Stephen King: “Cose preziose” (Sperling & Kupfer, trad. Tullio Dobner), di Loredana Cefalo

Che cosa crea la dipendenza? È questo l’interrogativo da cui conviene partire per esplorare la fitta ragnatela di “Cose Preziose” (Needful Things), il romanzo che lo scrittore statunitense Stephen King pubblicò nel 1991 per chiudere idealmente la celebre saga ambientata nella fittizia cittadina di Castle Rock, nel Maine.

​Nato a Portland nel 1947 e affermatosi come uno degli autori più prolifici e influenti della narrativa contemporanea, King ha costruito la propria carriera indagando le ossessioni e le fragilità dell’animo umano attraverso una miscela inconfondibile di horror e affresco sociale.

Cose preziose” affronta proprio il tema della dipendenza da sostanze e da desideri equivoci, un nucleo che affonda le sue radici nella vita stessa dell’autore: per gran parte degli anni Settanta e Ottanta, King condusse infatti una lunga e riservata battaglia contro l’alcolismo e la grave dipendenza da cocaina e farmaci. Racconterà in seguito nel memoir “On Writing” di aver scritto interi libri, tra cui “Cujo”, senza ricordarne quasi nulla e di essere stato spinto alla riabilitazione dall’intervento decisivo della moglie Tabitha e della famiglia. Proprio “Cose Preziose” rappresenta il primo romanzo completato da King da uomo finalmente sobrio.

Nel panorama attuale, segnato quotidianamente da nuove forme di dipendenza e di alienazione — dai social network alle challenge autolesioniste tra i giovanissimi, fino ai robot da compagnia per anziani soli — l’opera dello scrittore assume quasi i contorni di una lucida profezia. Il libro si configura infatti come un vero e proprio manifesto sulle dipendenze e sulle debolezze della volontà, oltre che come una fortissima critica sociale.

La trama ruota attorno all’apertura del negozio curioso e misterioso, Cose preziose, gestito da Leland Gaunt, il cui motto non dichiarato risuona nel sinistro monito CAVEAT EMPTOR (“stia attento il compratore”), che solo alla fine rivela la reale natura degli scambi commerciali che vi hanno luogo.

​Il racconto pone una questione cruciale che attraversa ogni pagina del testo: “qual è l’unica cosa al mondo, quell’unica cosa inutile e senza valore, che diventa immensamente preziosa solo per il desiderio incontenibile che hai di possederla?”.

​Attorno a questo vuoto vorace, il proprietario del negozio convince gli abitanti a barattare azioni apparentemente insignificanti pur di tenersi l’oggetto dei desideri, spiegando loro che Cose preziose è “il posto di tutta la gente del mondo, perché a tutti piace un buon affare. A tutti piace avere qualcosa per niente… anche quando costa tutto”. ​

Lo stile narrativo di King trova qui uno dei suoi esempi più riusciti: la scrittura è accessibile e il tono si mantiene colloquiale, specchio di personaggi che parlano il linguaggio della provincia profonda americana. Pur essendoci molti protagonisti in un ampio affresco corale, chi legge non dimentica le loro caratteristiche psicologiche, poiché la maestria dell’autore sta nel mescolare il surreale con un ritmo costante e avvolgente. Nonostante alcuni passaggi possano apparire prolissi, una mole imponente sembri appesantirne la struttura e le tante digressioni nel passato rischino di confondere fra presente e ricordi, va riconosciuto che le soluzioni adottate da King aiutano immensamente a costruire le varie personalità nella loro tridimensionalità.

​L’ambientazione della cittadina è magistrale: chiuso il volume, si continua a sognarla di notte, immersi nella sua quiete fittizia. Bisogna tuttavia riscontrare una scarsa verosimiglianza di fondo: in un paese così piccolo come Castle Rock sembra quasi ci siano solo persone con deviazioni, turbe psichiche, malattie attuali o traumi enormi da superare, un accumulo di disagi che appare forse un po’ eccessivo. In questo scenario la narrazione in alcuni passaggi sfiora il gotico e il burattinaio supremo delle macchinazioni, il signor Gaunt, sembra evocare da vicino il Dracula di Bram Stoker per il suo magnetismo diabolico e vampiresco.

La tensione drammatica si sviluppa come un puzzle di tessere piccolissime, dove ogni tassello si incastra poco a poco, componendo un mandala di fili intrecciati che si rivelano del tutto solo alla fine. Le ultime pagine esplodono in un crescendo visivo che richiama il fervore delle crociate religiose, l’ epica omerica e l’inferno dantesco, mettendo in scena una critica spietata all’integralismo e al fanatismo di certe comunità. Le morti e i suicidi si sprecano in un’apoteosi di violenza in cui la sovrabbondanza di armi e la facilità d’accesso che ne deriva, sia a danno di bambini che di adulti, opera come una chiara denuncia della deriva da Far West americana.

​Una sfumatura molto curiosa riguarda il pentimento: a parte i bambini, per i grandi la presa di coscienza arriva sempre e solo in punto di morte, tardiva consapevolezza della propria stupidità e debolezza. Al contrario Brian, il ragazzino da cui parte tutta la vicenda, dimostra un’immediata comprensione del male innescato, assumendo uno schema salvifico per le anime innocenti. Il finale sfocia in atmosfere gothic-fantasy altamente scenografiche, molto cinematografiche e poco propense all’immedesimazione razionale, ma riscattato da un forte senso di immedesimazione col nostro eroe, lo sceriffo Alan Pangborn. È proprio il confronto con lui a chiudere il cerchio di un’opera ipnotica, sorretta da un linguaggio fluido e immediato capace di trasformare le debolezze umane nello specchio di una psicosi collettiva.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

“Prigionieri del tempo”, un racconto di Letizia Vicidomini per il Giorno della Memoria

Un mese di vacanza al mare è lungo, molto lungo. Specialmente se sei una donna giovane e sola, dal lunedì al venerdì sera, e con due bambine da accudire. Certo, nel week end diventa tutto più bello, la famigliola si ricompone e io sono felice. Lo sono anche le piccole pesti, che si arrampicano sul povero papà, distrutto da una settimana di lavoro e due ore di viaggio per raggiungerci. Abbiamo ragionato molto sulla necessità di questa separazione forzata, arrivando alla conclusione che fosse necessaria per il benessere delle nostre figlie, Martina soprattutto, affetta da una perniciosa asma bronchiale che le toglie il fiato. Fatti i dovuti conti, che non tornano mai, abbiamo preso in affitto questa bella casetta sulla spiaggia, una villetta unifamiliare che mi consente di non dover usare la macchina per portarle al mare. La zona non è di quelle turistiche per giovani leoni, e non ha molte attrattive neppure per gli stranieri, però il mare è pulito e l’aria è tanto tersa e salmastra da pizzicare il naso, la mattina presto. Quella è l’ora giusta per portare le bambine a salutare il mare, come le ho insegnato, spiegando che ci si va quando non c’è molta gente perché lui, il mare, ama il silenzio. 

 

Anch’io lo amo, ma è decisamente molto più divertente quando in spiaggia c’è almeno qualche bagnante con cui scambiarsi un sorriso e un buongiorno. A volte siamo talmente sole che le bambine si riaddormentano, stese sulle stuoie all’ombra, cullate dal respiro del mare, ed io mi ritrovo a non sapere cosa fare del mio tempo. Leggo, tantissimo. Ascolto musica in cuffia per ore. Penso tanto, all’importanza del tempo e alla sua duttilità, che lo fa adattare ai nostri stati d’animo, alle stagioni della vita, all’intensità dei sentimenti. Rifletto sul fatto che siamo un po’ suoi prigionieri, del tempo, intendo, che diventa padrone dei nostri spazi, delle esistenze stesse.    

Mi guardo intorno, mettendo a fuoco mille dettagli, per impegnare i lunghi intervalli tra la colazione e il pranzo, tra la merenda e la cena. Proprio di fronte all’ombrellone che pianto sempre nello stesso punto, in linea d’aria con la nostra casa ma leggermente più a destra, c’è un’altra costruzione bassa, a due piani. E’ certamente una casa molto più vecchia di quella che abitiamo, anche se tenuta bene, e proprio per questo motivo c’è un particolare che ha colpito la mia attenzione dal primo momento. La terrazza del piano superiore, quasi interamente circondata da piante belle e rigogliose che ne assicurano la riservatezza, è letteralmente dominata da un grande orologio che si vede persino dalla spiaggia. Il quadrante è rotondo e bianco, mentre la cornice e le lancette grosse e puntute sono nere. Somiglia ad un classico orologio da stazione e molte volte al giorno, in modo automatico lo sguardo corre a consultarlo, rimanendo invariabilmente delusa. Sì perché, ed è questa l’anomalia, l’orologio è fermo ad un’ora che è sempre la stessa, le 10 e 25, di mattina o di sera non è dato sapere. In una casa bella e curata come quella è un dettaglio stonato, un pugno in un occhio, e tante  volte ho pensato di dirlo ai proprietari, appena ne incontro qualcuno. In effetti c’è un bel po’ di gente che anima la casa sulla spiaggia, durante il giorno e la sera, ma nessuno di loro esce mai a fare la spesa in paese o una passeggiata sul bagnasciuga. Probabilmente lo fanno in orari diversi dai miei, comunque sulla terrazza c’è sempre movimento.

Durante le mie minuziose osservazioni ho notato anche un curioso alternarsi degli occupanti, una sorta di turnistica che ho scoperto essere sempre uguale. Dopo tre settimane di permanenza sono certa di aver individuato una rotazione fissa: di mattina giovani, di sera anziani, mai tutti insieme. Al principio pensavo fosse un caso, dopotutto non è che stavo a guardare il terrazzino di continuo. Ne ho parlato anche con Paolo, mio marito, ma lui si è messo a ridere, poi ha detto che era un fatto normalissimo. I giovani vanno al mare, hanno voglia di sole e di fare casino in spiaggia, le persone anziane se ne stanno in casa e la sera cenano al fresco. Mi è sembrato tutto sommato realistico, anche se ricordando le mie estati da ragazzina mi viene in mente qualcosa di diverso. Noi la mattina volevamo dormire, dopo aver fatto le ore piccole, e quindi scendevamo al mare a mezzogiorno, mentre i miei genitori erano in spiaggia alle sette del mattino, per prendere il sole migliore. Allora mi sono messa d’impegno ad osservare la strana famiglia “dell’orologio”, così come l’ho battezzata. Ho contato, di mattina, sette giovani occupanti del terrazzino, quattro maschi e tre femmine, tutti sui diciotto/vent’anni. Al riparo del mio ombrellone, li ho visti ogni giorno apparire e sparire tra le piante messe a protezione della loro privacy. Belli, biondi e castani, ben vestiti, forse solo un po’ classici per i nostri giorni, mai in costume da bagno. Stanno lì forse un’oretta, poi rientrano in casa e non li vedo più sino alla mattina successiva. Per scorgere altro movimento mi tocca aspettare la sera, dopo le dieci, quando sul terrazzo bagnato dalla luce morbida di alcune lampade, arrivano gli adulti. Sarebbe meglio dire i vecchi, se mi si passa il termine rude. Sono anche loro sette, a pensarci bene. Quattro uomini e tre donne, anziani. Raffinati, discreti, sempre perfettamente abbigliati, come dovessero andare ad una cena importante.  Invece stanno lì, parlando a bassa voce e cenando. Si sentono solo i rumori lievi dei piatti che si toccano, il tintinnio dei bicchieri e qualche sommessa risata, ogni tanto. Stanno insieme poco: un’ora, un’ora e mezza al massimo, poi si ritirano in casa. Li rivedo la sera successiva e tutto si ripete. Il mese di villeggiatura è quasi passato, e questo è l’ultimo fine settimana nel quale Paolo ci raggiungerà per poi riportarci a casa. Finalmente, penso io. E’ stato un mese lunghissimo, buono solo per preparare la piccola ad un inverno meno complicato e regalarci un colorito uniforme e sano. Io ho sofferto enormemente la solitudine, e ho già deciso che, da oggi in poi, le vacanze si fanno tutti insieme e basta.

L’unico diversivo è stata l’osservazione della famiglia “dell’orologio”, che però non sono riuscita a conoscere. Allora mi prende un puntiglio che stenta a lasciarmi, una fissazione che non passa. Non posso andarmene senza aver chiesto ai vicini di casa perché non rimettono in funzione il grande orologio del terrazzo. Magari è un reperto storico, magari non sanno chi possa andare ad aggiustarlo, magari è un oggetto d’arredamento ed è proprio così che dev’essere, fermo alla stessa ora per sempre. Ho deciso, vado a bussare alla casa. Prendo le bambine, una per mano e l’altra nel passeggino, e mi dirigo verso la villetta. Suono al campanello, già quasi pentita dell’impulso irrazionale che mi ha preso, ma non mi risponde nessuno. Sono le sei del pomeriggio e forse sono tutti fuori. Faccio una passeggiata, come tutte le sere, e mi dirigo verso il centro del piccolo paesino che ha ospitato la mia solitaria vacanza, per passare nell’unico bar dell’unica microscopica piazza e prendere un caffè. La signora Rosa, la proprietaria con la quale scambio volentieri qualche chiacchiera gentile non c’è, stranamente. Mi accoglie una signora grassoccia, con i capelli biondo platino, che dice di essere la cognata. Racconta di una sciatica violenta che costringe la signora Rosa a letto, e si lancia in una filippica infinita sulla presunta incoscienza dell’assente, rea di non avere troppa cura di sé. Tra elenchi di medicinali e digressioni sui suoi, di dolori, riesco finalmente ad incuneare una domanda. “Mi sa dire qualcosa della famiglia che abita nella casa vicino alla nostra?” –  “Perché?” mi chiede con gli occhi sgranati.       

Io rimango un po’ spiazzata, non mi sembra di aver chiesto qualcosa di tanto strano.  “Volevo salutare qualcuno dei ragazzi, oppure le signore che vedo la sera sul terrazzo, ma ho bussato e non mi ha risposto nessuno …” dico un po’ imbarazzata dalla sua espressione che continua ad essere attonita. Finalmente, dopo un minuto che mi sembra eterno, la vedo riaversi e guardarmi ancora, stavolta dubbiosa.  Forse riflette sul mio stato mentale, considerato quello che mi racconta subito dopo. Al rientro sono ripassata davanti alla casa, ho provato a bussare il campanello ripetutamente e senza speranza, ancora incredula per le parole della signora del bar, che si chiama Iole ed è molto chiacchierona. Quello che mi ha detto, con un sorriso complice, sembra inventato, ma ormai sono sicura che sia la verità. Non credo che lo racconterò a nessuno, ecco perché lo scrivo, mentre cerco una spiegazione che non c’è. Io, però, sento di essere stata spettatrice di qualcosa di speciale. Forse l’unica, e chissà per quale scopo. Ripenso alla storia che mi è stata raccontata con un brivido.

La famiglia che abitava la casa dell’orologio era composta, sessant’anni prima, da tre sorelle e quattro fratelli, oltre ai genitori. Erano stati proprio loro a chiudere in cantina i figli, dopo averli storditi con del sonnifero, per nasconderli ai tedeschi che stavano rastrellando ebrei. Non avrebbero mai permesso che portassero via i ragazzi, piuttosto prendessero loro, avevano pensato. Così era stato, erano stati fatti prigionieri e portati via, con uno dei treni ormai tristemente famosi. 

I figli si erano risvegliati nella cantina buia e ancora piena di scaffali sui quali, un tempo, venivano conservate le bottiglie di vino pregiato che il padre teneva come reliquie. Avevano cercato di uscire, scoprendo con orrore che la porta non si apriva dall’interno. Forse avevano gridato sino allo sfinimento, chiedendosi perché, mille volte perché, fino a quando la morte li aveva presi, uno dopo l’altro. Li avevano trovati molto tempo dopo, al termine della guerra, e la spiegazione dell’accaduto era stata offerta da un bigliettino lasciato dai genitori sulla credenza. Poche righe nelle quali dicevano ai figli che al loro risveglio non li avrebbero trovati, ma che preferivano morire, piuttosto che vederli nelle mani dei nazisti. Loro dovevano vivere e divertirsi, perché erano giovani e avevano una vita da vivere. Mai avrebbero pensato che il destino fosse tanto beffardo, e che se li prendesse tutti, con una zampata sola.

Mi giro e rigiro nel letto, e non riesco a prendere sonno, in questa ultima notte al mare. Paolo russa piano, non ha intuito nulla del mio stato d’animo, forse è troppo stanco per guardarmi con attenzione.  Allora esco fuori, e mi dirigo sulla spiaggia silenziosa e buia. Prima esito, ma poi mi giro e guardo in su, verso la terrazza e verso l’orologio fermo sempre alla stessa ora, quella che ha determinato la fine di sette giovani vite che avevano tutto il futuro davanti. Avrebbero vissuto fino a diventare vecchi e saggi, così come li vedevo la sera, nelle infinite e pacate cene, dopo essere stati giovani e spensierati, come mi si presentavano alla luce del sole. Il tempo li ha fatti prigionieri, e li tiene legati da qualche parte. Sempre uniti, eternamente insieme. Volevano che qualcuno lo sapesse e hanno scelto me. Forse dovrei sentirmi orgogliosa, penso, mentre dietro le piante sul terrazzo vedo una mano agitarsi, in un saluto. Ricambio, commossa, e me ne ritorno a letto. 

Letizia Vicidomini

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma raggiunge Napoli da vent’anni per lavoro, e ne ha fatto lo scenario privilegiato delle sue storie.

E’ stata speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice e e voce pubblicitaria. Alcuni suoi scritti sono diventati pièce teatrali ad opera dell’attrice e regista Ramona Tripodi.

La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo “Nella memoria del cuore” edito da Akkuaria, così come “Angel”, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, “Il segreto di Lazzaro”, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni.

Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica “La poltrona di seta rossa”e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa al noir con “Nero. Diario di una ballerina”. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio “Garfagnana in giallo 2015” e Menzione speciale al Festival Giallo Garda. La “trilogia dei colori” si completa con “Notte in bianco” (2017), di nuovo finalista in Garfagnana. Nel 2019 pubblica, sempre per Homo Scrivens, “Lei era nessuno”. Ad aprile 2021 Homo Scrivens ripubblica “Il segreto di Lazzaro” in una versione aggiornata e rivista, che vince il Premio Internazionale Giallo Garda, VII Edizione.

Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali “Una mano sul volto” e “Diversamente amici” , curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), “Napoli in cento parole” e “Napoli a tavola in cento parole” (Perrone Editore), “Free Zone” (Echos) e “Il bivio” (Oakmond Publishing), “Attesa. Frammenti di pensiero“, “Un giorno per la memoria” (Homo Scrivens). Pubblica nella collana di Mursia Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano, “La ragazzina ragno” che trionfa nell’edizione 2021 del Garfagnana in giallo, in finale anche al Premio Misstery legato al Festival del Giallo a Napoli. A novembre 2022 esce “Dammi la vita” con la stessa casa editrice, che entra nuovamente nella cinquina votata dai lettori del Premio Misteri.

A marzo 2023 pubblica per SetteChiavi il thriller “Salvami“, racconto lungo che apre la collana Passepartout curata da Diego Di Dio, che si piazza sul podio della X edizione di Giallo Garda. Viene menzionata da Ciro Sabatino nella “Storia del giallo a Napoli” (Homo Scrivens 2024) tra le rappresentanti di spicco della “scuola napoletana” capeggiata da Maurizio de Giovanni.

A ottobre 2024 pubblica “Non si uccide il passato. Il male sporca Napoli” (Mursia Editore), che riceve immediatamente riscontri positivi da blog e lettori.

“Paura sotto la pelle: perché scrivo noir”, di Letizia Vicidomini

Mi chiedo, e mi chiedono molto spesso, quali siano le cause che mi spingono a raccontare e a scrivere storie noir, perciò ho deciso di provare a chiarirlo a chi il nero lo legge, di sicuro animato dalle stesse motivazioni. 

Non tutte le spiegazioni sono semplici e immediate, alcune hanno radici profondamente interrate nel subconscio che non ho neppure voglia di dissotterrare, anche se posso certamente affermare che molte abbiano a che fare con la paura.

Sebbene io sia una persona estremamente luminosa, solare, si direbbe più spesso (è un termine molto frequentato) posso affermare con sicurezza che sia tutto merito e riflesso della parte più oscura e profonda che tutti custodiamo, e a volte nascondiamo.

Mi piace aver paura, tutto sommato, ed è per questo che ho avvicinato sin da molto giovane la letteratura di genere, amando moltissimo il giallo e le sue derivazioni.  Nelle migliaia di pagine lette sino a notte fonda trovavo brividi, emozioni e paura, anche. Ma il vero incontro importante fu con il Maestro assoluto, Alfred Hitchcock, curatore di una raccolta di racconti brevi assolutamente magnifica. 

In realtà poi scoprii che Hitch appariva come nome di richiamo, ma non prendeva parte personalmente alla scelta dei racconti, lasciando il compito a fidati collaboratori come Robert Arthur, ma poco importa.

Da queste pagine era stata tratta una serie tv andata in onda negli anni cinquanta (ma io ancora non ero nata), poi riproposta nell’ 85 (allora sì, che ero nata) intitolata in Italia “Alfred Hitchcock presenta”, che seguivo con interesse totale e dedizione quasi religiosa. 

La trasformazione in immagini delle storie lette su carta mi forniva l’opportunità di comparare e fondere le emozioni, di verificare la potenza di un mezzo piuttosto che l’altro, alternativamente più potenti.

Detto questo, ribadisco la passione per il brivido, per quel soffio d’aria che sento a volte sul collo in una stanza perfettamente chiusa, mentre leggo un buon libro, oppure il rizzarsi dei peli sulle braccia alle note di una colonna sonora appropriata.

Inevitabile che nella mia narrazione entrasse la paura, anche se i miei colori sono sfumati, e la tensione si trova essenzialmente nei sentimenti e nella loro corruzione o alterazione. La paura che corre sotto la pelle dei miei romanzi è essenzialmente quella del rovescio della medaglia delle relazioni: familiari, amorose, amicali, tutte possono diventare incubi quotidiani e terribili.  I personaggi che descrivo sono persone semplicemente vive, avvolte in un tessuto di rapporti belli, forti, “normali”, che diventano d’improvviso trappole mortali. 

Analizzando queste dinamiche racconto le storie di legami importanti, essenziali come quelli con la madre, i figli, radici e rami del proprio albero di vita. Legami che possono costringere e soffocare, oppure germogliare e diffondere ciò che la pianta produce, a seconda di mille variabili.

Mi colpisce a fondo la trasformazione degli amori, della passione che sconvolge e travolge e poi diventa possesso, prigione, e non solo per chi ne è vittima, ma anche per gli stessi carnefici. 

È così che nascono le paure più profonde, quelle che si imbevono della sicurezza che parrebbe scontata nel proprio piccolo mondo emotivo. Là dove ognuno crede di essere protetto e tutelato, in casa propria o tra le braccia della persona amata, è più forte la paura di perdere ciò che ci appartiene per diritto.

In sostanza mentre amo la paura che posso far sparire accendendo le luci o spalancando le finestre alla luce del sole, scrivo di quella che si annida tra le pieghe delle anime e dei sentimenti.

Scrivo noir perché mi consente di analizzare un mondo interiore, un universo parallelo e nascosto che riserva continuamente sorprese, allenando a gestire il dolore.

E sono le medesime ragioni per le quali voi leggete me e quelli come me.

Paura, eh?

p.s. Giacché, come dicevo, mi piace aver paura, consiglio tre libri che mi hanno terrorizzata e che vanno assolutamente letti (anche se avete visto la trasposizione cinematografica): “Misery” di Stephen King, “Il silenzio degli innocenti” di Thomas Harris e “Almost Blue” di Carlo Lucarelli.

Letizia Vicidomini

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma raggiunge Napoli da vent’anni per lavoro, e ne ha fatto lo scenario privilegiato delle sue storie.

E’ stata speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice e e voce pubblicitaria. Alcuni suoi scritti sono diventati pièce teatrali ad opera dell’attrice e regista Ramona Tripodi.

La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo “Nella memoria del cuore” edito da Akkuaria, così come “Angel”, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, “Il segreto di Lazzaro”, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni.

Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica “La poltrona di seta rossa”e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa al noir con “Nero. Diario di una ballerina”. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio “Garfagnana in giallo 2015” e Menzione speciale al Festival Giallo Garda. La “trilogia dei colori” si completa con “Notte in bianco” (2017), di nuovo finalista in Garfagnana. Nel 2019 pubblica, sempre per Homo Scrivens, “Lei era nessuno”. Ad aprile 2021 Homo Scrivens ripubblica “Il segreto di Lazzaro” in una versione aggiornata e rivista, che vince il Premio Internazionale Giallo Garda, VII Edizione.

Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali “Una mano sul volto” e “Diversamente amici” , curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), “Napoli in cento parole” e “Napoli a tavola in cento parole” (Perrone Editore), “Free Zone” (Echos) e “Il bivio” (Oakmond Publishing), “Attesa. Frammenti di pensiero“, “Un giorno per la memoria” (Homo Scrivens). Pubblica nella collana di Mursia Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano, “La ragazzina ragno” che trionfa nell’edizione 2021 del Garfagnana in giallo, in finale anche al Premio Misstery legato al Festival del Giallo a Napoli. A novembre 2022 esce “Dammi la vita” con la stessa casa editrice, che entra nuovamente nella cinquina votata dai lettori del Premio Misteri.

A marzo 2023 pubblica per SetteChiavi il thriller “Salvami“, racconto lungo che apre la collana Passepartout curata da Diego Di Dio, che si piazza sul podio della X edizione di Giallo Garda. Viene menzionata da Ciro Sabatino nella “Storia del giallo a Napoli” (Homo Scrivens 2024) tra le rappresentanti di spicco della “scuola napoletana” capeggiata da Maurizio de Giovanni.

A ottobre 2024 pubblica “Non si uccide il passato. Il male sporca Napoli” (Mursia Editore), che riceve immediatamente riscontri positivi da blog e lettori.