“La rivolta iraniana nel mondo distopico”, di Antonio Corvino

Nella realtà rovesciata del mondo distopico nulla è al proprio posto.

Non lo Stato che é organizzato per portare la popolazione a censurarsi da sé e ciascuno a riconoscersi come un buon cittadino o cattivo a seconda della adesione totale o meno alle azioni perseguite dai governi per raggiungere la fedeltà più ampia possibile e addirittura la totale subordinazione alle regole fissate per tutti dal capo supremo che risiede oltre Oceano. 

Conformismo, docilità, dedizione e controllo ne sono i postulati mentre ogni individuo è investito della responsabilità di garantire l’ordinato dispiegarsi della comunità distopica attraverso lo scherno prima e la delazione poi con conseguente irrisione e denuncia di qualsiasi  sospetto di deviazione.

Per i più facinorosi e per quanti non sopportano l’incasellamento, la realtà distopica ha in serbo la lobotomizzazione come via d’uscita dall’infelicità. 

Essa finalmente acquieterà le pulsioni rivoltose e restituirà al soggetto, che volontariamente sarà indotto a sottoporvisi, l’agognata tranquillità.

Il capo supremo tutto vede e controlla attraverso i suoi adepti e con il supporto degli invisibili satelliti che dal cielo osservano e accatastano dati ed informazioni su ogni individuo e le fissano sugli algoritmi a beneficio delle guardie rivoluzionarie ovunque dislocate contro ogni deriva all’assembramento ed alla sedizione che dovesse manifestarsi.

Egli organizza e sollecita la residua volontà  di opposizione incoraggiando quanti sono intimamente insoddisfatti e desiderosi di rovesciare l’ordine costituito. 

Per questo asseconda le loro argomentazioni rivoluzionarie, suggerisce loro luoghi segreti di incontro, spinge quanti si sentono a disagio nel nuovo ordine ad incontrarsi, a riconoscersi, addirittura ad organizzarsi come comunità coesa capace di custodire storie di amicizia e sentimenti amorosi che negano l’ordine generale e alimentano speranze di ritorno alla vita tumultuosa del tempo passato i cui ricordi si vanno spegnendo. 

É il paterno afflato del capo supremo che personalmente si fa carico di mostrare agli ultimi epigoni del vecchio disordine definitivamente archiviato, delle pulsioni libertarie ormai estinte, delle derive che alimentavano gli infiniti, differenti, inutili,  comportamenti, la superiorità del nuovo ordinamento. 

Quel che resta del linguaggio ancora infarcito di parole  ed espressioni che danno senso all’inquietudine interiore potrà così essere catalogato ed eliminato e sostituito dalla nuova lingua priva di asperità e tensioni creative quanto pericolose. 

Anche i sentimenti frutto di passioni non ancora domate finalmente smetteranno di turbare l’animo individuale e intorpidire la coscienza collettiva.

Il capo supremo conosce, per averli veduti nelle rappresentazioni del grande algoritmo, i pericoli del libero pensiero, le distruzioni provocate da una società abbarbicata all’illusione di autogovernarsi, le suggestioni dell’immaginazione senza limiti e confini, il caos creativo generato dalla cultura, dalle arti, i sentimenti e le emozioni capaci di sovvertire ogni regola, i sommovimenti frutto di un’opinione pubblica senza briglie dedita a criticare i governi e addirittura a pretendere il cambiamento delle loro  decisioni se non il loro stesso rovesciamento. 

Era un mondo caotico. 

Impossibile da capire, da incasellare, da incanalare… Era come un mare in tempesta, un fiume in continua esondazione, una burrasca senza freni, incomprensibile quanto ingovernabile.

Vi era stato un lungo periodo di tranquillità precedentemente. 

Il mondo diviso in due. 

Una grande guerra aveva fatto da spartiacque. 

Da una parte e dall’altra la gente correva, smaniosa di ritrovarsi, di conoscersi e riconoscersi. 

Gli eserciti, i carri armati, i missili, gli aerei, le portaerei, i sommergibili e le bombe atomiche  erano  ferme, bloccate ai margini, vittime del loro stesso pregiudizio distruttivo. I militari ridotti all’impotenza. Anche il servizio di leva obbligatorio era stato ovunque abolito.

I popoli avevano conosciuto un vorticoso processo di contaminazione e confusione generale. 

Lo chiamavano progresso. 

Lo indicavano come frutto della liberazione umana dalla schiavitù, dalla  fame, dalla povertà. 

Erano caduti muri dappertutto. 

La gente si muoveva da ogni parte, convulsamente. 

Il mondo era diventato una specie di villaggio. Tutti fratelli… tutti protagonisti di un’umanità consapevole del proprio futuro, dedita ad eliminare incomprensioni e tabù religiosi, sociali, nazionalistici e razziali… anche le ricchezze della terra erano diventate una specie di patrimonio collettivo. 

Avanzava il convincimento che il pianeta fosse la casa comune da custodire. Altro che sfruttamento. 

Un’ubriacatura incomprensibile. 

Un caos rivoltante che poteva compromettere ogni equilibrio. 

Idee come cooperazione e progresso condiviso, umanità senza razze e nazioni ostili, ricchezza diffusa, governi responsabili e sottoposti alle leggi ed agli equilibri dei poteri oltre che alla volontà dei popoli, felicità oltre ogni vincolo di religione, di sfruttamento reciproco, di sopraffazione, tutela del pianeta e salvaguardia della natura, sembravano aver conquistato il mondo. 

Bisognava porre qualche rimedio…

Per fortuna la gente aveva dimenticato in quell’ubriacatura le sofferenze passate… aveva perso la memoria. 

La corsa verso le metropoli aveva favorito l’omologazione dei comportamenti e dei pensieri. 

L’azione silenziosa, puntigliosa e paziente dei detentori delle ricchezze nascoste, delle materie prime sotterrate e non, l’intervento dei controllori degli eserciti e delle bombe atomiche,  la fede dei custodi delle religioni asservite al potere, i miracoli dei detentori delle tecnologie, avevano infine sortito gli effetti desiderati.

Gli Stati e le Nazioni avevano ripreso ad innalzare muri. 

La ricchezza era tornata nelle mani di pochi. 

Il lavoro ed il sapere avevano smesso di essere veicoli di mobilità ed avanzamento sociale. 

La tecnologia aveva raggiunto livelli spaventosi quanto a controllo del mondo. 

E soprattutto essa era nelle mani dei nuovi iper capitalisti che dominavano il pianeta. 

La rinuncia degli Stati alla loro natura di strumenti della felicità dei popoli e la loro trasformazione in agenti asserviti alla potenza ipercapitalista aveva fatto il resto…

Per fortuna, pensava il capo supremo.

Il caos  era finito. 

Il mondo era tornato nella totale disponibilità dei detentori della ricchezza.  

Anche gli eserciti, le risorse naturali, il pianeta stesso era ormai nella loro disponibilità. 

Le armi le producevano nelle loro fabbriche. 

Anche i satelliti per controllare lo spazio interplanetario erano di proprietà di oligarchi, magnati, iper capitalisti. 

Gli stati ed i governi erano ridotti ad esecutori, anch’essi direttamente posseduti da  quelli. 

Restava da convincere il popolo della bellezza e della bontà del nuovo ordine che doveva essere per sempre.

Così ragionava tra sé il capo supremo d’occidente che partecipava alla provvisoria configurazione del cerbero a tre teste, mentre, attraverso gli schermi animati dagli algoritmi guardava il mondo.  

Vi erano ancora delle sacche fuori controllo… delle schegge impazzite arrivate dal vecchio ordine…

Comunisti e ayatollah tuttavia erano ormai alla fine della loro corsa. 

I comunisti un avanzo della storia erano pronti per essere smaltiti in discarica. 

Anche Cuba avrebbe fatto quella fine. 

Era davvero insopportabile la presenza di Cuba a due passi da casa. 

Come avevano fatto i suoi predecessori a tollerare quella protervia era davvero un mistero. Anzi no. Mentecatti, mentecatti e smidollati, ecco cosa  erano stati quelli che erano venuti prima e che avevano consentito quello scempio.

C’era ancora molto da fare per completare il nuovo ordine, rifletteva il capo supremo nel suo studio ovale mentre osservava l’ala est della casa bianca demolita per fare spazio alla sala del trono. Il suo trono. 

L’annessione della Groenlandia, magari anche del Canada, la definitiva sottomissione del Messico e di tutta intera l’America meridionale… e poi l’Europa da smantellare.

Ma adesso c’era l’Iran, l’antico impero persiano, da sistemare. 

Aveva  preso fuoco e non sembrava volersi  spegnere.

Da quelle parti la gente si sentiva ancora popolo. Erano scesi tutti, ma proprio tutti ed in tutte le città, contro i ministri di dio che comandavano da cinquant’anni. 

Roba assurda. 

Veli in testa alle donne, preghiere cinque volte al giorno e la pretesa di dare una lezione anche ad Israele, il suo fedele alleato in quella regione… una pretesa senza senso, da squilibrati. 

Il Capo supremo l’aveva già bastonati più volte gli Ayatollah a suon di bombe ovviamente. Ma quelli non se ne davano per intesi.

Adesso però non era solo questione di bombe atomiche, di religione, di veli e di dominio nelle terre del Medio Oriente.

La gente non ne poteva più. 

Un milione e mezzo di Ryal per un dollaro che rimaneva pur sempre la moneta di riferimento, nonostante fosse ammaccata, e parecchio anche, con tutto quel debito pubblico accumulato da quegli incapaci dei suoi predecessori. 

Insomma da quelle parti erano scesi in piazza tutti, ma proprio tutti…

Stavano lavorando per lui, pensava il capo supremo mentre i guardiani della rivoluzione ammazzavano la gente, ed  il popolo iraniano moriva a centinaia, a migliaia. 

L’amico/nemico/alleato che con gli stormi dei suoi satelliti tiene sotto scacco il mondo intero questa volta si era offerto per aiutare i ribelli. 

Gli Ayatollah avevano spento Internet per impedire al mondo di avere consapevolezza dei loro misfatti. Quello generosamente, quanto furbescamente, si era offerto di accendere l’occhio di Starlink per rimediare…

Intanto il vecchio erede dello scià di Persia era corso da lui, il Capo supremo, per mettersi a disposizione e lui aveva preso tempo…

“Vedremo” aveva sibilato mentre osservava i grandi schermi. “Vedremo. Ti farò sapere”. 

Certo l’occasione è ghiotta per eliminare quella pustola islamica e mandare al macero gli Ayatollah e con  essi il popolo iraniano che pensa di liberarsi  della barbarie che lo affligge, di stracciare veli e tabù, di auto governarsi e di decidere da sé il suo futuro dopo tanto sangue. 

Illusi… 

Benvenuti nel mondo distopico con o senza scià…

A meno che… 

A meno che il mondo finalmente non si ribelli, tutto, ma proprio tutto, a cominciare dagli americani statunitensi, come stanno facendo donne e uomini, ragazze e ragazzi iraniani, dando loro una mano e dandola anche a sé stessi, spegnendo gli schermi e disattivando gli algoritmi del capo supremo e dei suoi accoliti e finalmente mandandolo sotto processo e  rispedendo negli inferi anche  il cerbero con le sue tre teste. 

Rileggendo

Orwell ed il suo “1984”

Nell’edizione che più vi garba.

Zamjatin ed il suo “ Noi” nell’edizione tradotta da Alessandro Niero per Voland 2013

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Mary Beth Keane: “Un amore qualunque e necessario” (Mondadori, trad. M. C. Dallavalle), di Cristiana Buccarelli

‘’Un amore qualunque e necessario” di Mary Beth Keane, pubblicato in Italia da Mondadori nel giugno del 2020, è un romanzo di particolare forza narrativa ed emotiva, il quale mi è stranamente sfuggito in pieno Covid, in quelle lunghe giornate in cui dedicavo molte ore del giorno alla scoperta e alla lettura di romanzi memorabili. Prima ancora di essere un romanzo di formazione e una saga familiare è, a mio avviso, uno strumento di indagine letteraria dell’autrice sui temi esistenziali del bene e del male, che possono rappresentarsi come faccende molto complesse in cui gli esseri umani e anche molto spesso i nuclei familiari sono invischiati in maniera particolarmente intricata. 

Il tema della famiglia subito emerge in una rappresentazione corale: infatti la narrazione riguarda nello specifico due famiglie che vivono accanto e che sono l’una l’antitesi dell’altra; i Gleeson, con Francis il padre, Lena la madre e le tre figlie sembrano solidi e felici, mentre gli Stanhope sono tormentati dall’instabilità mentale di Anne, madre di Peter e moglie di Brian, quando ad un certo punto la serenità degli uni e l’infelicità degli altri si mescoleranno, e tutti resteranno invischiati in un rapporto di interdipendenza tra le cose che accadono, in cui gli elementi del bene e del male si intrecciano. M. B. Keane demolisce volutamente dall’interno l’idea di una felicità edulcorata della famiglia con la propria vita tranquilla ed ha il coraggio di raccontarci che le famiglie a volte possono anche essere degli inferni o delle mine vaganti.

‘’il silenzio della casa, quando sua madre si ritirava nella sua stanza non era il quieto silenzio di una biblioteca o di un qualsiasi luogo altrettanto tranquillo. Secondo Peter era più simile al breve intervallo da fiato sospeso tra il momento in cui si preme un bottone e quello in cui la bomba esplode o si disinnesca. Riusciva sempre a sentire il battito del suo cuore in quei momenti. Riusciva a tracciare il sinuoso percorso del sangue nelle sue vene.’’  

In particolare la Keane, attraverso il personaggio di Anne, la madre di Peter, affronta il tema della malattia mentale e delle sue radici più profonde. Anne è stata segnata da giovanissima da un abuso sessuale da parte di un amico di famiglia, per questo motivo fugge dall’Irlanda e opera una rimozione di ciò che le è accaduto, parte per l’America dove riesce a lavorare come infermiera, poi incontra Brian e decide di farsi una famiglia; in realtà è una giovane donna  fragile e instabile, e quando perderà un figlio prima di darlo alla luce, in lei si romperà un equilibrio e ciò la porterà a un’escalation di comportamenti irrazionali, fino a un estremo atto di violenza nei confronti del poliziotto Francis Gleeson, suo vicino di casa e padre di Kate. Ma Anne è un personaggio a cui l’autrice credo sia particolarmente affezionata, e le farà compiere, attraverso il romanzo, un lungo e interessante percorso di evoluzione personale. Infatti grazie all’intervento di uno psichiatra molto capace, Anne riuscirà a capire le cause dei suoi disturbi mentali e a riacquistare lucidità, tenterà in qualche maniera di essere perdonata delle persone a cui ha fatto del male e a riconquistare l’affetto del figlio Peter, con il quale in realtà non hanno mai smesso di volersi bene, dunque avrà un nuovo modo di porsi verso il mondo e la sua stessa famiglia.  

A tutta questa narrazione fa da perno all’interno del romanzo un amore puro, solido, profondo, quasi necessario nel compensare il dolore che nasce da un evento terribile; questo amore comincia a farsi sentire già dalla prima adolescenza tra i due personaggi protagonisti di tutta la storia: Peter e Kate, cresciuti insieme porta a porta. E se l’amore da solo non può guarire certi traumi e certe ferite, fra loro ci sarà un tale sentimento di cura reciproca, di compassione di accoglienza, che diventerà una forma di salvezza. 

’E poi c’erano le cose che la sorprendevano per l’emozione che provava al solo vederle: lo yogurt di Peter vicino al suo succo d’arancia nel minifrigo; i boxer sul pavimento vicino al suo reggiseno. Una volta fece per infilarsi i jeans di Peter pensando che fossero i suoi, e quando si accorse dell’errore, si domandò se fosse mai stata tanto felice in vita sua’’  

Ma anche quei personaggi che non si amano, anzi che sono stati in qualche maniera nemici e si sono distrutti la vita, ad un tratto nella storia per caso si incrociano dopo moltissimo tempo e riescono a darsi qualcosa, trovano un punto di incontro, un sentire comune e in tal senso l’autrice compie una considerevole esplorazione dell’animo umano. Ci sarà infatti un momento in cui Anne e Francis si ritroveranno a parlare della loro infanzia in Irlanda.

‘’Dapprima rimasero seduti un po’ rigidamente, Francis sulla poltrona, Anne a un’estremità del divano, ma poi si rilassarono lasciandosi andare ai ricordi. Entrambi si erano travestiti da wren-boys, i cacciatori di scriccioli dell’antica tradizione irlandese. Entrambi avevano l’abitudine di andare e tornare dalla chiesa in calesse. Entrambi ricordavano che i cibi avevano un sapore diverso laggiù, specialmente il burro, il latte, le uova. Entrambi provavano una punta di malinconia pensando all’Irlanda, o forse il rimpianto per la loro infanzia…(…..) Francis riconosceva in Anne il suo stesso dolore senza nome…’’  

La Keane compie un’indagine psicologica approfondita soprattutto in alcuni dei suoi personaggi, mentre altri li fa restare volutamente sullo sfondo. A parte Anne con la sua mente particolare, anche Francis dopo l’incidente gravissimo che ha subito cambierà e cercherà di reiventarsi una vita che gli permetta di unire il suo passato con il presente. Ma l’autrice ci farà conoscere approfonditamente anche Kate con la sua personalità forte e solida sin dall’adolescenza, con la sua determinazione nel ritrovare Peter da adulta e costruire con lui una vita nonostante le difficoltà. Allo stesso modo e forse ancora di più ci fa conoscere il personaggio di Peter e seguire la lunga evoluzione attraverso il tempo; quella di un ragazzo solido e brillante negli studi e nello sport, che riesce a farsi forza da solo fin dall’infanzia, nonostante la situazione familiare difficilissima, e che poi all’improvviso da adulto precipita nell’alcolismo, in quanto dentro di lui sopravvive ancora lo spettro di quel  vuoto familiare accumulato in origine, ma che riuscirà a salvarsi attraverso il sostegno e l’amore di Kate. Infine c’è George, fratello minore di Brian che, nonostante la sua vita un po’ scombinata, si offre con generosità di occuparsi di Peter adolescente, quando non ha più altri riferimenti. I personaggi principali sono talmente cesellati nella loro complessità umana, nei loro aspetti caratteriali da dare realmente a chi legge la sensazione di conoscerli fino in fondo, di camminargli affianco; hanno la particolarità di rimanere impressi in tutta la loro umanità. È dunque uno scavo in profondità nell’animo umano quello che compie M.B. Keane e Un amore qualunque e necessario è soprattutto un romanzo sull’espiazione, la redenzione e il perdono, un perdono attraverso il quale si stempera un male originario e si può arrivare a una forma di pace collettiva.

‘’E poi vide quello che non aveva mai visto prima, e cioè che Peter stava bene. E Kate stava bene. Lena stava bene. E lui, Francis Gleeson, stava bene. E capì che tutte le cose che erano accadute nelle loro vite non li avevano feriti in maniera sostanziale, nonostante quello che potevano aver creduto a volte.’’

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Uketsu: “Strani disegni” (Einaudi, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Pezzi di un puzzle apparentemente impossibilitati a formare un tutto unico; storie a tutta prima slegate tra loro, quasi si svolgessero su piani paralleli, destinate a non incrociarsi mai; indizi sparsi che, anziché contribuire a risolvere il mistero, non fanno altro che infittirlo e un lettore dapprima frastornato dalle varie vicende e poi intrigato, man mano che tutto sembra acquistare significato – ma quanti significati ci sono? Quanti modi per diradare la nebbia che avvolge il racconto (i racconti) ma che, inesorabile, si infittisce fino all’agnizione finale?
Questo e molto altro è “Strani disegni” – un best seller dell’anno appena trascorso: un fenomeno editoriale che, solamente nel Giappone, ha venduto più di un milione e mezzo di copie.
Anche l’autore è un mistero: uno youtuber con una maschera bianca perennemente calata sul viso (che ricorda il Kaonashi di Hayao Miyazaki), un distorsore di voce per non farsi riconoscere e un nome che in italiano suona come “buco” e “pioggia”, parole che evocano una mancanza profonda e una malinconia, direi, esistenziale.


Per quanto riguarda il romanzo, si tratta di un libro formato da un breve prologo e quattro capitoli, ciascuno incentrato sulle vicende di  protagonisti differenti, talmente intricate e apparentemente slegate tra loro che ci si chiede che senso abbiano. A collegare il tutto sono, appunto, diversi disegni che raccontano, ma nello stesso tempo, occultano vicende anomale, inquietanti e drammatiche, intorno a cui il protagonista indaga fino alla scoperta finale, e di cui ci fa seguire tutte scoperte, le battute d’arresto, i vicoli ciechi in cui si arenano le sue ricerche e i suoi progressi.
Ad attorniarlo e a vivere queste segmentate e iperboliche vicende, altri personaggi dall’interiorità complessa e talvolta ferita in modo quasi irreparabile, splendidi comprimari che l’anonimo autore ha disegnato, è proprio il caso di dirlo, in maniera superba.
Una lettura incredibile, coinvolgente e frustrante, magistralmente condotta. Una delle storie più enigmatiche e angoscianti che abbia mai avuto tra le mani – e credetemi, vi parlo da book addicted.
Incredibile.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Intervista ad Antonella Mollicone per “La femminanza” (Nord, 2025), di Amedeo Borzillo

“Noi femmine possiamo far fiorire il mondo, se lo vogliamo” racconta Antonella Mollicone nel suo “La femminanza”, un romanzo che è un viaggio a ritroso nel tempo che parla di donne che fanno nascere e fanno morire, che si dicono segreti, che subiscono violenza e ne sfuggono, che soffrono e che ridono. 

Buongiorno Antonella e benvenuta al Randagio. 

La Femminanza è un romanzo che parla di protofemminismo, di un femminismo come coscienza collettiva che si traduce nella “cerchia”, in cui le donne si riuniscono e che le aiuta a crescere, a sopravvivere e a rinascere. Nella “cerchia” le donne si aiutano, solidarizzano, non sono sole.

 È giusta questa lettura?

Certamente, la femminanza è qualcosa di trasversale. Un femminismo trasversale però, senza ideologie specifiche, per cui l’idea di queste donne, di queste “femmine” – intendendo per “femmine” coloro che nutrono loro stesse e gli altri – è qualcosa di ancestrale che attraversa i secoli, e arriva al presente, dove continua a rimescolare la sua memoria e le sue forze. 

Infatti, questo femminismo si ripropone anche nella figura dell’uomo-poetessa, dell’uomo sereno nei confronti della donna: è la figura di Aldino che è l’unico protagonista maschile…

Assolutamente sì, Aldino è l’uomo-poetessa perché è colui che riesce in qualche modo ad essere fecondo, esattamente come le donne lo sono nell’ambito della “cerchia” e nell’ambito della famiglia. In fecundus c’è l’idea della femminanza, ha la stessa radice; il fecundus latino lo ritroviamo sicuramente in Aldino, che è uno degli uomini che riesce a guardare sotto la tenda dell’anima-vita della sua donna e riesce a farsi ricoprire della natura di Camilla senza averne timore. E quindi davvero insieme riescono a gettare il seme per una nuova vita. 

Il romanzo si svolge a cavallo tra Ottocento e Novecento, attraversando un periodo storico molto lungo. Di quanta ricerca hai avuto bisogno per la realizzazione del romanzo? 

 E’ una ricerca che è durata trent’anni. Ho iniziato da quando avevo dieci anni a prendere nota dei pezzi di vita della storia della mia famiglia. Poi ci sono state delle ricerche d’archivio, ed infatti alla fine del libro c’è una bibliografia essenziale. Ma ho soprattutto fatto indagini sul campo: per esempio per scrivere del periodo tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta ho intervistato donne molto anziane, che hanno vissuto in quegli anni. Ho quindi rimaneggiato tutte le storie che avevo raccolto e ne è venuta fuori “La femminanza.”

La lettura del libro ripropone tematiche e situazioni sociali che il lettore ha incontrato in altri autori – mi viene in mente la Ferrante – , qual è il contesto di scrittori nel quale pensi di inserirti? 

Amo gli scrittori che affrontano la realtà, che indagano la società in cui vivono anche attraverso il linguaggio. Nel caso della Ferrante per esempio c’è una sintassi mimetica del parlato e una ricerca delle radici che ci sono anche in “La femminanza” e nelle quali mi ci ritrovo.

In tempi di femminicidi, la figura di Aldino è una figura esemplare che serve anche a far riflettere sulle possibilità di riscatto dell’uomo, con comportamenti più in linea con la parità di diritti uomo – donna.

Nel romanzo ci sono degli uomini illuminati e uno di questi è proprio Aldino. Non ha paura della forza della sua donna e afferma, allo stesso tempo, la propria dignità e quella di Camilla in un processo di crescita comune. E’ consapevole inoltre che un gesto individuale o di coppia può essere un atto politico capace di determinare anche un significativo cambiamento politico. Sì, in tempi di femminicidi, Aldino è un esempio positivo.

Antonella Mollicone e Amedeo Borzillo

Le donne del tuo libro chiudono gli occhi ai morti e danno la vita. Qual è il rapporto delle protagoniste con la vita e la morte?

La vita e la morte non sono così distanti, anzi la morte per queste donne è un modello di creazione esemplare. Sanno che la vita si ravviva grazie anche alla cura della morte perché sono donne che sanno raccogliere sia il primo che l’ultimo respiro. 

Peppina a un certo punto dice:

“mi piace mettere le mani nella vita perché così mi sembra di rinascere, ma anche di metterle a disposizione della morte perché ogni volta mi sembra di sfiorare la verità che la morte si porta dietro”

Sono donne che devono morire ogni giorno, devono far morire ogni giorno qualcosa per rivivere, devono far morire le illusioni, le aspettative, le vergogne. Sanno che solo attraverso il dolore, ci può essere una rinascita vera. 

Ti aspettavi un successo come questo per il tuo libro? 

Naturalmente ci speravo, però non mi aspettavo un tale successo. Ovviamente ne sono contenta a livello personale, ma soprattutto mi ha fatto piacere dar voce a tutte queste donne e questi uomini che hanno rappresentato la mia memoria, che mi hanno dato fiducia e che mi hanno accompagnata sia nella realizzazione del romanzo, che nella mia crescita personale e dell’anima.

Amedeo Borzillo 

Antonella Mollicone sarà a Napoli, alla libreria Raffaello in via Kerbaker, giovedì 15 gennaio 2026 alle 17.30, per parlare de “La Femminanza” in un incontro organizzato dal Randagio. Dialogano con l’autrice Ginella Palmieri e Maria Rosaria Paolella, le letture sono di Federica Flocco.

Paolo Cognetti: “La felicità del lupo” (Einaudi, 2021), di Maddalena Crepet

Il richiamo del vuoto La geografia sentimentale di Paolo Cognetti

Fausto ha quarant’anni, il sogno nella testa di diventare uno scrittore, e la voglia sempre sottopelle di perdersi nella natura vergine. Il Monte Rosa gli appare perfetto: incontaminato, poco abitato da esseri umani, ancora moltissimo da altri esseri viventi, conciliante, forse perfino capace di distendere le sue innumerevoli nevrosi. È qui, fra la baita-ristorante di Babette, la seggiovia, i montanari, l’ex forestale in pensione Santorso, che conosce Silvia, potremmo dire, nomen omen, la donna dei boschi, che viene però dalla città. Silvia ha ventisei anni, è giovane, energica, ha voglia anche lei di scappare da qualcosa. Inizia a lavorare come cameriera stagionale, un lavoro che sa non poterla sostenere a lungo, ma quel che le basta per evadere un po’. Nel mentre, Fausto si adopera come cuoco nella cucina della baita-ristorante. La vita sembra scorrere senza troppi intoppi, fra passeggiate, escursioni, albe incantevoli, e tramonti mozzafiato. Sembra tutto tornato al Grado Zero. Silvia e Fausto azzerano tutto, i loro passati, quel padre che aspetta, malandato, fra i palazzoni, quella ex moglie, forse perfino gli amici. Non ne sentono il richiamo. Sono come lupi, solitari, e al contempo mossi costantemente da qualcosa di imperscrutabile, che può solo rispondere al nome di irrequietezza. È così che, poco dopo un incidente che vede coinvolto Santorso, poco dopo le sue mani maciullate dalla neve impetuosa e impietosa, Silvia sente di nuovo proprio quel richiamo, non più silvestre, ma urbano. Torna nella sua città, nel suo quartiere, ad annusare il fritto delle cucine nei cortili interni, il vociare dei vicini, lo stridore dei freni delle automobili. Fausto è convinto si tratti solo di un periodo, troppo impegnato a capire come aiutare Santorso a vivere senza più le mani. Ne è convinto finché Silvia, tornata in alta quota, non gli fa capire il contrario. Non è più la stagione dell’amore, e nemmeno quella del lavoro in alpeggio, in cucina, in sala, anche perché perfino Babette ha appeso il cappello al chiodo. Improvvisamente niente appare più come prima, non la scrittura che Fausto teneva nascosta fra i loro cuscini, coperta dai capelli infiniti di Silvia, asciugati dalla stufa a legna, non i campi, i pascoli, il freddo che mozza il fiato, l’estate senza surriscaldamento, non gli improperi dei montanari, non il loro amore consumato sul ghiacciaio, fra le balle di fieno, in una cucina di una baita ormai venduta. È tempo di muoversi, di trovare altro cibo, di rispondere agli ululati di altri lupi spersi chissà dove. 

Cognetti con La felicità del lupo ci restituisce un’altra fotografia della montagna. E, come nel romanzo che l’ha reso celebre ai più, Le otto montagne, lo fa tratteggiando un quadro nitido, e al contempo metaforico. Possiamo quasi dire, leggendo le pagine di entrambi, di sentire l’odore di quell’erba cresciuta dopo il gelo, di percepirne la morbidezza, il profumo del latte appena munto, lo scampanare del gregge, della mandria, il freddo pungente, il calore piacevole, il liquore che scalda le gole, che le brucia. Possiamo però anche seguire l’andirivieni dei personaggi, da una parte i due amici fraterni Bruno e Pietro, dall’altra i due innamorati, Fausto e Silvia. Il richiamo insistente delle sirene cittadine che si alterna al silenzio ovattato delle notti in alta quota. I legami che vanno ben al di là di quelli di sangue, che li superano, sono più forti, e quindi anche più dannati. L’abbandono. Pietro che se ne torna in città, Silvia pure. Bruno e Fausto che decidono di rimanere. Lo scrittore che decide di girare il mondo con la sua penna, Pietro, e quello che sceglie il sentiero di montagna, Fausto. Sono due amori impossibili, i loro. L’uno verso l’amico d’infanzia, l’altro verso la giovane ragazza di quartiere. La sostanza non cambia, ciò che resta è il rumore sordo della separazione, della possibile accettazione dell’impossibile, che ognuno sceglie per sé, e che ognuno si salva da solo. O, semplicemente, decide di non farlo. Nel finale aperto ci immergiamo, al what if ci aggrappiamo come l’unico, reale senso esistente: lasciar andare. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.