Li Cunti e le storie sono delle forme letterarie legate alla tradizione orale del racconto epico e drammatico o semplicemente popolare.
In essi storie e canti di lavoro, melodie e balli dell’aia, storie di proteste e ribellione, guerre e sopraffazioni, Janare, stulare e tarantate si sono affiancate ai racconti fantastici popolati di orchi e streghe, principesse e fate, cavalli parlanti, cavalieri generosi e re fetenti, guitti deformi e boschi bui e fitti dove non penetrava luce del sole e splendore di stelle.
Castelli e locande, campagne e piazze, villaggi e città erano i luoghi di aggregazione che richiamavano cantori, menestrelli e cantastorie.
Spesso erano gli stessi protagonisti della vita rurale ad alimentare la tradizione orale e innervare il patrimonio dei canti e dei cunti.
Erano i mietitori e le raccoglitrici di olive nei momenti di pausa e a fine lavoro, la sera intorno all’aia sotto le stelle, con Orione, Sirio e Vega, i Carri e le costellazioni ad osservare, a imbastire canti a cappella e danze al suono dell’organetto o della tammorra napoletana, tamburello messapico, chitarra calabrese, scacciapensieri siciliano, oppure intrecciare storie e racconti che avevano destinatari diversi negli adulti e nei bambini.
Questi ultimi partecipavano alla vita degli adulti sia pure come spettatori in attesa di crescere e diventare grandi a loro volta.
Si raccoglievano intorno alle vecchie zie o nonne, esse pure parti integranti della vita e della comunità arcaica, le quali raccontavano storie e cunti che attingevano alla tradizione fantastica ed immaginifica condita di adrenalina e tensione narrativa sufficiente a tenere desta l’attenzione dei più piccini nel mentre i grandi si scambiavano informazioni ed esperienze nel cuore dell’aia ed i giovani amoreggiavano ai margini di essa.
Poi arrivava il momento corale.
La rievocazione di un ricordo.
Un groviglio di serpi tra stoppie o un grosso ragno, diventavano lo spunto per scavare nella memoria e nella sofferenza, frustrazione e ribellione anche…
Qualcuno narrava la vicenda delle donne Stulare che a sera assumevano forme animalesche, uccelli, serpi, volpi e si davano convegno sotto i carrubi, gli ulivi secolari, i noci ed i lecci dove riprendevano le loro sembianze per dedicarsi a danze sfrenate e liberatorie o raccontava delle streghe e Janare che evocavano le sacerdotesse di Iside ed Osiride, Horus il cui culto era sopravvissuto nei territori dell’impero per molti secoli mischiato con le pratiche cristiane finché non erano state scacciate e si erano trasformate in Janare.
A turno raccontavano le drammatiche epopee delle Tarantate vittime dei morsi dei neri ragni tra le stoppie estive dove le donne cercavano le spighe cadute ed i covoni dimenticati dai mietitori e che, secondo scritture, dovevano essere lasciate a vedove ed orfani, poveri e vittime della miseria…
Le stesse storie in inverno venivano riproposte intorno al camino o nelle osterie dove contadini con un bicchiere di vino in corpo erano pronti a raccontare e cantare sino a notte fonda per il piacere di ragazzi e ragazze, intellettuali, musicisti, poeti e scrittori dediti a estrarre quelle storie dal silenzio che le aveva avvolte, in cerca della memoria antica.
Era la tradizione popolare che assumeva appunto la dimensione corale della memoria collettiva. Essa diventava così patrimonio di etnomusicologi, antropologi, cantori e narratori, autori teatrali, attori e registi.
E si saldava con le epopee cavalleresche, le lotte tra cristiani e saraceni, le imprese di Rolando e dei paladini di Francia, mentre anche i fatti di cronaca legati alle migrazioni di massa sui treni affollati diretti da Sud a Nord e sui piroscafi che a volte affondavano nell’oceano cancellando le speranze di quella povera gente, diventavano storie cantate e tramandate sulle piazze con l’aiuto di grandi pannelli su cui immagini e tragedie trovavano la descrizione visiva del racconto.
E infine vi era la grande eredità aedica che arrivava direttamente dalla tradizione greca e magnocreca di cui la Sicilia era l’epicentro epico oltre che storico cui si affiancavano da protagoniste la Calabria con Crotone e Rhegium Julii, Taranto e Sibari, Metaponto e Cuma con la Sibilla e Megaride e Neapolis, Phitecusa e le terre delle sirene e Circe con il promontorio del Circeo…
Dovunque la civiltà greca aveva messo radici, aveva creato culture che poi sarebbero state assorbite dalla Romanità dopo aver fatto proprie le radici autoctone con le loro divinità ctonie depositarie delle memorie primordiali.
Tutto confluiva nelle rievocazioni delle antiche patrie e delle antiche storie che si mescolavano con le nuove fino ad arrivare all’oggi.
Ed il compito era affidato al canto, al racconto orale, al coro, alle epopee tramandate di voce in voce, alle conquiste e reconquiste, alle gioie ed alle tragedie individuali e collettive.
Le veglie intorno ai morti e le feste nuziali non erano momenti occasionali ma situazioni fondanti della coesione comunitaria e della condivisione sociale affidate alle nenie, ai cori, ai canti che davano continuità alla morte e vita al futuro.
Quelle forme di racconto, di danza, di ballata e di canzone erano la quintessenza della cultura popolare.
Esse progredivano in parallelo con la cultura codificata nella scrittura.
Mentre Giovan Battista Basile scriveva Lu Cunto de li Cunti e in Oriente nasceva l’intreccio delle Mille e Una Notte, sulle aie, sulle piazze, in mare e sui campi la gente continuava ad alimentare la propria cultura ben oltre quanto era stato codificato da poeti e scrittori, potenti e popolani.
Si trattava di una tradizione antica nata per dare consistenza e senso alle comunità che si riconoscevano come tali in un luogo e consacravano i territori come patria.
Le vicende a quelli legate erano rivissute come storia e i loro sogni, le loro sofferenze, le loro battaglie e addirittura le guerre diventavano cultura comune che sedimentava nel senso di appartenenza.
Erano gli Aedi a tessere la trama del tessuto che portava l’umanità a riconoscersi nei popoli.
Gli antichi Aedi furono inventori e cultori di tale straordinaria forma d’arte che era al contempo espressione della storia, della civiltà e della cultura di ciascuno di essi.
In questo caso il popolo greco, magno greco ed ancor prima pelasgico, cretese e miceneo, giunto sino a noi.
Omero ne fu la più alta espressione se non la sintesi ed egli affiderà proprio ad un aedo cieco come lui, Demodoco, il compito di narrare la storia di Odìsseo alla mensa di Alcinoo provocando il pianto dell’eroe che così rivelerà la sua identità.
Sarebbero giunti i grandi tragediografi, Eschilo ed Euripide con Sofocle a dare seguito a quelle epopee, spesso rovesciandone la prospettiva.
Non più gli eroi guerrieri ma i popoli sconfitti ed in fuga, le donne ridotte in schiavitù e costrette a subire la violenza dei vincitori sarebbero state le protagoniste delle scene su cui coro e attore prima da solo e quindi supportato da un secondo, davano voce al dramma sempiterno dell’umanità costretta a inventarsi sentieri e vie tortuose per sopravvivere, riscattarsi e riscattare ogni sconfitta ed ogni violenza.
Il mito a sua volta conservava la sua essenza di filtro e riconoscimento del tempo ancestrale e di metro di misura delle aberrazioni che allontanavano dalla virtù, dal rispetto delle leggi divine e dal senso del limite e della misura che definivano i parametri della virtù individuale e collettiva.
Gli Aedi non verranno comunque mai meno.
Nonostante l’avanzare della poesia e della tragedia, della commedia e delle fiabe che sostanziavano in forma scritta la memoria e la fantasia dei popoli essi sono rimasti i depositari della coscienza collettiva, dei drammi e delle speranze popolari e sono sopravvissuti sino a noi, sebbene, ahimè, confinati in angoli sempre più angusti e lontani dalla ribalta dove tuttavia sopravvive, come lievito a futura memoria, la dimensione ancestrale del mondo.
La trasmissione orale della cultura non poteva morire.
Essa anticipava e alimentava la cultura scritta e ne tracciava i futuri sentieri.
Omero o chi per lui raccolse l’epopea della guerra di Troia che viveva da secoli nei racconti degli Aedi alle corti dei re e nelle agorà.
Quell’epopea continuò ad alimentare la loro fantasia dilatandone le storie, inventando o registrandone di nuove intorno alla prima e scoprendo finali non immaginati e percorsi variegati di dei ed eroi, dee e sacerdotesse, regine e ancelle, re e consigli di re.
Così come intorno all’epopea di Odìsseo gli Aedi avrebbero cantato la volontà umana di non arrendersi nemmeno alle violenze più terribili e ricercare la via della conoscenza sempre, dovunque e comunque.
Saranno gli chansonnier provenzali a recuperare la tradizione aedica.
Essi avrebbero cantato le epopee degli eroi loro contemporanei esattamente come gli Aedi antichi avevano celebrato gli eroi del loro tempo.
Sono stati gli Chansonnier ad aver tramandato le gesta del paladino Rolando a Roncisvalle e il tradimento di Gano di Magonza e l’epopea della conquista saracena della Spagna divenuta Al Andalus e della reconquista cristiana nel nome di Santiago mentre in Sicilia cresceva la storia di Ruggero che sconfiggeva i Saraceni senza tuttavia scacciarli e preparava l’arrivo di Federico, Stupor Mundi.
Saranno trovatori e giullari a tramandare il ciclo di Re Artù ed i menestrelli a cantare e raccontare, inventare, nelle corti e nei palazzi medievali così come saranno uomini e donne del popolo a continuare la tradizione nei campi e sulle aie.
Toccherà a Dante riscrivere il mito di Odìsseo e farne rivivere la tragica epopea finale aperta alla conoscenza ed alla virtù, dandole forma e fama imperitura così come Omero aveva santificato le vecchie.
E sarà Shakespeare a sua volta a dare consistenza alle infinite storie e drammi raccontati da menestrelli e giullari per le corti e le piazze medievali prima e rinascimentali poi.
Il canto popolare giungerà sino a noi negli artisti di strada e nei cantori e improvvisatori teatrali.
Nei tempi recenti Dario Fo riceverà il premio Nobel per le sue creazioni giullaresche che esprimevano in forma teatrale la quintessenza della cultura popolare al pari di Bob Dylan altro epigono dei cantastorie popolari che affidava alla canzone ed alla ballata le proteste e le speranze dell’umanità in cammino tra violenze, sfruttamento, guerre e sopraffazioni e, insieme a Joan Baez, dava voce alla ribellione ed alla vocazione libertaria della stessa.
In Italia Giovanna Marini ridava voce alla tradizione orale e raccontava la fuga dei meridionali dalla povertà e le speranze dei migranti mentre gruppi di musica popolare in tutto il Sud andavano a scoprire quanto la vergogna e la sofferenza avevano per troppo tempo tenuto nascosto.
I Cantastorie erano tornati a girare piazze e paesi esponendo i quadri che illustravano, alla maniera di altrettanti fumetti giganti, le drammatiche vicende della contemporaneità.
Personalmente serbo in fondo ad un ricettacolo della mia memoria bambina la rappresentazione di un cantastorie giunto non si da dove, che raccontava dell’affondamento dell’Andrea Doria, la nave più bella, cantava. Di notte in mezzo all’Oceano e con la voce trasformata in canto notturno evocava la gente partita per l’America e rimasta sepolta in fondo al mare con tutte le sue speranze.
La storia era finita.
Eran tutti andati via.
Ero rimasto io solo incollato a quei quadri a illudermi di consolare la disperazione di quei morti che avevano rivissuto nella voce di quel cantastorie.
Poi, allorquando quello aveva tutto raccolto e mi aveva fatto segno che la storia era finita, misi le mani nelle tasche dei corti calzoni e me ne andai prendendo a calci tutte le pietre, ed eran tante, che comparivano davanti ai miei piedi.
I cantastorie sono stati gli ultimi epigoni della tradizione letteraria orale.
Essa è ovunque ormai tramontata e dimenticata…
Sopravvive, forse sarebbe meglio dire è sopravvissuta, nei teatri d’avanguardia e popolari (il newyorkese Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina o l’Odin Teatret danese del salentino Eugenio Barba ne sono state forme addirittura eccelse quanto isolate) ed in alcune forme di rappresentazione corale.
Nella sua forma aedica e giullaresca continua nella straordinaria esperienza siciliana che recupera il canto ditirambico, la ballata e la canzone e la declamazione popolare.
Salvatore, un mio amico nisseno, dalle spiagge siciliane mi ha inviato, in queste torride ferie augustee, un accenno, solo uno spezzone corredato da suggestive foto notturne, del maestoso canto ditirambico imbastito, sulla spiaggia Giallonardo, da Salvo Piparo con Margherita Riotta voce e lira greca sull’epopea di Odìsseo, l’Ulisse della tradizione latina.
Tra Agrigento e Selinunte ma anche in Puglia, in Messapia dove ho avuto la fortuna di assistere personalmente, Giana Guaiana erede dei cantastorie e interprete del canto popolare ripropone la storia, la vita, le canzoni di Rosa Balistreri, una straordinaria donna siciliana che proprio nel canto popolare cercò e trovò il riscatto personale metafora del riscatto degli ultimi.
Qualche anno addietro a Palermo mi addentrai nei vicoli suggestivi, immaginifici e tracimanti vita da ogni parte.
Cercavo via Bara all’Olivella.
Si, si, proprio via Bara all’Olivella.
A sud nascita e morte sono le due facce della stessa medaglia ossia della vita e quindi bara e fonte battesimale si mischiano e non fanno impressione.
A Via Bara all’Olivella vi era ( e vi è) il Teatro dei Pupi di Santa Rosalia di Mimmo Cuticchio e dell’Associazione “Figli d’arte Cuticchio”.
Ci ero andato perché volevo ascoltare e vedere dal vivo il teatro dei pupi e sentire l’incedere sincopato, melodioso ed affannoso, incalzante incedere, come una cavalcata in mezzo ad una foresta selvaggia e senza sentieri, di Mimmo, l’ultimo Aedo erede di Omero e di quanti hanno attinto alla vocalità popolare per conservare le epopee della storia umana.
I cantastorie e le cantastorie siciliane, a cominciare da Otello Profazio per finire a Mimmo Cuticchio, sono gli ultimi sopravvissuti degli antichi Aedi e dello stesso Omero oltre che dei cantori medievali.
Si tratta, ahimè, di forme letterarie in via di estinzione e, dunque, da salvare, riproporre e proporre come patrimonio dell’umanità, che oggi possono essere arricchite con immagini di straordinaria potenza ed intensità immaginifica come le foto del mio amico che hanno accompagnano il canto di Salvo Piparo ed i dipinti che accompagnano le proposte di Giana Guaiana.
Che la onnivora civiltà contemporanea non le consumi insieme ai riti ferragostani.
*****
Opere letterarie di riferimento:
Lo Cunto de li Cunti. Giovan Battista Basile. Salerno Editrice, Roma 2013
Le fiabe italiane. Italo Calvino. Mondadori 2019
Lo Cunti de li Cunti. Elio Pecora riscrive Gian Battista Basile. Bibliotheka Edizioni 2025
Odissea. Omero. Einaudi, 2025
Eschilo-Sofocle-Euripide, Tutte le tragedie. A cura di Angelo,Tonelli. Bompiani, 2011
Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi.
Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”
Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.

Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line.

