Parigi e gli esordi di Hemingway (1921 – 1926), di Gigi Agnano

Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dovunque tu possa poi andare per il resto della tua vita, Parigi te la porterai sempre con te, perché è davvero una festa mobile

Tra la fine della Prima guerra mondiale e l’inizio della Seconda, Parigi divenne il punto d’incontro di una generazione di scrittori americani che cambiò il corso della letteratura del Novecento. Erano spiriti ribelli, disgustati dal conservatorismo politico e sociale del proprio Paese, dal puritanesimo e dal proibizionismo, attratti nella capitale francese sì da un tasso di cambio estremamente favorevole, ma anche dalla forza magnetica di un centro culturale libero, effervescente e cosmopolita che proiettò la giovane letteratura statunitense sulla scena internazionale. La città divenne così uno dei luoghi in cui la narrativa e la poesia americane, sprovincializzandosi e superando qualche complesso di inferiorità, presero coscienza della propria forza innovativa, sbiadendo, in parte, quell’immagine di letteratura priva di tradizione, lontana dalla cultura europea se non dalla cultura tout court.

La definizione di “generation perdue”, di “lost generation”, attribuita a Gertrude Stein e resa famosa da Hemingway in Fiesta («Non avete rispetto per niente e per nessuno. Vi rovinate la salute a furia di bere […] Siete tutti una generazione perduta […]») aiuta a classificare il fenomeno, ma non ne coglie la complessità. A Parigi non nacque un’avanguardia artistica o una “scuola”, ma si riversò un’ondata di romanzieri, poeti, giornalisti, editori e librai che avevano visto gli orrori della guerra e volevano riprendersi la vita. Condivisero spazi, riviste, letture, indirizzi e frequentazioni. Una  topografia della scrittura che comprendeva librerie e piccole case editrici, caffè, bistrot, appartamenti modesti e salotti di mecenati, concentrati sulla Rive Gauche, tra Montparnasse, il Quartiere Latino, Saint-Germain-des-Prés e l’Odéon.

Fra tutti i luoghi della Parigi anglofona, Shakespeare and Company occupò una posizione centrale. La libreria fu fondata da Sylvia Beach nel 1919 in rue Dupuytren e trasferita nel 1921 alla vicina rue de l’Odéon, proprio di fronte ad un’altra libreria-mondo, la Maison des Amis des Livres di Adrienne Monnier. Shakespeare and Company era un negozio di libri in lingua inglese, ma anche una “lending library” (non essendoci i soldi per comprare i libri, si prendevano in prestito), un recapito postale per espatriati, un punto d’incontro della comunità artistica parigina. Molti americani vi si recavano appena arrivati in città, ancor prima di trovare un alloggio stabile; la libreria funzionava come presidio culturale, luogo di lettura, di reading pubblici, di discussione tra autori. Sylvia Beach svolse una funzione cruciale: libraia, promotrice culturale, consigliera, organizzatrice di eventi e di relazioni, editrice coraggiosa (a lei si deve la pubblicazione il 2/2/22 dell’Ulisse di Joyce), fu la figura che seppe trasformare un esercizio commerciale in un’istituzione essenziale per la coesione, la crescita e la promozione di quella comunità letteraria sempre più consistente di artisti espatriati. 

Un altro centro nevralgico era la casa di Gertrude Stein (1874-1946) a rue de Fleurus, dove abitava prima con il fratello Leo e poi solo con l’amica e compagna Alice B. Toklas. Presente a Parigi dal 1903, collezionista e scrittrice sperimentale, grande amica di Matisse e di Picasso, la Stein incarna, più di chiunque altro, lo spirito modernista del suo tempo, e il suo salotto parigino diventa il luogo d’incontro di pittori, scultori, musicisti e scrittori rivoluzionari. In “Festa mobile”, il libro di memorie degli anni di formazione a Parigi uscito postumo nel ‘64, Hemingway si chiede: “Che cosa sarebbe stata la letteratura americana senza la Stein, senza la sua presenza a Parigi nel primo dopoguerra?”

Ernest Hemingway era un assiduo frequentatore di casa Stein. Aveva ventidue anni quando arrivò nella capitale francese alla fine del 1921 con la prima moglie Hadley. Come racconta in “Addio alle armi” (1929), il giovane Ernest aveva partecipato alla prima guerra mondiale da volontario assegnato alla Croce Rossa sul fronte italiano, dove era stato gravemente ferito per portare in salvo un commilitone. Rimpatriato,  dopo quell’esperienza in Europa, considerava la vita negli Stati Uniti – era nato in Illinois e la famiglia si era stabilita in Michigan – gretta e provinciale e meditava di tornare in Italia. Fu Sherwood Anderson, all’epoca già famoso e che veniva da un lungo soggiorno in Francia, a consigliargli Parigi: se voleva seriamente impegnarsi a diventare uno scrittore, era lì che doveva andare. Anderson gli scrisse varie lettere di presentazione in cui lodava il “talento straordinario” del giovane Ernest per Gertrude Stein, James Joyce, Sylvia Beach e Ezra Pound. Hemingway conobbe Gertrude Stein nel marzo del ‘22 e presto le farà leggere alcuni racconti e poesie senza ricevere giudizi lusinghieri: doveva “riscrivere” perché la gran parte di quel materiale era “inaccrochable”, impubblicabile. Ciononostante, Hemingway continuò a frequentare casa Stein (“calda, accogliente, con buon cibo e ottimi distillati”) e i due diventeranno amici. Con Joyce invece (che era odiato dalla Stein) gli incontri furono sporadici e formali, ma improntati a stima reciproca. All’uscita dell’Ulisse nel ‘22, Hemingway scrive ad Anderson di un libro “dannatamente meraviglioso”, mentre l’irlandese dirà dell”americano che è “forte come un bufalo”. Molto più frequenti sono gli incontri con Sylvia Beach di Shakespeare and Co. di cui diventò il “miglior cliente” (sono parole della Beach, riferendosi ai tanti libri presi in prestito). Di Ezra Pound Hemingway scriverà in “Festa mobile”: “era lo scrittore più generoso che io abbia mai conosciuto e il più altruista. Stava sempre facendo qualcosa di concreto per poeti, pittori, scultori e scrittori in cui credeva e avrebbe aiutato chiunque, credesse in lui o meno, se si trovava in difficoltà. Si preoccupava di tutti”. Pound provò a proporre dei racconti di Hemingway ad alcune riviste, ma furono in un primo momento tutti respinti.

Oltre alle lettere di presentazione, Anderson diede all’amico Ernest anche l’indirizzo di un hotel, il Jacob, dove lui e la moglie potevano stare con una spesa irrisoria fino a quando non avrebbero trovato un appartamento.

La stagione parigina di Hemingway si lega al Quartiere Latino, alla zona di place de la Contrescarpe (prende un appartamento a rue du Cardinal Lemoin 74) e ai percorsi quotidiani che dal suo alloggio lo conducevano verso i caffè, le librerie e i luoghi dove si incontravano gli artisti. Come la Closerie des Lilas a Montparnasse, ricordata anche per gli incontri con Francis Scott Fitzgerald (che però aveva conosciuto al bar Dingo in rue Delambre), o La Rotonde, Le Dôme, Le Select, La Coupole, il Café Napolitain sul Boulevard des Italiens o la Brasserie Lipp e Les Deux Magots a Saint-Germain des Prés, frequentato anche da Joyce. Nella casa di rue Lemoin, in quegli anni, Hemingway ospita John Dos Passos, conosciuto in un breve incontro sul fronte italiano e destinato a diventare suo buon amico. Dos Passos era un grande viaggiatore e usava Parigi come punto di partenza per i suoi numerosi giri in Europa. Nel decennio successivo i due partiranno insieme per la Spagna dove partecipano alla Guerra Civile.

Questi sono gli anni in cui Hemingway – che sbarca il lunario facendo il giornalista – matura la sua avversione per il fascismo che andava affermandosi non solo in Italia. In un articolo del ‘22 per il Daily Star dalla Liguria scrive dei fascisti: “Non fanno distinzione tra socialisti, comunisti e repubblicani. Li considerano tutti Rossi e pericolosi”; e ancora: “Sono giovani, duri, ardenti, intensamente patriottici, di solito belli della bellezza giovanile delle razze meridionali e fermamente convinti di avere ragione. Sono ricchi del valore e dell’intolleranza della giovinezza”. Nel gennaio ‘23, inviato dal Daily a Losanna, vede Mussolini in carne ed ossa, in camicia nera e ghette bianche, e scrive un articolo dove lo definisce “il più grande bluff d’Europa”, capace solo di “rivestire piccole idee di grandi parole”.

Sul piano letterario, il soggiorno parigino fu determinante. In questi anni nacquero Three Stories and Ten Poems (1923), In Our Time (1925), altri racconti tra cui The Killers (che nel ‘45 diventa un film con Ava Gardner e Burt Lancaster) e soprattutto The Sun Also Rises, il suo primo romanzo del 1926, pubblicato in Italia come Fiesta. Ma la vera importanza del periodo trascorso a Parigi non sta soltanto in quelle opere. In quegli anni legge Turgenev, Tolstoj, Checov, Gogol e Dostoevskij; Henry Fielding, Yeats, Conrad, D. H. Lawrence, T.S. Eliot e Joyce; Stendhal e Flaubert, che avranno – in particolare quest’ultimo – un’influenza decisiva sul suo stile, sull’approccio alla scrittura in termini di disciplina e di osservazione (“l’occhio”), laddove la Stein e soprattutto Joyce gli avevano insegnato l’importanza del ritmo, della musicalità della frase (“l’orecchio”). Da questa miscela nasce una prosa nuova: anti-retorica, romantica in un modo inedito, seducente, intensa, di dialoghi asciutti e veloci.

Hemingway lascia Parigi nel 1926 prima dell’uscita di Fiesta, quando Hadley, la prima moglie, scopre la relazione con Pauline, giornalista di moda di Vogue Francia. Inizia un periodo di viaggi tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove completa il suo primo autentico capolavoro iniziato nella capitale francese, quell’ Addio alle armi che lo consacra come uno dei più grandi romanzieri del Novecento. Tornerà a Parigi nel ‘27 per sposare Pauline e poi solo per brevi periodi negli anni Trenta. Aveva tradito Hadley e in futuro non mostrerà alcuna riconoscenza per i suoi mentori Sherwood Anderson e Gertrude Stein e per altri amici che gli avevano dato una grossa mano (tra questi Fitzgerald)… ma questa, come si dice, è un’altra storia… Qualche tempo dopo la tragica morte nel ‘61, il nipote Sean scrive: “Per mio nonno Parigi fu semplicemente il miglior posto al mondo per lavorare, e rimase per sempre la città più amata.” 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Il nostro primo cartaceo, uno spazio per profili esitanti, di Gigi Agnano

Molti genitori – per la verità, sempre meno – si prodigano con sforzi titanici perché i figli leggano. Credono, a ragione, che i libri li migliorino, li armino per la vita, arricchiscano il loro vocabolario e affilino la capacità di argomentare un pensiero, una tesi. E i risultati balzano agli occhi: chi ha “studiato” sfoggia un’eloquenza trionfante, che trasmette sicurezza e contagia. Pendiamo dalle labbra di chi articola alla perfezione una riflessione che noi non avremmo mai saputo esprimere così bene. Sono coloro che, qualunque cosa dicano, la dicono in modo impeccabile. E più il ragazzo proviene da un retroterra svantaggiato, più la nostra ammirazione cresce. Giustamente.

Eppure, a me i libri – la narrativa in particolare – hanno insegnato a balbettare. Ho sviluppato una balbuzie interiore, un’incertezza cronica: non riesco a enunciare un concetto senza dubitarne, senza vacillare. Per certi versi, credo che i libri mi abbiano nuociuto più che giovato, rendendomi “un insicuro della madonna”, come dice un amico. E più invecchio, più leggo, più peggioro. Mi conforta però scoprire, anche attraverso l’esperienza di questa piccola ma onesta rivista, che questa balbuzie è una modalità profonda della letteratura. Un’esitazione che non è solo stilistica, che frammenta il discorso, che ripete, dubita e che molto spesso tace. È la cifra di autori che non raccontano per risolvere, ma per scavare nel silenzio, in quel vuoto dove il linguaggio si perde.

Uno dei motivi per cui amiamo Calvino – abbiamo dato il via al Randagio il 15 ottobre 2023, giorno del centenario della sua nascita – è anche per il suo “pensiero balbuziente”. Palomar vorrebbe “guardare un’onda e basta”, ma il mare ne produce infinite varianti, obbligandolo a un’osservazione che si corregge continuamente, come il balbuziente esausto che riavvia la frase. Antonino Paraggi in “L’avventura di un fotografo” (di cui parla Dino Montanino in questo volume) ripete: “Non ti prendo, non riesco a prenderti”. Ci piacciono autori senza sguardo predatorio sulla realtà, che si perdono nel caos, indecisi, balbuzienti, con il pudore di tornare sul già detto.

Così Beckett con i suoi loop ossessivi, Kafka arrovellato su accuse mai chiarite, Virginia Woolf nei flussi impetuosi, ma anche nei singhiozzi e nelle esitazioni, Celan che frammenta la sintassi di una lingua non sua, o, per arrivare ai giorni nostri, la protagonista muta di Lezioni di greco di Han Kang, i monologhi sospesi di Jon Fosse in Vaim (si veda l’articolo).

In troppi romanzi del nostro tempo, chi scrive pretende di “dare voce” a migranti, emarginati, vittime di traumi e violenze, di consegnare un “messaggio” di diverse centinaia di pagine ai posteri, laddove basterebbe un post, uno slogan o un whatsapp. È ammirevole – non si discute -, ma lo scrittore raramente prova davvero la sofferenza dell’altro; spesso parla da estraneo, con l’eloquenza fluida di chi osserva da troppo lontano, imponendo narrazioni che “risolvono” il dolore e alleviano la coscienza del lettore. Il mercato, per esempio, inonda gli scaffali di doppioni seriali di dame dolenti ma emancipate dell’800, di romanzi storici confusi e deludenti sia nella fiction come nella parte storica, biografie imbarazzanti, con copertine clonate e trame omologate da editori aggressivi, che privilegiano il conformismo commerciale. Preferiamo chi nelle storie entra in punta di piedi, chiedendo scusa e permesso ai protagonisti: chi non risolve casi, chi pone domande anziché dare risposte, chi balbetta il limite della propria voce, esita, tace, lascia crepe perché sia l’altro a parlare. O rallenta i tempi narrativi contro i ritmi roboanti da serie TV o social (leggi Edoardo Pisani sull’ultimo McEwan).

Nell’autofiction imperante, che ibrida privato e pubblico, amiamo Didier Eribon (articolo di Francesco Ferrari) – nato in condizioni di disagio economico e culturale nella classe operaia francese, estraneo al suo ambiente – e il suo sentire “altro, diverso”. O l’ultimo Gospodinov de Il giardiniere e la morte, che tratta la scomparsa del padre con poesia autentica, senza cliché sdolcinati (vedi la recensione).

Sono solo pochi esempi della letteratura che ci piace e che proviamo a proporre in questo volume: voci balbettanti, eticamente umili, che dubitano e tacciono per rivelare l’essenziale. Non ci accontentiamo di storie interessanti: pretendiamo libri che durante la lettura ci rendano attivi, che stimolino la fantasia anche a vagare in pensieri diversi e lontani da quelli della pagina. Siamo devoti e grati ai libri in quanto cantieri di visioni e leggiamo per passione, non per vincere dibattiti, ma per educarci al dubbio e alla balbuzie. 

Questo anima il primo numero cartaceo de Il Randagio: uno spazio per profili esitanti, narrazioni frammentate, silenzi condivisi. Qui, la balbuzie non è inciampo, ma essenza genuina di una letteratura che entra piano e ascolta i vuoti, che, farfugliando, incespicando sulle sue stesse parole, costruisce mondi autentici per quanto immaginati. Buona lettura 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio: 

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Dino Montanino per “Il calciobalilla non avrà futuro” (Guida, 2025), di Gigi Agnano

In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.

Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti anni d’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?

L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo. 

“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?

Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.   

Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?

Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.

La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.  

“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?

Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia. 

Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.

La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.

Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?

Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione. 

Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?

Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?

C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?

Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.

Gigi Agnano*

Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Edoardo Pisani per “Ho servito la regina di Francia” (Marsilio, 2026), di Gigi Agnano

“Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano.
Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto.
L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente.
La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.

La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer.  Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?

Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui pochi ti leggono davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi. 

Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?

Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi. 

La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo… 

Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.


Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?

EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo. 


Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”

Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto. 

Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?

Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM. 

Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso? 

Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno. 


Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi? 

Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta. 

Gigi Agnano*

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.