Georgi Gospodinov: “Il giardiniere e la morte” (Voland, trad. Giuseppe Dell’Agata), di Gigi Agnano

Nell’ultimo canto dell’Odissea assistiamo a uno dei momenti più intensi e toccanti della letteratura universale. Ulisse, dopo un decennio di peregrinazioni, torna a Itaca in incognito e, travestito da mendicante, si reca al podere dove lavora il padre Laerte, ormai anziano e in abiti trasandati. Non riconosciuto, Ulisse lo elogia per la cura delle piante e, solo dopo qualche tentennamento, si rivela, ma Laerte scettico gli chiede una prova. Ulisse gliene fornisce due: mostra la cicatrice di una vecchia ferita lasciata da un cinghiale e elenca con precisione gli alberi da frutta (peri, meli, fichi, viti) che il padre gli aveva donato da bambino. La commozione è tale che Laerte sviene tra le braccia del figlio.

Se si volesse immaginare una serie televisiva, l’ultimo libro di Georgi Gospodinov, “Il giardiniere e la morte”, tradotto da Giuseppe Dall’Agata e pubblicato da Voland, rappresenterebbe probabilmente il “sequel” dell’episodio omerico.

Con un incipit che trasforma il lutto in poesia – “Mio padre era un giardiniere. Ora è giardino.” -, Gospodinov elabora un commosso addio al padre; un testo intimo che rappresenta con estrema delicatezza la tenerezza e il dolore imparagonabili che si provano dinanzi al tramonto e alla perdita di un genitore.

Scritto su un taccuino con la stessa mano che ha stretto quella del padre malato di cancro, il libro è una raccolta di frammenti, di ricordi che attraversano le diverse stagioni della vita di entrambi, di riflessioni sull’invecchiamento e la malattia, di aneddoti che trasudano malinconia ma anche un lieve umorismo (“le storie divertenti per ogni evenienza”). Emerge così il ritratto di un uomo forte, temprato da una vita dura, riservato, spesso assente, incapace di dimostrare l’affetto con abbracci o baci, eppure generoso nell’affrontare le difficoltà con un “niente di grave”, una formula per non essere di peso ai figli, per rassicurarli, equivalente ad un “non preoccupatevi, va tutto bene”.

A chi è chiuso e introverso spesso accade di dedicarsi a un’attività solitaria e il padre, infatti, riserva tutte le sue attenzioni e  la sua gentilezza ad un giardino. Gli si dedica con ostinazione – arando, seminando, innaffiando – anche e soprattutto quando la diagnosi è chiara, le forze cominciano a mancare e la malattia inizia a prendere il sopravvento. È la sua lotta contro l’inevitabile. È evidente la metafora che interessa Gospodinov come figlio e scrittore: le piante e gli alberi per il giardiniere sono come per il narratore i ricordi e le storie, gli sopravvivono. Il giardino come la pagina scritta, mantiene viva la memoria di chi se ne prende cura; continua a crescere, a fiorire e a produrre frutti anche quando chi lo ha piantato non c’è più. Il giardino come la scrittura, come ogni atto di creatività e di cura, è un presidio di vita contro la morte.

Già in “Fisica della  malinconia” Gospodinov aveva fatto ricorso al mito di Sherazade, la narratrice delle “Mille e una notte”. Come Sherazade guadagna un giorno di vita dispensando ogni notte una storia nuova, così ne “Il giardiniere e la morte” le storie che l’autore raccoglie nel taccuino e la cura del giardino da parte del padre sono un modo per ritardare la fine, per resistere al dolore e mantenere vivo ciò che è prossimo a sparire. 

Scrive Gospodinov: “Questo non è un libro sulla morte ma sulla malinconia per la vita che se ne va”. O ancora: “Mio padre è morto e mio padre sta morendo – sono due frasi del tutto diverse. La prima è un fatto, una conclusione, l’altra è un romanzo”. In tal senso, “Il giardiniere” più che un libro sulla fine – che in quanto fine non ha più nulla da raccontare – è paradossalmente un libro sulla vita (“La morte è un ciliegio che matura senza di te”). 

Infatti, benché l’opera descriva l’esperienza dolorosa di accompagnare il padre fino all’ultima soglia, Gospodinov riesce a trasmettere una sensazione primaverile di rinascita, una “luce morbida” e un calore consolatori. Il libro ci dona un sillabario della tenerezza, una grammatica delle emozioni familiare a chiunque abbia affrontato un’esperienza simile. Più che un romanzo, il libro sembra nascere come un percorso di scrittura terapeutica teso a elaborare il lutto, che l’autore ha solo successivamente deciso di condividere con i lettori. 

“Dei padri si scrive con maggiore difficoltà. Forse perché nell’infanzia continua a esistere un invisibile cordone ombelicale con la mamma, lei è ovunque intorno a te, lei ti prepara il pranzo, lei si prende cura di te quando sei malato, ti mette la mano sulla fronte, lei è l’aria in cui tu nuoti. Il padre è una cosa più opaca, incerta e oscura, talvolta minaccioso, spesso assente, aggrappato al bocchino della sigaretta, lui nuota in altre acque e altre nuvole”.

Pur potendo apparire confinato nell’ampia gamma di scritti spesso tutti uguali sulla perdita dei genitori, inclini a cadere in cliché sdolcinati e in lacrimevoli luoghi comuni (romanzi un po’ furbi che sfruttano il fatto che il lettore non fatica ad identificarsi e a commuoversi); “Il giardiniere e la morte” si distingue per il rigore di una prosa essenziale, misurata e lontana da qualsiasi enfasi. Gospodinov offre una narrazione priva di artifici melodrammatici, ricca di autentica intensità emotiva e profondità di pensiero, che si inserisce in modo coerente e significativo nel suo straordinario percorso narrativo. 

“Mio padre se n’è andato. Non so cosa fare.”

Come tutta la produzione pregressa (“Romanzo naturale”, “Fisica della malinconia”, “Cronorifugio”), anche “Il giardiniere” si confronta con i temi e le riflessioni cari all’autore bulgaro: il tempo, la memoria, la perdita, la malinconia. E come spesso accade nei suoi libri, una vicenda intima diventa l’occasione per raccontare una storia collettiva: la morte del padre coincide simbolicamente con la fine di un mondo e di una generazione cresciuta a cavallo della caduta del regime.

Quello che in quest’opera forse un po’ manca – parliamo di un libro scritto, per ammissione stessa dell’autore, in soli quattro mesi – è lo slancio di originalità, la ricchezza di sfaccettature, di riflessioni, di digressioni bizzarre, di spunti geniali che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti. Se Gospodinov dovesse un giorno – magari anche quest’anno – aggiudicarsi un meritatissimo Nobel, probabilmente non sarà per quest’opera; tuttavia “Il giardiniere e la morte”, per il suo carattere delicato e commovente, potrebbe rappresentare un ottimo primo approccio alla narrativa dell’autore di “Cronorifugio” e di “Fisica della malinconia“, che comunque conferma il suo immenso talento e la statura di una delle voci più importanti della letteratura contemporanea. 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Nadeesha Uyangoda, “L’unica persona nera in una stanza” e “Corpi che contano”, di Gigi Agnano

La concomitanza con l’appuntamento referendario, in particolare con il quesito sulla cittadinanza, offre al Randagio l’occasione perfetta per parlare di Nadeesha Uyangoda e dei suoi libri.

Non mi piace annoiare il prossimo raccontando aneddoti personali, ma per presentarvela, faccio un’eccezione… giurando di non rifarlo più!
Qualche mese fa, durante un viaggio in Indonesia, mi è capitato un episodio che ancora oggi mi fa sorridere con una punta di fastidio. Sono un terrone doc, cresciuto all’ombra del Vesuvio, e quando sei lontano da casa e incontri altri italiani, scatta spesso quella voglia di scambiare due chiacchiere, magari condividere un pezzo di viaggio. Durante un’escursione in barca, mi ritrovo con una coppia anziana di veneti, rilassata, simpatica, persino di centrosinistra. Tutto tranquillo, finché, costeggiando un’isoletta con un villaggio di baracche malconce, tra lamiere arrugginite e legno marcio, il marito guarda la scena e dice alla moglie: “Pensa come stanno messi ‘sti marocchini!” Poi si volta verso di me e aggiunge: “Scusa, eh!”
In quel “scusa” c’era un universo di sottintesi. Non si stava scusando per un’espressione infelice, ma per dirmi che, nonostante la mia napoletanità, non mi considerava – bontà sua – parte di quella categoria marocchina che, nella sua testa, era sinonimo di miseria, arretratezza, ecc…

Un momento imbarazzante, a prenderlo bene anche un po’ comico, che mi ha fatto riflettere su come il pregiudizio possa infilarsi in episodi apparentemente banali. Ci sono infatti occasioni che ti pongono di fronte a piccole espressioni di razzismo che, pur sembrando innocue o dette en passant, sono insopportabili quanto i grandi gesti d’intolleranza. Quelle parole, magari sussurrate, ti ricordano che il pregiudizio può ferire anche senza essere urlato. Talvolta basta un dettaglio, una smorfia, per capire quanto il razzismo sia radicato e difficile da estirpare.

Ma, per fortuna, a me episodi come questo capitano raramente. Mettiamoci invece nei panni di “una persona nera” in un Paese come il nostro, dove le battute insolenti o certi sguardi sono all’ordine del giorno.

È qui che entra in gioco Nadeesha Uyangoda, una voce che dovremmo tutti ascoltare. Nata a Colombo nel 1993, dall’età di sei anni in Brianza, la Uyangoda è una scrittrice italiana di origini singalesi che, con due libri, un podcast e articoli su giornali e riviste prestigiose, racconta l’Italia da una prospettiva che manca ancora quasi del tutto nel dibattito pubblico. La sua forza? Sa parlare di temi seri – a volte dolorosi – con una leggerezza e un’ironia che ti fanno sentire come se stessi chiacchierando con un’amica brillante, sincera, intelligente, mai scontata.

Il suo primo libro, “L’unica persona nera nella stanza” (66thand2nd, 2021), è un reportage sulla quotidianità di chi vive in un Paese dove essere neri può significare soltanto che sei “straniero” e “extracomunitario”, anche se sei nato e cresciuto qui. Non si tratta solo di razzismo esplicito, fatto di insulti o gesti eclatanti. La Uyangoda ci mostra quanto siano insidiose le microaggressioni che non fanno rumore, quei momenti apparentemente innocui che però pesano. Come quando sei l’unica persona nera in un gruppo e tutti ti guardano come se fossi un’eccezione, o ti chiedono “di dove sei veramente?” come se la tua risposta non possa essere “Italia”. Oppure quando vieni invitata a un evento non tanto per le tue idee, ma perché serve una “quota nera” per evitare critiche. L’unica persona nera nella stanza è quella cui l’impiegato di banca si rivolge col “tu”, ritornando al “lei” col cliente successivo; è la bambina cui la maestra dice “Nadeesha, tu la tesina la fai sul tuo Paese”, intendendo ovviamente lo Sri Lanka. L’unica persona nera nella stanza è quella che esce con tuo figlio al quale chiedi “quanto sia scura”. Sono tutti episodi che evidentemente fanno pensare ad un memoir, ma il libro è anche un serissimo piccolo saggio sulla società italiana, che parla di noi tutti, rivelando un razzismo “ordinario” che spesso non riconosciamo nemmeno.

Nel suo secondo lavoro, Corpi che contano (66thand2nd, 2024), la Uyangoda scrive con un registro da saggio del legame tra corpo, sport e identità, confrontando i ricordi d’infanzia legati al proprio corpo con le vicende di atleti razzializzati che hanno trasformato le loro capacità fisiche in una professione. Attraverso queste storie lo sport si rivela un modo per realizzare un riscatto sociale, un mezzo per abbattere muri e preconcetti, ma anche uno strumento di potere politico e controllo culturale. E il corpo dell’atleta diventa un simbolo, il ring sul quale si affrontano pregiudizi, discriminazioni e aspettative della società. È un corpo che viene celebrato, ma anche valutato, mercificato, controllato, politicizzato. L’autrice mette in chiaro quanto il razzismo sia ancora presente nel mondo dello sport e quanti stereotipi continuiamo a portarci dietro quasi per abitudine o per inerzia. Come per esempio l’idea che certi corpi siano “fatti” per alcuni sport e non per altri solo perché appartengono a una certa “razza”, oppure la convinzione ancora molto radicata che esistano sport “da maschi” e sport “da femmine”. Con un tono sempre intelligente e mai pedante, Nadeesha disfa queste narrazioni e ci invita a riflettere.

Ecco quindi perché è il caso di leggere i suoi libri. Perché Nadeesha Uyangoda ci regala una lente nuova per guardare l’Italia, quella delle persone nere o appartenenti a minoranze spesso invisibili. Con i suoi scritti e il podcast “Sulla razza“, sfida pregiudizi, parla di razzismo sistemico e di mancanza di rappresentanza in politica, media e cultura. Come dice lei: “Negli ambienti culturali italiani i neri esistono come oggetto del discorso, quasi mai come soggetto”. I suoi libri non solo informano, ma spingono a interrogarsi e a cambiare, a partire dai piccoli gesti quotidiani.
Se vogliamo quindi capire cosa significhi essere una persona di colore in Italia oggi, iniziamo da Nadeesha. Ci lascerà con tante domande, ma anche con la voglia di fare la nostra parte. Seguiamola sui Social, dove, per esempio, il giorno 6 giugno scrive: “La settimana prossima mi scade il permesso di soggiorno (che non è più illimitato, ma va rinnovato ogni 10 anni). […] L’anno scorso ho iniziato il lungo processo verso la domanda di cittadinanza (ho avuto l’appuntamento per la legalizzazione a febbraio 2025, ad oggi non ho ancora ricevuto il documento). Non raccontiamoci tante storie: il referendum potrebbe portare la concessione della cittadinanza da 13 a 8 anni per gente che vive, lavora, va a scuola e paga le tasse in Italia. Non risolve il divario di potere tra passaporti, non è risolutivo in tema di cittadinanza, non snellisce le pratiche burocratiche. Non è poi molto, ma anche quel poco è importante perché concede in tempi meno incivili i diritti politici a persone che, pur nascendo o crescendo o vivendo in questo paese, non riescono a partecipare alla cosa pubblica.”

IL RANDAGIO SUGGERISCE: ANDIAMO A VOTARE!”

P.S. Non c’entra niente, ma Nadeesha e io tifiamo per la squadra di calcio Campione d’Italia: forza Napoli sempre!

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Cristiana Buccarelli: “Taccuini di viaggio” (Cervino edizioni), di Gigi Agnano

Cara Cristiana,

dopo aver letto i tuoi Taccuini, ho sentito il desiderio di scriverti perché mi sono riconosciuto nella tua stessa inquietudine, quella che ci spinge verso strade lontane alla ricerca non solo di nuovi luoghi, ma anche – in qualche modo – di noi stessi.

Il tuo lavoro è un atlante narrativo di terre diverse, una galleria di panorami culturali e ritratti umani, di paesaggi non solo geografici, ma profondamente esistenziali. Mi hai fatto sentire un compagno di viaggio nelle tappe di un cammino che attraversa un Messico rarefatto, i mercati del Guatemala con la loro densità cromatica abbagliante, fino agli odori e alle voci del Marocco che si presenta come una visione, dove ogni pietra racconta storie e i vicoli sono labirinti nei quali si entra per perdersi. La tua scrittura cattura ogni luogo con una sensibilità che trascende la descrizione turistica, toccando corde ben più profonde.

Sono racconti che evocano un’esperienza sensoriale intensa: sentiamo il calore della giungla di Tikal, la luce mediterranea di Rodi, il “silenzio tenero e compatto” del Sahara. C’è una forma di purificazione nelle esperienze rievocate, come quando la guida Kareem versa acqua sui tuoi capelli e sul corpo, creando un momento tanto tattile quanto spirituale (forse anche sensuale). E attraverso la tua scrittura, anche noi lettori ci purifichiamo bagnati dalla stessa acqua a Chellah come a Rodi, a Tulum o sul Bagmati. Ci immergiamo nella stessa luce e respiriamo la stessa aria, accarezzati o sferzati dallo stesso vento, sia che lo chiami “Meltemi” in Grecia, “forte vento di mare” a Essaouira o semplicemente “folate” a Berlino.

A proposito di Essaouira, immagino abbiano raccontato anche a te la leggenda di Jimi Hendrix che, affascinato dalla bellezza del luogo, nel ‘69 voleva acquistare il vicino villaggio di Diabat per farne una comune hippie. Me ne sono ricordato perché la tua narrazione è intrisa di musica, dai Cure al fado, da Mozart a Vivaldi; e di poesia – quella che citi nei tuoi pellegrinaggi letterari e quella che scrivi tu stessa con delicatezza a chiusura del volumetto.

Per quel po’ che ti conosco, non mi sorprende la tua attenzione all’elemento linguistico: le citazioni dal Popol Vuh, l’arabo, il kalimera a Rodi o il namastè in Nepal, le riflessioni sui culti nordici diventano chiavi per aprire – come scrive Daniela Marra nell’introduzione – “nuove porte percettive” in cerca di un contatto autentico con le tradizioni e le culture incontrate.

Parlando di viaggi, sorrido pensando che torneremo a discutere del tuo libro sulla rivista letteraria che abbiamo voluto chiamare Il Randagio. C’è qualcosa di perfettamente calzante in questo, come se il “randagiare” fosse essenza del nostro essere lettori e viaggiatori. Mi viene in mente Foster Wallace quando diceva: “Un vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” È questo l’invito che il tuo libro porta con sé: viaggiare per guardarsi dentro con occhi rinnovati, più profondi e consapevoli – che, se ci rifletti, è lo stesso invito che noi del Randagio rivolgiamo a chi affronta il viaggio della lettura.

Fabio Stassi, in un’intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa, ha definito il suo “Bebelplatz” un “libro ornitorinco” per la molteplicità di generi che contiene. Credo che questa definizione si adatti perfettamente anche ai tuoi Taccuini, che sono diario di viaggio, raccolta poetica, memoir e reportage insieme. Amo gli autori che sanno districarsi tra spazi fisici e interiori, in particolare mi piacciono quei libri che nascono dall’inquietudine per cui manca sempre un luogo alla geografia personale dell’autore e del lettore.

Grazie per aver condiviso la tua meravigliosa sete di viaggio.

Con stima e affetto

gigi 

 Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

Dahlia de la Cerda: “Bastarde disperate” (trad. Sara Cavarero – Solferino), di Gigi Agnano

In Messico la vita per le donne è perfino più difficile che altrove. “Ogni tre ore e venticinque minuti, una donna muore squartata, soffocata, violentata, picchiata a morte, bruciata viva, mutilata, crivellata dalle coltellate, con le ossa rotte e la pelle livida”.  Le violenze sono perpetrate da organizzazioni criminali  ma anche da bracci armati dello Stato e il 98% dei femminicidi resta impunito. “Essere donne è uno stato d’emergenza”. Il virgolettato è di Dahlia de la Cerda, l’autrice di Bastarde disperate (pubblicato in Italia da Solferino con la traduzione di Sara Cavarero), una raccolta di tredici racconti narrati in prima persona da una varietà di voci femminili accomunate dalla lotta quotidiana per sopravvivere. 

Sono donne di età e orientamenti sessuali diversi, provenienti da contesti sociali e culturali differenti, personaggi fragili ma combattivi che affrontano violenze domestiche, aborti, femminicidi, pregiudizi di classe. L’autrice di Aguascalientes, attivista femminista oltre che scrittrice e giornalista, con un linguaggio incisivo mette a nudo l’umanità di un universo femminile tormentato, alternando momenti di violenza a passaggi di struggente lirismo.

Nel racconto d’apertura, “Prezzemolo e Coca-Cola“, una ragazza sta seduta sulla tazza del water e ha appena orinato sul test di gravidanza che risulta positivo. Studentessa universitaria, orfana e sola in un paese cattolico dove l’aborto è illegale in 20 dei 32 stati, si mette alla ricerca su Google di metodi casalinghi per interrompere la gravidanza: prezzemolo nella vagina, lavande con Coca-Cola, aspirina, zapote nero, tè di ruta, di origano, di anice stellato. Navigando nel web le compare il video di un feto che grida “Ehi! Ehi! La mia gambetta!”. Anziché pungersi l’utero con una gruccia, si procurerà l’aborto da sola, in casa, con pastiglie di misoprostolo, tra tremori, vomito, diarrea e fiotti di sangue. 

I racconti successivi offrono angolazioni diverse della condizione femminile. Yuliana, figlia di un boss del narcotraffico, si ritrova erede di un impero criminale. Constanza, figlia di un deputato, è vittima di un femminicidio che tutti preferiscono mascherare come suicidio. Stefi, minorenne, viene abbandonata con un messaggio WhatsApp da Yandel “il coglione”, col quale ha avuto un figlio.

Giacché queste donne non hanno avuto la possibilità di parlare da vive, molte delle voci di “Bastarde disperate” raccontano le loro storie dall’oltretomba, in una sorta di Spoon River latinoamericano. “Mi sono svegliata molto confusa senza sapere cosa cazzo stesse succedendo. Ho guardato da una parte all’altra e ho emesso un urlo tremendo nel vedere il mio corpo buttato lì in mezzo a un mucchio di spazzatura. Mi sono avvicinata lentamente e ho avuto la conferma ai miei sospetti: ero morta. Quei puttanieri del cazzo mi avevano ammazzata. Ho preso la mia mano insanguinata e ho pianto un po’ per me.”

I racconti sono ricchissimi di rimandi alla musica pop messicana: canzoni tex-mex, ballate, cumbia, rap. Al ritmo di questa colonna sonora le protagoniste bevono, ballano, afferrano l’attimo, anche se le baldorie coincidono sempre con il momento che precede la tragedia. Due amiche vanno a una festa e non sanno, quando si salutano, che quella sarà l’ultima volta che si vedono. In “Regina”, una liceale di buona famiglia balla reggaeton e twerka sognando un fidanzato narcos, ignara che il suo destino è segnato da un proiettile tra gli occhi. 

Sono storie di donne reali, generalmente vittime, ma capaci a loro volta di essere cattive, moralmente grigie. Donne cui la vita non offre altre opzioni, che imbrogliano, ingannano, rubano e uccidono per sopravvivere. Sono forti e bastarde come “La China”, con un passato di violenza domestica, che uccide per soldi, per provvedere alla figlia, e che dice di non fare la puttana solo perché non sa “che prezzo dare alle chiappe”. O come la ragazza che va al Nord  per lavorare nelle “maquilas”, stabilimenti industriali che adoperano manodopera femminile sottopagata, che viene stuprata e uccisa nel deserto da una banda di cinque balordi. È una scena straziante che grida vendetta: “Mi hanno violentata tutti e cinque. Facevano i turni per violentarmi. Mi hanno legato mani e piedi. Mi hanno bruciato con le sigarette, mi hanno colpita finché non si sono stufati. Mi liberavano e poi si divertivano a darmi la caccia. Mi hanno morso i seni. Mi lasciavano andare, io correvo con tutte le mie forze, ma loro erano più veloci e più forti di me. Non appena uno mi raggiungeva, mi afferrava per i capelli, mi buttava sulla sabbia e mi prendeva a calci in faccia, sul petto, con furia.” Il fantasma della ragazza stuprata incastrerà in un autobus gli aggressori che l’hanno uccisa. Per ipotizzare un riscatto contro l’impunità, bisogna ricorrere al sovrannaturale e al fantastico. Il racconto è “Il sorriso”, quello che più di tutti gli altri fa l’occhiolino al genere horror e al gotico messicano. 

Vittime di una violenza e di un’ingiustizia spropositate sono anche le donne trans. Nel caso dei transfemminicidi il tasso di impunità è ancora più elevato, in Messico come altrove. Sono crimini in cui la misoginia si mescola al machismo e le vittime, invece di trovare giustizia, vengono criminalizzate e stigmatizzate. In “Paillettes” una trans, cacciata di casa, si prostituisce e viene violentata e assassinata: “Quando il mio cadavere è stato ritrovato, nessuno mi ha chiamata Julia, è stato come se un pezzetto di plastica con una fotografia valesse più di una vita di trasformazioni.” 

La raccolta si conclude con “La Huesera”, una lettera d’addio, scritta su consiglio dello psicologo, a un’amica vittima di femminicidio: “eccomi qui a scriverti com’è e come è stata la vita senza di te. Dopo la tua improvvisa scomparsa da questo mondo.” Il ricordo è straziante: “Ho la mia top ten delle tue risposte del cazzo. Ancora penso a quella data al tizio che ti aveva detto «Che belle gambe, a che ora aprono?», e tu: «Alla stessa ora di quelle di tua madre, coglione».”

Con uno stile provocatorio e seducente, una scrittura trasgressiva, anarchica e selvaggia, la de la Cerda ci propone un Decamerone adattato ai nostri tempi malati, con il grande pregio di scuotere le coscienze creando un rapporto empatico tra i suoi personaggi e il lettore, che non può restare indifferente all’ascolto.

Libro “politico”, di critica sociale filtrata dalla letteratura, commedia nera che si fa leggere informando, che suscita lacrime divertendo, Bastarde disperate è un debutto grintoso, inquietante e necessario di uno dei più emozionanti nuovi scrittori latinoamericani. E non sorprende che, dopo aver vinto numerosi premi, sia stato inserito nella longlist dei candidati all’International Booker Prize 2025, di cui conosceremo i finalisti il prossimo 8 aprile.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

David Diop: “Fratelli d’anima” (trad. Giovanni Bogliolo – Neri Pozza) – Guerra, follia e identità perduta, di Gigi Agnano

Durante la prima guerra mondiale, l’esercito francese arruolò nelle colonie circa duecentomila soldati da destinare al fronte europeo. “Fratelli d’anima“, dell’autore franco-senegalese David Diop, ci trascina nella mente tormentata di uno di questi giovani: Alfa Ndiaye, strappato dalla vita del suo villaggio rurale in Senegal e gettato negli orrori della guerra di trincea. Il titolo stesso dell’opera racchiude il nucleo della narrazione: il legame profondo tra due amici d’infanzia, Alfa e Mademba, un legame destinato a spezzarsi nelle trincee della Grande Guerra con conseguenze devastanti.

Il romanzo si apre con la brutale morte di Mademba Diop, il “più che fratello” di Alfa: durante un assalto, un soldato nemico lo sventra con una baionetta. Nella sua lunga agonia, disteso tra le braccia dell’amico, Mademba lo supplica tre volte di porre fine alle sue sofferenze. Alfa, paralizzato dal rispetto delle leggi ancestrali del suo villaggio, si rifiuta. Questa scelta, apparentemente morale, si rivelerà l’inizio del suo tormento interiore:

Non sono stato umano con Mademba, il mio più che fratello, il mio amico d’infanzia. Ho lasciato che fosse il dovere a imporre la mia scelta. Gli ho offerto soltanto dei cattivi pensieri, pensieri imposti dal dovere, pensieri raccomandati dal rispetto delle leggi umane, e non sono stato umano.

La morte dell’amico innesca in Alfa una trasformazione inquietante. Consumato dal desiderio di vendetta, sviluppa un macabro rituale: dopo ogni assalto, mentre i commilitoni rientrano nelle trincee, si intrufola al buio nelle linee nemiche e, fingendosi morto, uccide un soldato per mozzargli una mano con il machete.

Inizialmente i compagni celebrano il suo coraggio, trasformando questi trofei in un grottesco gioco. Ma dopo la terza mano, il terrore prende il sopravvento: Alfa viene considerato uno stregone, un dëmm, un portatore di sventure. Alla settima mano, il capitano lo allontana dalla prima linea, inviandolo all’ospedale militare.

È qui che la mente di Alfa sprofonda definitivamente nel delirio. Tra ricordi strazianti del villaggio natale e la desolante realtà dell’ospedale militare, il romanzo procede verso un finale enigmatico e perturbante, in cui realtà e allucinazione si confondono inestricabilmente.

Diop costruisce il suo racconto con una prosa essenziale e ipnotica, che riecheggia l’oralità della tradizione letteraria africana. La scelta linguistica riflette perfettamente lo spaesamento del protagonista: Alfa, che a malapena parla francese, si ritrova coinvolto in un conflitto tra potenze europee di cui non comprende le ragioni. Non a caso, i nemici vengono sempre descritti come “quelli dagli occhi azzurri”, mai come “tedeschi”, sottolineando l’estraneità del protagonista al mondo in cui è stato catapultato.

Il romanzo affronta temi universali – la guerra, l’amicizia, il senso di colpa – attraverso una prospettiva inedita: quella di un soldato coloniale, doppiamente estraneo alla guerra che combatte, sia come africano che come essere umano. Diop racconta magistralmente come la violenza della guerra possa dissolvere non solo la sanità mentale, ma anche l’identità culturale di chi la subisce.

Non sorprende che “Fratelli d’anima” abbia conquistato importanti riconoscimenti internazionali, tra cui lo Strega europeo, il Goncourt des Lycéens e l’International Booker Prize. È un’opera che arricchisce la letteratura di guerra con una voce originale e potente, offrendo uno sguardo nuovo sulla Grande Guerra attraverso gli occhi di chi fu costretto a combatterla senza comprenderne le ragioni.​​​​​​​​​​​​​​​​

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.