L’ 11 febbraio del 1963 si spegneva una delle voci più intense della poesia del Novecento: Sylvia Plath. La sua penna ha trasformato il dolore personale in versi di straordinaria bellezza, esplorando temi come l’identità femminile, la depressione e il rapporto complesso con la figura paterna. La sua opera, culminata nella raccolta “Ariel“, rappresenta un testamento poetico di splendore estetico e originalità rari.
Il Randagio vuole ricordare Sylvia Plath non solo per la sua fine tragica, ma soprattutto per la sua opera che continua ad emozionarci.
Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su Sylvia Plath.
Buona visione!
Sylvia Plath rappresenta una delle voci più intense e rivoluzionarie della letteratura del XX secolo. Nata a Boston nel 1932, fin dall’infanzia dimostrò un talento eccezionale per la scrittura, pubblicando le sue prime poesie quando era ancora studentessa. La sua vita fu un intreccio di brillanti successi e profonde ombre: si laureò con il massimo dei voti allo Smith College, vinse prestigiose borse di studio e si affermò nel mondo letterario, ma dovette anche combattere contro ricorrenti episodi di depressione. Il suo trasferimento in Inghilterra segnò una svolta decisiva: a Cambridge incontrò il poeta Ted Hughes, che sposò nel 1956. Il loro matrimonio, inizialmente una partnership artistica e sentimentale straordinaria, si concluse drammaticamente nel 1962. In quegli anni Plath scrisse le sue opere più significative: il romanzo autobiografico “La Campana di Vetro” e le poesie che sarebbero state raccolte in “Ariel”, pubblicate dopo la sua morte avvenuta a Londra nel 1963. La sua poesia, caratterizzata da immagini potenti e spesso inquietanti, da un controllo formale magistrale e da una sincerità disarmante, esplora temi come l’identità femminile, il rapporto con la figura paterna, la depressione, la morte e la rinascita. La sua eredità letteraria continua a influenzare profondamente la cultura contemporanea, e le sue opere vengono ancora oggi studiate, tradotte e amate in tutto il mondo. Nel 1982 è stata la prima poeta a ricevere postumo il Premio Pulitzer per la raccolta completa delle sue poesie.
Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.
TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.
Trecentonovantuno pagine di pensieri , sentimenti, emozioni di una giovane donna in un particolare momento della sua vita ma anche della vita del suo paese: ci troviamo nel 1988 a Berlino, lei a Est del muro, lui a Ovest, fra poco il muro crollerà ma nessuno dei due può prevederlo e forse neanche auspicarlo. Infatti nella mente di lei campeggia lui, sono quindi in due nella sua testa ed è lei la protagonista, anche se il romanzo è narrato in terza persona e l’autrice usa sempre il tempo presente, quasi volesse abolire i passaggi temporali per privilegiare il continuum di un flusso di coscienza spiato dall’esterno. Questa tecnica, che fotografa l’istante e lo ferma, potrebbe creare un diaframma fra il racconto e il lettore, lasciando libertà di scelta fra osservazione e immedesimazione ma è subito chiaro che la protagonista resta lei, la ragazza, che un giorno incrocia lo sguardo di uno sconosciuto sull’autobus preso al volo in un pomeriggio di pioggia.
Se la ragazza fosse la Marinella della ballata di Fabrizio de Andrè, “tu lo seguisti senza una ragione…” , il romanzo finirebbe molto prima ma Katharina non è una sprovveduta e non l’attende la morte ma una vicenda amorosa che giunge spesso a fargliela desiderare. In un rapporto asimmetrico nel quale fin dal principio un fascinoso scrittore cinquantenne concede alla bella studentessa universitaria una relazione senza diritti, deve essere soprattutto chiaro che lui si terrà come più gli aggrada una moglie, un figlio, un’amante fissa e molte amiche occasionali. Non le chiarisce che lei non potrà essere libera neanche in parte, del resto alla ragazza non importa. E’ questa la prima chiave d’interpretazione: la manipolazione senza scrupoli del più forte sul più debole, del resto l’autrice chiarisce presto che il professore ha vissuto i primi anni della sua vita durante il nazismo, ha fatto parte della Gioventù Hitleriana.
Sarebbe però troppo facile attribuire a questo la tossicità del rapporto, lui si è allontanato dal modello malefico da molto tempo, è moderno, liberale, simpatico, trasmette da una radio la sua pregevole cultura, ama la musica classica, l’arte e, ovviamente, la letteratura. Gli incontri non sono occupati solo dal sesso, si direbbe che due anime si siano incrociate e che si amino incondizionatamente, al di là del bene e del male, si potrebbe dire. E’ così? Libri, sinfonie e gallerie d’arte sono interessi condivisi, i due bastano a se stessi, sono paghi di sé, si vedono nei caffè e nei ristoranti, la moglie di lui non prova neanche a indagare sulle sue giornate. Fin quando non lo caccia di casa.
Così per un po’ i due stanno insieme nella stanza da studentessa di Katharina, una magnifica Boheme carica di tenerezza. Quando e perché l’idillio finisce? Se solo Katharina fosse capace di approfittare del vantaggio conquistato le cose potrebbero volgere al bene ma, come in tutte le vite, le difficoltà si affacciano a rompere i più miracolosi equilibri. Katharina deve completare gli studi e lui non può perdere la famiglia. Lei si trasferisce per studiare e lui torna a casa. Finisce qui? Troppo facile.
La vita presenta il conto, i due si amano troppo per rinunciare e lasciarsi, bisognerebbe che oltre ad amarsi fossero capaci di volersi bene. Forse non succede quasi mai ma nel caso di questa coppia è davvero impossibile. La città sta cambiando e così accade anche di loro, il crollo del muro non rimette le cose a posto, prima da Ovest si poteva andare a Est e non il contrario, era lui ad andare da lei e non il contrario, una metafora dell’asimmetria del rapporto? La libertà non coincide con i diritti, riconosciuti, per tardi che sia. Così la libertà non è per i due amanti. Katharina vive nonostante, che dovrebbe fare? Ha una storia con un compagno di corso, viene scoperta, pensa di poterne parlare con l’amante come aveva imparato a fare per ogni cosa della sua vita, come se lui fosse una parte non separata di se stessa.
Le conseguenze sono disastrose, lui non è affatto pronto per questo, soffre come mai prima nella vita. La lascia. Lei non accetta, non vuole essere lasciata e dovrà pagarne le durissime conseguenze. L’amore si ammala, come qualunque altra creatura vivente, lei sempre più vittima con colpe da espiare, fino a farsi frustare, a cambiare il sesso in tortura, tradisce ancora, perfino con una donna, non c’è altro da fare. Tutto può finire in un dramma a fosche tinte ma è proprio l’arrendevolezza di Katharina a salvarla, accetta di farsi tormentare anche psicologicamente pur di non essere lasciata. Lui registra cinque cassette della durata di un’ora ciascuna nelle quali elenca le sue colpe alle quali lei dovrà rispondere per iscritto. Sarà mai perdonata? Di cosa deve essere perdonata? Di avere ucciso l’amore.
Alla fine delle cinque cassette tutto è cambiato, la città più di qualunque altra cosa, i locali chiudono, istituzioni, imprese, uffici, vengono chiusi, lui non potrà più lavorare in una radio che non c’è più. Anche questa storia vede la fine, per inedia e disperazione, dopo aver resistito a lungo lei si arrende, e forse anche lui: dopo essersi lasciati e ripresi per tre volte, alla fine l’ultima è la definitiva, forse senza che neanche se ne rendano conto. Un’amara conclusione, in un clima di generale sconfitta. L’ex ragazzino della Gioventù Hitleriana ha avuto una misteriosa vita da spia, della quale lei non ha mai avuto idea. Ora non c’è più niente da spiare. Il muro è caduto. Il crollo è assordante.
Il romanzo ha vinto l’International Booker Prize 2024.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
La bottega del caffè, deliziosa commedia in prosa scritta in tre atti, viene rappresentata per la prima volta a Mantova nella primavera del 1750, in seguito a Milano e, nell’autunno e successivo carnevale, a Venezia. Ce ne parla lo stesso Goldoni nelle Mémories, inestimabile fonte di notizie circa le sue opere. Si prende qui in considerazione l’edizione dei Classici BUR Rizzoli, con l’introduzione di Luigi Lunari e la premessa al testo e note di Carlo Pedretti.
Il socievolissimo Settecento aveva conosciuto una vera e propria passione per il gioco d’azzardo, che costituiva non solo un semplice divertimento, ma anche un’ulteriore occasione per stare insieme, per coltivare relazioni e stringere amicizie galanti, naturalmente con grave pericolo per la gioventù sprovveduta. Il buon esito della “Bottega del caffè” aveva indotto Goldoni a sfruttarne sino in fondo l’argomento del gioco e a scrivere altre opere con lo stesso tema, a iniziare da “Il giocatore”, che non piacque al suo apparire e continuò a non piacere, contrariamente al “Cavaliere di buon gusto”, composto in precedenza e che, dopo un inizio incerto, aveva sfondato con il passare del tempo.
Si trattava di un argomento attualissimo, che rispecchiava la società veneziana del Settecento, nella quale, accanto alla passione per il gioco coesisteva quella della vita di relazione, avente il suo centro proprio nelle botteghe da caffè. Queste si erano moltiplicate a dismisura e, nel 1750, sulla sola Piazza lungo le Procuratie Nuove se ne contavano circa quaranta: numero destinato a crescere con l’andar del tempo, tanto che il Senato, dieci anni più tardi, ne fissava tassativamente il limite massimo a duecento sei, cioè quelle esistenti nelle isole di San Marco, Rialto e contrade adiacenti. Non stupisce, quindi, che una commedia così calata nel contesto cittadino abbia avuto anche una stesura in dialetto, con le maschere di Brighella e Arlecchino al posto di Ridolfo e Trappola, che anche nella versione italiana conserva tracce arlecchinesche.
La critica si è dimostrata favorevole alla Bottega del caffè, che ha sempre incontrato i gusti del pubblico, costantemente rappresentata nell’Ottocento e nel Novecento, anche in vesti vernacolari non veneziane e in dramma musicale.
Carlo Goldoni è colui che di fatto si assume il compito di creare un teatro che rifletta l’ideologia, gli interessi, i problemi, la sensibilità della nuova classe. La borghesia, sempre più struttura portante della società, esige ormai un teatro fatto a propria immagine e somiglianza; e questo teatro non può trovarlo né nella commedia dell’arte, avulsa oramai dalle proprie fonti di ispirazione e dalle proprie motivazioni storiche, e decaduta a campionario di lazzi volgari e assurdi, né nel dramma neoclassico in versi, tutto irto di dèi e di eroi, e intessuto di locuzioni e di tematiche inaccessibili alla vita borghese di tutti i giorni. Goldoni non teorizza in questo senso la propria opera, tuttavia egli costruisce una drammaturgia che risponde con assoluta coerenza alle implicite richieste di questo nuovo pubblico; che ne riflette la gnoseologia, l’estetica e l’etica ( la conoscenza, il gusto e la morale) e illustra e propaganda le costruttive virtù del buon senso, della concretezza, della prudenza, della operosità della borghesia.
I concetti che paiono muovere il Goldoni della Riforma sono quelli della verosimiglianza degli eventi, della naturalezza e della credibilità dei personaggi, della educativa moralità delle storie narrate, della decenza del linguaggio; al punto che l’appellativo di <<riformatore de’ teatri>>, che egli volentieri si attribuisce, sembra alludere ad una semplice opera di pulizia e di polizia: bandire dal teatro la volgarità dell’espressione e dei lazzi, l’assurdità delle situazioni, la stantia convenzionalità delle vicende, l’incredibilità delle psicologie. Tuttavia, quello che si cela sotto questa apparente modestia di formulazione è nientemeno che la verità, l’esigenza di ricondurre e commisurare l’opera drammatica alla realtà dell’uomo, della società, della storia. Quando Goldoni rivendica l’importanza del carattere, e ne fa la colonna portante del proprio teatro, egli rimette l’uomo al centro dell’universo teatrale, liberandolo dai meccanismi della commedia dell’arte in cui non figurava ormai che, come automa, portatore di una tesi o di una passione. Il <<carattere>> altro non è che l’uomo credibile, verificabile, realistico e così devono essere le vicende in cui è coinvolto. Tutto questo è possibile attraverso l’osservazione del reale, secondo quello stesso metodo che centocinquant’anni fa Galileo e Cartesio avevano formulato per le scienze.
Goldoni crea una drammaturgia che soddisfa le richieste di questo nuovo pubblico: buon senso, concretezza, prudenza, operosità, le virtù insomma, aureamente mediocri, della borghesia nella sua fase positiva e progressiva.
Egli non teorizza in senso classista e sociopolitico la propria azione, non tanto per la prematurità dei tempi, quanto piuttosto per il suo stesso carattere, poco incline alla polemica; prudentemente attento a non urtare la sensibilità e non infastidire la suscettibilità di una nobiltà ancora potente e ricca di privilegi. Preferisce fare le cose piuttosto che dirle e teorizzarle, seguendo il <<Si fa ma non si dice>, maliziosa norma del perbenismo borghese.
Goldoni si sente a suo agio nella città natale e in confidenza con la Venezia del XVIII secolo, in cui il passaggio dal ‘600 al ‘700 avviene senza fratture, portando avanti un’evoluzione artistica che lentamente trasforma, senza annullare. L’arte italiana perde in questo periodo quel ruolo di guida in Europa che l’aveva caratterizzata da quasi tre secoli, anche se resta il suo enorme prestigio. Solo l’arte veneziana ha ancora una posizione di primaria importanza. Venezia, dove tutte le istituzioni sono in decadenza, trova nei colori della sua pittura la lingua internazionale attraverso la quale lancia l’ultimo messaggio della sua civiltà, libera dalle responsabilità di rappresentanza e dall’impegno religioso. L’interesse per la città lagunare è condiviso dagli artisti e dalla committenza privata, che commissiona opere a Canaletto, Bellotto, chiamati a Dresda, Varsavia e Londra a diffondere le loro vedute; Guardi, e Longhi che osserva con curiosità discreta i piccoli episodi della vita borghese. Ma sarà Giovan Battista Tiepolo a compiere la straordinaria operazione di concludere il Barocco in Europa, trasferendo tutti i personaggi dei miti in un mondo di luminosa e serena evasione dove, eternamente belli, reciteranno una smaliziata fiaba che non potrà essere corrosa dal tempo. Questa Venezia, in cui Goldoni decide di far ritorno mancandovi dal 1743 e in cui si stabilisce con la moglie in casa della madre, nelle vicinanze di San Marco in corte San Zorzi, si fa scrigno del passato anche lontano, come quando mura, sin dal XIII secolo su un angolo della basilica di San Marco, sicuramente proveniente da Costantinopoli, il gruppo in porfido dei tetrarchi eseguito in Egitto, immagine simbolica dell’impero romano unito sotto il governo della prima tetrarchia, che rappresenta le figure degli Augusti e dei Cesari stretti in un emblematico abbraccio.
Sonia Di Furia
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.
Già solo il titolo di questo volume attira inevitabilmente l’interesse del lettore: infatti non c’è città al pari di Napoli che accentri attenzione da parte di chi, italiano o straniero, ha avuto in qualche modo occasione di visitarla o di avere a che fare con i suoi abitanti: come in un nucleo magnetico con opposti poli- negativo e positivo- si generano sensazioni, pareri, giudizi, contrastanti spesso anche in modo radicale.
Il testo intriga già dal suo titolo che fa riferimento alla figura mitologica di Partenope, sirena, vergine, incantatrice, suicida, dalle cui polveri sarebbe sorta la città originaria su cui si insediò la Neapolis (la città nuova) così chiamata dai greci e tramandata alla geografia nazionale.
L’autore parte dunque dalla enigmaticità delle origini per fare immergere il lettore nelle enigmaticità attuali che Napoli ripropone costantemente e che, in un turbinio di colori, suoni, odori, sensazioni ne rendono sempre misteriosa ed affabulante la percezione soggettiva.
Quale strumento migliore per sprofondarsi nella complessità assoluta di questa città e della sua gente, della testimonianza diretta – quasi una cronaca- di un cammino, o meglio di una peregrinazione riportata da un autore eclettico (scrittore, giornalista , economista): una registrazione impulsiva, diretta, collegata con le sensazioni e con le impressioni più immediate e spontanee, spesso non inficiate dalle fantasime del “politicamente corretto”.
L’immersione avviene di colpo, senza preparativi che in effetti stonerebbero con il fascino conturbante ma, per molti versi, anche asfissiante della città e del suo hinterland. Inizia così un tour vorticoso: da San Giovanni a Teduccio a Pietrarsa, alla reggia di Portici, Ercolano, Oplontis, Afragola, le splendide ville patrizie; ancora il colle dei Camaldoli, il lago di Averno, l’antro della Sibilla, per poi rituffarsi nel cuore di Napoli, il Vomero, S.Maria La Nova e S.Anna dei Lombardi, San Lorenzo e il magma primordiale; finalmente il rione Sanità, la certosa San Martino, poi Mergellina e Piedigrotta, Posillipo. Ed infine l’omaggio al gigante semibuono e semidormiente: il Vesuvio ed i fiabeschi Cognoli, con l’irrinunciabile atterraggio sul cratere fatato.
La narrazione procede incalzante tra racconti, descrizioni, scoperte stranianti e coinvolgenti, talvolta al limite del sogno. E’ un incedere che appassiona anche perché le descrizioni e le relative connotazioni sono dirette, talvolta anche folgoranti; non è un caso che sono formulate da chi ha un vissuto idoneo per catturare le matrici più iconiche della realtà che osserva, nonostante l’estrema complessità delle stesse: l’autore è, infatti, un meridionale doc proveniente da un’altra capitale “intricata” del nostro Sud – la Bari della Puglia sedicente avanguardia del Mezzogiorno- ma buon conoscitore di Napoli, dove si è recato in gioventù per completare gli studi specialistici, in quella città che in quei tempi (l’ Università di Portici, i grandi Manlio Rossi Doria, Augusto Graziani etc.) rappresentava la fata morgana del rilancio di queste disgraziate regioni. E’ un dettaglio non irrilevante che, appropriatamente, l’autore riporta con sintetici cenni nel testo .
E le note del cronista di oggi rappresentano una felice fusione fra la visione entusiastica e quasi ingenua del giovane che giunge a Partenope col treno e viene affascinato dalla irripetibile originalità (nel bene e nel male) di questo grumo di civiltà, con la matura consapevolezza scaturente da un percorso professionale che dell’ analisi critica fa il suo nucleo centrale. Non solo, ma, proprio questa saggezza porta l’autore a farsi supportare da sostegni esterni importantissimi, dal grande geografo umanista all’ acuto socio economista, ma con l’orecchio sempre teso al contributo che può dare alla sua ansia di comprensione anche il tassista o la guida locale improvvisata. Il tutto non trascurando mai di innescare gli opportuni circuiti di interattività con il tessuto più interessante del contesto locale ed in particolare coi giovani.
Ma si badi bene: l’intensità del testo non si esaurisce solo nella già di per sé coinvolgente descrizione dei luoghi e delle storie, sempre vivida ed arricchita dagli essenziali ed arguti approfondimenti storico-culturali, ma si completa con alcune osservazioni, mai giudizi, sulle più rilevanti dinamiche sociali – e , quindi, sulle loro proiezioni qualitative e temporali – della città.
Ad esempio (come rimarcato nella interessante postfazione al testo) l’autore sembra assecondare l’idea che Napoli, pur con tutti i suoi limiti, possa ancora rappresentare in qualche modo una guida verso un futuro urbano socialmente inclusivo ed emancipante, sfidando i rischi insiti nell’uniformazione imposta dalla globalizzazione, superando i limiti delle vetuste tradizioni para-rurali che comportano forme di vessazione e solitudine, spesso camuffate sotto il sipario di una esuberante estroversione.
Tracce di questa vocazione -e delle sottostanti eclatanti contradizioni- possono essere individuate, ad esempio, nell’evidenza posta dall’autore sulla “perfetta simbiosi che tiene insieme Napoli, al riparo da ogni remora o cruccio”, il tutto proiettando al lettore le immagini delle “verandine e dei balconcini realizzati estroflettendo lo spazio casalingo dei bassi lungo i vicoli o, ancora, le nicchie ed i tempietti votivi che, sugli angoli delle vie o sulle facciate dei palazzi, fanno bella mostra di sé “in omaggio a Dio, alla Madonna ed ai santi; al proposito, acutamente si fa osservare come a Napoli i santi siano chiamati per nome e siano trattati come gente di famiglia. Ma forse non si tratta solo di un vezzo popolare, laddove si consideri che i napoletani vivono alle falde del Vesuvio, una presenza in qualche modo trascendente che veglia su di loro: ebbene tanto l’uno (il Vesuvio) che gli altri (i napoletani abituati a camminare sui Campi Flegrei) finiscono col porsi in una situazione di relativa superiorità, o solo disinteresse, rispetto alle bagattelle ed alle quisquilie quotidiane.
Si tratta di semplice “filosofia del tirare a campare” o di una maschera da indossare per essere protagonisti sul palcoscenico della vita? Questi ed altri interrogativi superficiali o profondi, ma sempre interessantissimi, vengono gettati lì, fra le tante frizzanti descrizioni dei panorami o dei monumenti, per una eventuale riflessione del lettore. E’ forse questo intreccio di semplicità e complessità che, assieme agli scorci paesaggistici irripetibili, ha affascinato e continua ad affascinare dal semplice visitatore ai grandi frequentatori della città, primo fra tutti il grandissimo poeta Giacomo Leopardi.
Così come leggeri, ma intriganti appaiono i fugaci ma lungimiranti confronti con altre realtà cittadine di cui l’autore ha approfondita conoscenza, non solo altre città meridionali quali Bari o Palermo, ma anche Roma e Milano a livello nazionale ed, a livello internazionale Bruxelles, Londra, Lodz, Philadelphia.
Una lettura piacevole per l’aspetto descrittivo e narrativo scintillante e brioso, ma al tempo stesso per le profonde riflessioni che propone sempre in modo pacato e rilassato .
La sensazione, dopo la lettura, è di aver acquisito un importante frammento di conoscenza che riguarda una delle città più iconografica del nostro Paese, una città come Napoli, su cui probabilmente tutti noi abbiamo, forse anche solo inconsciamente, prefigurato qualche giudizio positivo o negativo e comunque , troppo spesso condizionato da preconcetti , forse, mai adeguatamente vagliati!
Salvatore Sacco
Già Direttore della Fondazione Curella di Palermo e docente presso la Facoltà di Economia dell’Università di Palermo
Venerdì 31 gennaio alle 18, il Randagio incontra Antonio Corvino e il suo “L’altra faccia di Partenope” alla libreria Raffaello di Napoli. Dialogano con l’autore Valeria Iacobacci e Francesco Saverio Coppola.
Dopo aver letto circa un anno fa il romanzo di esordio di A. K. Blakemore Le streghe di Mannigtree (Fazi editore 2023), di cui scrissi all’epoca una recensione su Il Randagio, sono rimasta colpita molto favorevolmente da questa scrittrice così giovane e promettente, pertanto ho affrontato di recente con grande interesse la lettura del suo secondo romanzo storico L’insaziabile (Fazi editore 2024) sempre con la traduzione di Velia Februari.
Questo secondo romanzo, a mio avviso, conferma quanto sia valida la ricerca narratologica compiuta dalla Blakemore, la quale con uno stile elegantissimo e avvolgente, unito a una grande capacità narrativa, ci regala un nuovo romanzo che può definirsi davvero perturbante, nello stesso senso in cui l’autrice riporta questa parola in un dialogo tra i due medici Dupouis e Courville che si occupano di Tarare, il tragico protagonista di questa storia, realmente vissuto nella Francia nel Settecento e testimone della Rivoluzione.
<<Però c’è qualcosa…qualcosa che non va in lui>> mormora Dupois.
<<Si capisce al solo guardarlo, no? Qualcosa che va oltre la medicina>>
<<Non c’è niente oltre la medicina>>, replica recisamente Courville. <<Solo ci mancano le parole per…>>
<<I tedeschi ce l’hanno una parola>>
<<Non hanno forse una parola per tutto?>>
<<Unheimlich>> conclude Dupuis.
Nella postfazione l’autrice chiarisce la sua scelta di unire il dato storico e il mito e ci fornisce una spiegazione dell’elemento proprio che contaddistingue questo romanzo, il quale nasce sì dalla sua creatività, ma si basa anche sulla reale vicenda di un contadino francese apparsa sul “Journal de médicine, chirurgie, pharmacie” del 1804, pubblicata dal medico Pierre-Francoise Percy, che lo aveva avuto in cura, successivamente alla morte del soggetto in questione. Infatti nella postfazione la Blakemore scrive: <<Il mio intento nello scrivere questo romanzo non è stato rappresentare la verità, bensì offrire la più credibile riproposizione di un mito>>.
La Blakemore ha infatti la capacità di narrare le gesta quasi sovrannaturali di Tarare in maniera vivida e disturbante, così come solo una vera scrittrice può fare, sporcandosi le mani, immergendosi del tutto in un’esperienza umana abissale.
Ma qual è la storia di Tarare? Credo sia una di quelle più tragiche e grottesche che si possano immaginare e ci viene raccontata da lui medesimo: un giovane uomo che nel settembre del 1798 sarà ricoverato all’Hospice civil de l’Humanitè di Versailles in condizioni disperate, e che prima di morire narrerà la sua vita alla giovane suora Perpetué.
Egli nasce in un paese, lo stesso giorno in cui viene ucciso suo padre in una rissa, nel 1772 durante la festa di Saint Lazare. La madre giovane e poverissima per mantenerlo si dà alla prostituzione; in seguito quando Tarare è già adolescente la madre si lega a un farabutto che si dà ad affari poco leciti, tra cui il contrabbando del sale:
“…c’è stato un tempo in cui si contrabbandava il sale. Era una cosa che succedeva, ai vecchi tempi, quando il paese aveva un nome diverso. Quando gli uomini con le spade ingioiellate e le perruques bianche costringevano i contadini a contrabbandare il sale…”.
Nollett infatti è un essere crudele e anaffettivo, che prende di mira soprattutto Tarare, il quale è un ragazzino, semplice e ingenuo con un animo gentile, che non si uniforma allo stile di vita e alla disonestà del patrigno.
“Per dire qualcosa di buono su Tarare, forse basterebbe evidenziare che era incuriosito dal mondo e da tutto ciò che conteneva, e che questa curiosità in lui aveva generato una specie di amore. Forse basta dire che non c’era vera crudeltà in lui. Se la storia è un leone di pietra, Tarare è l’edera che gli invade la bocca”.
Quest’uomo terribile tenterà di ucciderlo, ma non ci riuscirà. Dal quel momento inizia la peregrinazione disperata di Tarare attraverso la Francia: incontrerà dei ladri saltimbanchi e girovaghi a cui si unirà. Ma dopo aver subito la violenza ignobile del patrigno e in qualche maniera un senso di abbandono al suo destino da parte della madre, Tarare cambierà per sempre. Comincerà a provare una fame incontenibile; l’homme sans fond divorerà qualunque cosa e sarà sfruttato da Lazou, il furbissimo capo dei saltimbanchi, come fenomeno da baraccone.
Attanagliato da questo appetito insaziabile, nel costante desiderio di placare questa fame terribile, una volta giunto a Parigi si arruolerà nelle truppe rivoluzionarie, senza nessuna fede negli ideali rivoluzionari, ma esclusivamente nella speranza di essere nutrito.
In realtà questa fame smisurata, nel senso in cui ce la descrive l’autrice, rappresenta un vuoto immenso, che è il vuoto di una creatura che si è sentita abbandonata; la sua condizione psicologica fa intuire come egli sia affetto da una forma di Picacismo, cioè un disturbo psicologico che spinge a ingerire qualsiasi cosa.
“L’unica cosa a cui pensa è la fame. La fame al mattino la fame alla sera la fame che lo sveglia di notte la fame su cui inciampa come una pietra smossa la fame che porta sulle spalle come una lettiga la fame amara la fame dolce (……..). Come domarla, se non può saziarla? Come affrontarla, se non è una creatura di carne e ossa? Non c’è rivoluzione che possa redimere Tarare. Lasciate cadere re e regine nella sua bocca spalancata e lui ne chiederà ancora”.
Le vicende di Tarare fino all’ultimo ricovero all’Hospice civil de l’Humanitè di Versailles, sono molteplici e, attraverso questa particolare vicenda umana, l’autrice riesce anche a raccontarci in maniera originale un momento storico cruciale che è quello della Rivoluzione. Siamo in un periodo di enorme scompiglio sociale: c’è l’odio verso gli aristocratici, il saccheggio delle loro case, ci sono le prime sommosse nelle campagne e nelle piccole città, c’è un richiamo del periodo del terrore e infine il preludio di quello che poi sarà l’impero napoleonico. La Blakemore scandaglia soprattutto il concetto di classe e il destino della povera gente, inoltre porta il lettore a interrogarsi sul senso ambiguo di questo nuovo mondo repubblicano che in realtà ripropone delle gerarchie di potere e di supremazia antiche quanto l’uomo stesso.
L’insaziabile è un libro originale e struggente che si legge tutto d’un fiato. La storia di Tarare si conclude con le parole ‘’E tutto è perfetto, tutto è delizia’’, le quali, come rende noto l’autrice nella postfazione: <<provengono dalla descrizione dell’aldilà rivelata da una manifestazione spiritica …come riportato in ‘Immortali per caso, di uomini diventati divini senza volerlo’ di Anna Della Subin>>.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa.