Ep. 2 Ifigenia: la vergine del destino
Ifigenia è il cardine tra il “prima” e il “dopo” della guerra di Troia. In Aulide, la flotta achea è bloccata dall’ira di Artemide; il responso di Calcante è atroce: solo il sacrificio di una vergine placherà la dea. Agamennone attira la figlia con l’inganno di nozze con Achille, ma la conduce all’altare. Eschilo descrive il dissidio di Agamennone, che sceglie il potere sulla paternità. Solo Lucrezio, secoli dopo, condannerà la “religiosa empietà” di Agamennone, padre padrone che uccide la figlia in nome della religione.
Nessun poeta antico, tuttavia, comprende le ragioni della vendetta che Clitemnestra, madre della ragazza, attuerà dieci anni dopo l’assassinio della figlia, uccidendo Agamennone.
Tuttavia, il mito si sdoppia. In Euripide (Ifigenia in Aulide), Artemide sostituisce la giovane con una cerva, portandola in Tauride come sacerdotessa. Qui, anni dopo, Ifigenia ritrova il fratello Oreste e Pilade, fuggiaschi dopo il matricidio. Attraverso l’anagnorisis (il riconoscimento), i fratelli fuggono, disvelando il tema del “doppio” caro a Euripide: se Ifigenia è viva, la vendetta di Clitemnestra perde la sua ragione etica.
Il dramma di Ifigenia riflette lo scontro tra culti: la Grande Madre (Clitemnestra) che sacrifica il re, contro il nuovo ordine patriarcale di Apollo e Atena. In questo mondo d’uomini, Ifigenia resta la “cerva espiatoria” sgozzata per le colpe di Elena: una vittima innocente il cui grido viene «inchiodato col bavaglio» per non disturbare la marcia verso la guerra.
La colpa è soltanto di una donna (Elena, l’adultera) e l’espiazione deve avvenire con una donna (Ifigenia, la vergine), mentre la vendetta (Clitemnestra, la madre) è vista solo come un efferato omicidio incomprensibile e frutto dell’adulterio. E’ la società arcaica, patriarcale e maschilista.
Chantal Fantuzzi*



