“Paura sotto la pelle: perché scrivo noir”, di Letizia Vicidomini

Mi chiedo, e mi chiedono molto spesso, quali siano le cause che mi spingono a raccontare e a scrivere storie noir, perciò ho deciso di provare a chiarirlo a chi il nero lo legge, di sicuro animato dalle stesse motivazioni. 

Non tutte le spiegazioni sono semplici e immediate, alcune hanno radici profondamente interrate nel subconscio che non ho neppure voglia di dissotterrare, anche se posso certamente affermare che molte abbiano a che fare con la paura.

Sebbene io sia una persona estremamente luminosa, solare, si direbbe più spesso (è un termine molto frequentato) posso affermare con sicurezza che sia tutto merito e riflesso della parte più oscura e profonda che tutti custodiamo, e a volte nascondiamo.

Mi piace aver paura, tutto sommato, ed è per questo che ho avvicinato sin da molto giovane la letteratura di genere, amando moltissimo il giallo e le sue derivazioni.  Nelle migliaia di pagine lette sino a notte fonda trovavo brividi, emozioni e paura, anche. Ma il vero incontro importante fu con il Maestro assoluto, Alfred Hitchcock, curatore di una raccolta di racconti brevi assolutamente magnifica. 

In realtà poi scoprii che Hitch appariva come nome di richiamo, ma non prendeva parte personalmente alla scelta dei racconti, lasciando il compito a fidati collaboratori come Robert Arthur, ma poco importa.

Da queste pagine era stata tratta una serie tv andata in onda negli anni cinquanta (ma io ancora non ero nata), poi riproposta nell’ 85 (allora sì, che ero nata) intitolata in Italia “Alfred Hitchcock presenta”, che seguivo con interesse totale e dedizione quasi religiosa. 

La trasformazione in immagini delle storie lette su carta mi forniva l’opportunità di comparare e fondere le emozioni, di verificare la potenza di un mezzo piuttosto che l’altro, alternativamente più potenti.

Detto questo, ribadisco la passione per il brivido, per quel soffio d’aria che sento a volte sul collo in una stanza perfettamente chiusa, mentre leggo un buon libro, oppure il rizzarsi dei peli sulle braccia alle note di una colonna sonora appropriata.

Inevitabile che nella mia narrazione entrasse la paura, anche se i miei colori sono sfumati, e la tensione si trova essenzialmente nei sentimenti e nella loro corruzione o alterazione. La paura che corre sotto la pelle dei miei romanzi è essenzialmente quella del rovescio della medaglia delle relazioni: familiari, amorose, amicali, tutte possono diventare incubi quotidiani e terribili.  I personaggi che descrivo sono persone semplicemente vive, avvolte in un tessuto di rapporti belli, forti, “normali”, che diventano d’improvviso trappole mortali. 

Analizzando queste dinamiche racconto le storie di legami importanti, essenziali come quelli con la madre, i figli, radici e rami del proprio albero di vita. Legami che possono costringere e soffocare, oppure germogliare e diffondere ciò che la pianta produce, a seconda di mille variabili.

Mi colpisce a fondo la trasformazione degli amori, della passione che sconvolge e travolge e poi diventa possesso, prigione, e non solo per chi ne è vittima, ma anche per gli stessi carnefici. 

È così che nascono le paure più profonde, quelle che si imbevono della sicurezza che parrebbe scontata nel proprio piccolo mondo emotivo. Là dove ognuno crede di essere protetto e tutelato, in casa propria o tra le braccia della persona amata, è più forte la paura di perdere ciò che ci appartiene per diritto.

In sostanza mentre amo la paura che posso far sparire accendendo le luci o spalancando le finestre alla luce del sole, scrivo di quella che si annida tra le pieghe delle anime e dei sentimenti.

Scrivo noir perché mi consente di analizzare un mondo interiore, un universo parallelo e nascosto che riserva continuamente sorprese, allenando a gestire il dolore.

E sono le medesime ragioni per le quali voi leggete me e quelli come me.

Paura, eh?

p.s. Giacché, come dicevo, mi piace aver paura, consiglio tre libri che mi hanno terrorizzata e che vanno assolutamente letti (anche se avete visto la trasposizione cinematografica): “Misery” di Stephen King, “Il silenzio degli innocenti” di Thomas Harris e “Almost Blue” di Carlo Lucarelli.

Letizia Vicidomini

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma raggiunge Napoli da vent’anni per lavoro, e ne ha fatto lo scenario privilegiato delle sue storie.

E’ stata speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice e e voce pubblicitaria. Alcuni suoi scritti sono diventati pièce teatrali ad opera dell’attrice e regista Ramona Tripodi.

La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo “Nella memoria del cuore” edito da Akkuaria, così come “Angel”, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, “Il segreto di Lazzaro”, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni.

Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica “La poltrona di seta rossa”e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa al noir con “Nero. Diario di una ballerina”. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio “Garfagnana in giallo 2015” e Menzione speciale al Festival Giallo Garda. La “trilogia dei colori” si completa con “Notte in bianco” (2017), di nuovo finalista in Garfagnana. Nel 2019 pubblica, sempre per Homo Scrivens, “Lei era nessuno”. Ad aprile 2021 Homo Scrivens ripubblica “Il segreto di Lazzaro” in una versione aggiornata e rivista, che vince il Premio Internazionale Giallo Garda, VII Edizione.

Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali “Una mano sul volto” e “Diversamente amici” , curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), “Napoli in cento parole” e “Napoli a tavola in cento parole” (Perrone Editore), “Free Zone” (Echos) e “Il bivio” (Oakmond Publishing), “Attesa. Frammenti di pensiero“, “Un giorno per la memoria” (Homo Scrivens). Pubblica nella collana di Mursia Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano, “La ragazzina ragno” che trionfa nell’edizione 2021 del Garfagnana in giallo, in finale anche al Premio Misstery legato al Festival del Giallo a Napoli. A novembre 2022 esce “Dammi la vita” con la stessa casa editrice, che entra nuovamente nella cinquina votata dai lettori del Premio Misteri.

A marzo 2023 pubblica per SetteChiavi il thriller “Salvami“, racconto lungo che apre la collana Passepartout curata da Diego Di Dio, che si piazza sul podio della X edizione di Giallo Garda. Viene menzionata da Ciro Sabatino nella “Storia del giallo a Napoli” (Homo Scrivens 2024) tra le rappresentanti di spicco della “scuola napoletana” capeggiata da Maurizio de Giovanni.

A ottobre 2024 pubblica “Non si uccide il passato. Il male sporca Napoli” (Mursia Editore), che riceve immediatamente riscontri positivi da blog e lettori.

Luigi Natoli: I Beati Paoli, di Sonia Di Furia

Nessun romanzo d’appendice fu mai tanto popolare quanto I Beati Paoli che Luigi Natoli, con lo pseudonimo di William Galt, scrisse appositamente per il Giornale di Sicilia, pubblicandolo in 239 puntate dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. Qui viene proposto nell’edizione della Flaccovio editore che si fregia dell’introduzione di Umberto Eco (Rizzoli, nel 2024, ne ha proposto una nuova edizione con prefazione di Giorgio Vasta). 

L’autore si ispirò alle gesta dei componenti di una società segreta, il cui ricordo ancora oggi è mantenuto vivo da una costante tradizione orale; di una, quella dei Beati Paoli, che il popolo, con ostinazione, pretende essere stata formata da giustizieri e non da sicari.

Gramsci afferma che il romanzo d’appendice favorisce il fantasticare dell’uomo del popolo sull’idea di vendetta e punizione dei colpevoli dei mali sopportati; dobbiamo allora convenire che nel romanzo di Natoli ci sono tutti gli elementi per favorire tali fantasticherie e propinare un narcotico che attenui il senso del male.

Luigi Natoli, attento conoscitore della storia e dei costumi del popolo siciliano, non si limitò nella sua narrazione a prendere lo spunto delle leggendarie vicende della misteriosa setta, ma sviluppò l’intera trama del romanzo ambientandola con scrupolosa aderenza alla realtà storica e a quella topografica,  da cui l’azione dei numerosi protagonisti si discosta soltanto eccezionalmente e solo in quei pochi casi in cui esigenze letterarie lo impongono. Pochissimi i personaggi immaginari, ma anch’essi così abilmente inseriti nel carosello storico settecentesco da far sì che il lettore non distingua più la realtà dall’immaginazione.

Il romanzo di Natoli, sin dal suo primo apparire, fu seguito con grande interesse. Non entrò soltanto nelle case della povera gente e nelle portinerie delle abitazioni del medio ceto, ma conquistò l’interesse anche della borghesia siciliana. Per gli abitanti del quartiere del Capo, che per tradizione si ritenevano i legittimi discendenti della setta, il romanzo divenne al contempo sillabario e testo sacro, tenuto al capezzale del pater familias che, nelle lunghe sere d’inverno, ne leggeva i diversi capitoli a parenti e vicini che lo attorniavano ascoltandolo nel più religioso silenzio.

Il periodo in cui si svolgono i fatti narrati nel romanzo va dal 1698 al 1719. Esso segna una delle epoche più complesse per contrasti di idee e di principi. La guerra tra la Spagna e la Francia era finalmente cessata ma, dopo qualche anno, a Carlo III, morto senza lasciare eredi, era succeduto Filippo di Borbone, secondogenito del Delfino di Francia, che assunse il nome di Filippo V, riconosciuto ed acclamato a Palermo come re di Sicilia, inaugurando così il dominio della dinastia borbonica nell’isola, dove però esplodevano e venivano soffocate nel sangue sedizioni e rivolte.

Furono giustizieri o sicari i componenti di questa setta? Certamente l’uno e l’altro contemporaneamente. Giustizieri, quando operarono per vendicare delitti impuniti ed impedire soprusi; sicari, quando invece si prestarono ad eseguire vendette personali o allorché si servirono dell’alone di mistero che li circondava e dell’indubbio favore popolare per compiere delitti comuni.

Poche sono le notizie sulla setta dei Beati Paoli, ancora minori sono quelle relative ai suoi appartenenti. Si sa per certo che un famoso vetturino di nome Vito Vituzzu, probabilmente fu uno degli ultimi Beati Paoli. Il motivo per il quale i componenti della setta si chiamassero così e la data di inizio della loro attività rimangono alquanto incerti.

La Palermo settecentesca in cui sono ambientate le vicende è resa da Natoli, che si rivela profondo conoscitore della topografia coeva della città, in modo talmente reale da identificare perfino i più minuti particolari. Nel romanzo rivivono le piazze, le strade, i vicoli, i cortili, i palazzi dei nobili, i conventi e i monasteri, le misere abitazioni del popolo, ma anche la vita dei suoi abitanti, i loro usi e i costumi oggi i gran parte scomparsi.

All’inizio del XVIII secolo, epoca in cui, come già detto, si svolgono i fatti narrati, la città era ancora compresa entro la cinta muraria secentesca, ma era già scomparsa la sua divisione nei quartieri dell’antico nucleo punico-romano, del periodo arabo e di quello sorto sulle aree del naturale interramento dell’antico porto.  Sontuosi palazzi di nobili potenti, grandiosi complessi conventuali occupavano buona parte dell’area urbana. I poveri, gli artigiani, i piccoli borghesi si concentravano nelle umili abitazioni degli antichi quartieri dove gli artigiani, riuniti in maestranze e congregazioni, innalzavano altre chiese ai loro santi protettori. Vicino al quartiere militare sorgeva l’antica reggia normanna, palazzo del viceré; in una delle piazze principali aveva il suo palazzo il Tribunale della Santa Inquisizione con le sue tremende prigioni.

Ma le vicende, i fatti e le azioni che vengono narrati non riguardano soltanto la città che emerge dal suolo. C’è un’altra Palermo nascosta, fatta di grotte, di cripte, di lunghi e tortuosi cunicoli; una vera e propria città sotterranea misteriosa e sconosciuta; regno incontrastato dei Beati Paoli che qui avevano il loro tremendo tribunale e attraverso la quale raggiungevano ogni luogo interno ed esterno di Palermo.

Dov’era precisamente il tribunale dei Beati Paoli? Secondo la tradizione il luogo di riunione dei componenti la setta fu identificato in una cavità sotterranea esistente nel quartiere del Capo, in prossimità della chiesa di S. Maria di Gesù. L’ingresso alla Palermo sotterranea era fornito dal primo piano di un’abitazione privata, casa Baldi, attraverso una porticina che percorre la superficie che copre una grotta sottostante. Giunti a una grata di ferro si ridiscendono cinque scalini di pietra rustica che portano a un piccolo altare, anch’esso di pietra, al lato del quale si trova una piccola stanza oscura che funge da nascondiglio. Al centro, un tavolo sul quale venivano poggiate le carte degli atti e dei segreti di quei micidiali giudici. Da lì si entrava nella grotta principale dove si trova un’ampia camera con sedie lungo tutto il perimetro, nicchie e scansie alle pareti, per deporvi le armi sia da fuoco che da taglio. Qui si riuniva la setta a lume di candela allo scoccar della mezzanotte. Oltre all’ingresso di casa Baldi, la grotta aveva un altro accesso attraverso una porticina che si apriva nel vicolo degli Orfani, ancora oggi esistente.

Sarebbe facile considerare I Beati Paoli un prodotto tardo del romanzo storico, ma la chiave giusta per leggerlo sta nel considerarlo un esempio di romanzo popolare, i cui ascendenti sono Dumas, Siie, Gramegna. Le vicende narrate si svolgono a partire dal 1713. Cavalcando il suo scheletrico ronzino, lo spadone al fianco, Blasco di Castiglione, cuore tenero, buontempone e testa calda, fa il suo ingresso a Palermo. Volendo scoprire il segreto della sua nascita, incontrerà don Raimondo della Motta che, pur di cingere la corona ducale, ha commesso ogni tipo di crimine; la splendida e turbolenta Donna Gabriella, che sa cosa vuol dire amare fino a morire; lo sbirro Matteo Lo Vecchio, campione di scelleratezza; Violante, bella come un sogno di purezza; il misterioso Coriolano della Floresta. Scoprirà una città di palazzi arabi, di chiese spagnole, di fortezze normanne, con i suoi quartieri e le sue catacombe dove si riunisce la setta dei Beati Paoli.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

“Ricette Letterarie”: la gelatina al rhum di Tomasi di Lampedusa, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la gelatina al rhum dal Gattopardo, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa pubblicato postumo nel 1958. Ambientato in Sicilia durante il Risorgimento, la gelatina al rhum è il dolce preferito del Principe Fabrizio Salina e può considerarsi una metafora dell’instabilità precaria e tremolante dell’aristocrazia sicula, raffinata ed elegante ma destinata ad un inevitabile declino.

*** LA GELATINA AL RHUM DI GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

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Ricette Letterarie: la gelatina al rhum da “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa 

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Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

INGREDIENTI

per 8 persone

  • 600 ml di acqua
  • 300 ml di rum 
  • 200 g di zucchero
  • 20 g di gelatina in fogli
  • qualche goccia di estratto di arancia e 12g di polvere di oro per decorazioni.
  • ciliegie candite, pistacchi e panna montata per decorare

PROCEDURA

  1. Mettere i fogli di gelatina in una ciotola con acqua fredda
  2. In una casseruola dal fondo spesso versare l’acqua e lo zucchero e portare a bollore fin quando lo zucchero è completamente sciolto.
  3. Quando lo zucchero è sciolto togliere dal fuoco, lasciare  intiepidire leggermente poi aggiungere i fogli di gelatina ben strizzati.
  4. Mescolare fin quando i fogli di gelatina sono completamente sciolti, poi aggiungere il rum e l’estratto di arancia.
  5. Versare il composto in uno stampo da budino (io utilizzato quello in silicone ma si può utilizzare anche quello di rame o alluminio unto leggermente con olio di semi) e lasciare raffreddare a temperatura ambiente.

NOTA: per impreziosire la gelatina, prima di versare il composto nello stampo aggiungere la polvere di oro edibile e mescolare bene per distribuirla in modo uniforme.

  1. Quando il liquido è raffreddato mettere il tutto in frigorifero per una notte. 
  2. Prima di servire capovolgere la gelatina su un piatto da portata e decorare con le ciliegie candite, qualche ciuffo di panna montata ed i pistacchi tritati.

Il caso Olivetti, di Dino Greco – parte 3 di 3

Leggi la parte 1

Leggi la parte 2

Fu così che la divisione elettronica della Olivetti e il suo straordinario team di ingegneri produssero non solo il primo computer italiano, ma il primo computer completamente a transistor della storia. 

Il “Programma 101” fu il primo desktop computer commerciale programmabile. Un prodotto rivoluzionario, dotato di tastiera, periferica integrata per la stampa di dati e istruzioni e un lettore di schede magnetiche, che una volta programmate, permettevano di memorizzare informazioni e comandi. Anche la Nasa, che preparava le missioni di allunaggio del programma Apollo, ne comprò dieci esemplari. 

Gli Stati Uniti non apprezzarono per nulla l’intraprendenza dell’azienda di Ivrea e Olivetti forse non seppe mai che la sua azienda era sotto stretta osservazione della Central intelligence Agency diretta, a quel tempo, da Allen Dulles. Dal punto divista americano, Olivetti non era solo un inguaribile sognatore, non era solo inutile: era pericoloso. 

All’apice del successo l’azienda di Ivrea acquistò la Underwood (Hartford, Connecticut) per molti anni leader mondiale indiscussa delle macchine da scrivere, con lo scopo prevalente di utilizzarne l’imponente rete commerciale e penetrare nel vastissimo mercato statunitense: non era mai successo, sino a quel momento, che un’azienda italiana ne acquisisse una americana, soprattutto di quelle dimensioni. Ciò significava che l’Olivetti-Underwood avrebbe raggiunto il livello dei competitor americani quali la Royal MacBee e la Smith Corona Marchant, se non quello di giganti per le macchine d’ufficio come la IBM. La storica acquisizione aveva messo l’azienda di Ivrea nella posizione unica e al tempo stesso paradossale, di società italoamericana pronta a vendere informazioni potenzialmente strategiche al nemico. 

Il punto critico fu raggiunto quando Adriano Olivetti cominciò a sondare nuovi mercati oltre la cortina di ferro: i paesi del blocco sovietico, Russia inclusa, che offrivano un enorme potenziale di crescita e la Cina comunista di Mao Tse Tung.

Gli Stati Uniti potevano permettere che la cosa continuasse?

Il prepotente ingresso della Olivetti nel mondo dell’elettronica aveva generato negli Stati Uniti un autentico allarme e Adriano Olivetti e i suoi ingegneri erano entrati nel mirino: la società di Ivrea era ormai classificata dall’establishment Usa come “società informatica canaglia”. Episodi di sabotaggio, come il furto del prototipo del modello P101 poco prima  del debutto newyorchese fecero da prologo dell’attacco risolutivo all’azienda di Ivrea.

La sequela di eventi che portò la Olivetti a chiudere i progetti di ricerca  sui computer, proprio mentre l’azienda era all’apice del successo mondiale, ebbe come snodo decisivo la strana morte di Adriano Olivetti, il 27 febbraio 1960, avvenuta sul treno che lo portava in Svizzera, dove egli cercava un finanziamento per lo sviluppo dell’azienda. Una morte del tutto improvvisa (emorragia cerebrale? infarto?) che suscitò una quantità di sospetti in quanto originata da cause mai definite: non fu neppure disposta l’autopsia della salma, né risulta che la famiglia ne abbia mai fatta richiesta. Quando, pochi mesi dopo, fu chiaro che malgrado la fine di Adriano Olivetti l’obiettivo non era stato centrato, toccò a Mario Tchou, l’altro genio della divisione elettronica, scomparire dalla scena. Egli aveva rilanciato la sfida con un successo strabiliante, tanto da voler concretizzare i rapporti con la Cina, ma ciò potè bastare a decretarne la fine che avvenne a causa di un singolare incidente stradale, anch’esso mai chiarito nelle dinamiche che lo provocarono, il 9 novembre 1961. 

A proposito della morte di Tchou, Bruno Amoroso e Nico Perrone scrissero nel loro Capitalismo predatore:

“Abbattuta la quercia (Adriano) restarono i cespugli in crescita che lui aveva seminato e curato. Mario Tchou portò avanti il suo progetto con successo e questo, molto più delle altre attività industriali, era una spina nel fianco della concorrenza europea e statunitense. Si trattava inoltre di un settore sensibile per gli aspetti militari e di sicurezza che conteneva, e che il clima di guerra fredda certamente esasperava. Tutto procedette bene fino a quando, il 9 novembre 1961, questo giovane ingegnere morì a 37 anni in uno strano e tragico incidente stradale. Anche in questo caso – evenienza che suscitò qualche dubbio fra amici e collaboratori – l’evento fu rapidamente archiviato come incidente: si trova nel mucchio dei misteri italiani protetti degli omissis espliciti o impliciti del potere in italia”[1].

Carlo De Benedetti, che nel 1978 assunse il ruolo di presidente dell’Olivetti, carica che detenne per vent’anni, affermò nel 2013 di essere convinto che Tchou fosse stato assassinato, ma questa era la persuasione diffusa in Olivetti.

Tre anni più tardi fu la volta di Giuseppe Pero, nel frattempo divenuto Amministratore delegato e Presidente della società, prima della capitolazione dell’azienda di Ivrea. 

La morte dei principali artefici del miracolo industriale olivettiano e la debolezza della famiglia, portarono all’epilogo: il passaggio di mano dell’azienda.

Ciò che era implicito nelle morti annunciate dei protagonisti del progetto olivettiano divenne esplicito nel 1963, quando il Gruppo di Intervento composto da alcune aziende italiane guidate da FIAT, Pirelli e da Mediobanca fece chiudere la divisione elettronica. Quell’acquisizione fu in effetti ideata per distruggere la società. FIAT e Pirelli, determinanti nel Gruppo di Intervento, restituirono un favore agli americani: 

“Quelle società avevano beneficiato degli ingenti aiuti economici previsti dal Piano Marshall, e ogni buona azione merita di essere ripagata, Poi, nella primavera del 1964, Valletta si rivolse agli azionisti sostenendo che la divisione elettronica della Olivetti era una macchia, “un neo da estirpare”[2].

Nel corso di un’intervista registrata nel 2000 con Matteo Olivetti, il figlio di David[3], disse che Enrico Cuccia[4], il patron di Mediobanca, aveva subìto pressioni esterne per chiudere la divisione elettronica, e che tali richieste erano partite dall’intelligence statunitense e dalla stessa IBM[5].

Nel 1964 la produzione dei grandi elaboratori venne ceduta alla General Electric da parte del Gruppo di intervento. Fu così che Fiat, Pirelli, Mediobanca e Imi completarono il lavoro sporco per conto degli Stati Uniti.

Bibliografia

Luciano GallinoL’impresa responsabile, un’intervista su Adriano Olivetti, a cura di Paolo Ceri, Einaudi, 2001

Pier Giorgio PerottoP101, Quando l’Italia inventò il personal computer,Edizioni di Comunità, 2015

Nerio NesiLe passioni degli Olivetti, Aragno, 2017

Maurizio GazzarriElea 2003, Storia del primo calcolatore elettronico italiano, Edizioni di Comunità, 2021

Meryle SecrestIl caso Olivetti, Rizzoli, 2019

Antonella TarpinoMemoria imperfetta. La comunità Olivetti e il mondo nuovo, Einaudi, 2020

Paolo BriccoAdriano Olivetti, un Italiano del Novecento, Rizzoli, 2022

Umberto SerafiniAdriano Olivetti e il Movimento Comunità, Edizioni di Comunità

Valerio OchettoAdriano Olivetti, Marsilio, 2009

Bruno Amoroso e Nico PerroneCapitalismo predatore, Castelvcchi, 2014

Adriano OlivettiDall’America: lettere ai familiari, Edizioni di Comunità, 2016

Adriano OlivettiIl dente del gigante, Edizioni di Comunità, 2020

Adriano Olivetti, Edizioni di comunità:

Democrazia senza partiti

Il cammino della comunità

Ai lavoratori

Le fabbriche di bene

Noi sogniamo il silenzio


[1] Meryle Secrest, Il caso Olivetti, Rizzoli, 2019, pagg. 322-323

[2] Ibidem, pagg. 323-324

[3] David Olivetti, nipote di Camillo Olivetti, storico fondatore dell’omonima azienda di Ivrea

[4] Per anni la banca di investimento milanese Mediobanca e il suo presidente Enrico Cuccia furono al centro di un’intricata ragnatela di partecipazioni incrociate. L’influenza del riservatissimo Cuccia permeò il ristretto universo familistico del capitalismo italiano, incardinato in quello che passò alla storia come il “salotto buono”: due parole che evocano una raffinata sala esclusiva in cui i giganti dell’industria italiana incontravano i titani della finanza per stringere opachi accordi di dominanza.

[5][5] Meryle Secrest, Il caso Olivetti, p. 324

FINE PARTE 3 DI 3

Dino Greco

Dino Greco scrittore, saggista, giornalista, è stato direttore del quotidiano Liberazione. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi su Il manifesto, Rinascita, Critica Marxista, Carta, Alternative. Il suo ultimo lavoro del 2024 è “Il bivio. Dal golpismo di Stato alle Brigate Rosse: come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia” (Bordeaux)

Il caso Olivetti, di Dino Greco – parte 2 di 3

Leggi la parte 1

Olivetti coltivava un disegno politico che aveva le radici in un duplice rifiuto: quello del “capitalismo predatorio” e quello del “capitalismo di Stato” di ispirazione sovietica, secondo lui destinato a sfociare in una dittatura totalitaria. Si sentiva invece interessato dalla ricerca di ispirazione marxiana di “una società di liberi e uguali, nella quale il libero sviluppo di ognuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti”, ma riteneva che questo progetto si potesse realizzare solo attraverso la costruzione di una federazione comunitaria, estranea alla concrezione burocratica dei partiti e alla stessa architettura politica fondata sulla democrazia rappresentativa a base parlamentare. La politica doveva essere il più possibile una politica democratica di prossimità e doveva detenere un primato finalizzante sui fini dell’economia. C’è qui, a ben guardare, l’eco di una concezione politica di ispirazione russoviana, quella di una comunità né troppo piccola, né troppo grande, la sola dove la democrazia sviluppa tutte le sue potenzialità e dove è possibile costruire una società egualitaria.

Olivetti ha in mente una società locale costruita sul modello della company town, nel connubio fra istituzioni e comunità, dove il mercato, se non virtualmente espunto, veniva ad essere una presenza secondaria o, comunque, posta sotto controllo. Si potrebbe dire che esso esisteva in quanto serviva all’azienda per realizzare quei profitti destinati ad alimentare un’organizzazione della vita che, sostanzialmente, ne prescindeva. Siamo, con tutta evidenza, agli antipodi di una società modellata sul mercato, un monstrum che gli attuali neoliberisti hanno fanaticamente eretto a modello e motore della vita sociale.

Si è già detto, in modo molto sommario, quale fosse il rapporto fra industria e cultura nella concezione di Olivetti. Alla sua “corte” accorsero e crebbero poeti, romanzieri, filosofi, sociologi, psicologi, industrial designer, grafici, pubblicitari, pittori, architetti, urbanisti. Egli avvertiva una profonda identità tra il costruire, il produrre “secondo bellezza”[1] e il fare cultura, diffondere valori estetici. Non fu davvero un caso se la Lettera 22, la macchina da scrivere portatile uscita nel 1950, fu accolta poco dopo al Moma, il prestigioso Museum of Modern art di New York, come un caso eccelso di design industriale. 

Olivetti credeva nell’idea di comunità anche come unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L’idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo.

Riflettendo sulla costruzione olivettiana Luciano Gallino affermò che 

“se esiste oggi un settore dell’economia che, nell’interesse generale avrebbe bisogno come non mai di piani territoriali e di cultura urbanistica applicata, questo è l’industria e, specificamente, l’industria manifatturiera (…) Gli sviluppi dell’industria manifatturiera e dell’intero sistema di produrre, trasportare e consumare che vi ruota attorno, con la loro implacabile fame di spazio, sono avvenuti in Italia in assenza di qualsiasi strategia di piano. Le conseguenze? Sono sotto i nostri occhi, se mai avessimo conservato la capacità di guardare: distruzione su vasta scala del paesaggio; conurbazioni che hanno cosparso per migliaia di chilometri attorno alle città e tra di esse il peggio delle loro periferie; predominio eccessivo della gomma sulla rotaia; inquinamento atmosferico e acustico; catastrofi idrogeologiche a cadenza mensile; traffico forsennato e dissennato pendolarismo. Una parte delittuosamente vasta del territorio italiano è stata così compromessa, quasi dovunque in modo irreversibile[2].

 

Un chiodo fisso di Adriano Olivetti, fu la promozione degli studi sociologici. Nacque nell’azienda di Ivrea il primo centro di ricerche sociologiche mai istituito entro un’impresa italiana: una decina di professori ordinari di sociologia che hanno iniziato la loro carriera scientifica a Ivrea, quando i docenti universitari della materia si contavano sulle dita; centinaia di borsisti e stagisti; una collana di classici della sociologia, pubblicata a partire dal 1961 dalle Edizioni di Comunità, che non ha eguali nel panorama dell’editoria mondiale, decine di migliaia di studenti universitari che hanno studiato sui classici e sui contemporanei pubblicati sin dai primi anni Cinquanta nelle medesime edizioni. In comuni che contavano mille o duemila abitanti, la partecipazione di centinaia di persone la settimana alle attività nei centri sociali era un progresso inaudito.

I Consigli di gestione, istituiti per legge nel 1948, furono quasi dovunque, dall’inizio alla fine della loro esistenza, degli ectoplasmi privi di qualsiasi funzione reale. La Olivetti fu la prima ad istituire il Cdg (e l’ultima ad abbandonarlo, quando l’azienda era ormai diventata un’altra cosa e passata in altre mani). Il CdG esercitò un potere effettivo, ma solo all’interno di precisi limiti di budget prefissati dalla direzione. Il Consiglio non si trasformò certo nell’embrione di un potere reale, ma va detto che neppure nella Jugoslavia di Tito, giustamente esaltata come esperienza pionieristica dai teorici della partecipazione operaia, ebbe mai il potere di determinare l’ammontare e la destinazione degli investimenti.

Il Consiglio di Gestione fu bollato, da sinistra, come “aziendalismo”, “paternalismo”, non fosse che per il fatto di essere stato istituito dall’alto, per iniziativa del padrone. Da parte sindacale si ravvisò in esso una forma di concorrenza sleale, dal momento che il CdG poteva attirare verso una prospettiva collaborativa quelle che dovevano restare energie conflittuali della lotta di classe. 

Il sindacato mantenne, nei confronti del CdG un atteggiamento di moderata indifferenza: contribuiva ad eleggere i propri rappresentanti, ma i temi più pressanti, quelli legati alla condizione operaia (salari, cottimi, condizioni di lavoro, orari, ambiente) passavano attraverso la Commissione interna.

Le cose peggiorarono quando Olivetti compì il grave errore di costruire un suo sindacato aziendale, denominato “Autonomia Aziendale”, come espressione del Movimento Comunità dentro la fabbrica. Benché tale costruzione dovesse rappresentare, nelle intenzioni di Olivetti, il primo passo verso l’attribuzione di un maggior potere dei lavoratori nell’azienda, e benché l’organismo fosse assai diverso e perseguisse scopi del tutto opposti a quelli dei tipici “sindacati gialli”, come il Sida, inventato dalla Fiat in funzione antisindacale, è innegabile che qui emergesse, nel padrone della Olivetti, una vena autoritaria; vale a dire la convinzione di rappresentare il demiurgo di un processo totalizzante di cui egli era il depositario esclusivo. Ciò mise in mostra come pure un imprenditore realista quant’altri mai, quale egli fu, coltivasse una visione idealistica delle ruvide complessità della macchina politica, del sistema democratico e del conflitto sociale. Olivetti era, tuttavia, lo stesso padrone che l’intera Confindustria considerava un pericoloso sovversivo.

Commenterà Luciano Gallino:

E’ facile per gli intellettuali, come lo era per il sindacato di quegli anni, dire che tutta la costruzione sociale di Olivetti, rispetto ad un vero potere operaio insediato nei centri nevralgici della fabbrica, non era che “uno sciame di lucciole”. Ciò nonostante, oserei affermare che rispetto al resto dell’industria italiana il CdG costituisse una differenza politicamente non irrilevante a favore della Olivetti di Adriano” [3].

Tra il 1930 e il 1960 non solo crebbe l’impresa, ma la stessa Ivrea cambiò volto. Si sviluppò la città industriale, un insieme di edifici destinati alla produzione e ai dipendenti: uffici, abitazioni, mense e asili progettati da grandi architetti. Un complesso urbano che nel 2018 è stato riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Olivetti fu variamente accusato dai suoi detrattori di essere un ingenuo utopista, di favoleggiare un’impossibile “Città del sole”. Lui non si curò mai di controbattere a queste accuse. Disse solo che “spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”.

In definitiva, la definizione più semplice e comprensiva di Adriano Olivetti è che si trattò di un imprenditore, di un pensatore politico che nella sua azienda, tramite l’azienda, cercò di mettere in pratica le proprie idee.

Olivetti provò, senza successo, ad affrontare anche la prova elettorale. Fu il solo eletto del suo movimento (vigeva ancora il metodo proporzionale). Deluso, tornò nella sua Ivrea, alla sua fabbrica e alla materializzazione del suo progetto di vita comunitaria, ben diverso, comunque la si pensi, da una semplice manifestazione di mecenatismo padronale.

Dagli Stati Uniti una sentenza implacabile: la Olivetti deve morire

“La divisione elettronica della Olivetti è una macchia, un neo da estirpare”

Vittorio Valletta

Nel 1950 scoppiò la guerra di Corea: servivano nuovi armamenti, così un profluvio di dollari fu investito dagli Usa nello sviluppo di sistemi di lancio per armi di distruzione di massa. A quel tempo l’IBM era diventata l’ennesimo ramo dell’industria militare nazionale; una delle missioni affidate all’azienda era stata la realizzazione di un computer da usare per il programma di difesa aerea. L’IBM avrebbe inoltre progettato e sviluppato missili balistici intercontinentali da armare con testate nucleari. Tra il 1958 e il 1961 gli Stati Uniti installarono in Italia trenta missili Jupiter, puntati contro l’Unione Sovietica. Nel frattempo, la Olivetti si era gettata a capofitto nella sfida dell’elettronica. E’ vero che con la resa agli “Alleati” del 1943 all’Italia era stato imposto il divieto di progettare, produrre, importare ed sportare armi da guerra, ma la società intendeva sviluppare computer ad uso civile, quindi i dirigenti erano convinti che non ci sarebbero stati problemi. Ma i fatti che seguirono si incaricarono di dimostrare che alla Olivetti si sbagliavano di grosso. 


[1] Nella sua intervista a Paolo Ceri, in L’Impresa responsabile, Edizioni di comunità del 2001, pagg.106-107, Luciano Gallino racconta a questo proposito un piccolo ma eloquente episodio: “Dopo la scomparsa di Adriano Olivetti, alcuni ingegneri, pressati dalle nuove esigenze di controllo dei costi di produzione, cominciarono a chiedersi se era il caso di continuare a fabbricare tutti quei particolari interni delle macchine, in specie delle calcolatrici, in modo così bello e rifinito, dato che nessuno li vedeva. Per decenni si erano prodotti componenti interni alle macchine che nessuno, tranne chi le costruiva, o qualche tecnico che qualche anno dopo avesse dovuto ripararle, avrebbe mai visto. Componenti particolarmente ben disegnati, passati alla rettifica benché non necessario, cromati con cura e per sempre invisibili nel cuore di una calcolatrice o di una macchina per scrivere. Tutti insieme essi facevano dell’interno di una macchina un ambiente non meno bello a confronto del suo design esterno. Io non credo che l’ingegner Adriano fosse arrivato al punto di richiedere che il tale albero rotante di una calcolatrice dovesse essere confezionato in modo superlativo. Piuttosto era accaduto che tutta la fabbrica aveva assorbito l’imperativo per cui produzione ed estetica, efficienza e design, razionalità e bellezza dovevano essere due aspetti di una medesima composizione. Doveva scomparire lui perché qualcuno cominciasse a chiedersi se era davvero il caso di badare all’estetica di una serie di dettagli, sia interni ai prodotti sia esterni, che non parevano avere nessuna giustificazione in termini né di efficienza né di costo”.

[2] Luciano Gallino, L’impresa responsabile, pagg.128-129

[3] Luciano Gallino, L’impresa responsabile, pag. 77

FINE PARTE 2 DI 3 [… continua]

Dino Greco

Dino Greco scrittore, saggista, giornalista, è stato direttore del quotidiano Liberazione. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi su Il manifesto, Rinascita, Critica Marxista, Carta, Alternative. Il suo ultimo lavoro del 2024 è “Il bivio. Dal golpismo di Stato alle Brigate Rosse: come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia” (Bordeaux)