Natalia Ginzburg: “Caro Michele”, di Lavinia Capogna

Nel 1973 a 57 anni, Natalia Ginzburg pubblicava un nuovo romanzo, “Caro Michele“, che non solo era molto bello ma che è anche uno dei pochissimi libri che descrivono come era veramente il post ’68 e l’inizio di quel decennio, gli anni ’70, pieno di speranze, di fermenti, di dimostrazioni nelle piazze ma anche di terrorismo, lutti, repressioni e della diffusione delle droghe.

Fu anche il decennio in cui la società italiana si aprì al nuovo dopo il boom economico e le contestazioni degli studenti e degli operai. Il decennio delle lotte femministe in cui le donne, come recitava uno slogan, “erano uscite dalle cucine”, della rivoluzione sessuale.

Anni, insomma, pieni di libertà e speranze poi svanite nel kitsch degli edonistici anni ’80, nelle TV berlusconiane e nell’omologazione che Pasolini aveva lucidamente previsto. 

Un’Italia complessa, non semplice, certo, ma che aveva una sua unità nei momenti difficili, antifascista, e che aveva ancora la capacità di sognare e di costruire il futuro – cosa che oggi appare, purtroppo, più difficile.

Ho conosciuto fuggevolmente Natalia Ginzburg, una volta le ho anche parlato e ho una sua lettera autografa in cui gentilmente rispondeva ad una mia.

Una donna sobria nei modi, severa nei tratti ma non dura, simpatica e riservata – così almeno mi parve. 

Ho letto tutta la sua opera e amo le sue storie, i suoi libri, racconti, commedie.

Scrivevo in un articolo un anno fa che “I personaggi e le trame della Ginzburg non sono mai banali o scontati ma sempre originali: spesso gli uomini sono miti, incerti, insicuri e le donne vitali, estrose, imprevedibili.” (Nota 1)

Perdonate questa parentesi personale ma serviva come premessa perché temo che oggi “Caro Michele” possa essere un po’ frainteso. Nonostante lo stile chiaro, essenziale seppur ricchissimo di dettagli, tra le epistole, i dialoghi e le brevi descrizioni in cui è elaborato, si rischia, forse, di non afferrare i personaggi talmente peculiari sono degli anni ’70. 

Si legge sovente che la famiglia del fuggiasco Michele sia una famiglia “borghese” ma non è esatto.

Le famiglie borghesi erano allora quelle spietatamente prese di mira in alcuni film del grande Alberto Sordi; la famiglia di Michele appartiene più ad un’alta borghesia in declino. 

Il libro si apre in uno stile diretto senza alcun preambolo in una giornata dell’inverno del 1970, un giorno di neve e quello del 43esimo compleanno di Adriana (che nessuno festeggia). Lei si è trasferita in campagna (come tanti allora) e scrive una lettera al suo unico figlio maschio Michele che abita “in uno scantinato”. Adriana ha anche due figlie, Angelica e Viola, e due gemelle.

Il loro padre, dalla quale si è urbanamente separata, è un ricchissimo pittore in fin di vita che abita con uno stordito cameriere nella elegante via San Sebastianello (il romanzo ha una precisa topografia capitolina).

Egli adora solo Michele che è cresciuto con lui ma abbandonato a governanti.

Adriana è una donna colma di amarezza e perspicace, un po’ depressa. Ha chiamato a vivere con lei sua cognata Matilde, una donna mascolina e vigorosa in difficoltà economica a causa di alcune speculazioni su fondi svizzeri che ha scritto un romanzo mediocre, intitolato “Polenta e veleno”.

Adriana ha ricevuto una lettera di una certa Mara di cui si sbaglia a scrivere il cognome: una ragazza sconosciuta che ha appena avuto un bambino. Mara non glielo aveva scritto ma Adriana aveva avuto il dubbio che il padre sarebbe potuto essere Michele.

Michele scrive brevissime lettere dall’Inghilterra (Ginzburg aveva vissuto a lungo in Inghilterra). 

Alla sorella Angelica scrive anche, quasi distrattamente, che si era scordato nella stufa un mitra che un amico gli aveva chiesto di nascondere. Michele scriverà poi che non è comunista, l’unica cosa che sembra interessargli sono i libri di filosofia di Immanuel Kant.

Angelica, una bella ragazza sposata con un funzionario del PCI, va a gettare il mitra nel Tevere senza raccontare nulla al marito.

Mara e il neonato vengono soccorsi da Osvaldo, un quasi quarantenne, biondo, stempiato che ha una libreria di seconda mano, una ex moglie iperattiva, una bambina, un “sorriso incerto” e che è sempre disponibile, gentile, affidabile.

Mara è una ragazza “casinara”, come si sarebbe detto allora, vive dove capita, è al verde, ha avuto alcuni flirt, non ha arte né parte ma è simpatica. 

Nel bel film che Mario Monicelli ha tratto dal romanzo nel 1976 era interpretata da Mariangela Melato, un’attrice eccezionale ma che non aveva nello sguardo la sventatezza di Mara. Forse, se posso dirlo, ci sarebbe voluta Maria Schneider.

Attraverso le lettere a Michele, con il quale, seppure assente e distante emotivamente, tutti i personaggi principali si confidano si svela la trama: egli è come una calamita che attrae piccoli eventi, segreti, amori fugaci e disamori, antipatie, ricordi, una vana ricerca di conforto.

Con il tempo (il libro si conclude nell’estate 1971) Adriana scoprirà di non aver mai avuto un rapporto di autentico scambio con il figlio.

L’elemento di rottura sarà scoprire la passata relazione sentimentale tra Michele e Osvaldo in tempi in cui non si sapeva nulla di omosessualità e non esisteva un movimento Lgbt. Tema che la scrittrice aveva già, coraggiosamente dati i tempi, affrontato nel 1957 nel lungo racconto “Valentino” (e il personaggio di Kit ha qualche similitudine con Osvaldo). (2)

Non proseguo a narrare la storia in cui vi è un forte colpo di scena per chi volesse leggerlo.

Romanzo perfettamente equilibrato, sobrio ma anche drammatico, “Caro Michele” è il ritratto imperdibile di alcune vite ma anche, sociologicamente parlando, di un momento storico. 

……

Nota 1) Lavinia Capogna “Ricordo di Natalia Ginzburg” (articolo rintracciabile sul web 2025)

2) Lavinia Capogna “Valentino” (articolo rintracciabile sul web 2005 – scritto nel 2003)

Bibliografia:

Tutti i libri di Natalia Ginzburg (Einaudi)

Sandra Petrignani La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Beat editore 2020)

“Caro Michele” di Natalia Ginzburg, letto da Nanni Moretti. Audiolibro. CD Audio formato MP3. Ediz. integrale Emons Edizioni, 2016

Di “Caro Michele” la casa editrice Einaudi ha portato da qualche giorno in libreria il tascabile di una nuova edizione a cura di Domenico Scarpa con la prefazione di Cesare Garboli.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Carlo Alessandro Landini: “with each gust of wind ad ogni colpo di vento – poesie” (Fara editore), di Maurizia Maiano

Don’t ask the poets

non chiedere ai poeti non domandare loro perché mai

tutto questo accada senza che un solo gesto inane

vada a scombinare l’abaco delle nostre sventure

al dio non importa di nulla e di nessuno

la ragione di ciò è ignota a tutti

non interrogare il poeta non saprebbe risponderti   

essi farfugliano incespicano sulle loro stesse parole

Siamo posti subito di fronte al mistero. Vano il nostro tentativo di trovare risposte. Possiamo chiederle ai poeti, possiamo chiederle alla scienza che inizia ad affannarsi  nel dispiegare le intuizioni, formula numeri e teoremi e quando pensa di aver spiegato, ricomincia proprio da lì, non era che un limite la certezza a cui era arrivata.

I versi di Landini ci accompagnano in questo cammino,  osservano, si meravigliano e si interrogano, in un fluire continuo, sempre uguale eppure sempre diverso: scorrono come l’acqua del fiume di Hesse, come il Danubio di Magris a Krems: il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che si rispecchiano sempre nelle sue onde. Come la Morava di Handke: dove tutto vive come presagio repentino, come presagio duraturo, come altro presente in quella notte in cui tutto ritorna. Come nell’eterna ghirlanda brillante di Gödel, Escher, Bach. È un movimento circolare, non progressivo: non conduce a una verità finale, ma a un ritorno incessante dello stupore.

Ma questa è l’Arte, è la sua capacità di imbrigliare in una combinazione alchemica sostantivi, verbi, aggettivi legati insieme da punti, virgole, punti esclamativi, interrogativi che vorrebbero guidarci per interpretare il mondo: ci indicano quando dobbiamo meravigliarci, manifestare disappunto, interrogarci, dubitare, metterci in pausa, aprirci a tante possibilità, dire punto e a capo o mettere semplicemente un punto? Landini mette da parte la punteggiatura lascia che tutto scorra senza inciampare, senza sollevare dubbi, tutto avvolto nella meraviglia. Nulla solleva dubbi perché nulla pretende di risolverli; nulla impone una direzione perché il movimento è già dato. Tutto è avvolto nel thauma  che si rinnova ad ogni colpo di vento, quel primo stupore  che precede la domanda stessa e che, come in Florenskij, non chiede di essere sciolto, ma custodito. 

È precisamente qui che si colloca il gesto di Landini. La rinuncia quasi totale alla punteggiatura non è sottrazione formale, ma scelta ontologica: il verso non vuole delimitare, non vuole chiudere, non vuole decidere per il lettore. Troviamo un punto solo alla fine di ogni paragrafo, ma il successivo non inizia con la lettera maiuscola, non vuole essere una interruzione e o un nuovo inizio, perché semplicemente niente si può interrompere, tutto si muove e si agita, si incontra, si scontra e si allontana, si ritrova e rimbalza per ritornare o per andare altrove. Il senso non è guidato, ma affidato; non è scandito, ma lasciato scorrere. Il testo non procede per fratture, ma per continuità, come un respiro che non conosce apnee. Come nella pratica della meditazione Vipassana osserva il respiro e le sensazioni corporee senza reagire o giudicare e sviluppare distacco e se il pensiero vaga si ritorna al respiro per calmare la mente e comprendere l’impermanenza di ogni esperienza.

In Landini la parola non comanda il mondo, lo accompagna. I segni che tradizionalmente orientano, chiariscono, disciplinano il discorso, perché ciò che conta non è l’interpretazione, ma l’esperienza. La poesia non spiega il mistero: lo abita. E nel farlo sospende il tempo logico, restituendoci a un tempo originario.

La poesia di Landini non risponde: espone. Non argomenta: lascia accadere.

Non si tratta di prosa, ma di una poesia discorsiva. Potremmo definirla una epica lirica, il protagonista è l’Io senza legami storici ma eterni. I vincoli storici si metamorfizzano assumono nuove vesti e ornamenti e custodiscono anche quel nocciolo duro che è dell’umanità tutta, seguiamo quel fluire empatico dell’esistenza che rende la poesia universale, diventando Erlebnis, esperienza vissuta, incarnata che le parole riattivano in ogni lettore. Non descrive un’epoca ma le epoche tutte ricompaiono nei segni e nei nomi, simboli radicati di un disagio esistenziale mai spentosi, ma anche di energia vitale e rinascita. Un teatro di poesia  per usare una espressione di Maria Luisa Spaziani, un poeta-narratore di una endless story che si rinnova ad ogni colpo di vento.

Singolare la premiazione di With Each Gust of Wind – Ad ogni colpo di vento di Carlo Alessandro Landini a Porto Venere, luogo sospeso tra roccia e mare che conserva ancora l’eco romantica di Lord Byron, il vento non è solo un fenomeno naturale ma diventa una figura dello spirito. Non è casuale che proprio qui nasca il Premio intitolato al poeta inglese e che la sua prima assegnazione nel 2025 abbia premiato Carlo Alessandro Landini. Artista ecclettico e capace di rievocare e far rivivere, sia nella musica che nella scrittura, la memoria culturale e artistica del passato. Niente è mai completamente nuovo.

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile 1954. Già ricercatore Fulbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Fenomenologia dell’estasi : Il caso di una Santa italiana (FrancoAngeli 1983). Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio (Franco Angeli 2009) Ha una vasta produzione di critica musicale e di opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroesteticamusicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (BookEditore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Storie dalla storia persiana, di Francesca Chiesa

C’è un antico racconto che bisognerebbe leggere, per capire cos’è veramente il Paese che Israele e Stati Uniti si sono proposti di annientare. È il Romanzo di Alessandro nella sua versione persiana, ovvero Eskandar-Nāmeh[1]      

Mi spiego. Quando le autorità iraniane proclamano che l’Iran non è mai stato sconfitto, non la stanno sparando troppo grossa, si stanno semplicemente  rifacendo a un fenomeno che si è manifestato nel corso dei secoli e dei millenni, con poche varianti e basato sul riconoscimento di un assunto: se il tuo nemico adotta le tue usanze e la tua cultura, sostituisce la sua lingua con la tua e rispetta le tue tradizioni, non è più un tuo nemico. È già diventato parte di te.

Partiamo da Alessandro. Nel suo caso non è stato necessario operare alcuna forzatura, il conquistatore macedone ha fatto tutto da solo: dopo essere arrivato trionfalmente a Persepolis, vincendo tutto quello che c’era da vincere, sobrio o ebbro che fosse si è lasciato andare al gesto estremo di incendiare la reggia simbolo della persianità, con tutti i suoi arredi e tutti i suoi archivi. 

Operazione compiuta? No, perché siamo in Persia e le albe persiane cancellano anche le notti affogate nel vino e  le donne persiane oscurano anche il ricordo di Taïde e le altre.

Alessandro batte le mani e chiede di portargli una veste persiana. 

Ordina ai suoi di presentarsi, di lì a due giorni, vestiti bene. 

Raduna i dignitari persiani che si erano consegnati a lui dopo la sconfitta e chiede che ognuno porti, tra due giorni, una figlia. Non precisa che deve essere bella, perché le donne persiane sono tutte belle. 

Per sé vuole la figlia del Gran Re, Roshanakh, la Rossa.

Per sé pretende quanto è dovuto a un Gran Re, la proskynesis prima di tutto: l’inchino rituale.

L’Impero ha il suo nuovo Sovrano. Attenzione, non conquistatore e nemmeno usurpatore, giacché i mobad, gran sacerdoti zoroastriani, già sono al lavoro per codificare la leggenda dell’Alessandro persiano. Non sarà il figlio di Filippo, insignificante regolo di un regnucolo di provincia, a regnare sui Pars, ma il figlio di Dārā (Dario III Codomano nella storia), che è figlio di Darab, che è figlio di Humay.

Il percorso storico dell’Eskandar-Nāmeh prende quasi sicuramente le mosse da un resoconto della vita e delle gesta di Alessandro Magno scritto in greco. Il racconto probabilmente prese forma ad Alessandria tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. Il testo greco del racconto fu tradotto in latino nel IV secolo d.C., e da lì si diffuse in tutte le principali lingue vernacolari d’Europa. 

Più o meno nello stesso periodo è stato tradotto in siriaco e presumibilmente in Pahlavi[2], e questa versione siriaca è diventata la fonte delle traduzioni nelle lingue del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale. Si è diffuso fino alla Cina e al sud-est asiatico, diventando uno dei racconti più conosciuti.

Non è chiaro come il racconto raggiunse la Persia sasanide ed entrò nelle tradizioni orali e letterarie persiane. Era già diventato tutta un’altra cosa.

Nel racconto dello Pseudo-Callisthenes e nella versione siriaca, Alessandro è il figlio del faraone egiziano Nectanebos e della moglie di Filippo di Macedonia, Olimpia. 

Nelle versioni persiane, inclusa quella di Ferdowsī, Alessandro è figlio di Dārāb (figlio del nobile Arsame, che era figlio di Ostane che era, forse, figlio di Dario II).

Diverse versioni del racconto sono state tramandate da poeti persiani e narratori popolari.

La versione di Firdūsī ci fa da pietra miliare.

Dārāb, figlio di Homāy, sconfigge Fīlakūs (Filippo) di Macedonia e chiede in matrimonio sua figlia Nāhīd. Subito dopo il loro matrimonio Dārāb rimanda Nāhīd da suo padre a causa del suo alito cattivo. Lei è incinta e dà alla luce Alexander. Da un’altra donna Dārāb ha un secondo figlio chiamato Dārā , che succede a suo padre all’età di dodici anni. Alessandro, ora re di Rūm, sceglie Arsṭālīs (Aristotele) come suo consigliere e cessa di rendere omaggio a Dārā. La guerra viene dichiarata e dopo tre sconfitte Dārā fugge a Kerman e fa appello a Porus (Fūr), re dell’India, per l’aiuto. È presto accoltellato da due dei suoi consiglieri, Māhīār e Jānūšīār. Mentre Dārā muore, chiede ad Alessandro di sposare sua figlia, Rowšanak (Roxana), e di preservare l’Avesta e la religione. Alessandro giustizia gli assassini e assume il dominio della Persia.

Le principali versioni persiane in poesia del racconto si possono leggere in traduzione italiana:

  • Nezami Ganjavi, nato a Ganja in Azerbaijan. Il suo Eskandar-Nameh/Alessandreida, si divide in due libri di cui uno, Sharaf Nameh, descrive Alessandro come un eroico re guerriero, e il secondo, Eqbal Nameh, come un saggio. Quest’ultimo, tradotto in italiano da Carlo Saccone, è pubblicato da Rizzoli-BUR;
  • Amīr Ḵosrow Dehlavī: nato in India, la sua opera su Alessandro si intitola Aina-ye Iskandari (Lo Specchio Alessandrino) e racconta Alessandro/Iskandar come scopritore e inventore. Tradotto in italiano da A.M.Piemontese per Rubbettino;
  • Abd al-Raḥmān Jāmī ha dedicato ad Alessandro il suo Khirad-Nama-ye Iskandari, Libro della Sapienza di Alessandro, di cui sono stati tradotti solo alcuni stralci.

Tra le versioni in prosa, la più affascinante è sicuramente il Dārāb Nāmeh/Romanzo di Dario, di cui esiste una versione integrale solo in russo e parziale in francese e italiano.[3]

Ora che di Alessandro abbiamo detto, torniamo a quell’Iran che è stato spesso sconfitto militarmente, ma ha quasi sempre conquistato i suoi conquistatori attraverso la superiorità della sua amministrazione, lingua e arte:

  • i Parti (III secolo a.C.): pur essendo una tribù nomade scitica proveniente dal nord-est, una volta preso il potere si proclamarono eredi degli Achemenidi, adottarono il titolo di “Re dei Re” e protessero la cultura e la religione zoroastriana.
  • i Selgiuchidi (XI secolo): guerrieri turchi nomadi entrarono in Iran come conquistatori ma divennero i più grandi patroni della cultura persiana. Adottarono il persiano come lingua ufficiale, promossero l’architettura delle grandi moschee a cupola e si affidarono a visir persiani per gestire lo Stato.
  • I Timuridi (XIV-XV secolo): i successori del crudele Tamerlano trasformarono le loro corti nei centri più raffinati della poesia e miniatura persiana, rendendo il persiano la lingua franca di un impero che arrivava fino all’India.

In altre parole:  l’efficacia e il fascino della  struttura amministrativa e il prestigio culturale e letterario dell’Iran erano talmente incisivi, che ogni invasore dovette rassegnarsi a diventare persiano, per potere governare la Persia, o Iran che dir si voglia. 


[1] Da non confondere con l’omonimo di tradizione greca, pubblicato da  a cura di Monica Centanni.

[2] Medio-Persiano

[3] Non è elegante autocitarsi ma facciamo di necessità virtù, dato che non c’è altro: Storia di donne persiane, ed. La CaseBooks.

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Olympe e le altre: le donne nella Rivoluzione francese, di Lavinia Capogna

Olympe de Gouges, rivoluzionaria francese è stata a lungo rimossa dalla storia ufficiale. Troppo avanti sui tempi, troppo scomoda, troppo femminista.

Nei primi anni ’70 alcune storiche francesi si chiesero: e le donne? E diedero il via a quella felice riscoperta non solo di figure che erano state famose in passato e poi obliate – come Olympe De Gouges e altre – ma anche di donne sconosciute.

La storia, che prima di allora aveva citato nei manuali solo qualche regina o favorita dei re e qualche santa, finalmente tentò di ricostruire la vita quotidiana. 

Ci si ricordò che dietro alle conquiste delle donne, sociali, di costume, legali degli anni ’70/80 del Novecento c’erano ben due secoli di ardue battaglie.

Anche la rivoluzione francese (1789/1799) non fu femminista, anzi…i due più celebri filosofi che l’avevano ispirata per quanto audaci nelle loro idee, Voltaire e Rousseau, entrambi deceduti dieci anni prima della presa della Bastiglia, non avevano difeso le donne.

Persino il seicentesco e geniale Molière aveva preso in giro in una sua commedia “le preziose”, circoli di donne colte e amanti delle arti.

Nell’Emilio, il suo testo pedagogico, Rousseau aveva scritto: “Tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, (…) consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce: ecco i doveri delle donne in ogni età della vita e questo si deve insegnare loro fin dall’infanzia“.

Far notare questa mancanza non vuole certo sminuire la grande importanza del pensiero filosofico di Rousseau o Voltaire.

In cima al potere assoluto dell’Ancient Régime c’era il re, allora Louis XVI che si potrebbe definire “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”, sarà decapitato nel 1791 suscitando grande riprovazione all’estero. Tutto il potere era nelle sue mani insieme ai suoi consiglieri.

Grande alleato del re era il clero anche se c’erano differenze tra i potenti vescovi e i parroci di campagna.

La chiesa cattolica aveva ancora privilegi feudali e questi assurdi favoritismi furono all’origine dell’ateismo esasperato del tempo.

Olympe e molti altri rivoluzionari volevano una monarchia costituzionale, che allora era una forma di governo molto avanzata. Ella fu contro la condanna a morte del re per ragioni umanitarie e anche strategiche: sapeva che Parigi avrebbe avuto tutta l’Europa contro. 

Infatti alcuni massacri, la morte del re, il Terrore faranno allontanare dal sostenere la rivoluzione quegli intellettuali stranieri che inizialmente l’avevano approvata: Goethe, il poeta Hölderlin, il drammaturgo Vittorio Alfieri, il poeta William Wordsworth che nel 1790 si era recato in Francia e aveva visto la gente ballare felice nelle piazze per la libertà conquistata.

L’inglese Mary Wollstonecraft, nonostante approvasse la rivoluzione, aveva pianto quando aveva visto il re portato al patibolo in maniche di camicia tra i soldati impassibili nelle loro giubbe grigie che facevano rullare ritmicamente i tamburi.

Nel 1792 pubblicò nel suo paese il celebre: “A Vindication of the Rights of Woman” (Rivendicazione per i diritti delle donne) considerato il primo testo femminista (anche se Olympe aveva edito a sue spese il suo, passato quasi inosservato, nel 1791).

I protagonisti della Rivoluzione furono uomini: Danton, Marat, Robespierre, Saint – Just, il re Louis XVI , il ministro Necker, Mirabeau, il generale Lafayette, Condorcet, il buon Gracchus Babeuf fino a Camille Desmoulins, il giovane giornalista che incitò il popolo a prendere la Bastiglia il 14 luglio 1789 anche se la prima sommossa significativa era avvenuta un anno prima a Grenoble. Ne era stato testimone un bambino, Henri Beyle, che sarebbe stato poi conosciuto con il nome di Stendhal.

La Rivoluzione fu un processo storico ingarbugliato, durato ben dieci anni. Non fu la rivoluzione borghese che si vuole rappresentare ma di più: fu un nuovo mondo che ne eclissò un altro, quell’Ancien Régime che si credeva eterno e che si proclamava voluto da Dio. L’aristocrazia che viveva su enormi privilegi, alle spalle del popolo, oziosa, spesso viziosa, si considerava superiore a tutti. Tuttavia non tutti gli aristocratici erano tiranni così come non tutti i rivoluzionari violenti.

La povertà era sconvolgente. Le cronache raccontano che nel gelido inverno del 1788/89, quando la temperatura arrivò nella capitale a dieci gradi sottozero, le donne affamate si gettavano nella Senna ghiacciata.

Bastava un raccolto andato a male e un gran numero di contadini morivano di fame mentre a Versailles si giocava a faraona (un gioco di carte assai in voga) o si spettegolava su qualche vicenda amorosa. Anche Mozart nel suo soggiorno parigino precedente alla rivoluzione aveva scritto, assai deluso, che mentre lui aveva suonato il clavicembalo, i nobili avevano continuato a chiacchierare e a giocare a carte, ignorandolo.

Erano in vigore atroci torture e supplizi. Il dottor Guillotin, ex gesuita, ideatore della ghigliottina venne quasi considerato un benefattore.

Non è neppure vero che il 1700 fu – come a volte si legge – il secolo delle donne. Ci furono dei salotti di vivaci conversazioni, incontri sociali e letterari promossi da donne aristocratiche o intellettuali come la ricchissima Madame De Staël, figlia del ministro Necker che stupidamente Louis XVI aveva licenziato o Madame Roland, rivoluzionaria finita sulla ghigliottina che nei tetri mesi di carcere aveva trovato la forza morale di scrivere uno splendido “Memoriale” ma erano esclusivamente a Parigi e per pochi.

È vero invece, come ha dimostrato Cécile Berly nel saggio “Elles écrivent: le plus belle lettres au XVIII siécle” che nel 1700 in Francia e in Inghilterra alcune donne incominciarono a raccontare sé stesse in diari privati, memorie e carteggi epistolari (nota 1).

I due più celebri romanzi del tempo come “Manon Lescaut” e “Le relazioni pericolose” proponevano come immagini femminili una bella sventata, una perfida marchesa e una ragazza ingenua.

Negli anni ’70 del secolo era scoppiata la rivoluzione nel continente americano ma era stata quella di emigrati ribelli di tredici colonie dalla madrepatria britannica. Abigail Adams, saggia moglie del futuro secondo presidente John Adams e madre di un altro, aveva scritto al marito che si trovava ad un congresso nel 1776 una lettera (il famoso Remember the Ladies): “Ricordati delle donne e sii più generoso e favorevole a loro dei tuoi antenati. Non mettere un potere così illimitato nelle mani dei mariti. Ricorda, tutti gli uomini sarebbero dei tiranni se lo potessero“.

Anche Maria Antonietta non aveva alcun potere politico. Era la figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, sposa adolescente di un uomo che non amava (il che era reciproco perché per vari anni non ebbero rapporti coniugali finché non ne furono ‘costretti’ per dare alla Francia un erede).

Maria Antonietta era solo una ragazza appassionata di vestiti, di acconciature ma non furono certo i suoi costosi abiti a mandare in deficit il regno di Francia. Amava il teatro, suonava l’arpa e non si occupava di politica. Sembra essere stata, come scrisse Stendhal, una “buona ragazza”.

Venne detestata perché donna, straniera e bisessuale, ella violò un tabù con il suo amore per la bellissima duchessa di Polignac, la malinconica principessa torinese di Ramballe (che avrebbe fatto una fine orribile) e il conte Fersen, un diplomatico svedese che riuscì invece a scamparla.

È vero che tramò con l’Austria contro la Francia ma era scontato che lo facesse.

Sophie de Grouchy, che a 22 anni sposò Condorcet, aristocratico rivoluzionario, scienziato, economista, uomo politico, fu una donna di grande ingegno, pittrice, allieva della famosa ritrattista Élisabeth Vigée – Lebrun. Fu una cara amica di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni (nota 2)

Fu anche autrice di un bel libro epistolare “Lettere sulla simpatia’, recentemente ripubblicato in Italia.

Charlotte Corday, quasi venticinquenne, pronipote del celebre drammaturgo Corneille, di famiglia monarchica ma di idee girondine, giunse invece dalla Normandia a Parigi con un fosco piano. Nell’afoso pomeriggio del 13 luglio 1792 riuscì, con una scusa, a farsi aprire la porta di casa di Marat per consegnargli una fittizia lista di nomi di traditori. Marat, uno dei capi rivoluzionari, medico di talento, eclettico studioso e “amico del popolo”, abitava in un modesto appartamento da operaio al primo piano di un buio caseggiato e stava facendo una cura per una grave malattia della pelle che lo affliggeva: era immerso in una vasca da bagno con un’asse poggiata sopra per scrivere appunti. Ciò gli consentiva di poter ricevere persone.

Charlotte lo pugnalò e poi dirà che lo aveva fatto per salvare migliaia di future vittime. Simonne Évrard, donna di valore e compagna del giacobino, tentò vanamente di salvarlo.

Nel Novecento, Charlotte Corday, finita al patibolo, sarà strumentalizzata dell’estrema destra francese, la dipingeranno in stucchevoli “santini” bionda, con gli occhi azzurri e un’aria angelica “scordandosi” che aveva assassinato un uomo a sangue freddo.

Un’eroina sfortunata fu invece la meno nota Théroigne de Méricourt che si abbigliava da ragazzo, con un gran cappello e una giacca rossa e che verrà, seppure rivoluzionaria, aggredita da alcune donne del popolo, spogliata per strada e picchiata. Lo shock fu tale che, si disse, perse la ragione. Venne reclusa vari anni alla Salpetrière, lo spaventoso manicomio di Parigi – il che fu anche un modo per toglierla di mezzo.

Madame Lavoisier (Marie-Anne Paulze) sposò adolescente Antoine Lavoisier, nobile e geniale chimico. Divenne la sua più stretta collaboratrice negli esperimenti e tradusse testi scientifici dall’inglese al francese. Un bellissimo quadro del pittore David li ritrae insieme.

Lui venne giustiziato nel 1794 ma lei si salvò e fece pubblicare i lavori del marito. 

Bisogna ricordare anche le sedici suore carmelitane di Compiègne che vennero ghigliottinate perché si rifiutarono di sottoscrivere alcuni articoli durante la scristianizzazione della Francia e che Papa Francesco ha canonizzato nel 2024.

Ma anche le numerose donne sconosciute che da lontano adoravano Robespierre, ricamatrici, istitutrici, ragazze “borghesi”. Lo seguivano ovunque, gli scrivevano lettere, gli facevano addirittura proposte di matrimonio nonostante il trentenne capo giacobino, incorruttibile e casto a differenza di Danton, fuggisse. Era introverso, aveva dei tic frequenti, il che non era una “colpa” ma una malattia (sbatteva gli occhi, usava due paia di occhiali, aveva spasmi alle spalle).

Questa adorazione, che potrebbe anche far sorridere, la dice lunga però sul fascino che gli uomini di potere possono esercitare.

C’erano infine le donne senza nome, le popolane che invasero Versailles, contadine, lavandaie, cameriere che giunsero fino agli appartamenti della regina che fuggì grazie alle sue dame di compagnia e ad un passaggio segreto. Donne furiose, scarmigliate che parlavano coloriti dialetti ma anche le venditrici di legumi – come raccontò il socialista Jules Michelet nella sua “Storia della Rivoluzione” (1853) – che salvarono dalle grinfie dei soldati e dal patibolo un padre di quattro bambini.

Tra tutte queste donne una delle più straordinarie fu Olympe de Gouges. Era il nome d’arte di Marie Gouze, nata nel 1748 nel sud del paese e, quasi certamente, figlia illegittima di un aristocratico ricchissimo e poi scrittore di successo (grande nemico di Voltaire). Sua madre aveva sposato un giovane macellaio ma era l’amante di questo titolato. Olympe visse la contraddizione di una paternità e di uno status sociale negato. A 17 anni venne persuasa a sposare un uomo molto più grande che non amava con la quale ebbe un figlio.

A ventidue anni, tempo dopo il decesso del marito, raggiunse con il figlio la grande capitale, cuore pulsante del paese.

Era bella, intelligente e non mancava di coraggio.

Restif de la Bretonne la descriverà ‘attraente’, il rivoluzionario Brissot ‘bella’, il giornalista e storico Moufle d’Angerville scrisse di lei nel 1786: ‘È una donna straordinaria, piena di vitalità, di energia’. 

Venne citata in un libro del 1792 intitolato “Omaggio alle donne più belle e virtuose di Parigi”.

Era come si diceva una ‘femme libre’ (donna libera) ma senza nulla di equivoco, compagna di Louis – Sébastien Mercier, scrittore progressista di successo e benestante. Egli l’aiutò economicamente per cui Olympe poté vivere in un quartiere centrale di Parigi con parecchi gatti, un cane, un esotico pappagallo, persino una scimmia. 

Anche un’altra donna, Marie Joséphe Rose Tascher de La Pagerie, francese nata in Martinica che poi sarà imperatrice con il nome di Joséphine de Beauharnais, moglie di Napoleone, aveva nel suo giardino alcuni animali esotici.

Olympe divenne una nota commediografa. Nel 1700 il teatro aveva un enorme successo di pubblico. Non era solo cultura ma anche svago. Le commedie erano spesso idilliache ed inverosimili storie di pastori e pastorelle o deliziose vicende amorose con una morale finale. Virtù, Armonia, Natura – sono parole chiave del Settecento.

Tuttavia i testi di Olympe affrontavano anche temi scomodi, come i diritti delle donne e la difesa dei neri nelle colonie francesi. Lei si fece parecchi nemici nell’ambiente del teatro proprio per le sue idee fino ad esserne emarginata.

Aderì alla Rivoluzione e alla “Société des Amis des Noirs” fondata da Brissot contro la schiavitù nelle colonie francesi.

L’opera più celebre di Olympe non è però tra le molte commedie da lei redatte (in gran parte andate perdute) ma soprattutto, postumamente, nella ‘Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” (1791), in 17 articoli come la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” del 1789.

La storica tedesca Gisele Bock ha fatto saggiamente osservare che Olympe aveva compreso che il termine “homme” nella Dichiarazione del 1789 nel concreto non significava “umanità” ma soltanto maschi (“Le donne nella Storia Europea”).

Unicamente Condorcet aveva, nel 1790, difeso le donne. Vi erano club femminili che vennero però fatti chiudere da Robespierre.

Si diceva che Olympe dettasse le sue opera, tra cui molti libelli politici, ad un segretario ed effettivamente il suo stile appassionato richiama il parlato. 

Il testo si apriva con una dedica alla regina a cui si rivolgeva chiamandola Madame anziché Sua Maestà. Olympe le chiedeva di farsi promotrice dei diritti delle donne. 

Poi c’era una breve “esortazione agli uomini” che in puro stile Illuminista chiedeva loro il perché di tanta oppressione verso le donne.

I 17 articoli e le pagine di chiusura erano/sono un documento politico avanzatissimo: denunciavano il mondo feudale ingiusto, oppressivo e vizioso dell’assolutismo in cui alle donne era chiesto solo di essere belle e amabili.

Olympe proponeva l’abolizione del matrimonio e l’istituzione di unioni civili tra uomini e donne basate sul rispetto e sul dialogo reciproco (“Le mariage est le tombeau de la confiance et de l’amour”, il matrimonio è la tomba della fiducia e dell’amore); chiedeva che le donne non fossero più legalmente subalterne al padre e al marito e libere economicamente; la protezione economica dei figli illegittimi e delle ragazze madri (che erano molte) in modo che non dovessero più andare in degli ospizi con i loro bambini se prive di mezzi economici; che le donne potessero partecipare alla vita politica e sociale del paese e lavorare in tutti gli ambiti; l’eguaglianza legale.

Chiedeva inoltre che accanto all’Assemblea nazionale composta solo da uomini, ve ne fosse un’altra formata solo da donne non in opposizione ma che potesse lavorare in armonia con l’altra; l’abolizione del celibato per i preti; un sostegno per la protezione delle prostitute.

Tutto ciò nel 1791!

Con l’inizio del Terrore, Olympe sfidò Robespierre chiamandolo “tiranno” e poco dopo venne aggredita in strada da vari popolani. Uno di loro sfoderò la spada dicendo: “Chi offre quindici soldi per la testa di Olympe?”. Ella ebbe la presenza di spirito di ribattere: “Io ne offro trenta”.

L’uomo scoppiò a ridere e la lasciò andare.

Olympe sapeva che aveva i giorni contati. Arrestata con un pretesto non ebbe un avvocato e si difese da sola.

Era il 1793: il 16 ottobre era stata ghigliottinata Maria Antonietta, 36 anni, il 3 novembre salirà al patibolo Olympe de Gouges, 45 anni, il 9 novembre Madame Roland, 39 anni.

Postumamente lei venne accusata nelle gazzette di essere stata una ‘esaltata’, di ‘non essersi occupata di ciò che riguardava il proprio sesso’, cioè di non essere rimasta in silenzio e sottomessa.

Se le donne innocue ma scomode non si possono accusare di condurre una vita privata discutibile, si accusano di essere ‘isteriche’ – ancora oggi funziona così. 

Ma neppure le donne capirono ciò che ella aveva fatto per loro.

Solo dagli anni ’80 del Novecento la sua figura sarà riscoperta in Francia grazie ad alcuni storici.

Nel 1799 un’altra donna coraggiosa finirà sul patibolo, questa volta, dei Borboni a Napoli: Eleonora De Fonseca Pimentel (nota 3).

Nel 1800 Victor Hugo descriverà le contraddizioni dell’epoca nel bellissimo romanzo “Novantatré” e Charles Dickens nell’altrettanto bello “Il racconto delle due città”.

Le conquiste della rivoluzione, che dovette combattere una guerra con l’Austria e altri paesi e quella civile in Vandea, furono molte tra le quali: l’abolizione della monarchia assolutista, dei diritti feudali, della tortura, delle decime e dei privilegi della chiesa, il diritto di voto agli uomini con un certo censo, l’istruzione gratuita per tutti, le pensioni, il sostegno a vedove e orfani, l’abolizione della schiavitù nelle colonie, dei ghetti per gli ebrei, l’abolizione dei “reati immaginari”, come erano chiamati l’omosessualità maschile e l’adulterio.

Alcune di queste conquiste furono poi rimesse in discussione.

La Francia ne uscì stremata: il 18 brumaio 1799 Napoleone fece un colpo di stato, prese il potere e nel suo stile sintetico annunciò: “Cittadini, i principi della Rivoluzione restano- ma essa è finita”.

Ma era stato Danton che nel Tribunale che lo aveva condannato a morte (1794) aveva pronunciato le parole più toccanti:

“Senza di me non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione. Senza di me non ci sarebbe stata alcuna repubblica (…). Conosco questa corte, l’ho creata io e di questo chiedo perdono a Dio e agli uomini (…). 

Abbiamo posto fine al monopolio della nascita e della fortuna in tutti i grandi uffici dello stato, nelle nostre chiese, nei nostri eserciti, in questo vasto complesso di arterie e vene che dà vita a questo magnifico corpo che è la Francia. 

Abbiamo dichiarato che l’uomo più umile di questo paese è uguale al più illustre.

E questa libertà conquistata per noi stessi, l’abbiamo offerta agli schiavi. E affidiamo al mondo la missione di costruire il futuro sulla speranza che abbiamo fatto nascere. 

Questa è più di una vittoria in una battaglia, più delle spade e dei cannoni e di tutti gli squadroni di cavalleria d’Europa. Questa ispirazione, questo soffio per tutti gli uomini, ovunque, in ogni luogo, questo appetito, questa sete, non potranno mai essere soffocate. Le nostre vite non saranno state vissute invano”.

……….

Nota 1) vedi anche Catriona Seth “La Fabrique de l’intime”

2) Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni” 

3) sulla quale sul Randagio si trova una mia intervista alla storica Antonella Orefice.

Tra i molti film sulla Rivoluzione da vedere il bellissimo “Il mondo nuovo” di Ettore Scola (1982) e lo sceneggiato “La Rivoluzione francese” diretto da Robert Enrico e Richard T. Heffron, per il  bicentenario (1989).

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Rainer Maria Rilke: “Le Elegie Duinesi”, di Maurizia Maiano

Il bello non è che il tremendo al suo inizio

Nel gennaio del 1912 Rainer Maria Rilke si trova ospite della principessa Marie von Thurn und Taxis nel castello di Duino, vicino a Trieste, allora parte dell’Impero austro-ungarico. Durante una passeggiata sulle scogliere battute dal vento, racconta di aver udito interiormente il verso che apre la Prima Elegia:

Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel Ordnungen?

Chi, se io gridassi, mi udrebbe dalle schiere degli Angeli?

Non è soltanto l’incipit di un’opera: è l’irruzione di una domanda assoluta. L’uomo moderno, dopo la frattura delle certezze ottocentesche, si scopre esposto a un cielo che non protegge più

e se anche un Angelo a un tratto

mi stringesse al suo cuore la sua essenza più forte

mi farebbe morire. Perché il bello non è

che il tremendo al suo inizio…

Le Elegie duinesi verranno ultimate solo nel 1922, nel castello di Muzot, in Svizzera, dopo un decennio attraversato da guerra, smarrimento e precarietà economica. Ma leggere Rilke solo in chiave storica sarebbe riduttivo. La crisi della modernità è il suo sfondo, non il suo tema. Rilke non descrive un’epoca: fa accadere un’esperienza che non è solo esperienza di quel tempo, ma si insinua nel tempo per esserne parte eterna.

Per questo una lettura empatica appare più adeguata. Le categorie storiche mutano, si trasformano, si rivestono di nuovi ornamenti; la poesia, invece, custodisce ciò che nell’umano resta 

Non che tu possa mai reggere lo spiro che ascolta 

l’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea

L’intensità eccede sempre la nostra misura. L’Erlebnis, l’esperienza vissuta, si incarna nella parola poetica come vibrazione sonora. Come dalle note nasce armonia o dissonanza, così dall’incontro delle parole nasce poesia o disincanto. Le parole di Rilke non chiudono il senso: lo aprono. Non spiegano la vita: la espongono alla sua intensità.

La sua è una forma di religiosità senza dogma, una mistica nell’assenza di Dio. Il senso non viene proclamato, ma si forma nel silenzio quotidiano. È una teologia dell’assenza che non sfocia nel nichilismo, ma nella responsabilità dell’ascolto. L’Angelo non è consolazione: è eccesso ontologico. La sua vicinanza uccide perché l’umano non può reggere un’intensità assoluta di significato.

In questo quadro il quotidiano assume un valore decisivo,

la fedeltà viziata di un’abitudine

non è mediocrità, ma resistenza. Il silenzio e la ripetizione diventano la forma abitabile del sacro. Il quotidiano non è l’opposto dell’abisso, ma la sua soglia sopportabile: il modo umano di restare in ascolto del tremendo senza esserne annientati.

La caducità attraversa tutta l’opera mentre l’uomo è transito:

vedi gli alberi sono, le case che abitiamo reggono. Noi soli

passiamo via da tutto, aria che si cambia.

E tutto cospira a tacere di noi,

un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace

una speranza ineffabile.

Qui la voce di Rilke si accorda con altre lontane nel tempo, come quella del poeta  Andreas Gryphius, che nel Seicento barocco della Guerra dei trent’anni scriveva: 

Es ist alles eitel: tutto è vano

gloria e grandezza svaniscono come sogno

Cambiano le forme storiche, non la ferita.

Quali parole trovare ed associare per esprimere cosa sia la felicità, attimi che sappiamo di non poter possedere per sempre. Come coniugare il desiderio di fermarsi aggrappati ad un ramo mentre la corrente ci trasporta: verweile doch du bist so schoen (Goethe) non basta e allora?

E noi che pensiamo la felicità

come un’ascesa, ne avremmo l’emozione

quasi sconcertante

di quando cosa che è felice, cade.

Felicità e dolore non sono opposti, ma forme diverse della stessa intensità dell’essere. Non si superano, non si risolvono: coincidono separandosi. Non sono un semplice  gioco verbale, ma una vera ontologia poetica.

In questo senso, le Elegie non offrono consolazione né redenzione: offrono capacità di reggere l’eccesso del vivere. Ma, come nella saggezza popolare, sappiamo che le parole feriscono allo stesso modo in cui curano l’animo umano ed è questa la grande poesia di Rilke.           

L’arte come spaziotempo in cui sostare per ascoltare la propria voce interiore, qui è la verità, mai la menzogna. In Rilke la parola non salva nel senso religioso o morale, ma trasforma il dolore in forma abitabile. La poesia non guarisce la ferita: le dà voce, spazio, risonanza. E così la rende condivisibile

Nelle Elegie non c’è disperazione. C’è consapevolezza. Non esiste una separazione netta  tra vivi e tra i morti, non riusciamo semplicemente ad immaginare come potrebbe essere:

Certo è strano non abitare più sulla terra,

non più seguir costumi appena appresi,

alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa

non dar significanza di futuro umano;

quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose

non esserlo più, e infine il proprio nome

abbandonarlo, come un balocco rotto

Strano non desiderare quel che desideravi

………ed è faticoso essere morti

Ma i vivi errano, tutti,

ché troppo netto distinguono.

Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno

se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente

sempre trascina con sé per i due regni ogni età..

Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la

morte rapì,

ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,

come dal seno materno.

Una eterna corrente che travolge e trascina con sé ogni epoca e a cui nessuno sfugge. Angeli ed umani sono accomunati in questo vagare tra cielo e terra. Una immagine che  richiama il movimento incessante della scala di Giacobbe nel dipinto di Michael Leopold Lucas Willmann: un viavai continuo tra alto e basso, senza trionfalismi, in una tensione silenziosa che unisce poesia e pittura, come cielo e terra, terra e cielo. 

Se nella Prima Elegia il tremendo si manifesta nella figura dell’Angelo, nella Terza lo sguardo si abbassa nel sangue. Non è più l’uomo che tende all’alterità celeste, ma quello che risponde al suo sangue, alla parte oscura di sé. 

Una cosa è cantare l’amata. Un’altra, ahimè, 

quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.

L’amore viene demistificato: la fanciulla non è origine del turbamento, ma occasione. L’intensità che attraversa il giovane è più antica di lei. L’amore non è decisione, ma corrente.

Credi davvero che l’abbia scosso così il tuo apparire leggero?

“Sì, lo turbasti”. Ma in lui si sollevarono paure più remote. E’ un suono che viene da lontano ciò che lo attrasse verso di lei.  Egli vuole e fugge, si abitua al tuo cuore e insieme si sottrae. Non tutto dell’altro ci appartiene. Ed è forse proprio questo a rendere l’amore umano: l’accettazione di una regione inviolabile che nessuno può interamente raggiungere.

Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa

lui del signor della voglia, che dal solitario spesso,

ancor prima lo plachi la fanciulla, spesso com’ella neppure esistesse

ah, eiaculando chi sa mai da quale inconoscibile, quella testa di Dio

sollevava, ridestando la notte a interminabile tumulto.

La ragazza crede di essere la causa del turbamento del giovane. Ma Rilke dice: no. Il giovane amante non ama soltanto la fanciulla: è abitato da un dio arcaico, da una forza che lo precede. L’amore non è origine, ma scaturigine. Non è decisione, ma corrente. E ancora una volta l’uomo scopre di non essere padrone dell’intensità che lo attraversa

Sul serio pensavi d’averlo al tuo lieve apparire

così ridotto in fremiti, tu che trascorri come brezza d’alba?

E’ vero sì lo atterristi nel cuore, ma più remoti terrori

lo scoscesero in quell’urto toccante.

Certamente lui vuole, si sottrae; alleviato si abitua

al tuo cuore segreto e prende e dà inizio a se stesso.

Ma si dette mai inizio?

Una vibrazione inquieta, un uomo che ama, ma che non appartiene del tutto a chi ama. Forse l’amore non è possesso, né salvezza reciproca. Forse ciascuno di noi porta dentro di sé una regione che nessuno può interamente raggiungere.

Rilke lo dice con dolcezza e con rigore: non tutto dell’altro ci appartiene.

E forse proprio questo rende l’amore umano.

Le Elegie duinesi restano di una bellezza indicibile perché non offrono consolazione, ma intensità. Il bello non pacifica: espone. Non protegge: trasforma. In un secolo segnato dall’ateismo e dalla disillusione, Rilke non restaura un Dio perduto, ma riconsegna all’uomo la responsabilità del divino che lo attraversa.

L’arte è religione con i mezzi della poesia. Lo dicevano i romantici. Non spiegazione della vita, ma sua vibrazione più profonda. Che ci riporta alla Nervenkunst – l’arte dei nervi dei poeti viennesi. Una arte ancor più vera perché capace di riprodurre le vibrazioni della vita all’ennesima potenza.

Ed è forse questo che continua a commuoverci: non leggiamo le Elegie per comprendere un’epoca, ma per riconoscere noi stessi nella loro intensità.

Accurata la traduzione, dell’edizione Einaudi del 1979, di  Enrico ed Igea De Portu. Bisogna essere un po’ poeti per tradurre in modo così impeccabile e riuscire a trovare la stessa tonalità della lingua tedesca anche in italiano.

Breve biografia

Rainer Maria Rilke, poeta boemo, nasce a Praga nel 1875. E’ considerato uno dei più importanti poeti lirici in lingua tedesca del Novecento. La sua poesia è caratterizzata da una profonda inquietudine in cui fonde sensibilità spirituale, solitudine e una meticolosa ricerca estetica, culminata nei capolavori Elegie Duinesi (1912-1922) e Sonetti a Orfeo(1922).

Ebbe un’infanzia difficile e un rapporto complicato con la madre, che lo educò come una bambina fino ai 7 anni. Il padre lo costrinse a frequentare scuole militari, ambiente che il poeta descrisse come cupo e inadatto al suo temperamento sensibile.

Viaggiò instancabilmente tra Russia, Italia, Francia e Svizzera.

Nel 1897 incontrò a Monaco Lou Andreas-Salomé, scrittrice russa che divenne sua musa, amica e guida intellettuale. A Parigi, dal 1905, frequentò lo scultore Auguste Rodin, da cui apprese il rigore artistico e la capacità di osservazione.

Oltre alle opere citate, è famoso per il romanzo I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910).

Durante la prima guerra mondiale visse in Baviera e poi si rifugiò in Svizzera. Nel castello di Muzot, grazie all’aiuto di amici, concluse le sue opere principali. Morì di leucemia nel 1926 a Val-Mont. 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.