‘’Come affermava il filosofo Michel Foucault:<<Il carcere è la camera oscura della legalità>>. Qui i detenuti si sentono prigionieri non solo delle loro azioni, ma di un sistema che ignora il valore della dignità umana. Il sistema carcerario, che dovrebbe essere finalizzato alla rieducazione, come sancito dall’art.27 della Costituzione, sembra invece essere un luogo di frustrazione, dove ogni tentativo di umanizzazione è ostacolato dalla burocrazia e da un atteggiamento che ostacola che vengano adottate misure concrete per garantire il rispetto della dignità e dei diritti dei detenuti’’
Mi colpiscono queste parole contenute in una lettera scritta da un detenuto al professore Samuele Ciambrello, Garante per la regione Campania delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il quale ha avuto il merito di raccogliere e curare una serie di lettere-testimonianze a lui rivolte dai detenuti, le quali sono da pochi giorni uscite in stampa nel libro Lettere al garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze (IOD Edizioni 2026).

Tra le varie lettere inviate a Samuele Ciambriello, pubblicate nella loro versione originale e ordinate per argomenti, tutte incisive, autentiche e profondamente sentite, trovo offra un notevole spunto di riflessione la lunga e articolata missiva di un detenuto, il quale pone l’accento sull’emergenza sociale del sovraffollamento e sulla necessità che vengano applicate le pene alternative da parte della magistratura di sorveglianza, di cui riporto un estratto:
‘’Caro Samuele, dopo il discorso del presidente Sergio Mattarella, che ha definito le condizioni delle carceri italiane un’emergenza sociale da dover risolvere nell’immediatezza, sono susseguite una serie di riflessioni e considerazioni, riportate dalla cronaca, di vari esponenti della politica e della magistratura. Dall’ultima, esaudienti ed efficaci, quali l’intervista pubblicata dal «Mattino» del procuratore capo della corte d’appello, nella quale questo ribadiva la necessità di usare ciò che già esiste come strumento attuabile, la legge Cartabia, di usare, cioè le pene alternative per i reati che non superano i 4 anni, e di risolvere il problema di quelli che hanno diritto di usufruire di pene alternative, ma che non hanno un domicilio o una residenza, magari creando appositi centri, come quelli già esistenti, ma a basso numero di capienza, spesso gestiti da esponenti della chiesa. Non mi piacciono le proposte dell’attuale governo, che propone le stesse cose che propose a giugno dell’anno scorso. Hanno prodotto un aumento di 1.500 detenuti, quando il sovraffollamento supera di circa 35.000 unità su 42.000 posti e del personale che va sempre a diminuire. Ci piace invece la semplice e attuabile proposta del partito di opposizione, che propone un’amnistia o un indulto come è stato fatto nel 2006. Dopo venti anni, considerate le condizioni definite dall’illustre presidente «un’emergenza sociale», penso che questa sia la più indicata e immediata, perché altre soluzioni necessitano di tempo e di denaro, e mi sembra che in Italia mancano l’una e l’altra. Forse, però, non per sovvenzionare guerre.’’
Un altro detenuto, in una missiva in cui si riferisce nello specifico alla dura realtà del sovraffollamento nel suo istituto scrive:’’…Il carcere ha la capienza per circa 350 detenuti, ma attualmente ne ospita oltre 600. Nella mia stanza attualmente siamo in 7, così come nelle altre stanze ci sono 6-7 persone, ma le stanze non sono strutturate per ospitare tale numero di persone, in quanto sono molto piccole. La mia stanza è di circa 16 mt. Ho esposto questi punti all’ispettore, che mi ha risposto che il carcere, allo stato attuale, non ha i mezzi per mettere in atto ciò che è scritto nella nostra Carta costituzionale.’’
Viene dunque sollevato un tema complesso e mai risolto dal nostro ordinamento, cioè quanto la condizione del sovraffollamento renda necessario e urgente un intervento legislativo al fine di concedere velocemente e senza ritardi in tutti i casi possibili le misure alternative ad opera della magistratura di sorveglianza.
Alla luce di ciò vogliamo ricordare il tentativo della riforma del 75’ che finalmente modificava del tutto il Regolamento Rocco del ’31 di epoca fascista, e il cui obiettivo fondamentale era quello di rendere attuabile nella sua concretezza l’art.27 della Costituzione per cui la pena non ha una funzione punitiva ma esclusivamente rieducativa. Tra i punti principali della riforma c’era appunto una maggiore possibilità di misure alternative, quali l’affidamento in prova ai servizi sociali e la semilibertà. Tuttavia quella che era stata considerata una delle riforme legislative più evolute d’Europa, è rimasta sulla carta, sia perché lo Stato non ha mai stanziato i mezzi, sia a causa degli anni di piombo e del terrorismo: nel 77’ con la legislazione d’emergenza e la nascita delle carceri speciali, la riforma del 75’è stata congelata.
Si può dire che a cinquant’anni di distanza ogni cosa è rimasta in sospeso e la situazione può considerarsi solo peggiorata.
Tornando alla raccolta Lettere al Garante, attraverso di essa ci si immerge nelle richieste profondamente umane e legittime, da parte di uomini e donne che vivono l’esperienza del carcere.
‘Egregio garante, chi le scrive è un detenuto. (…..) LEI CI DEVE AIUTARE E DOVETE DAR VOCE AL NOSTRO GRIDO DI AIUTO (…) Ci sono problemi quotidiani qui…non c’è acqua calda, viene negata la possibilità di riscaldarsi negando l’ingresso di coperte in plaid, non ci sono riscaldamenti, non c’è personale medico e, quindi tutti i detenuti vivono nella costante paura che possa sorgere qualsiasi problema di salute’
In queste parole si rinviene il desiderio di affidarsi a qualcuno per non essere abbandonati, ignorati, dimenticati: si tratta di legittime richieste di intervento rivolte a chi ha il dovere e la responsabilità di salvaguardare i diritti fondamentali di queste persone. Ma soprattutto c’è il desiderio di essere visti e ascoltati come esseri umani.
Un tema sicuramente cruciale che viene affrontato è il diritto alla salute, in particolare per chi soffre di gravi malattie il carcere può diventare una vera e propria condanna. Come dice chiaramente il professor Ciambrello: <<il diritto alla salute, in carcere, appare spesso come un diritto rinviato, ostacolato o svuotato: visite specialistiche annullate, ricoveri differiti, interventi non eseguiti, reparti non adeguati, cure insufficienti, controlli oncologici rinviati, mancanza di scorta (…).
E, così, il diritto alla salute, che l’art.32 della Costituzione riconosce come fondamentale, finisce per essere sospeso nella pratica quotidiana>>.
In alcune di queste lettere si avvertono delle vere e proprie grida di aiuto.
C’è chi soffre per la mancanza dei colloqui con i propri familiari da moltissimo tempo in quanto spesso non viene rispettato il diritto alla territorialità della pena; c’è chi ha subito delle violenze e dei maltrattamenti; c’è chi per solitudine, fragilità e isolamento ha tentato il suicidio.
‘’…Ho avuto il piacere di parlare con LEI nel carcere, dopo che durante la notte avevo tentato il gesto estremo. Ha visto le mie condizioni fisiche, sono una persona che ha subito molte ingiustizie…(…). Adesso dottore carissimo, le chiedo non elemosina, ma una cosa che mi fa vivere per il resto dei miei giorni. La mia VERITA’ che vuol dire la MIA GIUSTIZIA e la MIA LIBERTA’…Allego se possibile tutte le carte in cui richiedo colloqui con psicologi e psichiatri…non sono stato mai visitato…Oggi mi sento un uomo senza dignità, per il modo in cui mi trattano, per come i miei diritti vengono ignorati e calpestati…’’
Non si deve inoltre dimenticare come il carcere non riguardi soltanto chi è ristretto, ma come i suoi effetti si allarghino su tutti i familiari ed esso si riversi spesso e volentieri sulla vita di questi ultimi che restano fuori, in quanto cambia totalmente anche la loro vita quotidiana.
A mio avviso è importante ricordare anche i gravi errori giudiziari di questo periodo storico, per cui sperimentano il carcere quasi 1000 persone all’anno in Italia come presunti innocenti, non troppo di rado con quello che può considerarsi un abuso della misura cautelare; molti di questi indagati in seguito vengono assolti, ma nessun risarcimento economico può essere congruo per i danni morali e spesso anche professionali subiti da queste persone oltre che dai loro familiari.
Dunque cogliamo l’occasione a questo proposito per sottolineare quanto sia urgente e necessaria una riforma dell’ordinamento giudiziario, fatta nella giusta direzione, che velocizzi i tempi della giustizia e che garantisca il carcere come eccezione assoluta, non come un’assurda anticipazione della pena.
Mi pare infine interessante un accostamento tra la testimonianza di Lettere al Garante e quella del romanzo autobiografico pubblicato per la prima volta da Rizzoli nell’83’, L’università di Rebibbia, della grande scrittrice anarchica e anticonformista, Goliarda Sapienza. La stessa, oberata da gravi ristrettezze economiche, finì in carcere negli anni Settanta per qualche mese per aver rubato dei gioielli a una conoscente, e nel suo romanzo racconta la straordinaria solidarietà e dignità di chi è ristretto, e di quanto la vicinanza e l’empatia nella convivenza umana diventino una modalità per sopravvivere.
Il titolo stesso, L’università di Rebibbia, nasce dalla convinzione di Goliarda per cui il carcere è un vero e proprio luogo di insegnamento, un luogo in cui si apprende la vita, scevro da qualsiasi illusione e ipocrisia della vita al di fuori.
È un’opera indimenticabile che, a prescindere dalle utopie e dalla lotta politica di quegli anni, vuole porre l’attenzione sulla realtà degli emarginati, dei dimenticati, appunto sulla realtà del carcere.
Allo stesso modo con Lettere al Garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze, (IOD Edizioni 2026) il professore Ciambrello, ha avuto il merito di mettere sotto gli occhi di tutti noi una realtà tutt’ora difficilissima e irrisolta, sulla quale è necessario intervenire al più presto.
In conclusione riporto l’acuta riflessione del professore Stefano Anastasia (Garante per la regione Lazio) presente nella prefazione di Lettere al Garante:
<< Queste pagine…aiuteranno a capire a chi non vi sia mai stato, non ne abbia mai avuto un’esperienza personale, professionale o familiare, cosa sia il carcere e perché dovremmo avere il coraggio di farne a meno, quando possibile, come possibile>>.
Cristiana Buccarelli

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

