vi sembra giusto? E se il giocattolo era il vostro “super preferito”? Se vince il SI, non c’è limite alle caramelle che potete ottenere! Una cascata di dolcetti!
  • SCHEDA GRIGIA (Il motivo del gioco nuovo): vi danno un gioco nuovo, ma potete tenerlo solo per poco. Volete sapere il perché? Se la risposta è SI, allora votate SI. Se ve ne frega zero del motivo, votate NO. Facile come bere un bicchier d’acqua!
  • SCHEDA ROSSA (Il giocattolo malandrino): se prestate un giocattolo a un amico e lui si fa male perché se lo tira in testa, è giusto che sia anche colpa vostra? Se vi sembra di no, votate SÌ. Se invece vi sentite responsabili per tutti, votate NO.
  • SCHEDA GIALLA (L’isola che non c’è per tutti): questa è un po’ più complessa, ma ci arriviamo. 

Immaginate di voler andare a vivere nell’Isola che non c’è con Peter Pan e tutta la banda. Ci andate, ma prima di poter dire “ci abito!”, devono passare 10 anni. Vi sembra troppo? Col SI, i bimbi sperduti diventeranno cittadini italiani in 5 anni anziché 10. Meno attesa, più avventura!

Allora, capite l’importanza di fare un salto alle urne? Non lasciamo che altri decidano per noi il futuro delle nostre “scarpette di cristallo” o dei nostri “giocattoli preferiti”! 

Andiamo a votare!

Loredana Cefalo*


* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Antonello Di Pinto: “Caravaggio. Il portale per arrivare a Dio” (Curcio, 2024), di Elena Realino

Ma cos’è la felicità? Sono mai stato felice io? Sarò mai felice, un giorno? Se è quella sensazione boriosa che provo quando dipingo, allora lo sono, ma solo in parte, perché poi, quando termino un quadro cado di nuovo nelle fauci della tristezza. . .

Per gli appassionati dell’arte e della pittura questo di Antonello Di Pinto è un romanzo imperdibile: Caravaggio, Il portale per arrivare a Dio oltre a farci ripercorrere la vita del pittore ci fa inoltrare nei meandri della sua psiche, e questo credo che sia per un cultore di questo artista tutto ciò che si può desiderare di incontrare in un libro a lui dedicato; altresì vale per coloro che si accostano a lui per le prime volte, così che Caravaggio può rivelarsi loro in tutta la sua essenza.

La narrazione della vita di Caravaggio si svolge attraverso dei flashback e dei rimandi alle esperienze da lui vissute, rievocate mentre si trova nel letto di un sanatorio al termine della sua vita: tra crisi di tormento e delirio Caravaggio passa in rassegna vari momenti che vanno dall’infanzia al periodo della produzione artistica svolta a Roma (periodo centrale e dominante nella sua vita) per continuare poi con gli ultimi anni del periodo napoletano e finire col soggiorno a Malta e Siracusa. È proprio durante questa attività mentale sul letto di morte che conosciamo il suo lato umano, le cogitazioni di quei momenti sono rivelatrici di un io segreto e profondo.

Il lettore riesce ad avere l’immagine del Caravaggio uomo anche attraverso il Caravaggio pittore, e infatti nel libro la coscienza dell’artista viene esaminata proprio attraverso l’analisi delle sue opere. Di Pinto prende in considerazione il contesto in cui Caravaggio lavora a quella data opera, il luogo, lo spazio, i modelli umani utilizzati e pure i sentimenti da lui provati: è il quadro stesso a rivelare quale moto d’animo muoveva il dito del pittore in quel momento. Solo alcuni esempi: il ritratto de Il ragazzo con canestra di frutta rivela il profondo legame che univa Caravaggio a Mario Minniti, e nello sguardo di Santa Caterina d’Alessandria si riflette il nobile amore del pittore verso la cortigiana Fillide Melandroni in posa per lui.

La rivelazione dei motivi dell’animo del pittore è mediata proprio dai soggetti rappresentati, dai modelli in presa diretta, scelti da Caravaggio fra gli umili e i miserabili: scende in strada, li chiama, li fa entrare nel suo stanzone lercio ma a lui funzionale e poi fornisce un piccolo compenso che a loro serve per sopravvivere a una vita di stenti, mentre al pittore questo contributo è servito a raggiungere quello che lui vuole sia lo scopo della sua arte, ovvero realizzare la vera natura delle cose. “Egli aveva superato la lezione di Paterzano e dei manieristi lombardo-veneti, non era più necessario arrancare nella conoscenza alla ricerca del bello ideale: il bello era lì davanti e non c’era nient’altro da fare che scattare un fermo immagine: click! Il resto lo aveva già fatto Dio.”

Quel Dio tanto anelato da Caravaggio che lui riesce finalmente a riconoscere nei visi di quegli umili: sono loro a costituire l’accesso per arrivare a Dio. Il libro esplora questa dimensione spirituale in rapporto ai dipinti e alla realtà resa da questi dipinti, la cui essenzialità e sobrietà è interpretata proprio come ricerca di Dio: l’entità divina non si nasconde nei fronzoli di un’opera ampollosa, bensì si palesa nelle cose o persone ordinarie, portatrici di un’energia profonda e pura. Forse è anche per questo che più volte nel libro ci sono dei malinconici riferimenti alla condanna a morte per eresia di Giordano Bruno, la cui visione panteistica supponeva che Dio è vivo e presente in ogni cosa, il Creatore vicino alla sua Creazione. Questo e altri riferimenti relativi al periodo dell’Inquisizione e della Controriforma denotano il pensiero e i sentimenti di Caravaggio al riguardo. È il periodo del fanatismo religioso promosso in Italia al fine di rilanciare la dottrina cattolica e contrastare il pensiero luterano. Erano numerose le commissioni per diverse chiese che necessitavano di immagini per promuovere la Controriforma. La Morte della Vergine di Caravaggio fu rifiutata dalla committenza religiosa: come modello della Santa Vergine Caravaggio scelse una prostituta annegata nel Tevere, dunque utilizzò come modello un cadavere vero e proprio dovendo rappresentare la Vergine defunta. Questo spiega forse il suo ventre gonfio, ripieno ancora dell’acqua del Tevere. Insomma, tutto decisamente più profano che mistico.

I pregiudizi dell’Italia della Controriforma erano sicuramente in antitesi con la vita di strada di Caravaggio divisa tra osterie, risse e campi di pallacorda. Eppure anche in questo caso c’è una sorta di riabilitazione della figura di ‘pittore maledetto’ all’interno del romanzo: pur rappresentato nella sua irascibilità e sfrontatezza, Caravaggio è convettore di pulsazioni profonde e genuine, e nella sfida tra amore e odio che avviene in lui, a farla da padrone è un’eterna sofferenza.                                        

Rimane comunque la raffigurazione di un Caravaggio indiscreto e poco moderato, a tratti insolente, anche quando si tratta di avere a che fare con personaggi illustri dell’epoca, e questo emerge con molta evidenza dal suo linguaggio, dal modo in cui si esprime, gretto e scurrile.

Il libro si conclude con l’interessante esperienza da parte di Antonello Di Pinto del ritrovamento del dipinto Ecce homo in una Casa d’aste, che lui intercetta e riconosce come opera caravaggesca, o come un Caravaggio, appartenenza confermata poi da Vittorio Sgarbi, che peraltro cura l’introduzione del volume. Questo spazio dedicato s’intitola: La vera storia del Caravaggio ritrovato. 

Infine, è molto affascinante leggere della smania che aveva Caravaggio per le fonti di luce, così essenziali per la resa dei suoi dipinti, dove alcuni dei personaggi emergono come dal buio, e tra le ombre riflettono una sorgente luminosa. “Lavorare sotto un lucernario lo isolava da tutto il resto, era come se riuscisse in qualche modo a fermare la macina del tempo: con lo spazio circostante scuro e incerto, il dramma diventava più evidente e i soggetti assumevano pose più intense, teatrali, solenni. Tutto rimaneva bloccato in quel fermo immagine, in quel fotogramma senza tempo, indelebile, ignaro che sarebbe stato ricordato nei secoli dei secoli.”

Elena Realino*

*Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.