Intervista a Cristò per “Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa, 2026), di Loredana Cefalo

C’è un’immagine in questo lavoro di Cristò che agisce come un’incudine martellata nella memoria: la buccia di un mandarino tagliata in quadratini minuscoli, ossessivi. 

È il gesto di Caterina, figlia di Giovanni Bartolomeo, uno scrittore famoso che ora abita un presente senza passato. Attorno a loro il racconto del sud: una “guantiera” azzurra per portare il caffè fatto con la moca, il “poggiare” la testa sul cuscino e una tovaglia dal disegno geometrico di funghi, olive e pomodori nei rombi azzurri che si ripete all’infinito, proprio come le domande di Giovanni, prigioniero di una demenza che Caterina si rifiuta di chiamare col suo nome.

​”Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa) è un racconto delicato sulla malattia, ma anche una riflessione poetica su cosa resti di noi quando le parole smettono di legarci alla realtà. 

Cristò si conferma uno scrittore eclettico. Se in passato lo abbiamo conosciuto per il suo surrealismo, qui il reale diventa brutale più della fantasia: l’autore ci suggerisce che i veri mostri non abitano i boschi notturni o le leggende horror. Nessun lupo mannaro fa paura quanto lo sguardo perso di Giovanni. I fantasmi non infestano case abbandonate, ma hanno i volti stanchi e amorevoli di chi ti fa la doccia, ti sfama e ti porta a letto mentre tu non riesci più a decifrarne i lineamenti. L’Alzheimer è il vero mostro immondo, un predatore che non uccide il corpo, ma divora la storia e i ricordi delle persone.

​Al centro della trama c’è un paradosso che è un perfetto espediente narrativo: Giovanni legge e rilegge il suo romanzo più venduto. Lo definisce una schifezza, non ricordando di esserne l’autore. Accanto a lui Davide, il suo agente letterario, incarna l’archetipo maschile della ricerca della soluzione: crede nel potere magico delle parole, sperando che arrivando all’ultima pagina avvenga un miracolo, un incantesimo che restituisca a Giovanni la sua storia. Caterina, invece, è la forza della concretezza, la caregiver che non cerca magie ma vive nel terrore speculare a quello del padre: se lui ha paura di dimenticare nei rari momenti di lucidità, lei ha il terrore di essere dimenticata.

​Nonostante la struttura circolare e i rimandi colti, il libro compie una metamorfosi straordinaria. Quello che potrebbe sembrare un esercizio di stile postmoderno si scioglie in una carezza vecchia di quasi quarant’anni. È in quel contatto tra Davide e Caterina che i ricordi tornano a galla: la poltrona vinaccia, le rughe sul volto, la consapevolezza che gli scrittori sono solo uno dei tanti modi che il mondo ha per raccontare le storie.

​Nelle note finali, l’autore confessa con una punta di amara ironia che, nonostante i suoi sforzi strutturali e metanarrativi, per tutti questo resterà un libro sull’Alzheimer. Ma forse è proprio qui che risiede la bellezza dell’opera: nell’aver usato la costruzione della letteratura per proteggere un nucleo di fragilità. 

Cristò ci narra una vicenda normale che dura dal mattino alla sera, in una casa come tante, un romanzo dove non succede nulla di eclatante, perché come dice Davide, nella maggior parte del tempo della vita non succede niente. Eppure, in quel niente fatto di silenzi, c’è tutto l’amore che resta quando l’orizzonte degli eventi si chiude definitivamente.

Leggendo le pagine del tuo romanzo “Sull’orizzonte degli eventi”, si percepisce un’ossessione che pulsa in ogni capitolo. È una scelta narrativa precisa, una sorta di “basso continuo” che guida la narrazione, o è piuttosto il riflesso di una condizione medica che finisce per diventare ossessiva per chiunque ne entri in contatto? 


Diciamo che è entrambe le cose o, meglio, che quella ossessione è stata la conseguenza letteraria di un pensiero narrativo. Negli anni in cui ho scritto questa novella ero in una love story con lo scrittore americano John Barth e, oltre che leggerlo appassionatamente, ne spiavo le tecniche di scrittura: la struttura circolare, la destrutturazione della forma romanzo, la scrittura come rappresentazione non tanto della realtà ma della complessità del reale. Ero un giovane scrittore, in piena formazione, e stavo formando la mia personale poetica anche se non ne ero del tutto cosciente. John Barth era arrivato come un uragano e di lui ammiravo l’incredibile capacità, quasi un superpotere, di sperimentare riuscendo senza, per questo, perdere la bellezza e la forza della narrazione. Il pensiero ossessivo e ridondante non è stato una scelta di stile ma, piuttosto, una conseguenza dello stato del protagonista. Come mi insegnava John Barth, la scrittura doveva scaturire dal personaggio e dalla storia e non viceversa.

Nel libro incontriamo due figure emblematiche: l’archetipo femminile della caregiver e quello maschile alla ricerca costante di una soluzione. Come è nata l’ispirazione per Caterina e Davide e come hai lavorato sulla loro caratterizzazione? 

Anche qui, non ho lavorato alla loro caratterizzazione come personaggi o funzioni narrative, ma come persone. Li ho messi in quella casa, in quella situazione e ho, in qualche modo, osservato cosa poteva succedere. Questo modo di far vivere i personaggi è, probabilmente, la costante più ferma nel mio modo di scrivere. Con loro faccio un gioco di ruolo, me li immagino, ne individuo il carattere, la personalità, e poi lascio che si comportino di conseguenza. Forse anche per questo entrambi sono più complessi e anche contraddittori rispetto al ruolo che hanno nel romanzo. Caterina non rappresenta del tutto il femminile e Davide non rappresenta del tutto il maschile, anche perché credo molto fermamente che ognuno di noi, in fondo, rappresenti sempre solo se stesso.

Questo libro nasce da un momento estremamente delicato della tua vita: la malattia di tuo padre. Quanto pesa, per uno scrittore, il compito di narrare una fragilità così profonda e complessa come l’Alzheimer di un genitore e la paura di dimenticare e di essere dimenticati?

Mio padre è stato un attore teatrale per tutta la vita, una persona che aveva fatto della memoria un mestiere. Da piccolo spesso lo aiutavo a ripetere i copioni teatrali, Pirandello e Čhecov soprattutto, e mi stupivo sempre, quando lo vedevo sul palcoscenico, che riuscisse a ricordare tutte quelle parole con tanta precisione. Sembrerà bizzarro, ma quando ho cominciato a scrivere Sull’orizzonte degli eventi non pensavo a lui, anche se la malattia era già in corso. Probabilmente il mio inconscio lavorava non tanto nel campo dell’amore, quanto su quello dell’ironia della sorte: un uomo che aveva lavorato con la memoria adesso la stava perdendo, un uomo che aveva letto, compreso e interpretato la storia della drammaturgia, adesso non riusciva a seguire la trama di una puntata dei Simpsons. Era un cortocircuito narrativo molto interessante. Solo più tardi, come dico nella postfazione del libro, ho capito che stavo parlando anche di una questione così profondamente personale.

Il romanzo vive una trasformazione affascinante: in un primo momento lo consideri un metaromanzo per poi comprendere che è una storia sull’amore familiare. È lo scorrere del tempo che ha cambiato il tuo modo di vedere la letteratura, portandoti verso questa nuova prospettiva? ​

Probabilmente sì. Il mio percorso di narratore credo stia percorrendo una strada che prevede una riduzione della complessità, un ritorno al centro della narrativa: la storia. Sempre di più sento di aver voglia di raccontare semplicemente delle storie e che il lavoro sulla scrittura sia orientato verso la precisione più che verso la complessità formale. Amo molto gli scrittori che scompaiono, che semplicemente cercano il modo più efficace per raccontarci un fatto, un evento e che non giudicano ma semplicemente mettono in mostra.

Il finale tocca il rapporto tra arte e vita quotidiana, citando artisti che meriterebbero di essere riconosciuti molto più di altri famosi. Credi che il riconoscimento esterno sia essenziale per un artista, o è solo una parte del tutto e si può vivere e creare anche senza di esso? ​

Teoricamente no, non credo che sia importante essere riconosciuti, che l’importante sia l’opera e non chi l’ha scritta, però poi è umano il desiderio di essere apprezzati e di venirlo a sapere. Però, ecco, sono convinto che scrivere per quello, per il riconoscimento, sia il miglior modo che abbiamo per scrivere male. 

Lavori spesso con i più giovani in sessioni dedicate alla libera espressione creativa. In base alla tua esperienza, credi che l’arte sia qualcosa di “imparabile” o è necessario che ci sia già una fiammella d’artista in chi si avvicina ad essa?

È una questione antica e irrisolta. 

Il punto, secondo me, è che qualsiasi arte ha bisogno della fiammella di cui parli, ma per far venir fuori un bel fuoco bisogna sapere come alimentarla. Ecco, questo si può insegnare o imparare autonomamente, nel caso della scrittura, soprattutto attraverso la lettura. Mi piace molto lavorare coi ragazzi e usare con loro la scrittura per giocare e, sinceramente, non mi è mai capitato di incontrare un bambino o un ragazzo sprovvisto di quella fiammella. Quindi credo che ce l’abbiamo tutti ma poi, crescendo, alcuni la lasciano spegnersi e altri no.

La parte finale strappa un sorriso nel raccontare l’utilizzo dell’AI e l’adattamento alle esigenze di chi non è più giovanissimo. Tu utilizzi l’Intelligenza Artificiale per le tue esigenze di scrittura o di ricerca? ​

Sono molto interessato a questa cosa che chiamiamo impropriamente Intelligenza Artificiale e che, sicuramente, cambierà molto le regole sia del mondo sia, di conseguenza, dell’arte. Credo anche che, in questo momento, abbiamo l’opportunità di usarla in modo ancora “artigianale” e che, quindi, sia stupido non sperimentare. Ne ho studiato abbastanza bene il funzionamento, la logica e sono abbastanza certo che possa certamente migliorare molto, ma che difficilmente potrà arrivare a fare tutto quello che hanno fatto grandi e geniali cervelli umani. È un discorso davvero lungo e complesso che riguarda anche questioni come il rapporto tra l’uso del linguaggio e l’intelligenza: noi diamo per scontato il fatto che parlare correttamente sia una prova di intelligenza, ma forse, questa macchina di linguaggio che stiamo usando sempre di più ci sta dimostrando che non è proprio così.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

La scomparsa di Dan Simmons, di Silvia Lanzi

Dan Simmons, pur essendo un gigante della fantascienza, sicuramente non è noto al grande pubblico – o, perlomeno, non era noto a me, anche se sono una lettrice bulimica. 

Premetto che, fino a qualche tempo fa, fantascienza per me era sinonimo di lettura di evasione, piena di improbabili concetti scientifici e avventure intergalattiche. E questo era quanto. 

Leggendo però Simmons, grazie ai consigli di mia moglie, mi sono accorta di essere davanti ad un’opera che va ben al di là dei cliché del genere letterario. Sì, perché queste storie strane ed inverosimili, con il loro approccio a razze aliene, il conseguente cambiamento di prospettiva, il diverso che ci si para improvvisamente davanti, parlano direttamente a noi, alla nostra parte più speculativa, ponendoci fondamentali quesiti esistenziali – come da sempre fa la filosofia. 

Tutte queste cose, insieme a molte altre, le ho trovate ne “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una quadrilogia ormai quasi quarantenne, e già sviscerata da critici letterari, intellettuali e studiosi.

E allora perché questo articoletto, che si perderà nel mare magnum degli scritti su questo autore? Perché, purtroppo, Dan Simmons, figlio del Midwest americano, classe 1948, ci ha lasciati il 21 febbraio e la notizia mi ha colpito molto. Le considerazioni che seguono, che si riferiscono alla sola quadrilogia di Hyperion, non sono altro che i pensieri sparsi di una lettrice in lutto per la perdita di un grande autore. 

Ciò che mi ha colpito, oltre alle vicende piene di colpi di scena, è l’erudizione che l’autore inserisce nella trama, quasi un fil rouge che attraversa tutta l’opera. Definirla fantascienza mi sembra quasi riduttivo. Si potrebbe parlare di epopea, di un lungo poema in prosa che utilizza i più diversi registri (mi vengono in mente, in ordine sparso, I Racconti di Canterbury, l’Iliade e l’Odissea, Beowulf, Faust e Swift per citarne solo alcuni).

Come Ulisse, i protagonisti incontrano diversi popoli, sono esposti ai pericoli di un viaggio che li porta alla periferia dell’universo; come Beowulf, devono combattere un pericoloso ed ambiguo avversario, lo Shrike; come in Faust è presente un patto diabolico e, come in Swift è presente il dilemma dell’immortalità. 

I Canti sono tutto questo e ancora di più: sono un trattato etnologico, un’occhiata nel futuro (Hyperion è del 1989 e si parla già di AI), un compendio di storia dell’arte e della letteratura, quasi un opera antica, dove ogni storia era una specie di summa dello scibile umano. 

Da cui si stagliano, difficilmente dimenticabili, gli incredibili protagonisti e le loro incredibili avventure. Che iniziano quando un gruppo di personaggi variamente assortiti inizia un viaggio, ognuno con il suo carico di dolore e di speranza e richiama, a ben guardare, la questione del Graal: ognuno cerca il suo personale Re pescatore che possa dare loro sollievo ed esaudire il desiderio che portano nel cuore. Ma questa ricerca, piena di ostacoli enormi e spaventose incognite, ha come scopo anche la salvezza del genere umano, minacciato dal TecnoNucleo e dalla Rete, invenzioni umane che sono diventate entità indipendenti e vedono i loro creatori come un inciampo alla loro piena realizzazione.

Ed ecco che si apre la parte più propriamente filosofica della quadrilogia: cos’è la vita? Ci si può innamorare di una IA ospitata in un corpo di carne e sangue? Che senso ha il tempo quando i viaggi interstellari sono una realtà ed esistono portali che ci proiettano in altri luoghi, nel passato e nel futuro, con la stessa facilità con cui si entra in una stanza? È lecita una guerra che sacrifica milioni di essere umani per salvarne miliardi? Quale può essere lo scopo ultimo dell’esistenza? L’immortalità? E che tipo di immortalità? Forse di silicio? 

Dan Simmons esplora tutti questi quesiti, partendo da solide basi logico-filosofiche – fa riferimento, tra gli altri a Schrodinger e a Teilhard de Chardin e sviluppando teorie che da loro prendono spunto.

In un’epoca come la nostra, dove la laicità e il pensiero libero sono un valore, Simmons ci mette in guardia contro la totale pervasività della religione, dipingendo una Chiesa avida e corrotta che ricorda molto da vicino quella dell’Inquisizione, dove ogni idea minimamente eccentrica rispetto a quelle dominanti ha come conseguenza la morte sociale – e non solo quella.

Ma tra le cupe atmosfere dei Canti, ci sono però pagine di tensione e di bellezza, come quando si parla del senso della vita o durante le iperboliche descrizioni del TecnoNucleo, visionarie e spiazzanti. O come quando Simmons ci porta per mano nella Roma di Keats, nelle stanze vaticane e ad abitare in una delle creazioni di Frank Lloyd Wright…

Queste sono solo alcune delle tante considerazioni che mi vengono in mente pensando ai Canti di Simmons. Spero siano sufficienti a invogliare qualcuno a leggere le opere di questo gigante che purtroppo ci ha lasciato.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Olympe e le altre: le donne nella Rivoluzione francese, di Lavinia Capogna

Olympe de Gouges, rivoluzionaria francese è stata a lungo rimossa dalla storia ufficiale. Troppo avanti sui tempi, troppo scomoda, troppo femminista.

Nei primi anni ’70 alcune storiche francesi si chiesero: e le donne? E diedero il via a quella felice riscoperta non solo di figure che erano state famose in passato e poi obliate – come Olympe De Gouges e altre – ma anche di donne sconosciute.

La storia, che prima di allora aveva citato nei manuali solo qualche regina o favorita dei re e qualche santa, finalmente tentò di ricostruire la vita quotidiana. 

Ci si ricordò che dietro alle conquiste delle donne, sociali, di costume, legali degli anni ’70/80 del Novecento c’erano ben due secoli di ardue battaglie.

Anche la rivoluzione francese (1789/1799) non fu femminista, anzi…i due più celebri filosofi che l’avevano ispirata per quanto audaci nelle loro idee, Voltaire e Rousseau, entrambi deceduti dieci anni prima della presa della Bastiglia, non avevano difeso le donne.

Persino il seicentesco e geniale Molière aveva preso in giro in una sua commedia “le preziose”, circoli di donne colte e amanti delle arti.

Nell’Emilio, il suo testo pedagogico, Rousseau aveva scritto: “Tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, (…) consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce: ecco i doveri delle donne in ogni età della vita e questo si deve insegnare loro fin dall’infanzia“.

Far notare questa mancanza non vuole certo sminuire la grande importanza del pensiero filosofico di Rousseau o Voltaire.

In cima al potere assoluto dell’Ancient Régime c’era il re, allora Louis XVI che si potrebbe definire “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”, sarà decapitato nel 1791 suscitando grande riprovazione all’estero. Tutto il potere era nelle sue mani insieme ai suoi consiglieri.

Grande alleato del re era il clero anche se c’erano differenze tra i potenti vescovi e i parroci di campagna.

La chiesa cattolica aveva ancora privilegi feudali e questi assurdi favoritismi furono all’origine dell’ateismo esasperato del tempo.

Olympe e molti altri rivoluzionari volevano una monarchia costituzionale, che allora era una forma di governo molto avanzata. Ella fu contro la condanna a morte del re per ragioni umanitarie e anche strategiche: sapeva che Parigi avrebbe avuto tutta l’Europa contro. 

Infatti alcuni massacri, la morte del re, il Terrore faranno allontanare dal sostenere la rivoluzione quegli intellettuali stranieri che inizialmente l’avevano approvata: Goethe, il poeta Hölderlin, il drammaturgo Vittorio Alfieri, il poeta William Wordsworth che nel 1790 si era recato in Francia e aveva visto la gente ballare felice nelle piazze per la libertà conquistata.

L’inglese Mary Wollstonecraft, nonostante approvasse la rivoluzione, aveva pianto quando aveva visto il re portato al patibolo in maniche di camicia tra i soldati impassibili nelle loro giubbe grigie che facevano rullare ritmicamente i tamburi.

Nel 1792 pubblicò nel suo paese il celebre: “A Vindication of the Rights of Woman” (Rivendicazione per i diritti delle donne) considerato il primo testo femminista (anche se Olympe aveva edito a sue spese il suo, passato quasi inosservato, nel 1791).

I protagonisti della Rivoluzione furono uomini: Danton, Marat, Robespierre, Saint – Just, il re Louis XVI , il ministro Necker, Mirabeau, il generale Lafayette, Condorcet, il buon Gracchus Babeuf fino a Camille Desmoulins, il giovane giornalista che incitò il popolo a prendere la Bastiglia il 14 luglio 1789 anche se la prima sommossa significativa era avvenuta un anno prima a Grenoble. Ne era stato testimone un bambino, Henri Beyle, che sarebbe stato poi conosciuto con il nome di Stendhal.

La Rivoluzione fu un processo storico ingarbugliato, durato ben dieci anni. Non fu la rivoluzione borghese che si vuole rappresentare ma di più: fu un nuovo mondo che ne eclissò un altro, quell’Ancien Régime che si credeva eterno e che si proclamava voluto da Dio. L’aristocrazia che viveva su enormi privilegi, alle spalle del popolo, oziosa, spesso viziosa, si considerava superiore a tutti. Tuttavia non tutti gli aristocratici erano tiranni così come non tutti i rivoluzionari violenti.

La povertà era sconvolgente. Le cronache raccontano che nel gelido inverno del 1788/89, quando la temperatura arrivò nella capitale a dieci gradi sottozero, le donne affamate si gettavano nella Senna ghiacciata.

Bastava un raccolto andato a male e un gran numero di contadini morivano di fame mentre a Versailles si giocava a faraona (un gioco di carte assai in voga) o si spettegolava su qualche vicenda amorosa. Anche Mozart nel suo soggiorno parigino precedente alla rivoluzione aveva scritto, assai deluso, che mentre lui aveva suonato il clavicembalo, i nobili avevano continuato a chiacchierare e a giocare a carte, ignorandolo.

Erano in vigore atroci torture e supplizi. Il dottor Guillotin, ex gesuita, ideatore della ghigliottina venne quasi considerato un benefattore.

Non è neppure vero che il 1700 fu – come a volte si legge – il secolo delle donne. Ci furono dei salotti di vivaci conversazioni, incontri sociali e letterari promossi da donne aristocratiche o intellettuali come la ricchissima Madame De Staël, figlia del ministro Necker che stupidamente Louis XVI aveva licenziato o Madame Roland, rivoluzionaria finita sulla ghigliottina che nei tetri mesi di carcere aveva trovato la forza morale di scrivere uno splendido “Memoriale” ma erano esclusivamente a Parigi e per pochi.

È vero invece, come ha dimostrato Cécile Berly nel saggio “Elles écrivent: le plus belle lettres au XVIII siécle” che nel 1700 in Francia e in Inghilterra alcune donne incominciarono a raccontare sé stesse in diari privati, memorie e carteggi epistolari (nota 1).

I due più celebri romanzi del tempo come “Manon Lescaut” e “Le relazioni pericolose” proponevano come immagini femminili una bella sventata, una perfida marchesa e una ragazza ingenua.

Negli anni ’70 del secolo era scoppiata la rivoluzione nel continente americano ma era stata quella di emigrati ribelli di tredici colonie dalla madrepatria britannica. Abigail Adams, saggia moglie del futuro secondo presidente John Adams e madre di un altro, aveva scritto al marito che si trovava ad un congresso nel 1776 una lettera (il famoso Remember the Ladies): “Ricordati delle donne e sii più generoso e favorevole a loro dei tuoi antenati. Non mettere un potere così illimitato nelle mani dei mariti. Ricorda, tutti gli uomini sarebbero dei tiranni se lo potessero“.

Anche Maria Antonietta non aveva alcun potere politico. Era la figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, sposa adolescente di un uomo che non amava (il che era reciproco perché per vari anni non ebbero rapporti coniugali finché non ne furono ‘costretti’ per dare alla Francia un erede).

Maria Antonietta era solo una ragazza appassionata di vestiti, di acconciature ma non furono certo i suoi costosi abiti a mandare in deficit il regno di Francia. Amava il teatro, suonava l’arpa e non si occupava di politica. Sembra essere stata, come scrisse Stendhal, una “buona ragazza”.

Venne detestata perché donna, straniera e bisessuale, ella violò un tabù con il suo amore per la bellissima duchessa di Polignac, la malinconica principessa torinese di Ramballe (che avrebbe fatto una fine orribile) e il conte Fersen, un diplomatico svedese che riuscì invece a scamparla.

È vero che tramò con l’Austria contro la Francia ma era scontato che lo facesse.

Sophie de Grouchy, che a 22 anni sposò Condorcet, aristocratico rivoluzionario, scienziato, economista, uomo politico, fu una donna di grande ingegno, pittrice, allieva della famosa ritrattista Élisabeth Vigée – Lebrun. Fu una cara amica di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni (nota 2)

Fu anche autrice di un bel libro epistolare “Lettere sulla simpatia’, recentemente ripubblicato in Italia.

Charlotte Corday, quasi venticinquenne, pronipote del celebre drammaturgo Corneille, di famiglia monarchica ma di idee girondine, giunse invece dalla Normandia a Parigi con un fosco piano. Nell’afoso pomeriggio del 13 luglio 1792 riuscì, con una scusa, a farsi aprire la porta di casa di Marat per consegnargli una fittizia lista di nomi di traditori. Marat, uno dei capi rivoluzionari, medico di talento, eclettico studioso e “amico del popolo”, abitava in un modesto appartamento da operaio al primo piano di un buio caseggiato e stava facendo una cura per una grave malattia della pelle che lo affliggeva: era immerso in una vasca da bagno con un’asse poggiata sopra per scrivere appunti. Ciò gli consentiva di poter ricevere persone.

Charlotte lo pugnalò e poi dirà che lo aveva fatto per salvare migliaia di future vittime. Simonne Évrard, donna di valore e compagna del giacobino, tentò vanamente di salvarlo.

Nel Novecento, Charlotte Corday, finita al patibolo, sarà strumentalizzata dell’estrema destra francese, la dipingeranno in stucchevoli “santini” bionda, con gli occhi azzurri e un’aria angelica “scordandosi” che aveva assassinato un uomo a sangue freddo.

Un’eroina sfortunata fu invece la meno nota Théroigne de Méricourt che si abbigliava da ragazzo, con un gran cappello e una giacca rossa e che verrà, seppure rivoluzionaria, aggredita da alcune donne del popolo, spogliata per strada e picchiata. Lo shock fu tale che, si disse, perse la ragione. Venne reclusa vari anni alla Salpetrière, lo spaventoso manicomio di Parigi – il che fu anche un modo per toglierla di mezzo.

Madame Lavoisier (Marie-Anne Paulze) sposò adolescente Antoine Lavoisier, nobile e geniale chimico. Divenne la sua più stretta collaboratrice negli esperimenti e tradusse testi scientifici dall’inglese al francese. Un bellissimo quadro del pittore David li ritrae insieme.

Lui venne giustiziato nel 1794 ma lei si salvò e fece pubblicare i lavori del marito. 

Bisogna ricordare anche le sedici suore carmelitane di Compiègne che vennero ghigliottinate perché si rifiutarono di sottoscrivere alcuni articoli durante la scristianizzazione della Francia e che Papa Francesco ha canonizzato nel 2024.

Ma anche le numerose donne sconosciute che da lontano adoravano Robespierre, ricamatrici, istitutrici, ragazze “borghesi”. Lo seguivano ovunque, gli scrivevano lettere, gli facevano addirittura proposte di matrimonio nonostante il trentenne capo giacobino, incorruttibile e casto a differenza di Danton, fuggisse. Era introverso, aveva dei tic frequenti, il che non era una “colpa” ma una malattia (sbatteva gli occhi, usava due paia di occhiali, aveva spasmi alle spalle).

Questa adorazione, che potrebbe anche far sorridere, la dice lunga però sul fascino che gli uomini di potere possono esercitare.

C’erano infine le donne senza nome, le popolane che invasero Versailles, contadine, lavandaie, cameriere che giunsero fino agli appartamenti della regina che fuggì grazie alle sue dame di compagnia e ad un passaggio segreto. Donne furiose, scarmigliate che parlavano coloriti dialetti ma anche le venditrici di legumi – come raccontò il socialista Jules Michelet nella sua “Storia della Rivoluzione” (1853) – che salvarono dalle grinfie dei soldati e dal patibolo un padre di quattro bambini.

Tra tutte queste donne una delle più straordinarie fu Olympe de Gouges. Era il nome d’arte di Marie Gouze, nata nel 1748 nel sud del paese e, quasi certamente, figlia illegittima di un aristocratico ricchissimo e poi scrittore di successo (grande nemico di Voltaire). Sua madre aveva sposato un giovane macellaio ma era l’amante di questo titolato. Olympe visse la contraddizione di una paternità e di uno status sociale negato. A 17 anni venne persuasa a sposare un uomo molto più grande che non amava con la quale ebbe un figlio.

A ventidue anni, tempo dopo il decesso del marito, raggiunse con il figlio la grande capitale, cuore pulsante del paese.

Era bella, intelligente e non mancava di coraggio.

Restif de la Bretonne la descriverà ‘attraente’, il rivoluzionario Brissot ‘bella’, il giornalista e storico Moufle d’Angerville scrisse di lei nel 1786: ‘È una donna straordinaria, piena di vitalità, di energia’. 

Venne citata in un libro del 1792 intitolato “Omaggio alle donne più belle e virtuose di Parigi”.

Era come si diceva una ‘femme libre’ (donna libera) ma senza nulla di equivoco, compagna di Louis – Sébastien Mercier, scrittore progressista di successo e benestante. Egli l’aiutò economicamente per cui Olympe poté vivere in un quartiere centrale di Parigi con parecchi gatti, un cane, un esotico pappagallo, persino una scimmia. 

Anche un’altra donna, Marie Joséphe Rose Tascher de La Pagerie, francese nata in Martinica che poi sarà imperatrice con il nome di Joséphine de Beauharnais, moglie di Napoleone, aveva nel suo giardino alcuni animali esotici.

Olympe divenne una nota commediografa. Nel 1700 il teatro aveva un enorme successo di pubblico. Non era solo cultura ma anche svago. Le commedie erano spesso idilliache ed inverosimili storie di pastori e pastorelle o deliziose vicende amorose con una morale finale. Virtù, Armonia, Natura – sono parole chiave del Settecento.

Tuttavia i testi di Olympe affrontavano anche temi scomodi, come i diritti delle donne e la difesa dei neri nelle colonie francesi. Lei si fece parecchi nemici nell’ambiente del teatro proprio per le sue idee fino ad esserne emarginata.

Aderì alla Rivoluzione e alla “Société des Amis des Noirs” fondata da Brissot contro la schiavitù nelle colonie francesi.

L’opera più celebre di Olympe non è però tra le molte commedie da lei redatte (in gran parte andate perdute) ma soprattutto, postumamente, nella ‘Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” (1791), in 17 articoli come la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” del 1789.

La storica tedesca Gisele Bock ha fatto saggiamente osservare che Olympe aveva compreso che il termine “homme” nella Dichiarazione del 1789 nel concreto non significava “umanità” ma soltanto maschi (“Le donne nella Storia Europea”).

Unicamente Condorcet aveva, nel 1790, difeso le donne. Vi erano club femminili che vennero però fatti chiudere da Robespierre.

Si diceva che Olympe dettasse le sue opera, tra cui molti libelli politici, ad un segretario ed effettivamente il suo stile appassionato richiama il parlato. 

Il testo si apriva con una dedica alla regina a cui si rivolgeva chiamandola Madame anziché Sua Maestà. Olympe le chiedeva di farsi promotrice dei diritti delle donne. 

Poi c’era una breve “esortazione agli uomini” che in puro stile Illuminista chiedeva loro il perché di tanta oppressione verso le donne.

I 17 articoli e le pagine di chiusura erano/sono un documento politico avanzatissimo: denunciavano il mondo feudale ingiusto, oppressivo e vizioso dell’assolutismo in cui alle donne era chiesto solo di essere belle e amabili.

Olympe proponeva l’abolizione del matrimonio e l’istituzione di unioni civili tra uomini e donne basate sul rispetto e sul dialogo reciproco (“Le mariage est le tombeau de la confiance et de l’amour”, il matrimonio è la tomba della fiducia e dell’amore); chiedeva che le donne non fossero più legalmente subalterne al padre e al marito e libere economicamente; la protezione economica dei figli illegittimi e delle ragazze madri (che erano molte) in modo che non dovessero più andare in degli ospizi con i loro bambini se prive di mezzi economici; che le donne potessero partecipare alla vita politica e sociale del paese e lavorare in tutti gli ambiti; l’eguaglianza legale.

Chiedeva inoltre che accanto all’Assemblea nazionale composta solo da uomini, ve ne fosse un’altra formata solo da donne non in opposizione ma che potesse lavorare in armonia con l’altra; l’abolizione del celibato per i preti; un sostegno per la protezione delle prostitute.

Tutto ciò nel 1791!

Con l’inizio del Terrore, Olympe sfidò Robespierre chiamandolo “tiranno” e poco dopo venne aggredita in strada da vari popolani. Uno di loro sfoderò la spada dicendo: “Chi offre quindici soldi per la testa di Olympe?”. Ella ebbe la presenza di spirito di ribattere: “Io ne offro trenta”.

L’uomo scoppiò a ridere e la lasciò andare.

Olympe sapeva che aveva i giorni contati. Arrestata con un pretesto non ebbe un avvocato e si difese da sola.

Era il 1793: il 16 ottobre era stata ghigliottinata Maria Antonietta, 36 anni, il 3 novembre salirà al patibolo Olympe de Gouges, 45 anni, il 9 novembre Madame Roland, 39 anni.

Postumamente lei venne accusata nelle gazzette di essere stata una ‘esaltata’, di ‘non essersi occupata di ciò che riguardava il proprio sesso’, cioè di non essere rimasta in silenzio e sottomessa.

Se le donne innocue ma scomode non si possono accusare di condurre una vita privata discutibile, si accusano di essere ‘isteriche’ – ancora oggi funziona così. 

Ma neppure le donne capirono ciò che ella aveva fatto per loro.

Solo dagli anni ’80 del Novecento la sua figura sarà riscoperta in Francia grazie ad alcuni storici.

Nel 1799 un’altra donna coraggiosa finirà sul patibolo, questa volta, dei Borboni a Napoli: Eleonora De Fonseca Pimentel (nota 3).

Nel 1800 Victor Hugo descriverà le contraddizioni dell’epoca nel bellissimo romanzo “Novantatré” e Charles Dickens nell’altrettanto bello “Il racconto delle due città”.

Le conquiste della rivoluzione, che dovette combattere una guerra con l’Austria e altri paesi e quella civile in Vandea, furono molte tra le quali: l’abolizione della monarchia assolutista, dei diritti feudali, della tortura, delle decime e dei privilegi della chiesa, il diritto di voto agli uomini con un certo censo, l’istruzione gratuita per tutti, le pensioni, il sostegno a vedove e orfani, l’abolizione della schiavitù nelle colonie, dei ghetti per gli ebrei, l’abolizione dei “reati immaginari”, come erano chiamati l’omosessualità maschile e l’adulterio.

Alcune di queste conquiste furono poi rimesse in discussione.

La Francia ne uscì stremata: il 18 brumaio 1799 Napoleone fece un colpo di stato, prese il potere e nel suo stile sintetico annunciò: “Cittadini, i principi della Rivoluzione restano- ma essa è finita”.

Ma era stato Danton che nel Tribunale che lo aveva condannato a morte (1794) aveva pronunciato le parole più toccanti:

“Senza di me non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione. Senza di me non ci sarebbe stata alcuna repubblica (…). Conosco questa corte, l’ho creata io e di questo chiedo perdono a Dio e agli uomini (…). 

Abbiamo posto fine al monopolio della nascita e della fortuna in tutti i grandi uffici dello stato, nelle nostre chiese, nei nostri eserciti, in questo vasto complesso di arterie e vene che dà vita a questo magnifico corpo che è la Francia. 

Abbiamo dichiarato che l’uomo più umile di questo paese è uguale al più illustre.

E questa libertà conquistata per noi stessi, l’abbiamo offerta agli schiavi. E affidiamo al mondo la missione di costruire il futuro sulla speranza che abbiamo fatto nascere. 

Questa è più di una vittoria in una battaglia, più delle spade e dei cannoni e di tutti gli squadroni di cavalleria d’Europa. Questa ispirazione, questo soffio per tutti gli uomini, ovunque, in ogni luogo, questo appetito, questa sete, non potranno mai essere soffocate. Le nostre vite non saranno state vissute invano”.

……….

Nota 1) vedi anche Catriona Seth “La Fabrique de l’intime”

2) Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni” 

3) sulla quale sul Randagio si trova una mia intervista alla storica Antonella Orefice.

Tra i molti film sulla Rivoluzione da vedere il bellissimo “Il mondo nuovo” di Ettore Scola (1982) e lo sceneggiato “La Rivoluzione francese” diretto da Robert Enrico e Richard T. Heffron, per il  bicentenario (1989).

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Napoletano in pillole: Lezione 4, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

A Napoli si dice: “Pare Pulecenella spaurato d’ê maruzze.” E già ti viene da sorridere: una paura teatrale, gigantesca… per una cosa minuscola. Le maruzze (o maruzzelle) sono le lumache: quelle di terra, con la scia d’argento, e pure quelle di mare. Insomma: niente mostri, solo corna piccole piccole. Eppure Pulcinella s’allarma come se stesse arrivando l’apocalisse.

È una frase perfetta per sfottere chi si agita troppo, chi fa il duro ma poi trema davanti al nulla, o chi vede “nemici” ovunque. 

Pulcinella è proprio così: un cocktail di fame e furbizia, chiacchiere e sospetto, genialità e scuse pronte. Maschera nera, naso adunco, cappello bianco, postura da uno che “ne ha viste”… e poi si impressiona per una maruzza. O magari fa finta: la sua paura spesso è strategia, un modo per prendere tempo, misurare l’aria, capire chi ha davanti e preparare la mossa senza scoprirsi.

E mentre tutti stanno lì a fissare le maruzze (come se davvero fossero il problema), Pulcinella fa quello che gli riesce naturale: parla. Parla tanto, parla troppo. E da quel parlare nasce l’altro classico: “’o segreto ’e Pulecenella”, il segreto che segreto non è, perché prima o poi viene spifferato – magari buttato lì, tra mille chiacchiere – come se nulla fosse. 

BUONA GIORNATA! 

Simona Iaccio e Stefano Russo

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