La letteratura della Resistenza dal fascismo all’Olocausto, di Sonia Di Furia

Affrontando il problema critico di come raccontare la Resistenza, si utilizzano le testimonianze autorevoli di Natalia Ginzburg e di Italo Calvino, che sottolineavano i rischi di una scrittura povera e sentimentale, convenzionalmente appiattita sul resoconto di esperienze vissute.  Non è un caso che, sulle opere di invenzione, prevalgano quelle diaristiche e memorialistiche, di chi aveva combattuto, occupando anche posizioni di grande responsabilità (ci si limita qui a ricordare “Banditi” di Pietro Chiodi, capo partigiano nelle langhe cuneesi, che era stato professore di liceo di Beppe Fenoglio). Ma fra i diversi generi non c’è una differenza troppo netta, per il carattere documentario, di resoconto immediato del vissuto, e per l’andamento cronachistico che caratterizzano, come sfondo comune, le varie esperienze della poetica neorealista (tra queste non va dimenticata l’idea di una letteratura impegnata, come testimonianza civile e politica). Non mancano, tuttavia, in tale ambito, testi più incisivi e meditati, che si staccano da un panorama piuttosto uniforme. Sul piano più propriamente narrativo, si deve segnalare almeno “L’Agnese va a morire”, in cui l’autrice, Renata Viganò, ha proiettato le sue esperienze di staffetta nella lotta partigiana (nel 1955 pubblicherà Il saggio “Donne della Resistenza).

Queste opere, nel loro complesso, costituiscono un vero e proprio filone, che è stato ampiamente studiato. Ma difficilmente raggiungono una spiccata originalità, per il prevalere delle ragioni dimostrative, per il carattere convenzionale delle tematiche e dei giudizi, per i luoghi comuni di una scrittura che si perde, in molti casi, dietro a motivazioni propagandistiche o celebrative. Come ha scritto Giovanni Falaschi “l’insidia maggiore nei racconti partigiani è la retorica, il commento sentimentale ai fatti, cioè il lirismo”. Non c’è dubbio invece che le opere più significative e, quindi, più durature, sulla Resistenza sono quelle che hanno seguito strade diverse, trasfigurando fantasticamente la realtà o riproponendola nei suoi aspetti più anticonformistici e singolari. È la linea seguita da Italo Calvino e Beppe Fenoglio, per i quali le tematiche resistenziali non restano materia inerte e fine a se stessa, ma offrono gli stimoli per una reinvenzione originale e autonoma, su un piano epico- avventuroso. Se Calvino, nel “Sentiero dei nidi di ragno”, guarda alla vicenda partigiana attraverso gli occhi di un bambino, Fenoglio giungerà a riappropriarsi di un rapporto mitico e ancestrale con la natura degli uomini e delle cose. 

Accanto a questa linea se ne può individuare un’altra, ugualmente significativa e importante, in cui il discorso si approfondisce in senso problematico e, superando l’ambito ristretto della cronaca, si estende a più generali argomenti di riflessione. Già nel 1941 Vittorini aveva pubblicato “Conversazione in Sicilia”, che nasce dalla crisi determinata dalla guerra di Spagna e denunciava, nelle forme di una parabola allegorica, il dolore dell’uomo e l’offesa recata alla sua dignità sotto la dittatura (non nominata ma facilmente identificabile). Nel 1945, entrato oramai nella clandestinità, Vittorini consegnava di nascosto, al suo editore Valentino Bompiani, il manoscritto di un nuovo libro, “Uomini e no“, che sarebbe uscito l’anno successivo. Il romanzo era nato nei mesi della lotta partigiana, a contatto con i problemi della guerra, quasi intrecciando le sue pagine agli eventi terribili che si stavano susseguendo, ma la scrittura è ben lontana da ogni tentazione di resa cronachistica o documentaria, di trascrizione realistica degli eventi. Al contrario, il racconto assume un andamento simbolico, nella stilizzazione dei personaggi e nel vuoto in cui sembrano materializzarsi le immagini, quasi sottomesse a un destino crudele, che ne accentua l’orrore e la brutalità. Con “Uomini e no”, di cui si è letta e si prende in considerazione l’edizione Oscar Moderni Cult, Mondadori, del 2022, l’impegno ideologico di Vittorini fa riferimento a un clima storico più determinato, ma la storia diviene anche qui metastoria, contrapposizione assoluta di bene e di male (come indica il titolo), sempre in nome di un umanesimo universalizzante. Si accentua anche il carattere oracolare del linguaggio, fatto di ripetizioni ossessive, di battute di dialogo brevi e secche, solenni nella loro essenzialità. 

Il romanzo si svolge a Milano sullo sfondo della Resistenza all’occupazione tedesca. Episodio emblematico vede un ufficiale nazista che fa sbranare dai suoi cani un povero venditore ambulante, colpevole di avergli ucciso la feroce cagna Greta. Qui l’efferatezza del delitto ha come contorno la colpevole indifferenza dei militi fascisti. Fra la bestiale brutalità dei carnefici e la sofferenza delle vittime, il discorso sembra arrestarsi, sospeso, per l’interrogarsi sui destini di quello che già in “Conversazione” veniva definito il “genere umano perduto”: l’umanità di chi soffre, senza colpa, ma anche, in una tragica complementarietà, la disumanità di chi infligge inaudite sofferenze senza ragione, se non quelle ravvisabili nelle aberrazioni di un potere che nega il valore alla stessa vita. Ha senso, allora, porsi il dilemma indicato dal titolo, per cercare di capire, di fronte a tanta inconcepibile barbarie, i misteri della natura umana, chiedendosi se essa possa ancora avere speranze e possibilità di riscatto.

La guerra fa emergere in primo piano il problema dell’uomo e, aprendogli gli occhi sugli abissi di orrore e miseria in cui la storia l’ha precipitato, lo induce a cercare risposte che diano un senso alla sua stessa sopravvivenza. In una sua poesia, “Alle fronde dei salici”, Salvatore Quasimodo sottolinea l’impossibilità di continuare a scrivere, di produrre e proporre ancora poesia, in un mondo che si sta sgretolando, sconvolto dalle distruzioni e dalle macerie: <<E come potevamo noi cantare/con il piede straniero sopra il cuore…?>> La domanda porta gli scrittori a interrogarsi ancora sul significato dell’esistenza, non solo per denunciare i colpevoli di tante atrocità, ma anche per cercare una via d’uscita. In mezzo alle morti e alle atrocità, diventa sempre più necessario ribadire i valori fondamentali della persona e battersi per ricostruire una nuova società, ricomponendo i legami di una superiorità che superi gli odi e le barriere. È il messaggio che Albert Camus, militante nelle file della Resistenza francese, affidava nel 1943 alle sue “Lettere a un amico tedesco”, dove si riafferma l’esigenza di una fratellanza che annulli i confini delle nazioni in guerra. Alla fine del conflitto sembrano realizzarsi le condizioni favorevoli, di giustizia e libertà, alla nascita di un nuovo umanesimo. In un articolo intitolato non a caso “Ritorno all’uomo” Pavese sosteneva: “Questi anni di angoscia e di sangue ci hanno insegnato che l’angoscia e il sangue non sono la fine di tutto. Una cosa si salva sull’orrore, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo. Di questo siamo ben sicuri perché mai l’uomo è stato meno solo che in questi tempi di solitudine paurosa”.

Alla letteratura di argomento più strettamente resistenziale si può collegare la rappresentazione degli anni della dittatura e delle esperienze vissute durante il fascismo. Ma anche qui occorre distinguere fra le analisi storiche e i modi con cui gli scrittori hanno trasformato gli avvenimenti del ventennio in una tematica caratterizzata da particolari forme di scrittura e affrontata da punti di vista diversi.

Non stupisce intanto che le più violente invettive nei confronti del fascismo e del suo capo, Benito Mussolini, siano uscite dalla penna di uno scrittore che non era certo stato fra gli oppositori. Il fatto non stupisce, anche se non è facile coglierne fino in fondo le ragioni, che si riconducono a una personalità complessa e tormentata come quella di Carlo Emilio Gadda. In “Eros e Priapo” lo scrittore propone un’interpretazione psicanalitica del fascismo che ha alcuni punti in comune con le tesi esposte da Wilhelm Reich in un volume del 1933 “Psicologia di massa del fascismo” (trad. it. Sugar, Milano 1972). Alla base è una repressione dell’istinto sessuale che trasforma le frustrazioni e l’impotenza in crudeltà (sadismo) e volontà di potenza (o, meglio, delirio di onnipotenza). In Gadda questa ipotesi colpisce innanzitutto il Duce, chiamato con gli appellativi più oltraggiosi, ma anche l’intero popolo italiano, che per vigliaccheria e opportunismo si era messo nelle sue mani. Anche nel “Giornale di guerra e di prigionia” erano presenti accuse veementi contro il disordine, l’indisciplina e la pochezza degli italiani. Spinta fino all’irrisione al sarcasmo oltraggioso, la violenza linguistica ed espressiva, in “Eros e Priapo”, può allora essere vista come uno sfogo compensatore e liberatorio, con il suo carattere di denuncia postuma iperbolica e grottescamente deformante. 

Il discorso si configura diversamente quando, rispetto alla ricerca di effetti stilistici, con un forte urgere di pulsioni ideologico-psicologiche, prevale un intento di tipo più cronachistico o documentario, legato alle esperienze del vissuto. In “Cristo si è fermato a Eboli”, Carlo Levi ha narrato la propria esperienza di confinato politico, condannato al soggiorno coatto in un paesino della Lucania. Nel resoconto di quel periodo della propria vita prevale nettamente l’interesse antropologico per le consuetudini di vita di quelle popolazioni, per i loro costumi arcaici, fino all’attrazione dimostrativa per le sopravvivenze di una mentalità primitiva e irrazionale (viene in mente la ricerca parallela condotta dal grande antropologo Francesco De Martino nel “Mondo magico”, pubblicato da Einaudi nel 1948). Ma non ci sono parole di avversione nei confronti del regime, anche se questo non significa rinuncia a condannare i metodi e i sistemi; la denuncia nasce dalla stessa osservazione delle cose, della miseria in cui sono tenuti i contadini, dalla loro emarginazione, dall’ottusità e indegnità di una classe dirigente asservita al potere fascista, dalla piaga dell’emigrazione a cui intere generazioni sono state costrette. 

In “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, anche la storia è osservata da un punto di vista personale, attraverso la riduzione di ciò che è pubblico a una sfera di rapporti privati. Questo atteggiamento tende a relegare sullo sfondo i fatti politici, ai quali si fa un riferimento soprattutto funzionale, per inquadrare le vicende narrate. E tuttavia non si legge senza emozione l’accenno al giro di vite imposto dal fascismo e alla promulgazione delle leggi razziali, che avrebbero infierito sulla stessa protagonista, perseguitandola con la famiglia e provocando la morte del marito, la cui figura è rievocata al di fuori di ogni retorica sentimentale o celebrativa. 

La tematica dell’oppressione e delle persecuzioni risulta letteralmente tanto più incisiva e significativa quanto più viene affrontata in maniera implicita e indiretta, al di fuori di ogni intento moralistico o dimostrativo. Anche in questo caso si può dire che la letteratura non ha il compito di ripetere valutazioni ideologiche, ma di far emergere le contraddizioni e le aberrazioni stesse della storia sul piano di autonome soluzioni stilistiche e strutturali. La vita delle famiglie ebraiche negli anni del fascismo fa da sfondo a quasi tutte le opere di Giorgio Bassani. Nel “Giardino dei Finzi Contini” lo sguardo retrospettivo rivolto dal protagonista- narratore agli anni della sua giovinezza lascia già intravedere la fine terribile dell’olocausto, la burrasca che disperderà, con i parenti e gli amici più cari, milioni di persone. Ma neppure qui si assiste a prese di posizione o a condanne politiche; anzi, traspare una sorte di rammarico, e persino di rabbia, nei confronti delle stesse vittime, che non avendo capito, si erano chiusi gli occhi per non vedere, cullandosi nelle loro illusioni fino al precipitare degli eventi. Così, anche di fronte alle atrocità imminenti il giudizio del narratore resta sospeso, ripiegato e attonito, sul mistero della morte e il destino dell’umanità. 

Si può dire, in generale, che la linea prevalente sin qui seguita non muti quando si passa alle testimonianze dirette del genocidio scientificamente perpetrato nei campi di concentramento nazisti. È un tema, questo, che conserva tutta la sua drammatica e toccante attualità, come risulta anche dal successo di film come Schindler’s list di Steven Spielberg e La vita e bella, diretto e interpretato da Roberto Benigni (la sceneggiatura, scritta dallo stesso Benigni in collaborazione con Vincenzo Cerami, è stata pubblicata da Einaudi nel 1998). Nella coscienza degli uomini l’olocausto dovrebbe restare come un monito, affinché ciò che è potuto accadere, in un secolo di conclamato progresso e di presunta civiltà, non si debba più ripetere. Non è accettabile il fatto che anche in seguito, fino ai nostri giorni, si siano riaffacciate in diverse parti del mondo situazioni analoghe. Gli esempi, negli ultimi decenni, sono sotto gli occhi di tutti: è il rischio permanente che si annida in ogni forma di oppressione e di dittatura (anche culturale), là dove viene a essere negata la libertà dell’uomo. 

È stato questo, comunque, lo spirito che ha animato la letteratura della deportazione: il desiderio di lasciare una testimonianza di ciò che si è sofferto e si è visto soffrire. Tra i libri più significativi ed efficaci ci sono quelli di Primo Levi, in cui la stessa documentazione autobiografica, con l’immagine di tante atrocità, non si abbandona all’odio o all’esecrazione, soffermandosi più sull’umanità calpestata delle vittime che sulla crudeltà dei carnefici. Non è forse un caso che il titolo del primo e più letto libro di Primo Levi, “Se questo è un uomo”, ricordi quello del romanzo di Vittorini “Uomini e no”: la denuncia nasce, qui ancora più direttamente, dal dolore per la negazione della dignità umana, calpestata e distrutta. E tuttavia non viene meno la speranza che la civiltà e la cultura, a partire dall’indispensabile riconoscimento del valore della persona, possano nuovamente trionfare sulla barbarie: anche la letteratura, allora, può aprire uno spiraglio di luce, come si vede nel brano di Levi “Il canto di Ulisse”, in cui, nell’estrema degradazione provocata dal Lager, in cui l’uomo è ridotto a un bruto che non pensa e che obbedisce istintivamente ai soli bisogni primordiali, mangiare ed evitare il dolore, l’aggrapparsi al ricordo letterario esprime il disperato tentativo di salvare qualcosa di umano. La chiave del passo è quindi nella citazione dei famosi versi, pronunciati da Ulisse per spronare i compagni a superare le Colonne d’ Ercole:<< Fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e conoscenza>> (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXVI, vv. 119-120), che costituiscono per il narratore un’illuminazione e risuonano in lui come per la prima volta. È un messaggio che riguarda tutti gli uomini in travaglio. Ma poi l’episodio dantesco suscita l’affollarsi di riflessioni e di ricordi: è tutta la parte spirituale dell’individuo, quella che l’organizzazione del Lager mira sistematicamente ad annientare, che riaffiora, ha la meglio sulla riduzione dell’uomo ad animale o cosa. L’ostinato tentativo di ricomporre nella memoria i versi di Dante diviene una forma di resistenza all’annientamento. Il recupero dell’umanità si unisce indissolubilmente al bisogno di socialità: la letteratura serve anche a stabilire immediatamente il legame con l’altro uomo. L’arrivo tra la folla dei porta-zuppa segna la reimmersione nel quotidiano inferno concentrazionario, ed è suggellato emblematicamente dal parallelismo della ripetizione degli ingredienti della zuppa in varie lingue, che allude al ritorno a una condizione animalesca, attenta solo ai bisogni primari, e l’ultimo verso dell’episodio dantesco, <<infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso>>. 

Ammonimento e speranza restano così legati al patrimonio comune di una memoria che non deve essere cancellata e perduta: è quanto ricorda anche Vittorio Sereni nella poesia “Dall’Olanda: Amsterdam”, descrittiva, ma anche intensamente e profondamente meditativa, sul significato del genocidio ebraico e sulla lezione universale che se ne deve ricavare, rievocando nei vv. 23-24 <<su migliaia d’altri volti, germe/ dovunque e germoglio di Anna Frank>>.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

John Fante: “Chiedi alla polvere” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se amore e letteratura sono la stessa cosaLa furia poetica di Arturo Bandini

L’etimo della parola “passione” è il termine del latino tardo passio, ovvero “sofferenza”, “patimento”. Dunque, chiunque abbia una passione soffre. Arturo Bandini ne ha due, e quindi soffre il doppio. La prima, quella che apparentemente lo fa muovere, smaniare, lo rende inquieto, agitato, appassionato, è la scrittura. Arturo vuole fare lo scrittore, di più, vuole diventare uno dei più grandi scrittori americani. Ma il suo cognome, come il suo nome, è innegabilmente italiano. Qui si insinua la prima crepa, e, noi lettori, siamo abbagliati dal primo spiraglio di luce. Lungo il suo andirivieni fra le varie città statunitensi, il protagonista conosce una cameriera del bar che ha preso a frequentare. È giovane, impassibile, quasi dura, e, soprattutto, è messicana. Si chiama Camilla Lopez, e con lei lo scrittore instaura da subito una chiara dinamica di amore-odio. Nec tecum nec sine te vivere possum, per rifarci sempre al caro, vecchio latino. Né con te, né senza di te posso vivere. Ed è proprio questo lo schema emotivo di Arturo. La odia in quanto messicana, la ama in quanto messicana, la odia per la sua durezza inscalfibile, la ama per la sua durezza inscalfibile, la odia perché innamorata di un altro, la ama perché innamorata di un altro.

Questo “altro” è Sammy, un giovane, sedicente scrittore, malato terminale. Inizia un duello rusticano a suon di racconti, raccontini, fogli scritti, buttati, rimandati al mittente. Arturo è spietato, nel suo cinismo ci riconosciamo perché ne riconosciamo la passione, appunto. E per ciò che fa, il mestiere che ha deciso di intraprendere, e per l’agonia languida per Camilla. Sembra che il protagonista non possa rinunciare a nessuno dei due poli, semplicemente perché ha bisogno di entrambi. Ma in questo bisogno, si perde. Si avvicina a uno, pare raggiungerlo nello struggimento delle sudate carte, vede i primi racconti pubblicati, scrive lettere accorate al suo editore, e perde terreno con l’altro, l’amata, odiata Camilla Lopez. Raggiunge Camilla, passa una nottata con lei, eppure smania all’idea di dover tornare a lavorare. L’esistenza di Arturo ci appare così, in un’estrema semplificazione, “porta blu, porta rossa”. Non entrambe, ma un aut aut. Ed è proprio in questo aut aut, in questa decisione, che ritroviamo e ci identifichiamo in tutta la sua sofferenza. Sappiamo già dal primo terzo del romanzo che Arturo dovrà scegliere chi essere, e che, in questo arco di trasformazione, dovrà necessariamente escludere qualcosa, o qualcuno. Arturo non è fatto per poter distribuire il proprio patimento, ma per incanalarlo, per esserne travolto. Eppure, Arturo è pur sempre uno scrittore, un grande scrittore. E, si sa, gli scrittori per vivere, per lavorare, devono cacciarsi nei guai. È parte del mestiere. Così, fino all’ultimo, crediamo che, avendo scelto una strada e scartato un’altra, l’abbia fatto fino in fondo. Ma Arturo è uno scrittore, un grande scrittore, e, si sa, la scrittura è un po’ come il maiale, non si butta via niente. 

Fante intaglia il personaggio di Arturo Bandini nelle sue nevrosi, nella sua solitudine, nei suoi turbamenti, e, nel farlo, lo rende così umano da essere quasi inquietante. Nei suoi moti, nelle sue oscillazioni, nelle sue invettive, ognuno si può riconoscere, può trovare una parte di sé, in quel tentativo disperato che si chiama vita. 

Capiamo, questa volta senza la minima incertezza, che non solo Arturo Bandini è un grande scrittore, ma che John Fante lo è, e che l’uno non si distingue dall’altro, come sempre accade per i grandi scrittori.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Elvira Seminara per “Lunario dei giorni insonni” (Einaudi, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Elvira Seminara, “Lunario dei giorni insonni” (Einaudi, 2026).

Quanti di noi, durante una fase della propria vita, hanno vissuto la notte fino all’alba, per godere del silenzio, del tempo lento, delle prime luci di un giorno qualunque che nasce?
Questo è il mondo di Iris, alla soglia dei cinquanta, divorziata, disillusa, ironica e malinconica, che soffre di acufene e insegna ai dirigenti delle aziende a parlare e scrivere in modo “empatico”. 

Lunario dei giorni insonni (Einaudi, 2026) è il disegno di una raffinata cartografia della solitudine contemporanea. Attraverso la voce di Iris, la protagonista, Elvira Seminara trasforma l’asocialità in una forma di resistenza poetica, consegnandoci un’opera strutturata come un mosaico di schegge notturne. 

​Iris è un personaggio di rara complessità: una donna che abita una realtà “aumentata” da un’intelligenza che non smette mai di processare dati: combatte contro quello che definisce un cervello bicomponente, un generatore incessante di rimpianti e ossessioni. Il ronzio dovuto alla malattia non è solo un disturbo fisico, ma il rumore bianco del mondo che lei tenta di addomesticare attraverso liste minuziose e la ricerca ossessiva del vuoto assoluto, proiettando i suoi desideri verso Alert, il punto abitato più a nord del pianeta.

seconda parte


​Seminara esplora le relazioni umane non come legami idilliaci, ma come pura materia d’attrito. Che si tratti della convivenza con il coinquilino Jacopo o del legame doloroso con la vicina Aida, come anche dei ricordi delle relazioni familiari, la narrazione rifugge ogni pietismo. Il tema della solitudine si intreccia con quello di una natura “elettrica” e malata, suggerendo un parallelismo inquietante tra il disastro climatico, le piante estranee che crescono spontanee, l’inaridimento della terra  e quello dei sentimenti. 

​Lo stile dell’autrice si conferma “malincomico”: un impasto sapiente di ironia e cinismo che induce al sorriso e, un istante dopo, alla commozione. Iris non concede indulgenza a nessuno, men che meno a se stessa: il suo sguardo osserva il mondo attraverso la “Teoria del Ragno” di Henry James: una tela flessibile e trasparente che, se spezzata, distrugge la capacità stessa di percepire il reale. 

​Il vertice emotivo del romanzo coincide con la morte di Aida. In questo passaggio, Iris — che vive di distanze e rifugge il contatto — riscopre il potere del tatto. Citando Lucrezio e l’Odissea, la protagonista comprende che è l’essere accarezzati a sancire lo stato di vita. In un estremo atto di pietà, accompagnato dalle note di Volare, il confine tra i vivi e i morti si fa poroso e paradossalmente rassicurante. 

​Con questo romanzo, Elvira Seminara ci sfida ad affrontare una domanda cruciale: perché abbiamo tutti orrore del vuoto? Iris ci insegna che nel silenzio e nel bianco non c’è solo assenza, ma una forma di ascesi necessaria per sopravvivere al rumore del mondo.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Enrico Gamba per “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima” (Bompiani, 2026), di Lavinia Capogna

Enrico Gamba, la mindfulness è un percorso

Se apriamo un manuale di storia della psicologia incontriamo nelle prime pagine colui che viene considerato il primo psicologo, Wilhelm Maximilian Wundt, un signore con la barba, gli occhiali e un’aria intelligente che nel 1879 aprì il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Leipzig in Germania ma in realtà il desiderio di conoscere se stessi e di superare disagi e problematiche (o malattie) ha una storia millennaria.

Già nelle poesie degli antichi greci o nella filosofia di Socrate si trovano queste aspirazioni.

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi” notava Sant’Agostino nel 400 d.C.

Anche Amleto di Shakespeare è un personaggio assai complesso e così Don Chisciotte di Cervantes (e nelle sue novelle lo stesso Cervantes inventò un dottore che aveva paura di essere di vetro e perciò non voleva essere sfiorato). Si potrebbe poi passare, facendo un brevissimo excursus, dalle raffinatissime psicologie dei personaggi di Lev Tolstoj o quelle di Dostoevskij, che hanno interessato anche Freud, fino a Italo Svevo.

La psicologia è una scienza con le sue teorie, i suoi esperimenti, i test, le diverse scuole, i suoi campi di indagini specifici, la sua parte umanistica e quella collegata allo studio del cervello che ha aperto nuove frontiere.

Oltre ai libri di studio, ai testi strettamente tecnici esistono saggi che possono essere letti anche dai non addetti ai lavori.

Tra questi ci sono volumi molto importanti: pensiamo alle opere di Erich Fromm, al prezioso saggio biografico di Viktor Frankl, all’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, alle persone altamente sensibili di Elaine Aron, a quelli migliori dedicati alle donne – solo per citarne alcuni.

Nella sua storia, ancora relativamente recente ma densa di avvenimenti la psicologia ha dovuto affrontare anche critiche. Ci sono ancora persone che pensano che solo “i matti” dovrebbero fare una psicoterapia. Non è così.

Enrico Gamba è uno psicologo psicoterapeuta che ha un luminoso e confortevole studio a Milano, un’ampia esperienza ed è autore, finora, di due libri: “ONE 365 – Un insegnamento al giorno per un’esistenza eccezionale” e – appena pubblicato da Bompiani – “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima“, un libro ricco di spunti di riflessione, stimolante, sincero. Racconta, in uno stile scorrevole, mai ingarbugliato anzi chiarissimo la società attuale da un punto di vista psicologico con incursioni anche nella sociologia, la filosofia, i testi sacri Indiani, l’epigenetica, le costellazioni familiari, il vissuto di alcuni pazienti e soprattutto la mindfulness di cui Gamba è un grande praticante ed esperto.

Egli delinea una società che ha conosciuto enormi cambiamenti in poco tempo, che ha raggiunto possibilità prima impensate, ma in cui i progressi scientifici e tecnologici non sono andati di pari passo con quelli emotivi e spirituali.

Una società in cui è possibile comunicare in un minuto con qualcuno che vive nell’isola più sperduta del Pacifico ma nella quale la maggior parte delle persone si sentono estremamente sole, ansiose, svuotate.

Come ci dicono le statistiche i malesseri psicologici (da lievi a gravi) sono purtroppo aumentati in modo esponenziale. 

Il libro di Gamba non promette facili ed illusorie soluzioni ma propone un percorso. La mindfulness è infatti un percorso, una “strada” e la strada si fa andando, come scriveva il poeta Antonio Machado. 

Vuoi raccontarci come la meditazione usata da millenni dai monaci tibetani e dagli yogi indiani sia diventata la mindfulness, un valido e riconosciuto strumento della psicologia?

Se guardiamo alla storia, la meditazione nasce come pratica esperienziale, non come tecnica. Per millenni i monaci tibetani e gli yogi indiani l’hanno utilizzata come via di conoscenza di sé, di addestramento della mente e di trasformazione interiore. Non era qualcosa da “ottenere”, ma uno stato da coltivare: la capacità di stare presenti a ciò che accade, dentro e fuori.

Il passaggio verso la mindfulness avviene quando questo sapere antico incontra lo sguardo della scienza occidentale. A partire dagli anni ’70, soprattutto grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, si è compreso che il cuore di quelle pratiche poteva essere estratto dal contesto religioso e proposto in modo laico, accessibile e rigoroso. Non si è trattato di snaturare la meditazione, ma di tradurla in un linguaggio comprensibile alla psicologia e alla medicina.

La mindfulness nasce proprio qui: dall’incontro tra tradizione contemplativa e metodo scientifico. È la stessa attenzione consapevole coltivata dagli yogi e dai monaci, ma osservata, studiata e validata attraverso la ricerca. Oggi sappiamo, grazie alle neuroscienze, che questa pratica modifica il funzionamento del cervello, del sistema nervoso e della regolazione emotiva. Non è più solo una “filosofia di vita”, ma uno strumento clinico efficace per stress, ansia, depressione, dolore cronico e molto altro.

In fondo, ciò che è cambiato non è la sostanza, ma il contesto. La mindfulness è la meditazione che ha imparato a parlare il linguaggio della psicologia moderna, senza perdere la sua anima. È un ponte tra Oriente e Occidente, tra esperienza interiore e conoscenza scientifica, che ci ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: imparare a stare presenti può trasformare profondamente il modo in cui viviamo, soffriamo e ci prendiamo cura di noi stessi.

Nel tuo libro hai raccontato alcune cose di te assai private: incertezze giovanili, un viaggio in India, incontri singolari, sincronie junghiane, sogni. Credo che questo possa aiutare a vedere un terapeuta non solo come “un distaccato medico della mente” ma anche come un essere umano. Che ne pensi?

Sì, ed è esattamente il motivo per cui ho scelto di raccontare anche la mia storia.

Non perché sia “speciale”, ma perché è vera. È la mia. E perché ciò che mi è accaduto – le incertezze, i passaggi difficili, quel viaggio in India, gli incontri singolari, i sogni, le sincronie che Jung avrebbe chiamato “messaggeri dell’inconscio” – mi ha trasformato. Mi ha portato, passo dopo passo, a comprendere ciò che oggi sento importante trasmettere a chi attraversa momenti simili a quelli che ho attraversato io.

Credo che vedere un terapeuta solo come un “medico della mente” distaccato e neutrale sia un’immagine incompleta, e a volte persino dannosa. La cura non passa solo dalla competenza, ma anche dalla presenza. E la presenza è umana: fatta di ferite integrate, di consapevolezza conquistata, di vulnerabilità che non chiede di essere esibita, ma che può diventare un ponte.

Nel lavoro terapeutico possiamo offrire conoscenze, strumenti, intuizioni. Ma spesso ciò che davvero “sposta” qualcosa nell’altro è l’esempio: la testimonianza silenziosa che si può attraversare la notte e uscirne con uno sguardo più vero. Raccontare alcuni frammenti della mia vita nel libro è stato un modo per dire: non sei strano, non sei rotto, non sei solo. E soprattutto: si può trasformare il dolore in senso.

E poi c’è un’altra cosa. Le sincronie, i sogni, certi incontri… non li ho messi per creare fascino narrativo, ma perché fanno parte della realtà psichica di molte persone. Tante volte i pazienti vivono esperienze interiori profonde e non le raccontano per paura di essere giudicati o patologizzati. Dare loro dignità, con rispetto e misura, significa anche aprire uno spazio sicuro: uno spazio in cui l’essere umano può essere intero, non solo “corretto”.

Quindi sì: se il lettore, grazie a questo, riesce a vedere il terapeuta come un essere umano, allora il libro sta già facendo una parte del suo lavoro. Perché la relazione, prima di tutto, è un incontro tra due umanità. E da lì può iniziare davvero il cambiamento.

Secondo te, esistono ancora pregiudizi verso le psicoterapie nonostante la loro efficacia, se ben eseguite, sia stata ampiamente provata?

Sempre meno, nella mia percezione. E questo è un segnale molto bello: la psicoterapia sta diventando sempre più associata non solo alla “cura” di un disagio, ma a una scelta di maturità, di responsabilità verso se stessi, a un desiderio genuino di crescere e conoscersi.

Detto questo, i pregiudizi non sono spariti del tutto: spesso hanno solo cambiato forma. Per alcune persone andare in terapia è ancora sinonimo di “avere qualcosa che non va”, quasi fosse un marchio. Per altre è vista come un lusso, o come un parlare infinito senza risultati. E poi c’è un’idea molto radicata, soprattutto nella nostra cultura, che “bisogna farcela da soli”, stringere i denti, andare avanti. Come se chiedere aiuto fosse una debolezza, invece che un atto di lucidità.

Qui secondo me è fondamentale un passaggio: la psicologia non nasce soltanto per “curare la mente” come se la società producesse automaticamente persone serene e integrate. La psicologia serve anche — e direi soprattutto — a migliorare la qualità della vita. A riconoscere i modelli appresi, familiari e sociali, che spesso ci portiamo dentro senza averli mai davvero elaborati. A trasformare automatismi, paure, copioni relazionali che creano sofferenza anche quando, fuori, sembra “andare tutto bene”.

Quindi sì: la psicoterapia è certamente uno strumento clinico per la patologia, quando c’è. Ma è anche uno strumento di prevenzione, di crescita, di educazione emotiva. E questo ha un impatto non solo individuale: più persone imparano a conoscersi, a regolare le emozioni, a comunicare meglio, meno violenza invisibile produciamo nelle relazioni, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. In questo senso la psicoterapia è anche un investimento sociale.

E forse è proprio questo che sta cambiando: la consapevolezza che stare meglio non è un colpo di fortuna. È una competenza. E, quando la terapia è ben condotta, può diventare uno dei percorsi più concreti e scientificamente fondati per svilupparla.

Ho letto il libro di Tucker e alcuni di Brian Weiss, di cui hai seguito un master, da te citati e trovo interessante questa apertura da parte di uno scienziato verso la spiritualità, elemento che è presente anche nel fisico Federico Faggin e altri. Pur rispettando le credenze di tutti, un accentuato materialismo scientifico non potrebbe ridurre le possibilità di apprendere e di ampliare le conoscenze?

Come ho scritto nel libro, la scienza per essere davvero scienza non deve mai trasformarsi in un dogma. Perché nel momento in cui diventa un sistema chiuso di credenze – anche se si chiama “materialismo” – smette di essere ricerca e diventa ideologia.

La grande avventura della conoscenza umana è sempre stata legata agli strumenti di osservazione che l’essere umano ha saputo sviluppare. Per secoli non abbiamo “visto” i batteri, non perché non esistessero, ma perché mancava il microscopio. Non potevamo misurare certe onde, non perché fossero fantasie, ma perché mancavano strumenti e modelli. In questo senso, è ragionevole pensare che possano esistere fenomeni che oggi trascendono l’esperienza comune e che non riusciamo ancora a descrivere con criteri oggettivi semplicemente perché non abbiamo ancora mezzi adeguati per osservarli e studiarli.

È qui che la psicologia diventa, inevitabilmente, una “scienza di confine”. Da un lato tende – giustamente – alla rigorosità: replicabilità, metodo, verificabilità. Dall’altro, però, lavora con la materia più complessa che esista: l’esperienza soggettiva, la coscienza, il significato, il vissuto. E nel vissuto delle persone, soprattutto in ambito clinico, accadono talvolta esperienze interiori che non rientrano in una mappa concettuale già consolidata: sogni trasformativi, sincronie, percezioni sottili, stati di coscienza non ordinari. Possiamo liquidarli come “niente”, oppure possiamo fare ciò che la scienza, nella sua forma migliore, ha sempre fatto: osservare, raccogliere, documentare, sospendere il giudizio e continuare a indagare.

Ed è qui che la tua domanda è centrata: un materialismo scientifico accentuato, quando diventa l’unica lente ammessa, rischia di ridurre le possibilità di apprendere. Non perché “la spiritualità” debba essere accettata come verità, ma perché l’apertura mentale è un prerequisito del metodo scientifico stesso. La scienza cresce quando sa dire: “Non lo so ancora” senza trasformare quell’ignoranza in negazione.

A me piace una posizione molto semplice: rispetto totale per le credenze di tutti, e al tempo stesso un atteggiamento esplorativo. Non credulità, non rifiuto. Curiosità rigorosa. È quello che vedo in alcuni studiosi che citi: non stanno dicendo “è tutto dimostrato”, ma stanno dicendo “forse il reale è più vasto di ciò che oggi sappiamo misurare”.

E forse la sintesi più sana è questa: tenere insieme due qualità che raramente convivono — umiltà e coraggio. Umiltà nel non pretendere certezze dove non ci sono. Coraggio nel non chiudere la porta a ciò che ancora non sappiamo spiegare. Perché, se è vero che la scienza deve essere rigorosa, è altrettanto vero che deve restare viva. E ciò che resta vivo, per definizione, continua a fare domande.

Vorresti dare un consiglio a chi oggi si sente smarrito, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze?

Direi questo.

Se è vero che la scienza non ha ancora risposte definitive sul senso dell’essere umano, della mente e della coscienza, è altrettanto vero che ciascuno di noi ha un’opportunità enorme: imparare a rivolgere lo sguardo verso di sé.

E oggi questo è forse l’atto più rivoluzionario che un ragazzo o una ragazza possano compiere.

A chi si sente smarrito direi innanzitutto: non c’è nulla di sbagliato in te. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere altrove, di performare, di confrontarci, di adattarci. È naturale sentirsi persi quando nessuno ci ha mai insegnato come funzioniamo dentro.

Il mio consiglio è imparare ad ascoltarsi. Imparare a prendere coscienza di ciò che accade dentro di noi: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, comprendere i pensieri invece di esserne travolti, distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci intossica. Queste non sono abilità “accessorie”, sono competenze fondamentali per vivere.

Pratiche come la mindfulness servono esattamente a questo: a sviluppare una presenza interiore stabile, una sorta di radicamento profondo. Quando manca questo radicamento è facile sentirsi sballottati, confusi, in balìa di tutto. Quando invece iniziamo a conoscerci, a sentirci, a stare con ciò che c’è, lentamente qualcosa si organizza dentro.

Per questo diffondo la consapevolezza da tanti anni: non come moda, non come tecnica miracolosa, ma come allenamento umano di base. È naturale sentirsi in difficoltà se non sappiamo come funzioniamo. È naturale perdersi quando non abbiamo radici interiori sufficienti a sostenerci.

E allora il messaggio è questo: il percorso su di sé non è qualcosa da fare solo “quando si sta male”. È un cammino che ciascuno di noi, prima o poi, è chiamato a fare non per correggersi, ma per vivere bene. Per abitare la propria vita con più lucidità, verità e gentilezza verso se stessi. E questo, soprattutto oggi, è un dono immenso.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Silent Reading: breve storia di lettori r-esistenti, di Luciana Amato

I partecipanti ancora non sono arrivati. Le sedie, a seconda del luogo che ospiterà il Silent Reading sono disposte in cerchio, o in file ordinate, oppure restano al loro posto, intorno ai tavoli ancora caldi di chiacchiere e tazzine di caffè. I clienti abituali del locale entrano e si fermano un poco disorientati. Le locandine all’ingresso non le legge quasi più nessuno: oggi sono le notifiche a fare da bussola alla vita sociale. Eppure uno o due allungano il collo, incuriositi da un armeggiare inaspettato: segnalibri che si fanno segnaposti, lavagna a fogli mobili in bella vista, post-it colorati, penne, pile di libri, la musica più bassa del solito.

Un primo iscritto alla serata si affaccia timido sulla soglia. Non sa bene chi salutare, si limita a un cenno di cortesia. È la sua prima volta a un silent reading. Arriva preparato e infatti porta con sé l’unico oggetto necessario: un libro. Lo tiene in mano come fosse un lasciapassare.

Il lettore solitario per una sera ha deciso di unirsi a dei perfetti sconosciuti e “compiere atti di lettura in luogo pubblico”, come recitava la pubblicità su instagram dell’organizzatore. Cosa ci guadagnerà ancora non gli è chiaro, ma il nostro lettore solitario è animato da un certo grado di curiosità e per ora gli basta. Si siede e aspetta guardandosi intorno, si rituffa tra le pagine del suo libro. Piano piano arrivano gli altri iscritti e la stanza si riempie di voci, qualcuno scrive il titolo del libro che leggerà su alcuni post-it messi a disposizione, qualcuno si riconosce, un saluto, un «Anche tu qui?», sguardi complici di chi ha rubato un attimo per sé.

Alle 18.00 in punto si comincia. Gli orologi si sincronizzano: i corpi si sistemano sulle sedie, i telefoni vengono lasciati nelle borse, le dita scorrono sulle pagine. Da quel momento si legge in silenzio per un’ora. L’unica regola è questa, ma basta a generare un clima insolito: nessuno controlla le notifiche, nessuno scrolla lo schermo, nessuno usa la pausa per lavorare di nascosto. Che lo facciano per pudore o per atto di resistenza poco importa, tutti si concentrano solo sulle parole. Per sessanta minuti la stanza diventa una capsula del tempo intrisa di concentrazione condivisa.

A dominare è il rumore lieve della carta sfogliata. Ogni tanto un sospiro, un cambio di posizione, un’occhiata rapida al resto del gruppo: una collettività temporanea che non ha bisogno di parlare per sentirsi tale. Chi passa accanto alla sala rallenta il passo, colpito dalla calma inusuale di un gruppo che, pur riunito, non interagisce secondo nessun modello abituale.

Quando l’ora si conclude, i libri si chiudono lentamente. Lo scioglimento della quiete non è immediato: qualche secondo di sospensione, forse timidezza, poi i primi commenti — «Com’è andata?», «Lo avevo cominciato stamattina», «Mi serviva proprio», — e così per altri sessanta minuti che scorrono rapidamente fino all’orario pattuito. Infine la dispersione naturale verso l’uscita. Gruppetti  si intrattengono per una chiacchiera, altri corrono ad acchiappare un autobus. La promessa di ritrovarsi in quel momento condiviso che nella sua semplicità ha stupito, rallegrato, ha saputo generare un’aspettativa e un desiderio, quelle che si possono raccogliere e vivere solo tra le pagine dei libri, ma con qualcosa di più, qualcosa dettato dalla presenza, dalla condivisione off line. 

Perché sempre più persone scelgono di leggere insieme, in silenzio, anziché farlo da sole?

È una domanda semplice, ma al centro di un cambiamento sociale più ampio, che riguarda il bisogno di spazi condivisi in cui sia possibile concentrarsi senza distrazioni, rallentare il ritmo e recuperare una forma di presenza collettiva non mediata da una schermata.

Parlando con Manuela, sessant’anni, appena entrata in pensione, si capisce quanto questi incontri abbiano inciso su di lei. «Avevo smesso di leggere», racconta, «ma qui riesco a ritagliarmi un’ora tutta per me». Da quando partecipa ai silent reading di Trieste ha portato a termine un progetto personale: leggere tutta l’opera di Gabriel García Márquez. «Non pensavo di farcela. Invece, pagina dopo pagina, è successo. E un merito va anche a questi incontri: rubati agli impegni che fagocitano le giornate.» 

E così continuano Elena, Elisa, Cristina, Tiziana, Alberto, Andrea che potrebbero essere lettori di Trieste come di Milano, Zero Branco o Cosenza. C’è voglia di presenza reale, fuori dagli schermi dei social, voglia di vita vera e di appartenenza: i libri creano comunità tolleranti, dove leggere è una spinta interiore, individuale ma è la condivisione che ne amplifica il valore.

silent reading, le letture silenziose, da dove nascono? Ovviamente dagli Stati Uniti dove tutto sembra accadere sempre in anticipo e la gente è dotata di formidabili antenne per le nuove tendenze, le creano, le captano e le trasformano in fenomeni di costume. Ma non sarebbe onesto liquidare queste iniziative come delle vacue americanate, o degli incontri all’insegna della leggerezza, banali e senza l’approfondimento tipico di un gruppo di lettura o di una conferenza. In effetti i silent nascono da piccoli gruppo di amici, molto similmente ai gruppi di lettura nati nell’Ottocento presso salotti e case private. 

Lungi dall’essere un semplice esercizio di stile, il silent reading agisce come una palestra per l’attenzione: un ecosistema protetto dal rumore delle notifiche dove la capacità analitica ritrova spazio vitale e lo stress si scioglie nella pagina. Immergersi nella lettura senza distrazioni non significa solo allenare la mente o stimolare la creatività, ma riscoprire un legame profondo con le storie e, per osmosi, contagiare chi ci sta accanto con la stessa, silenziosa, urgenza di leggere. 

La genesi del fenomeno, come spesso accade per i movimenti culturali della contemporaneità, non è spettacolare ma quasi domestica. Negli anni Dieci del Duemila, in una Silicon Valley satura di schermi, nasce il Silent Book Club di San Francisco, fondato da Guinevere de la Mare e Laura Gluhanich: un luogo in cui leggere insieme senza dover dimostrare nulla, primo segnale di stanchezza digitale in un’epoca che iniziava a misurare le relazioni in una notifica.

Ma è nella frenetica New York che quell’intuizione si trasforma in movimento. Qui, il bisogno di quiete prende forma nel Silent Reading Party. L’atto fondativo è sorprendentemente semplice: giugno 2023, quattro amici salgono su un rooftop cercano calma e dichiarano guerra, almeno per un’ora, alla gabbia dello smartphone. Da quella micro-rivolta nasce Reading Rhythms, una comunità internazionale capace di generare liste d’attesa e di trasformare bar, biblioteche e terrazze in veri e propri raduni di disintossicazione digitale.

Questa è l’occasione per costruire una nuova comunità, un luogo dove l’assenza di parole diventa infrastruttura sociale: un collante che permette a sconosciuti di condividere uno spazio senza dover performare una versione brillante di sé, in quella che è in definitiva una riscoperta necessaria del piacere della lettura.

Una sorta di micro-ritiro urbano dove ci si siede gomito a gomito uniti da un tacito accordo di concentrazione condivisa. È una risposta culturale raffinata a un paradosso del nostro tempo: la solitudine digitale può essere curata attraverso una vicinanza fisica che valorizza l’interiorità, non l’esposizione.

Il successo dei Silent Reading non può essere pienamente compreso senza un confronto con i tradizionali gruppi di lettura. Mentre il gruppo di lettura classico è centrato sulla prestazione intellettuale – la necessità di aver letto lo stesso libro, di analizzarlo, di argomentare e sostenere la propria interpretazione – il silent reading si fonda sulla non-prestazione. Non c’è un testo comune né l’obbligo di conversare; l’unico requisito è la presenza e la concentrazione. Questo rende il silent reading molto più accessibile e meno intimidatorio, abbassando la soglia di accesso che spesso tiene lontani i lettori meno sicuri ma che, con il passare del tempo, diventano chiacchieroni e assidui frequentatori degli eventi. Questa forma di socialità si accosta, per certi versi, al modello degli speed date letterari o degli eventi di bookcrossing, che enfatizzano lo scambio rapido e leggero. Tuttavia, a differenza di questi, il silent non richiede l’esposizione immediata di sé o delle proprie idee. La lettura agisce come un filtro, permettendo alla comunità di formarsi non attraverso il chiasso delle opinioni, ma attraverso la mutazione in rito collettivo dell’atto intimo del leggere. È, in definitiva, una forma di attivismo passivo, una protesta silenziosa contro la pressione a essere visti e sentiti costantemente.

Attraversato l’Atlantico, il fenomeno trova in Italia un terreno fertile sviluppando però una traiettoria autonoma, soprattutto nelle città con una forte identità letteraria. Trieste, ad esempio, non poteva che accogliere questa novità. Il Trieste Book Party, nato nel febbraio del 2025 con l’obiettivo dichiarato di creare una nuova comunità di lettori, radica l’esperienza con un’identità itinerante: il Museo della Letteratura LETS, la libreria Minerva, lo storico Caffè San Marco o la birreria Taverna Ai Mastri D’Arme, per citare alcuni partner che accolgono mensilmente la comunità. Luoghi che non sono solo cornici, ma dispositivi di significato: qui la quiete condivisa ha un’eco culturale. Il format triestino replica la formula internazionale – lettura individuale, facoltativo scambio finale – ma ne accentua la dimensione conviviale, propone esperienze di contatto e dialogo con editori (come previsto nel 2026 a gennaio con Vita Activa Nuova e Utopia Editore).

Questo esempio locale, sommato alla diffusione nelle altre regioni italiane, conferma che i Silent Reading non sono un trend esotico, ma una risposta culturale all’inquietudine contemporanea. In Italia, il silent viene interpretato come un atto di resistenza urbana: un modo per riprendersi la città attraverso un gesto collettivo di quieta ostinazione. La scelta di chiostri, librerie storiche e caffè letterari sottolinea questa volontà: mettere il libro al centro di una rinnovata socialità.

Far vedere che i lettori esistono, resistono, si informano e scelgono non è un dettaglio marginale. È un segnale. Dopo anni di polemiche sullo stato dell’editoria, spesso concentrate sull’assenza o sulla presunta disattenzione del pubblico, qualcosa sembra essersi incrinato più in profondità: il patto. Quello implicito tra chi pubblica e chi legge.

Come osserva Francesco Quatraro in un recente e lucidissimo intervento, il sistema editoriale contemporaneo appare sempre più schiacciato da una dinamica distributiva che incentiva la sovrapproduzione e indebolisce il ruolo storico dell’editore come filtro e selezionatore. In questo scenario, anche il lettore si trova strangolato: sommerso da titoli, chiamato a orientarsi da solo, spesso accusato di non saper scegliere.

Ma forse proprio qui si apre uno spazio inatteso. Se il patto si è incrinato, resta un diritto fondamentale da esercitare: quello di scegliere i propri interlocutori. Non i libri “giusti”, ma le relazioni giuste. I progetti coerenti nel tempo, le idee editoriali riconoscibili, le persone dietro ai cataloghi.

silent reading, allora, non sono solo un modo per leggere insieme. Sono una risposta pacata ma concreta a un rumore di fondo che ha saturato il sistema. Un gesto minimo, ripetuto, che afferma una possibilità: ricostruire comunità di senso a partire dalla scelta, dalla presenza, dall’attenzione. E forse, proprio da lì, ricominciare a immaginare un altro modo di fare editoria: partendo da chi legge, da chi può fare la differenza.

 Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa.