C’è un’immagine in questo lavoro di Cristò che agisce come un’incudine martellata nella memoria: la buccia di un mandarino tagliata in quadratini minuscoli, ossessivi.
È il gesto di Caterina, figlia di Giovanni Bartolomeo, uno scrittore famoso che ora abita un presente senza passato. Attorno a loro il racconto del sud: una “guantiera” azzurra per portare il caffè fatto con la moca, il “poggiare” la testa sul cuscino e una tovaglia dal disegno geometrico di funghi, olive e pomodori nei rombi azzurri che si ripete all’infinito, proprio come le domande di Giovanni, prigioniero di una demenza che Caterina si rifiuta di chiamare col suo nome.
”Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa) è un racconto delicato sulla malattia, ma anche una riflessione poetica su cosa resti di noi quando le parole smettono di legarci alla realtà.
Cristò si conferma uno scrittore eclettico. Se in passato lo abbiamo conosciuto per il suo surrealismo, qui il reale diventa brutale più della fantasia: l’autore ci suggerisce che i veri mostri non abitano i boschi notturni o le leggende horror. Nessun lupo mannaro fa paura quanto lo sguardo perso di Giovanni. I fantasmi non infestano case abbandonate, ma hanno i volti stanchi e amorevoli di chi ti fa la doccia, ti sfama e ti porta a letto mentre tu non riesci più a decifrarne i lineamenti. L’Alzheimer è il vero mostro immondo, un predatore che non uccide il corpo, ma divora la storia e i ricordi delle persone.
Al centro della trama c’è un paradosso che è un perfetto espediente narrativo: Giovanni legge e rilegge il suo romanzo più venduto. Lo definisce una schifezza, non ricordando di esserne l’autore. Accanto a lui Davide, il suo agente letterario, incarna l’archetipo maschile della ricerca della soluzione: crede nel potere magico delle parole, sperando che arrivando all’ultima pagina avvenga un miracolo, un incantesimo che restituisca a Giovanni la sua storia. Caterina, invece, è la forza della concretezza, la caregiver che non cerca magie ma vive nel terrore speculare a quello del padre: se lui ha paura di dimenticare nei rari momenti di lucidità, lei ha il terrore di essere dimenticata.
Nonostante la struttura circolare e i rimandi colti, il libro compie una metamorfosi straordinaria. Quello che potrebbe sembrare un esercizio di stile postmoderno si scioglie in una carezza vecchia di quasi quarant’anni. È in quel contatto tra Davide e Caterina che i ricordi tornano a galla: la poltrona vinaccia, le rughe sul volto, la consapevolezza che gli scrittori sono solo uno dei tanti modi che il mondo ha per raccontare le storie.
Nelle note finali, l’autore confessa con una punta di amara ironia che, nonostante i suoi sforzi strutturali e metanarrativi, per tutti questo resterà un libro sull’Alzheimer. Ma forse è proprio qui che risiede la bellezza dell’opera: nell’aver usato la costruzione della letteratura per proteggere un nucleo di fragilità.
Cristò ci narra una vicenda normale che dura dal mattino alla sera, in una casa come tante, un romanzo dove non succede nulla di eclatante, perché come dice Davide, nella maggior parte del tempo della vita non succede niente. Eppure, in quel niente fatto di silenzi, c’è tutto l’amore che resta quando l’orizzonte degli eventi si chiude definitivamente.

Leggendo le pagine del tuo romanzo “Sull’orizzonte degli eventi”, si percepisce un’ossessione che pulsa in ogni capitolo. È una scelta narrativa precisa, una sorta di “basso continuo” che guida la narrazione, o è piuttosto il riflesso di una condizione medica che finisce per diventare ossessiva per chiunque ne entri in contatto?
Diciamo che è entrambe le cose o, meglio, che quella ossessione è stata la conseguenza letteraria di un pensiero narrativo. Negli anni in cui ho scritto questa novella ero in una love story con lo scrittore americano John Barth e, oltre che leggerlo appassionatamente, ne spiavo le tecniche di scrittura: la struttura circolare, la destrutturazione della forma romanzo, la scrittura come rappresentazione non tanto della realtà ma della complessità del reale. Ero un giovane scrittore, in piena formazione, e stavo formando la mia personale poetica anche se non ne ero del tutto cosciente. John Barth era arrivato come un uragano e di lui ammiravo l’incredibile capacità, quasi un superpotere, di sperimentare riuscendo senza, per questo, perdere la bellezza e la forza della narrazione. Il pensiero ossessivo e ridondante non è stato una scelta di stile ma, piuttosto, una conseguenza dello stato del protagonista. Come mi insegnava John Barth, la scrittura doveva scaturire dal personaggio e dalla storia e non viceversa.
Nel libro incontriamo due figure emblematiche: l’archetipo femminile della caregiver e quello maschile alla ricerca costante di una soluzione. Come è nata l’ispirazione per Caterina e Davide e come hai lavorato sulla loro caratterizzazione?
Anche qui, non ho lavorato alla loro caratterizzazione come personaggi o funzioni narrative, ma come persone. Li ho messi in quella casa, in quella situazione e ho, in qualche modo, osservato cosa poteva succedere. Questo modo di far vivere i personaggi è, probabilmente, la costante più ferma nel mio modo di scrivere. Con loro faccio un gioco di ruolo, me li immagino, ne individuo il carattere, la personalità, e poi lascio che si comportino di conseguenza. Forse anche per questo entrambi sono più complessi e anche contraddittori rispetto al ruolo che hanno nel romanzo. Caterina non rappresenta del tutto il femminile e Davide non rappresenta del tutto il maschile, anche perché credo molto fermamente che ognuno di noi, in fondo, rappresenti sempre solo se stesso.
Questo libro nasce da un momento estremamente delicato della tua vita: la malattia di tuo padre. Quanto pesa, per uno scrittore, il compito di narrare una fragilità così profonda e complessa come l’Alzheimer di un genitore e la paura di dimenticare e di essere dimenticati?
Mio padre è stato un attore teatrale per tutta la vita, una persona che aveva fatto della memoria un mestiere. Da piccolo spesso lo aiutavo a ripetere i copioni teatrali, Pirandello e Čhecov soprattutto, e mi stupivo sempre, quando lo vedevo sul palcoscenico, che riuscisse a ricordare tutte quelle parole con tanta precisione. Sembrerà bizzarro, ma quando ho cominciato a scrivere Sull’orizzonte degli eventi non pensavo a lui, anche se la malattia era già in corso. Probabilmente il mio inconscio lavorava non tanto nel campo dell’amore, quanto su quello dell’ironia della sorte: un uomo che aveva lavorato con la memoria adesso la stava perdendo, un uomo che aveva letto, compreso e interpretato la storia della drammaturgia, adesso non riusciva a seguire la trama di una puntata dei Simpsons. Era un cortocircuito narrativo molto interessante. Solo più tardi, come dico nella postfazione del libro, ho capito che stavo parlando anche di una questione così profondamente personale.
Il romanzo vive una trasformazione affascinante: in un primo momento lo consideri un metaromanzo per poi comprendere che è una storia sull’amore familiare. È lo scorrere del tempo che ha cambiato il tuo modo di vedere la letteratura, portandoti verso questa nuova prospettiva?
Probabilmente sì. Il mio percorso di narratore credo stia percorrendo una strada che prevede una riduzione della complessità, un ritorno al centro della narrativa: la storia. Sempre di più sento di aver voglia di raccontare semplicemente delle storie e che il lavoro sulla scrittura sia orientato verso la precisione più che verso la complessità formale. Amo molto gli scrittori che scompaiono, che semplicemente cercano il modo più efficace per raccontarci un fatto, un evento e che non giudicano ma semplicemente mettono in mostra.
Il finale tocca il rapporto tra arte e vita quotidiana, citando artisti che meriterebbero di essere riconosciuti molto più di altri famosi. Credi che il riconoscimento esterno sia essenziale per un artista, o è solo una parte del tutto e si può vivere e creare anche senza di esso?
Teoricamente no, non credo che sia importante essere riconosciuti, che l’importante sia l’opera e non chi l’ha scritta, però poi è umano il desiderio di essere apprezzati e di venirlo a sapere. Però, ecco, sono convinto che scrivere per quello, per il riconoscimento, sia il miglior modo che abbiamo per scrivere male.
Lavori spesso con i più giovani in sessioni dedicate alla libera espressione creativa. In base alla tua esperienza, credi che l’arte sia qualcosa di “imparabile” o è necessario che ci sia già una fiammella d’artista in chi si avvicina ad essa?
È una questione antica e irrisolta.
Il punto, secondo me, è che qualsiasi arte ha bisogno della fiammella di cui parli, ma per far venir fuori un bel fuoco bisogna sapere come alimentarla. Ecco, questo si può insegnare o imparare autonomamente, nel caso della scrittura, soprattutto attraverso la lettura. Mi piace molto lavorare coi ragazzi e usare con loro la scrittura per giocare e, sinceramente, non mi è mai capitato di incontrare un bambino o un ragazzo sprovvisto di quella fiammella. Quindi credo che ce l’abbiamo tutti ma poi, crescendo, alcuni la lasciano spegnersi e altri no.
La parte finale strappa un sorriso nel raccontare l’utilizzo dell’AI e l’adattamento alle esigenze di chi non è più giovanissimo. Tu utilizzi l’Intelligenza Artificiale per le tue esigenze di scrittura o di ricerca?
Sono molto interessato a questa cosa che chiamiamo impropriamente Intelligenza Artificiale e che, sicuramente, cambierà molto le regole sia del mondo sia, di conseguenza, dell’arte. Credo anche che, in questo momento, abbiamo l’opportunità di usarla in modo ancora “artigianale” e che, quindi, sia stupido non sperimentare. Ne ho studiato abbastanza bene il funzionamento, la logica e sono abbastanza certo che possa certamente migliorare molto, ma che difficilmente potrà arrivare a fare tutto quello che hanno fatto grandi e geniali cervelli umani. È un discorso davvero lungo e complesso che riguarda anche questioni come il rapporto tra l’uso del linguaggio e l’intelligenza: noi diamo per scontato il fatto che parlare correttamente sia una prova di intelligenza, ma forse, questa macchina di linguaggio che stiamo usando sempre di più ci sta dimostrando che non è proprio così.
Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.













