Sei racconti da Gaza ci arrivano dalla penna di Duaa Sa’id, per il tramite della traduttrice Laura Tribuzio, arabista e persianista dell’Université Catholique di Lovanio (Belgio) e Aldo Nicosia, arabista dell’Università di Bari.
Sei racconti come frammenti di luce dalle macerie, che pubblicheremo uno alla volta, ogni mercoledì delle prossime settimane, perché ci sono parole che meritano più attenzione di altre e hanno bisogno di tempo per restare.
Duaa Sa’id, come avete modo di leggere nella bio a corredo, è poco più che trentenne e attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, nella zona di Khan Yunis.
Khan Yunis
Sei racconti da Gaza, di Duaa Sa‘id
1
L’inizio della speranza
Maria e il palpito delle stelle
La notte era immobile, finché tutto tremò.
Maria si svegliò di soprassalto, spaventata, al suono di una forte esplosione, molto vicina, e di una luce abbagliante che invase ogni angolo della tenda.
Tremò e si alzò per svegliare la mamma, ma dalla finestra della tenda scorse qualcosa di strano e luminoso. Rimase stupita nel vedere una piccola stella splendente così vicina, come se fosse venuta per lei.
La stella la scorse e le disse: «Non avere paura, piccola. Ti ha svegliata l’esplosione? Come ti chiami?»
Maria rispose: «Sì! Mi chiamo Maria, ma mi chiamano Mimi. Come sei arrivata fin qui?»
La stella rispose: «Ho sentito l’eco di un’esplosione diffondersi nell’universo e sono venuta a vedere che cosa fosse successo. Sai, Maria, anche noi stelle a volte esplodiamo.»
Maria domandò spaventata: «C’è una guerra anche in cielo?»
La stella disse tristemente: «No. Ma quando la vita di una stella giunge alla fine, il suo cuore esplode e illumina l’universo.»
Maria disse, mentre le lacrime le brillavano negli occhi come stelle: «Anche le stelle muoiono?»
La stella rispose: «No, Mimi. La loro vita finisce, ma non muoiono: è piuttosto una nuova nascita. Le nostre esplosioni non fanno male: riempiono invece l’universo di luce, e restano nel cielo sotto forma di polvere, come minuscoli granelli che brillano. Riesci a vedere quella polvere sparsa nello spazio?»
Maria disse: «Ah! Pensavo che fossero le anime delle persone morte e salite in cielo. Tante persone sono morte nella guerra.» E le lacrime le scesero dagli occhi.
La stella disse: «Non piangere, Mimi. Forse è davvero così. C’è chi dice che l’essere umano è fatto di polvere di stelle.»
Gli occhi di Maria si illuminarono, e lei disse: «Allora vuol dire che sono una stella? Come?»
La stella disse: «Certo. Tutto ha origine dalla luce. Le stelle non muoiono, ma si trasformano in nuove forme.»
Maria chiese: «Vuol dire che quando una stella muore diventa qualcos’altro?»
La stella rispose: «Sì. Una stella è composta da parti diverse e, quando cresce e la sua vita giunge alla fine, il suo cuore esplode e queste parti si disperdono nello spazio come polvere. Il tuo corpo contiene alcune di queste parti. Sei una stella luminosa, Mimi.»
Maria rispose: «È meraviglioso. Ma le esplosioni della guerra non assomigliano a quelle delle stelle. La guerra fa paura: distrugge ogni cosa e uccide tutto ciò che amiamo.»
La stella disse: «Purtroppo, Maria. Vorrei che tutte le esplosioni fossero come quelle delle stelle, capaci di creare la vita.»
Maria sbadigliò assonnata e disse: «Ah, se solo la guerra finisse.»
La stella le disse: «Non avere paura. Ogni cosa ha una fine, e anche la guerra finirà. Su, a dormire, Mimi. Io resterò qui a vegliare sul tuo sonno.»
Maria annuì e disse: «Buonanotte, stella mia.»
Mimi chiuse gli occhi, rasserenata, mentre la stella continuava a brillare sopra la tenda, come un caldo abbraccio in mezzo alla notte.
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Biografia dell’autrice
Duaa Sa’id (1995), nata a Gaza (Khan Younes), laureata in lingua inglese, dal 2024 al 2025 ha seguito un corso di infermieristica. Attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, sempre nella zona di Khan Yunis.
Alcune sue poesie sono state tradotte da Aldo Nicosia nel volume La rosa di Gaza (Les Flaneurs, Bari, 2026), in cui ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Vorrei che la mia parola testimoniasse che la poesia palestinese può parlare dell’occupazione, ma non solo del genocidio, ma non solo. Perché non siamo solo vittime schiacciate dai traumi dell’occupazione, ma anche e ancora esseri sognanti che si affaticano per cercare di dare un senso all’esistenza e si interrogano sul bisogno di avere bellezza” (p. 121).
I sei racconti qui tradotti, tratti da una raccolta inedita (“Piccole cose che sognano”) sono stati ispirati da una bambina reale, di nome Maria: “Attraverso la sua curiosità infantile e le sue conversazioni con le stelle, gli uccelli e le piccole cose intorno a lei, essi aprono spazi di magia e di riflessione sulla vita, sul lutto, la speranza, il coraggio. La guerra è solo un fievole retroscena rispetto alla fantasia di Maria, che cerca di comprenderla, alla sua maniera, con l’ascolto di ciò che dicono le cose silenti”.
Vista dall’alto del campo di al-Mawasi
Bionotadella traduttrice:
Laura Tribuzio è arabista e persianista, ricercatrice presso l’Université catholique de Louvain (Belgio), dove si occupa della trasmissione dei saperi scientifici e occulti nelle tradizioni araba e persiana. Ha insegnato lingua araba in ambito universitario e scolastico e ha lavorato nella mediazione culturale, collaborando con ONG ed enti pubblici. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e sta preparando una monografia dedicata ai rapporti tra sapere e autorità nelmondo arabo-persiano premoderno.
Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi: 1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma: 2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma; 3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari. Recenti volumi di traduzioni: 4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025; 5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026
Sabato scorso la Società delle Letterate ha organizzato a Napoli, nella bellissima sede della Biblioteca di Architettura della Federico II, un incontro dedicato a Fabrizia Ramondino. L’evento, ospitato dalla direttrice Cinzia Martone, ha riunito contributi eterogenei sulla figura di una scrittrice del Novecento italiano profondamente legata a Napoli e di recente oggetto di una rinnovata cura per la valorizzazione della sua opera.
Difficile definire l’ambito di lavoro di Fabrizia Ramondino. La sua personalità multiforme l’ha portata attraverso la saggistica, il romanzo, la poesia ma anche attraverso un’intensa attività politica e sociale, che oggi appare particolarmente affascinante da ricordare.
Donna anticonformista, “di carattere” come si suol dire delle donne che non hanno paura a mostrare la propria personalità che piaccia o meno, la ricordano in molti per il suo bellissimo Althénopis, scritto nell’81 e riproposto recentemente in una nuova edizione da Fazi Editore.
Ma la sua opera è stata anche curata da Mirella Armiero nella raccolta “ Modi per sopravvivere” (e/o, 2023) e in “ Bagaglio leggero” (Nutrimenti, 2025), un’escursione nei luoghi della scrittrice, scritta a quattro mani con Francesco Paolo Busco.
Il suo potente romanzo d’esordio, Althénopis, venuto alla luce dopo tanti anni di elaborazione interiore e in seguito alla lettura illuminante de La cognizione del dolore di Gadda, narra, in uno stile ibrido che solo oggi inizia a essere apprezzato anche da noi, la storia della famiglia, delle donne, della guerra ma soprattutto della città di Napoli, già compresa nel sottitolo “occhio di vergine o occhio di vecchia”.
Mia madre, a cui devo molto del mio amore per la letteratura, aveva questo libro e lo amava moltissimo. Ricordo ancora quel giorno in cui mi guardavo attorno per scegliere qualcosa da leggere e lei disse ”Questo, come non la conosci?” Io però ci impiegai molto tempo per sceglierlo: si sa, il rapporto con i libri è frutto di momenti, di incontri e di piccole magie. Alla luce di una nuova maturità e soprattutto della giornata a cui ho partecipato, vorrei rileggere i libri di Fabrizia Ramondino.
Gli interventi tutti di pregevole interesse, hanno dato la possibilità di guardare all’operato di Ramondino da tanti punti di vista differenti: Adalgisa Giorgio ha parlato de “Il libro dei sogni”, una selezione fatta dalla stessa autrice dei propri sogni, trascritti tra il 64 e il 69, già analizzati insieme allo psicoanalista. Evidente che abbia avuto a modello Elsa Morante, sviluppando poi questo singolare studio con la propria voce. I sogni da lei chiamati “reperti di morte e di passato”, si rifanno a momenti significativi della sua esistenza. Crisi coniugale, relazione con un altro uomo, laurea, abbandono, ritorno, in un intreccio fra vita e immaginazione, dove l’eros è però sempre centrale.
Per non dimenticare un aspetto saliente della figura della Ramondino, cioè quello dell’attivismo politico, accorato e pratico con senso di responsabilità, la sociologa Enrica Morlicchio ne tratteggia un percorso attraverso l’analisi della sua scrittura militante, evidenziando come la scrittrice riuscisse con onestà intellettuale e morale ad entrare e uscire dalla propria condizione sociale, avvicinandosi ai bisogni altrui e agli interlocutori in maniera rispettosa e autentica. Usava leggerezza e consapevolezza, accostandosi senza etichettare mai, ma comprendendo il valore delle lotte politiche di soggetti osservati nella loro quotidianità, “senza smussare divari e contraddizioni”.
Con Silvio Perrella ci accostiamo alla voce più intima dell’autrice, attraverso Star di casa, libro pubblicato in una collana di saggistica con una forte tendenza al memoir. In queste pagine emergono voci differenti della Ramondino, su tutte quella di qualcuno che arriva da un altrove, perché non abitiamo da nessuna parte e l’inquietudine del non appartenere vibra in ogni parola. Il linguaggio è l’unica casa dell’essere, così il suo taccuino diventa la sua vera dimora. Amava il mare e il mare le ha fatto da tragica scena finale.
La mattinata si chiude poi con un appassionato intervento della scrittrice Wanda Marasco che ha condiviso generosamente ogni sua emozione interpretando alcuni passi capaci di arrivare direttamente al cuore del pubblico. Lo sguardo che indirizza il passo, la realtà ridefinita dall’infanzia e un senso di maternità universale, i temi toccati dal suo intervento.
Il pomeriggio è poi dedicato a una passeggiata nei luoghi della Ramondino con letture e la viva partecipazione del pubblico coinvolto.
L’augurio è che vi sia sempre più spazio e voglia per eventi di questo genere.
Scopriamo o riscopriamo insieme le donne del nostro Novecento perché non è solo la memoria a dovere essere nutrita, ma il nostro stesso presente.
Francesca G. Marone
Francesca G. Marone, sociologa, counselor professionista e mediatrice familiare. Collabora o ha collaborato come recensore, dal 2008 per il blog Letteratitudine di Massimo Maugeri, come redattore per letteralmentelive.wordpress.com, blog culturale da lei ideato. Ha pubblicato racconti e poesie in antologie per vari editori. Il suo manoscritto “Lui così estraneo” è stato segnalato al Premio Calvino 2014, con la menzione speciale “per il lacerante scandaglio di un’interiorità femminile” ed è stato pubblicato nel 2017 col titolo Poche rose, tanti baci da Castelvecchi editore. Il suo secondo romanzo Le Pentite. Sarò per te veleno e cura, edito da Les Flâneurs nell’aprile 2023, segnalato al Premio Internazionale di letteratura Città di Como, finalista al Premio Letterario Nazionale Giorgione nell’aprile 2024. Ospite all’Italian Institute of Culture di Dublino, nel novembre 2024. È editor freelance e coach letteraria, operatrice culturale. Le custodi dell’anima, uscito per Salani editore nel maggio 2026, è il suo ultimo romanzo.
Nel percorso di chi si avvicina al teatro come parte dell’espressione letteraria, Bertolt Brecht sembra essere una tappa obbligata e L’anima buona del Sezuan ne è una sublime dimostrazione. Scritta tra il 1938 e il 1940, durante gli anni dell’esilio, sembra discostarsi, almeno nella sua struttura scenica e narrativa, dal teatro epico che tanto gli stava a cuore. La parabola, l’intervento degli dei, il travestimento di Shen Te in Shui Ta e l’andamento quasi fiabesco della vicenda sembrano infatti avvicinarla più alla tradizione del teatro morale che alla radicale destrutturazione dell’illusione scenica propria di altre opere. La domanda che la attraversa è profondamente brechtiana e marxiana, osservazione critica dei rapporti umani e sociali: può l’individuo essere buono in un mondo che rende la bontà impossibile?
Tre dei arrivano sulla terra e cercano ospitalità, ma alla richiesta di un alloggio segue ogni volta un rifiuto. L’unica disposta ad accoglierli sotto il suo tetto è la prostituta povera ma buona Shen Te. Agli dei Shen te racconta dei suoi problemi finanziari e loro, per ricompensarla, le regalano un’ ingente somma, con la quale Shen te aprirà un negozio di tabacchi. Promette quindi a se stessa e agli dèi che aiuterà tutte le persone in difficoltà economiche, ma non passerà troppo tempo per rendersi conto dell’impossibilità di tener fede alla promessa fatta. Shen Te infatti aiuta generosamente i bisognosi e gli svantaggiati, ma in breve tempo finisce per ridursi di nuovo in miseria. I questuanti si affollano intorno al suo negozio, lei li implora di avere riguardo, di non distruggerlo perché è un regalo degli dei!
Prendetevi quello che c’è, ma non distruggetelo!
Shen Te: Perché è tanto cattiva? ( rivolgendosi al pubblico)
Non è una fatica, calpestare il prossimo? Le vene della fronte si gonfiano nello sforzo della rapacità.
Tesa naturalmente, la mano dà e riceve con uguale agevolezza; invece, quando avida afferra, si stanca. Ah, che tentazione donare! Che dolcezza essere gentili! Una buona parola sfugge dalle labbra come un sospiro di benessere.
Shen Te deve difendersi dalla sua stessa bontà. Per di più resta incinta dell’aviatore Yang Sun, di cui si è innamorata, ma anche lui pensa soprattutto a sfruttarla. Comprende allora che la bontà, da sola, non basta, e s’inventa un cugino immaginario, Shui Ta, per potersi comportare in modo diverso, più duro; diventa così un capitalista spietato, la cui ricchezza cresce in maniera direttamente proporzionale alla sua cattiveria coi lavoratori. Progressivamente Shen Te è costretta a lasciare il posto sempre più spesso, fino a scomparire, a Shui Ta, che viene però accusato della sua scomparsa. Portata in giudizio, Shen Te si accorge che i giudici sono gli stessi dei a cui aveva fatto la promessa ed è costretta a svelare che Shen Te e Shui Ta sono la stessa persona.
Shen Te: Si, sono io. Shui Ta e Shen Te in una sola persona.
Come un fulmine
Il vostro antico comandamento di esser buona e di viver bene
Mi ha squarciata in due parti.
Non so come è accaduto. Ma mi era impossibile essere buona per gli altri e per me stessa.
Troppo faticoso soccorrere me stessa e il prossimo.
Lassù, al nulla incantato ho promesso di aiutare gli altri.
A quel punto fa cadere la maschera per manifestare la sua vera identità.
Per essere buono l’uomo deve chiudersi in una personalità privata e dispiegare pubblicamente una personalità cattiva. Ma gli dei non comprendono, ritengono la doppia esistenza della buona Shen Te un fraintendimento e spariscono in una nuvola rosa
Ah, com’è difficile il vostro mondo! Aggiungono gli dei: Troppa miseria,
troppa disperazione! Lasciateci far ritorno lassù, al nulla incantato!
Mentre Shen Te, disperata, tende le braccia verso di loro, gli dèi scompaiono verso l’alto sorridendo e facendo cenni della mano.
Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto?
Ci vogliono altri dèi? O nessun Dio affatto?
Non v’è modo di uscir dalla distretta
Se non che voi pensiate fin da stasera stessa
Come a un’anima buona si possa dare aiuto
Perché alla fine il giusto non sia sempre battuto.
Presto, pensate a come ciò sia attuabile!
Una fine migliore ci vuole! È indispensabile!
Scritta negli anni del difficile esilio dalla Germania nazista in quanto comunista convinto, L’anima buona del Sezuan è insieme una importante riflessione di carattere sociale e di accusa alle distorsioni del capitalismo ma anche sui misteri del male. Shen Te è buona, ma gli altri approfittano della sua bontà. La società in cui vive sembra offrirle una sola possibilità di sopravvivenza, vivere nell’ambiguità, usare la maschera per nascondere ciò che è.
La dolorosa avventura della giovane Shen Te, la cui rettitudine d’animo viene messa a dura prova dalle divinità alla ricerca di uomini e donne che siano in grado di sopravvivere in modo retto nel mondo moderno, è una efficace riproposizione in chiave moderna di un tema millenario.
Da Giobbe a Gandhi, passando per Gesù Cristo, ci si è sempre dovuti confrontare con il paradosso di una vita virtuosa che non mette al riparo dalla sofferenza e dalla morte. Shen Te non sembra fare eccezione: per poter continuare ad aiutare gli altri è costretta a dar vita a un alter ego, Shui Ta, che ne diviene l’immagine speculare. Se la virtuosa e timida Shen Te, disposta a farsi carico delle necessità altrui, è sfruttata e derisa da chiunque, il suo contraltare Shui Ta, che incarna l’istinto di protezione di sé, è cinico e spietato, ma rispettato per il suo successo. Shen Te rappresenta una purezza morale così radicale da apparire incompatibile con il mondo in cui vive; Shui Ta incarna invece il pragmatismo necessario ad affrontarlo, ma, separato dalla compassione di ShenTe, quel pragmatismo può trasformarsi in calcolo e sconfinare nella crudeltà. La riproposizione di un circolo in un eterno ritorno dell’uguale da cui ciò che definiamo umano non si è mai liberato.
Il pensiero gandhiano si innesta bene con le considerazioni che nascono affrontando L’anima buona del Sezuan. Come intervenire sulla natura del male? Assenza del male è santità. E’ ciò a cui ci richiama Hesse, nel suo Lupo della steppa, finita la speranza in un percorso della Storia in cui si realizza il bene, esso si realizzerà nelle singole grandi personalità nelle figure dei santi, grandi filosofi, poeti, scrittori, artisti. Per l’uomo è impossibile liberarsi dal male ci si può solo sforzare di farlo, anzi si deve farlo. L’esistenzialista, che si sente gettato sulla terra e tenta di compiere il bene senza alcuna ricompensa, è l’immagine tragica che accompagna l’umano in un mondo secolarizzato. L’essere-per-la-morte di Heidegger porta questa condizione fino alla sua conseguenza più radicale: l’uomo è chiamato ad assumere la propria esistenza sapendo che essa è finita e che nessuno può sostituirsi a lui nella scelta. Ma l’uomo funziona come nell’esperimento di Pavlov? Se siamo stati educati a fare il bene perché attendiamo una ricompensa religiosa o sociale che sia, non rischiamo di confondere la moralità con il condizionamento? Forse la sfida più radicale consiste proprio nel compiere il bene quando nessuna ricompensa ci è promessa: quando non vi è un Dio a garantire il senso, né una Storia a garantire il compimento. Liberarsi dal condizionamento di fare il bene per essere ricompensati è forse una delle grandi sfide dei secoli a venire. La protagonista Shen Te non ha sbagliato nel creare il cinico Shui Ta, è un comportamento profondamente umano. L’errore che porta al fallimento finale starebbe semmai nell’aver ceduto alla vigilanza su se stessa in nome della sopravvivenza propria e del proprio figlio. Non è la difesa del sé il problema, ma quando esso si separa dalla compassione. Forse la soluzione al dilemma di Shen Te non consiste nel diventare Shui Ta, né nel rimanere Shen Te. Potrebbe consistere nell’imparare a tenere insieme le due parti: la capacità di difendersi senza trasformare la difesa di sé in sopraffazione; la durezza necessaria ad agire senza perdere la compassione.
L’ambientazione della storia nel Sezuan, nome immaginario che ricorda la regione cinese del Sichuan, tradisce la fede comunista di Brecht, una fede che è speranza di cambiare il mondo. La domanda che rimane aperta è: come può l’uomo fare il bene senza diventarne vittima e senza trasformare la necessità di sopravvivere in una giustificazione del male? Infine, ci possiamo riuscire senza Dio?
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
Quante volte abbiamo sentito dire che il romanzo è morto? Cosa significa davvero questa affermazione? Se c’è un autentico intellettuale che può indurre alla riflessione sullo stato della letteratura nel nostro paese quello è Walter Siti, ho avuto l’occasione di ascoltarlo e stringergli la mano nell’ambito del festival letterario più bello e ricco di eventi d’Italia: il Pordenonelegge.
Siti, come capita spesso nei suoi interventi, non ha semplicemente presentato il suo ultimo libro, uscito a luglio per Rizzoli “Il romanzo sotto accusa (per non parlar dei versi)”, ha amabilmente parlato, con Alessandro Mezzena Lona, dello stato attuale della letteratura, spaziando dal valore dei classici all’influenza dell’AI al rapporto dei lettori con il libro e molto altro. Cosa mi piace, oltre all’immensa cultura di Siti? È uno dei pochi che riesce a parlare di concetti serissimi strappando una risata, sfida ogni convenzione e categoria della mente, inserisce una provocazione in un tema profondo, ti lascia lì a rimuginare e ti fa portare con te ogni parola, così come dovrebbe fare un dibattito culturale a mio parere. Non lasciare certezze ma aprire ai dubbi e alle riflessioni.
Alessandro Mezzena Lona è stato bravissimo a lasciargli lo spazio necessario e a non sovrastarlo fin dalla domanda iniziale “Lei dopo avere dedicato tanti anni a curare I Meridiani per uno scrittore come Pasolini ha affermato di essersi in un certo senso pentito, cosa significa?” Siti lo spiega anche nell’introduzione al nuovo libro, con il suo proverbiale stile schietto e al limite del sarcasmo ma profondamente autentico: avrebbe volentieri dedicato tempo allo studio di Leopardi, o di Dante, o di altri autori classici.
Walter Siti pensa che Leopardi avesse in mente la stesura di un romanzo, forse autobiografico, e se non fosse morto di colera a Napoli, sarebbe andato altrove, avrebbe incontrato a Parigi Balzac, avrebbero discusso e si sarebbe gettato nella costruzione di un romanzo; difatti ci sono spunti ovunque nel suo lavoro, nello Zibaldone ad esempio ma non solo, troviamo almeno cinque o sei tentativi di scrittura. Così, mentre Siti racconta di un possibile Leopardi romanziere, noi immaginiamo come in una sliding doors la vita alternativa del nostro Giacomo attraverso uno o più romanzi scritti e una vecchiaia tranquilla. C’è un rimpianto nello studioso Siti, dettato dalla passione sfrenata verso l’approfondimento dei classici nonostante tutto il lavoro da lui svolto, accanto all’attività di romanziere in cui peraltro ha spesso mescolato critica e riflessioni, nutrendo un genere ibrido che io personalmente amo molto e che da noi fatica un po’ a prendere spazio sufficiente.
Ma veniamo all’ultimo lavoro, tante riflessioni e studi ci indicano che il romanzo così come si presenta oggi non sorprende più, non crea quel senso di smarrimento necessario, a volte consola e va incontro a richieste di lettori abituati a pensare meno. Nasce come genere popolare con una lingua che i dotti non praticavano, in principio è rivolto alle donne, perché si pensa che abbiano una caratteristica cerebrale atta alle fantasticherie, ma il romanzo a tratti, nella storia, è stato anche colpevolizzato, una Madame Bovary avrebbe potuto influenzare mogli e spingerle al tradimento. La lettura del romanzo ecco che può diventare pericolosa, è dalla parte del Diavolo, ma cosa è accaduto al genere nel corso degli anni? Si è appiattito sulle convenzioni e sulla costruzione di personaggi che non creano scossoni e che non mettono in discussione le false certezze del vivere tranquillo. Siti ne fa oggetto di indagine attraverso uno studio negli anni, con dei brani critici inediti, passando da studi danteschi a un Gadda giallista, a Genet e a Campana, a un Proust comico, passando anche attraverso i versi di poeti, (la poesia non è messa meglio del romanzo come si intuisce dal sottotitolo); tutto fino a oggi, all’incontro-scontro con l’AI, ma anche al viaggio curioso tra le canzoni trap.
Un saggio denso e molto stimolante per le riflessioni che dovrebbero oggi essere un punto di partenza per un dibattito contemporaneo sulla letteratura e il suo indirizzo. Attenzione: Siti sceglie una campionatura di libri di successi contemporanei di scrittori e scrittrici di vario genere e li sviscera con la crudezza e la cura a cui ci ha abituati, troverete nomi assai conosciuti, alcuni ai primi posti nelle vendite dei libri nel nostro paese, insomma lui fa il suo lavoro e lo fa benissimo lasciandoci da soli con acute riflessioni. Da Gotto a Doom, a molte altre e altri del nostro panorama letterario, Siti passa al setaccio lo stile, la lingua e i modi di dire ma anche le ispirazioni (riuscite o meno) ai classici del passato. Le pagine dedicate a Gadda sono assai godibili e da rileggere lentamente magari rileggendo l’autore con una nuova consapevolezza. Un’analisi sull’utilizzo dell’AI nei testi e nell’editoria completa esaustivamente il saggio.
Non è un libro da comodino ma da scrivania questo, e nemmeno da leggere “tutto d’un fiato” come si suol dire oggi, ma un testo da sfogliare e da conservare per tornarci su con concentrazione. E proprio sul rapporto tra lettore e libro si è incentrata la mia domanda a Siti alla fine dell’evento, durante il quale, pur parlando di cose serissime lui riesce sempre a far ridere e anche parecchio, senza alcuna prosopopea come tanti e tante fanno oggi per darsi un tono. Siamo molto d’accordo che si è perduta ogni forma di intimità, un tempo la lettura era qualcosa che sfidava la nostra dimensione più nascosta, che penetrava nell’inconscio e da lì riusciva a smuovere quel magma di emozioni mai sopite, ma adesso, è tutto un mostrare, un esibire, un numerare, e un condividere sì ma in sovraesposizione.
Francesca G. Marone
Francesca G. Marone, sociologa, counselor professionista e mediatrice familiare. Collabora o ha collaborato come recensore, dal 2008 per il blog Letteratitudine di Massimo Maugeri, come redattore per letteralmentelive.wordpress.com, blog culturale da lei ideato. Ha pubblicato racconti e poesie in antologie per vari editori. Il suo manoscritto “Lui così estraneo” è stato segnalato al Premio Calvino 2014, con la menzione speciale “per il lacerante scandaglio di un’interiorità femminile” ed è stato pubblicato nel 2017 col titolo Poche rose, tanti baci da Castelvecchi editore. Il suo secondo romanzo Le Pentite. Sarò per te veleno e cura, edito da Les Flâneurs nell’aprile 2023, segnalato al Premio Internazionale di letteratura Città di Como, finalista al Premio Letterario Nazionale Giorgione nell’aprile 2024. Ospite all’Italian Institute of Culture di Dublino, nel novembre 2024. È editor freelance e coach letteraria, operatrice culturale. Le custodi dell’anima, uscito per Salani editore nel maggio 2026, è il suo ultimo romanzo.
All’inizio del XX secolo, l’aumento del benessere coincide anche con una crescita della domanda culturale e dei bisogni della lettura che, pur rimanendo ancora un fatto limitato, sollecita nuovi spazi di intervento. Da un lato persiste la funzione, anche pratica ed educativa, di una editoria di tipo popolare (rappresentata soprattutto dal milanese Sonzogno), mentre i giornali continuano a pubblicare sulle loro pagine le puntate dei romanzi d’appendice (ma il fenomeno si esaurirà negli anni del dopoguerra). D’altro lato l’industria editoriale tende ad affinare la qualità del prodotto letterario, venendo incontro ai gusti nuovi e più selettivi del settore medio-alto. La preziosità del libro, nella sua veste editoriale, esalta il prestigio di un autore, come nel caso di D’Annunzio, i cui testi, per il successo incontrato, uscirono in edizioni riccamente illustrate e decorate nella copertina, nel frontespizio e all’inizio dei capitoli. Si potrebbe ricostruire un’interessante vicenda del rapporto fra l’illustrazione delle opere (il nome più prestigioso è quello di Adolfo De Karolis) e il decorativismo del liberty, che trova nell’espressione grafica (si pensi anche ai manifesti pubblicitari) un nuovo campo di applicazione industriale, trasformando anche il libro in un prodotto di lusso. Il maggiore editore italiano resta, a Milano, Emilio Treves, che pubblica, oltre agli stranieri, quasi tutti i più importanti scrittori italiani, con un programma di penetrazione commerciale a largo raggio: dalle opere amene e di successo a quelle artisticamente più impegnate ed elaborate.
Accanto all’editoria di mercato, che punta su autori dalla fama consolidata o su testi di più sicuro consumo, cominciano ad aprirsi spazi significativi, anche se più ristretti, per un’editoria legata alle nuove tendenze della cultura militante. Le riviste affiancano spesso una vivace attività editoriale: dalle Edizioni di “Poesia”, promosse da Marinetti, alla Libreria della “Voce”, fondata da Prezzolini nel 1911, dove uscirono alcuni fra i testi più significativi della contemporanea letteratura italiana. Oltre a dirigere “La Critica”, Benedetto Croce avviò e sostenne l’importante attività saggistica della casa editrice Laterza.
Anche il giornalismo, oltre a migliorare e potenziare le strutture e i servizi dell’informazione, tende a elevare la qualità del livello culturale. A Milano, verso la fine del secolo XIX, entra in crisi il maggiore organo della stampa democratico-popolare, “Il Secolo”, che per primo aveva superato la tiratura delle 100.000 copie; si afferma così decisamente l’organo antagonista, il “Corriere della Sera”, il quotidiano della media e dell’alta borghesia che è già, all’inizio del Novecento, il più importante e autorevole giornale italiano. Il Corriere, che riceverà un grande impulso dalla direzione di Luigi Albertini (1871-1941), si assicura la collaborazione dei più prestigiosi scrittori italiani (da D’Annunzio a Pirandello) continuando quella politica delle grandi firme che lo porterà ad avere la terza pagina più prestigiosa della stampa italiana (analoghi obiettivi verranno perseguiti da altri giornali, come “La Stampa” di Torino, “La Tribuna” di Roma e “Il Mattino” di Napoli).
Anche la stampa periodica si propone di venire incontro alle esigenze sempre più differenziate del pubblico. Dal Corriere della Sera derivano tre importanti riviste: “La Lettura” (1901), diretta inizialmente da un letterato e commediografo di successo, Giuseppe Giacosa, che propone testi letterari e servizi di interesse culturale; la “Domenica del Corriere” (1899), settimanale di attualità con intenti divulgativi ampiamente popolari, che diventerà famoso anche per le sue copertine illustrate; il “Corriere dei piccoli” (1909), destinato a un pubblico infantile e diffusissimo ancora nel secondo dopoguerra. Mentre Treves continua la pubblicazione dell’“Illustrazione italiana”, con i reportage e i servizi che ne avevano fatto “il giornale di prestigio delle classi alte” (Dossena), si affermano le riviste di moda e di attualità destinate specificamente a un pubblico femminile (nel 1905 viene fondata “La donna”).
A tutte queste riviste collaborano ampiamente gli scrittori del tempo (sullo stesso Corriere dei piccoli, ad esempio, scriveranno fra gli altri Guido Gozzano ed Elsa Morante), con una produzione che, oltre a tradursi anche in una fonte di guadagno economico, aumenta la diffusione e l’importanza della letteratura, anche come fatto di costume. Comincia a formarsi un concetto più moderno di pubblico, che condiziona le caratteristiche del mercato editoriale. Il fenomeno acquista anche una particolare rilevanza sociologica, che comincia a sollecitare l’interesse della critica: nel 1914 Renato Serra pubblica un volumetto, Le lettere, in cui prende in esame la produzione letteraria dell’anno precedente, distinta per generi: la lirica, la narrativa, la critica. Accanto agli scrittori più significativi compaiono anche gli autori abitualmente considerati minori, compresi quelli dei generi più popolari e di consumo. Ne risulta una specie di bilancio esemplare, che offre una fotografia articolata della letteratura italiana prima della guerra, in relazione alle sue principali tendenze e agli stessi gusti del pubblico.
L’editoria culturale prosegue a Bari con l’attività della Laterza, dove continua a pubblicare le sue opere Benedetto Croce, che ne sosterrà l’attività ancora nel secondo dopoguerra. Il rapporto editoria-cultura conserva uno dei suoi centri più importanti a Firenze, dove assume un particolare rilievo, nell’ambito della produzione saggistico-accademica, la casa editrice Sansoni (fondata nel 1874), che ha in Giovanni Gentile il suo consulente più autorevole. Molto forti restano in questa città i vincoli con la letteratura militante: la “Vallecchi”, dopo aver stampato alcune fra le più importanti riviste del primo Novecento, dal “Leonardo” a“Lacerba”, continua in questo vivace settore di attività, pubblicando oltre al “Selvaggio”, le riviste degli ermetici “Il Frontespizio”, “Campo di Marte”, le loro opere e gli studi critici che accompagnano o fiancheggiano il movimento.
Il rapporto fra le riviste e l’editoria resta un altro degli aspetti caratterizzanti. Un esempio è quello di Piero Gobetti, la cui influenza delle idee è soprattutto persistente a Torino, dove sorgono alcune case editrici che svolgono un’azione anticonformistica, estranea e tendenzialmente polemica nei confronti delle direttive del regime: la “Silva”, che pubblica traduzioni di autori russi, con la consulenza di Leone Ginzburg, e la Frassinelli, presso cui Pavese introduce gli scrittori americani. E in questo clima, e con il medesimo gruppo di collaboratori, che Giulio Einaudi fonda nel 1933 la casa editrice che porta il suo nome. Dopo aver esordito con la pubblicazione di una rivista “La Cultura”, il giovane editore avvia una serie di iniziative che, rafforzandosi via via, svolgeranno un ruolo decisivo per lo sviluppo della cultura italiana fino ai nostri giorni. Si può dire che l’Einaudi abbia fatto conoscere in Italia molti dei testi capitali della cultura straniera.
Sul piano della grande editoria di mercato si esaurisce la spinta della casa editrice Treves, che verrà assorbita, nel 1939, dalla Garzanti. Al suo posto si afferma la Mondadori che, nata nel 1907, finirà per pubblicare tutti i maggiori scrittori contemporanei, sia quelli consacrati dalla più alta tradizione ufficiale, da D’Annunzio a Pirandello, sia quelli che incontrano i maggiori consensi del pubblico. La Mondadori si pone a capo di un processo di trasformazione dell’’editoria in senso modernamente industriale, che raggiungerà la sua più tipica espressione nel dopoguerra. Un percorso analogo si può indicare anche per la Rizzoli, che vede la luce nel 1924, occupandosi della pubblicazione di periodici illustrati, per passare poi dal 1929 anche nel campo librario.
In questo panorama un ruolo profondamente innovatore viene svolto dalla casa editrice fondata nel 1929 da Valentino Bompiani. In un mercato ormai saturo, egli ebbe il merito di puntare soprattutto sui nuovi narratori, raccogliendo ben presto intorno a sé molti fra gli scrittori più rappresentativi del Novecento: da Alvaro a Brancati, da Moravia a Savinio, da Vittorini a Zavattini, via via fino ai tempi relativamente più recenti, con la pubblicazione de “Il Nome della rosa” di Umberto Eco. Bompiani si giovò della loro collaborazione anche per varare importati collane “Idee nuove”, “Pantheon”, “Corona”, dando ampio spazio alla traduzione degli autori stranieri e in particolare degli americani, ad opera soprattutto di Vittorini, che lavorò all’interno della casa editrice fino al 1943. Al vertice di questi sforzi e di queste aperture si può collocare il progetto del “Dizionario letterario delle opere, dei personaggi e degli autori di tutti i tempi e di tutte le letterature” che, dopo una lunga lavorazione, verrà completato nel dopoguerra.
Sempre nel dopoguerra proseguono la loro attività le più importanti case editrici nate tra le due guerre, alcune di grandi dimensioni e dall’organizzazione industriale, come Mondadori e Rizzoli, altre di dimensioni più artigianali, come Bompiani, Garzanti, Einaudi. Le case maggiori diventano dei veri e propri colossi dalla produzione estremamente differenziata, che va dalla narrativa italiana e straniera ai classici, alla saggistica, ai manuali, alla letteratura di massa; al di là dei libri, la loro attività si estende poi ai rotocalchi di informazione e popolari, ai quotidiani, ai fumetti. Con l’acquisizione della Mondadori da parte della Fininvest si è venuta anzi a creare una vasta concentrazione multimediale, che unisce libri, giornali, reti televisive, distribuzione cinematografica: in tal modo i vari prodotti possono godere di numerosi canali di promozione che si intersecano (in particolare quello più potente e a penetrazione più capillare, la televisione, può propagandare libri, riviste, film). Le grandi case editrici offrono così sul mercato una massa di prodotti dai livelli più diversi, dal saggio di elevato valore culturale al romanzo giallo o di spionaggio al rotocalco. Anzi, proprio i prodotti più commerciali consentono di tenere in piedi iniziative, come le collane di classici e di saggistica, che sono inevitabilmente in perdita.
Una fisionomia culturale più definita possiedono le case editrici medie. Case come Einaudi, Garzanti, Bompiani hanno rivestito un ruolo centrale nella cultura italiana, diffondendo i libri che più hanno contato, nella narrativa come nella saggistica. Ad esse nel dopoguerra si sono aggiunte molte iniziative nuove. Cito ad esempio la Feltrinelli, nata nel 1955, che ha pubblicato grandi best-sellers come Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa o Il dottor Zivago di Pasternak o Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, ma è stata anche l’editrice della neo-avanguardia; la Adelphi, fondata nel 1962 da un transfuga della Einaudi, Luciano Foà, casa estremamente raffinata e di alto livello intellettuale, che ha soprattutto contribuito a diffondere la cultura mitteleuropea, conquistando con il rigore delle sue scelte un vasto pubblico. Tutte le case editrici citate operano sia nel settore della narrativa sia in quello della saggistica; specializzate nella saggistica o nei classici sono invece case come Laterza, Il Mulino, Sansoni, La nuova Italia, Mursia; altre, come Bulzoni o Liguori, si rivolgono a un circuito prevalentemente universitario. Un fenomeno interessante di questi anni, che testimonia la vitalità della cultura italiana nonostante i molti fattori avversi che ostacolano la diffusione del libro, è il sorgere di una miriade di piccole case editrici dalle iniziative coraggiose, che hanno saputo scoprire e valorizzare autori o filoni letterari del passato raffinati ma dimenticati, o trascurati dall’editoria maggiore, oppure ancora proporre interessanti autori nuovi. Tra le tante ricordiamo almeno la Sellerio di Palermo, nata nel 1969, con la collaborazione di Leonardo Sciascia. Si tratta di un’editoria fatta con passione e intelligenza, che si trova sempre sul filo della sopravvivenza per problemi di finanziamento e di distribuzione. Spesso queste piccole case editrici, pur conservando il loro marchio, sono costrette ad appoggiarsi alla rete distributiva delle maggiori, o sono a volte di fatto inglobate da esse. Anche nel settore editoriale si manifesta la tendenza alla concentrazione, tipica dell’industria moderna: per reggere alla sfida tecnologica e per resistere sul mercato le varie case sono costrette ad associarsi o a fondersi.
Abbracciando con uno sguardo complessivo la politica editoriale italiana di questi decenni, due fenomeni soprattutto si pongono all’attenzione. Il primo è l’avvento dei best-sellers, libri di successo che riescono a raggiungere un numero altissimo di copie vendute, dell’ordine delle centinaia di migliaia. Si tratta per lo più di romanzi, il genere più agevolmente letto e più gradito ai vari strati di pubblico: si ricordi “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, poi “Il giardino dei Finzi Contini” di Bassani, “La ragazza di Bube” di Cassola, “Il dottor Zivago” di Pasternak, “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, “La storia” della Morante, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera, “Il nome della rosa” di Eco. Ma diventano best-seller anche libri di giornalisti famosi come Biagi, Bocca, Pansa, che trattano argomenti di stretta attualità, oppure una saggistica superficiale, che fornisce al pubblico rassicuranti banalità. Ma sicuramente il successo non è mai casuale: il libro che vende, di qualunque livello e valore sia, tocca sempre qualche corda segreta del pubblico, dà corpo ad aspettative profonde. Concorre, certo, il lancio pubblicitario, ma non è determinante. “Il nome della rosa” non uscì come best-seller annunciato, l’editore calcolava di venderne al massimo diecimila copie: in quel caso il successo è stato un meccanismo a valanga autoalimentatosi. In ogni caso lo studio delle ragioni di un clamoroso successo di vendite, condotto con gli strumenti della sociologia, della psicologia di massa, della psicanalisi, della semiotica, consente sempre una radiografia profonda della società e della mentalità di un determinato momento storico.
L’altro grande fenomeno che ha caratterizzato questi decenni è stato il diffondersi dei tascabili. Sin dall’immediato dopoguerra esistevano collane che offrivano classici della letteratura mondiale di tutti i tempi a prezzi contenuti: la Bur, Biblioteca Universale Rizzoli, e la BMM, Biblioteca Moderna Mondadori. Soprattutto la BUR ha offerto a generazione di studenti la possibilità di formarsi una biblioteca, rivestendo una funzione culturale e sociale di inestimabile portata. Ma il vero boom dei libri economici si ha negli anni Sessanta, ed è legato al benessere e al diffondersi della scolarizzazione, che aumentano la domanda culturale. Si moltiplicano, in accanita concorrenza fra di loro, le collane di tascabili, che arrivano a essere vendute persino nelle edicole. La più diffusa è stata la collana degli Oscar Mondadori, che offre, accanto ai romanzi moderni italiani e stranieri, classici di ogni epoca, saggi, manuali; ma vanno ricordati i Grandi libri Garzanti, i Tascabili Bompiani, l’Universale Economica di Feltrinelli, la Grande Universale Mursia. Anche la gloriosa BUR negli anni Settanta si è riproposta in una nuova veste. Sono collane che offrono, a prezzi accessibili, testi accurati, con pregevoli apparati critici, dovuti a studiosi di prestigio. In seguito si è aggiunta un’iniziativa che ha raggiunto un successo strepitoso, quella dei tascabili a mille lire, lanciati dalle edizioni di Stampa Alternativa e in seguito dalla Newton Compton. È un prezzo incredibile, consentito solo da tirature altissime, ma anche da una veste grafica povera e da una cura dei testi non di prim’ordine. Un’atra iniziativa di larga diffusione è quella dei volumi a dispense, venduti nelle edicole, che offrono enciclopedie, manuali, classici.
In conclusione, si può dire che nel dopoguerra si sia veramente creata in Italia un’industria culturale, con il relativo mercato; il libro è diventato una merce in tutto e per tutto nel bene come nel male; da un lato è infinitamente più accessibile a chiunque, ma dall’altro, dovendo sottostare alle leggi spietate del mercato, rischia sempre di scadere di qualità, o di snaturarsi del tutto, perdendo la sua fisionomia culturale.
Sonia Di Furia
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.