Diego e Margherita intervistano il pesciolino Lampo, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al pesciolino Lampo!

Margherita: Diego, sei proprio gentile a occuparti delle piante della signora Gigliola mentre è via. Ti accompagno volentieri!  

Diego: Lo faccio con piacere. Questa volta, però, c’è anche un nuovo arrivato da accudire.  

Margherita: Davvero? Chi è?  

Diego: Un pesciolino rosso! Si chiama Lampo.  

Margherita: Oh, perché non lo intervistiamo? Potrebbe essere divertente!  

Diego: Ottima idea! Chissà quante cose ha da raccontarci! Preparo il versoconver.  

Margherita: Ecco la sua boccia, è lì sul mobile della sala.  

Diego: Ciao Lampo! Ti va di rispondere a qualche domanda?  

Lampo: Ciao bambini! Certo che sì! Mi stavo proprio annoiando.  

Margherita: Iniziamo con una domanda semplice: com’è vivere in una boccia di vetro? 

 

Lampo: Beh, è tranquillo, ma a volte un po’ noioso. Al negozio di animali, l’acquario era più grande e c’erano altri pesci con cui nuotare.  

Diego: Capisco! Quindi è tranquillo, ma ti manca un po’ di compagnia. Che ne dici se, quando Gigliola torna, le chiedo di comprarti un altro pesciolino per farti compagnia?  

Lampo: Oh, non c’è bisogno di preoccuparsi. Gigliola mi ha detto che la boccia è solo temporanea! Ha promesso che presto mi sistemerà in un grande acquario, con ossigenatore, piante, un bel fondo di ghiaia grossolana e tanti nuovi amici pesciolini.  

Margherita: Meno male! Ma nel frattempo, cosa fai tutto il giorno per divertirti?  

Lampo: Mi piace fare gare con me stesso! Nuoto velocissimo ed è proprio per questo che Gigliola mi ha chiamato Lampo.  

Diego: Wow, sei un vero campione! Ecco il tuo cibo, dopo tutte queste nuotate sarai affamato!  

Lampo: Sì! Gram gram gnam! 

Margherita: Ehi! Hai già finito!  

Lampo: Era pochissimo… ancora un po’, per favore!  

Diego: Va bene, ecco qui.  

Lampo: Slurp! Gnam! Gnam! Gram! 

Margherita: Sei davvero un lampo anche a mangiare!  

Lampo: Beh, noi pesci rossi non abbiamo lo stomaco, quindi non sappiamo cosa significhi sentirci sazi. Passiamo gran parte della giornata cercando cibo e non rifiutiamo mai il mangime!  

Diego: Infatti Gigliola mi ha avvisato di fare attenzione. Mi ha spiegato che, anche se hai sempre fame, darti troppo mangime potrebbe farti male e inquinerebbe l’acqua della boccia, rendendola tossica.  

Lampo: Hai ragione… allora terrò un po’ di fame per domani. Tornerete a trovarmi, vero?  

Margherita: Certo! E come sempre, abbiamo un libro da consigliarti. Abbiamo scelto una lettura perfetta per te: Ho un pesce rosso di Bruno Tenerezza. Racconta la storia di un pesciolino proprio come te!  

Lampo: Ah sì! Gigliola mi ha detto che avete questa bella abitudine. Lo accetto volentieri!  

Diego: Il libro è stato pubblicato da Giunti Junior e fa parte della collana I miei piccoli amici. Ciò che colpisce subito è la grafica: le pagine sono piene di colori vivaci, illustrazioni e fotografie che rendono la lettura un vero piacere per gli occhi.  

Ma non è solo la bellezza delle immagini a rendere questo libro speciale. La storia spiega in modo semplice e divertente come prendersi cura di un pesce rosso. Imparerai a conoscere ancora meglio le tue caratteristiche, sia fisiche che psicologiche, ci sono suggerimenti da dare a Gigliola per scoprire i segreti per creare un ambiente confortevole e salutare per te che sei i suo amico a pinne rosse!

Margherita: Esatto! Il libro guida passo dopo passo su come scegliere l’acquario ideale, come nutrire i pesci nel modo giusto e come mantenere i pesciolini in perfetta salute. È una guida pratica ricca di consigli utili per ogni bambino e adulto che hanno un pesce rosso.  

Diego: Inoltre, il libro è pieno di curiosità: troverai storie, fiabe e persino proverbi legati a a voi: affascinanti animali. È come fare un viaggio nel tempo e scoprire come i pesci rossi abbiano da sempre affascinato l’uomo.  

Margherita: E non finisce qui! Alla fine del volume, c’è una sezione speciale con tanti stickers colorati e un segnalibro da ritagliare, per rendere ogni lettura ancora più interattiva e divertente. È un modo fantastico per portare con sé un pezzetto di storia e personalizzare il proprio libro.  

Diego: InsommaHo un pesce rosso non è solo un libro, ma un vero compagno di avventure che insegna a diventare un ottimo amico e custode dei pesciolini. Ti prometto che ogni pagina sarà un nuovo spunto di scoperta e divertimento!  

Lampo: Wow, sembra davvero un libro fantastico! Non vedo l’ora di farmelo leggere da Gigliola!

Margherita: Siamo sicure che ti piacerà tantissimo. E se Gigliola non potrà leggertelo ad alta voce, noi saremo qui per farlo insieme a te!  

Diego: Esatto, Lampo! Con questo libro potrai divertirti alla grande! 

Lampo: Grazie allora! A domani!

Cinzia Milite

La capacità di narrare il visibile e l’invisibile nei racconti di Floriana Coppola, di Cristiana Buccarelli

Floriana Coppola, scrittrice e poetessa napoletana, si occupa da un ventennio di narrativa e di poesia. Tra i suoi romanzi voglio ricordare La bambina, il carro e la stella (Edizioni Terra d’Ulivi 2021), dove la protagonista è una bambina rom che diventerà una grande musicista e la cui storia, che mi ha molto emozionata per questo suo essere ai margini e vivere una condizione di smarrimento, da cui poi riesce ad emanciparsi totalmente, si ricongiunge, a mio avviso, ai temi affrontati nei racconti dell’ultima raccolta dell’autrice: Nero Blues (La valle del tempo 2024). 

Infatti anche in questi ultimi racconti si parla di personaggi ai margini: c’è molto spesso un riferimento a condizioni di vita difficili, a volte anche distopiche e a un senso di disagio sociale; non a caso nella premessa alla raccolta l’autrice si riferisce alla parola tedesca ‘’unheimlich’:

Ora, perturbante, si rende in tedesco come unheimlich, ovvero letteralmente ciò che ti porta via dal centro del fuoco… 

I personaggi protagonisti di Nero Blues hanno molto spesso un problema da affrontare, qualcosa che li porta via ‘dal centro del fuoco’, da una condizione di vita tranquilla, come ad esempio il caso di un viaggio di emigrazione, di una malattia, del carcere, della violenza domestica, di un amore tossico, dell’aver avuto una madre difficile, dell’essere sopravvissuti a un incidente aereo, di un inizio di alzheimer, di una pandemia, di una sclerosi multipla. L’autrice ha la capacità di calarsi psicologicamente all’interno delle condizioni di vita di questi personaggi e in tal modo ci racconta, attraverso di essi, la complessità dell’essere umano e quanto il disagio sociale e fisico possa essere funzionale a un percorso di ricerca spirituale e interiore.

Ho chiesto a Floriana se questa operazione di immersione nella sofferenza dell’altro e la condivisione empatica di questi vissuti, le abbiano lasciato una traccia addosso.

E lei mi ha risposto: << per me ogni scrittura sia in narrativa che in poesia, da quando me ne occupo, non esula dal percorso del dolore altrui, dall’empatizzare con le storie degli oppressi, degli ultimi, di coloro che non hanno voce. 

Credo in una letteratura che non abbia in sé un aspetto né consolatorio né descrittivo, ma che sia un’immersione psico-esistenziale nel mondo interiore degli altri. Di conseguenza letteratura e psicoanalisi sono assolutamente intrecciate e per questo motivo le mie storie partono sempre da una convergenza profonda tra l’io narrante e l’io del personaggio che scelgo come se fosse una sorta di specchio, il rappresentante di una complessità che appartiene all’umano e in tal senso opero per una forma di scrittura trasformativa interrogativa e speculativa, mai consolatoria.>>   

C’è un altro elemento, a mio avviso molto interessante nelle narrazioni di Floriana Coppola ed è il fantastico. Questi personaggi subiscono spesso alla fine del racconto uno spostamento, una mutazione, di frequente subentra l’elemento del surreale, che appare come un espediente letterario improvviso che il lettore non si aspetta.

Ad esempio nel racconto Partenope c’è una donna che racconta a un amico un sogno molto inquieto, legato alla possibile distruzione di Napoli, e alla fine della storia entrambi si trasformano in creature marine:

un richiamo imperioso verso gli abissi li spingeva a tuffarsi

Invece nel caso del racconto Migranti, dove l’autrice riesce a descrivere con grande visività un viaggio terribile, crudo e veritiero, come se lei stessa ne avesse una memoria emotiva, la migrante protagonista a un certo punto si riferisce a una mutazione fantastica in un branco di creature marine:

Non eravamo pesci, non eravamo uccelli

In un altro racconto non c’è la mutazione ma è sicuramente presente l’elemento del surreale: si tratta della storia del guardiano di un Castello sul mare. Alla fine del  monologo il lettore scoprirà che questo personaggio è in vita da quasi quattro secoli. Qui si assiste a una fusione tra il tempo di invecchiamento della persona e il tempo millenario e stratificato del Castello, inoltre il protagonista è un grande sognatore fuori dal mondo, forse anche lui in qualche maniera ai margini, e mi ha ricordato per alcuni tratti un racconto di Mary Shelley, L’immortale

Ho chiesto dunque a Floriana cosa rappresenta per lei l’elemento del fantastico in letteratura.

Mi ha risposto così: << quando parlo di fantastico per me non si tratta di pura fantasia ma di immaginazione performativa, cioè di capacità di narrare ciò che è visibile ma anche ciò che è invisibile. Slittare sul piano della surrealtà è fondamentale in tutti i miei libri, e in ogni mio romanzo c’è un riferimento al surreale; ad esempio in Donna creola e gli angeli del cortile (Ed. La Vita felice) c’è l’immagine di questa donna creola che è una profetessa, una sciamana, così anche ne La bambina il carro e la stella (Ed. Terra d’Ulivi) c’è il riferimento alla preveggenza della nonna e di conseguenza anche in questi ultimi racconti il fantastico è il performativo: cioè è quell’elemento che aiuta ad entrare in un’altra dimensione. Tutti gli escamotage fantastici dei miei racconti sono l’allegoria di un’altra dimensione.

È proprio attraverso questo elemento del surreale che molti di questi personaggi si salvano, si liberano dalla propria sofferenza, dal loro smarrimento, ottengono una redenzione.

E quindi le ho posto una terza domanda: <<Tu credi che la fantasia, l’immaginazione, possano nella realtà essere una formula per superare lo smarrimento e la sofferenza del vivere?>>

<<Fantasia e immaginazione non superano lo smarrimento del vivere, la letteratura è l’espressione di uno sguardo che si allarga, sente e percepisce in una maniera direi ‘cosmica’ il dolore dell’essere al mondo, la letteratura amplifica lo smarrimento e proprio in questo ci rende più umani in una visione non più antropocentrica ma capace di connettersi alla natura e al tutto>>.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa. 

Alexandre Dumas: Inciuci e cose truci, di Bernardina Moriconi

Da poco si è concluso l’ennesima fiction sul Conte di Montecristo. Ennesima già, perché una storia così ben architettata, straripante di passioni trame oscure e vendette, fa impallidire molte delle sceneggiature di film e serie attuali, e questo spiega il proliferare di versioni e riletture del buon Montecristo.  Ci voleva la fervida mente di Alexandre Dumas per un simile parto. Il quale però si faceva aiutare da numerosi ghostwriter, che al tempo erano  chiamati “negri”:  gran bel paradosso per chi, come Alexandre, era effettivamente di colore, essendo mulatto per lato paterno poiché la nonna era una schiava nera di Haiti soprannominata la femme du mas  (donna della masseria):  quel “du-mas” era diventato poi il cognome  del padre del futuro scrittore, che per disaccordi familiari aveva ripudiato nome (e titolo nobiliare) paterno  a vantaggio del soprannome della mamma caraibica.

Ordunque, Alexandre era un vero mezzo “negro” che si serviva di finti “negri” che per guadagnare lo aiutavano nella sua sconfinata attività letteraria. Fra questi il più famoso, e che collaborerà anche alla stesura del Conte di Montecristo, risulta Auguste Maquet, scrittore in proprio ma che si arricchì grazie alla collaborazione con Dumas, almeno fino a che i rapporti fra i due si guastarono e finirono in tribunale, rivendicando, il Maquet, la paternità (o copaterintà) di numerose opere del suo datore di lavoro.  

Maquet non riuscì ad avere il suo nome sulla copertina di alcun libro di Dumas, ottenne però  una lauta ricompensa in quattrini e pare che il Castello di Sainte-Mesme in cui morrà nel 1888 lo avesse acquistato coi proventi dei romanzi  cui aveva messo mano,  mentre il papà dei tre moschettieri, sommerso da debiti, fu costretto a mettere all’asta lo splendido  “Castello di Montecristo”, che si era fatto costruire in un terreno da lui acquistato appositamente, e a riparare frettolosamente sebbene temporaneamente all’estero, inseguito da un’orda inferocita  di oltre centocinquanta creditori. 

Al di là comunque degli scrittori fantasma, un aiutino per le sue opere Dumas lo ricavava anche da testi altrui  (vedi il ciclo dei Tre moschettieri per cui si ispirò alle Mémoires de Monsieur d’Artagnan, versione romanzata di un moschettiere realmente vissuto) o  da fatti di cronaca.  Come nel caso di Montecristo per cui attinge a una efferata vicenda di crimini e vendette. Questa in breve la storia. 

Un poveretto, tal Pierre Picaud di professione calzolaio,  viene accusato di essere una spia al soldo britannico da tre amici invidiosi delle prossime nozze del loro “amico” con una ricca donzella di nome Marguerite. Pierre viene così messo in catene proprio il giorno degli sponsali per ordine del duca di Rovigo, generale e già a capo della gendarmeria imperiale nonché fedelissimo di Napoleone da cui aveva ottenuto il titolo nobiliare. Picaud, ignaro dell’accusa, rimane incarcerato per ben sette anni nella Fortezza  di Fenestrelle, in Val Chisone. Qui, come accadrà al suo emulo letterario, scavando una galleria finisce nella cella attigua dove si trova  in catene un uomo di chiesa, parimenti italiano come l’abate Faria, tal padre Torri, il quale in punto di morte gli lascia in eredità il suo tesoro che si trova nascosto a Milano. Nessuna fuga rocambolesca per Picaud:  liberato dopo la caduta di Napoleone nel 1814, forte del tesoro e di una falsa identità, progetta una feroce vendetta. Elimina a uno a uno coloro che lo avevano tradito, lasciando come unica traccia del suo delitto  una scritta con numero progressivo (numero uno, numero due, numero tre).

 

La vendetta più lunga e subdola è quella ordita ai danni di Mathieu Loupian, il quale, all’epoca di fatti iniziali, vedovo e con due figli a carico, aveva messo gli occhi sulla ricca fidanzata di Pierre, Marguerite che ora è sua moglie. In più, è diventato proprietario di un bel ristorante nel quale, sempre tramite raggiri, Picaud si fa assumere come cameriere. A questo punto si scatena: fa sedurre e metter incinta la figlia da un delinquente che si era spacciato per un aristocratico italiano e che il giorno delle nozze riparatrici scompare non prima di aver inviato un biglietto a ciascun invitato svelando la sua reale identità; riesce a traviare l’altro figlio di Loupian  con cattive frequentazioni e un furto per cui finisce in carcere per lunghi anni; fa poi incendiare il ristorante dell’uomo riducendolo sul lastrico e mentre Marguerite era nel frattempo morta di crepacuore, Picaud, fingendosi sempre solidale e affezionato al suo datore di lavoro, si offre di mantenere lui e la figlia in cambio però dei favori di quest’ultima. Non pago, durante una passeggiata notturna giunge al culmine della sua vendetta uccidendo  anche il Loupian (il numero tre). Ma poiché il male genera male, anche Picaud farà una brutta fine, ucciso da Allut, cioè colui che, in cambio di un diamante, aveva svelato  a Picaud appena tornato dal carcere sotto falsa identità  tutta la storia del suo arresto e delle persone coinvolte. Rifiutandosi di sottostare al ricatto di Allut che pretende altri soldi in cambio del silenzio, Picaud viene ucciso diventando il quarto e ultimo morto della tragica sequenza.

E l’isola di Montecristo, direte voi, con tutto il suo fascino e mistero, non c’entra proprio nulla? No, no, qualcosina riguarda anche l’isola toscana,  perché alla mente fervida di Dumas non doveva essere sfuggita  una leggenda relativa a Montecristo, in cui si vagheggiava di un tesoro presente nell’isola, frutto di donazioni ecclesiastiche, che era stato custodito e poi nascosto dai monaci dell’abbazia di San Mamiliano, edificata nel V secolo e poi abbandonata nel ‘500 a cause di frequenti incursioni piratesche. 

E giacché nelle leggende si nasconde spesso un fondo di verità, qualcuno di voi che abbia avuto bontà di leggere fin qui potrebbe decidere – ipso facto – di tentare la fortuna cercando la fortuna nell’isola di Montecristo. Buona fortuna! 

Ma, al rientro, niente vendette, per carità!

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Un’ora in balia di Irène Némirovsky, di Teresa Lussone

Siamo a Parigi, all’inizio del Novecento. Il Carnevale di Nizza, testo che dà il titolo alla raccolta di racconti di Némirovsky appena pubblicata da Adelphi, si apre con uno scorcio su una delle piccole piazze più eleganti della città, Place de la Trinité, con il suo famoso giardinetto. L’inverno volge a termine, l’aria è mite. Si vedono due innamorati che passeggiano, lei con un abito lungo che striscia sulla ghiaia, lui con una paglietta e i baffi all’insù. E poi bambini che giocano, una bambinaia che culla un neonato mentre scherza con un soldato. Come se fosse un film, Irène Némirovsky immagina la musica che potrebbe fare da sottofondo alla scena, un valzer in cui si mescolano motivetti del tempo. Ecco comparire un vecchio dongiovanni con monocolo e ghette chiare. E poi una donna col volto coperto da una veletta di tulle con ricami su ricami che lasciano appena scorgere gli occhi luccicanti e inquieti di chi sta per raggiungere il proprio amante. Su di lei si posa lo sguardo da donna onesta di Simone, la protagonista del Carnevale di Nizza.

Simone è una tipica bellezza dell’epoca, un visetto fine e segnato, una vita florida. È la perfetta moglie borghese. Appena tornata a casa, nella sua cucina deliziosa come una casa di bambole, comincia a impastare… Eppure, un viaggio inaspettato a Nizza, durante il periodo del Carnevale, fa vacillare ogni sua certezza. Pur continuando ad amare il marito, Simone avverte dentro di sé sentimenti nuovi… Dopo un salto temporale di molti anni, la donna tornerà a riflettere su quell’episodio: nei suoi pensieri riconosceremo allora un’emozione tipicamente némirovskiana, una dolce nostalgia che accomuna molti racconti. A questo tema, però, se ne affiancano parecchi altri che ci danno idea di quanto è varia la scrittura di Némirovsky. 

I testi dedicati a Nonoche, con cui si apre la raccolta, sono delle scenette «infantili e allegre», come le definì l’autrice. Vi troviamo una ragazza un po’ sopra le righe, alla ricerca di un marito che la mantenga. Primissime prove della scrittrice, questi dialoghi comici saranno una sorpresa persino per i lettori più appassionati di Némirovsky. 

Nella Njanjia, invece, viene narrata la storia struggente di un’anziana donna che è stata costretta ad abbandonare la Russia e che non riesce ad adattarsi alla vita di Parigi, dove la neve non arriva mai… 

La sinfonia di Parigi racconta la storia di Mario, arrivato nella capitale pieno di belle speranze… Quanto ci ricorda Rastignac di Papà Goriot di Balzac? 

NataleLe rive feliciUn amore in pericolo svelano l’ipocrisia della vita borghese, come Némirovsky farà anche in Suite francese. La frustrazione per l’ambiente familiare torna anche nei Fumi del vino, vicenda ambientata durante la Guerra civile finlandese in cui vediamo in scena le più atroci passioni umane. E poi c’è Fraternità, dedicato a un’altra questione cara alla scrittrice, l’impossibile assimilazione di un ebreo.

La raccolta si chiude con I giardini di Tauride, ritrovato di recente da Elena Quaglia all’Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine (a Caen), dove sono conservati tutti i manoscritti dell’autrice. Si tratta di un testo incompiuto in cui la storia della protagonista si alterna a delle annotazioni, un vero e proprio diario della scrittura in cui Némirovsky si interroga sulla forma del racconto e sulle differenze di questo rispetto al romanzo. Il racconto, difatti, non è il parente povero del romanzo, bensì un genere con caratteristiche proprie. La brevità della forma richiede una concentrazione della scrittura che non ha paragone con il romanzo. Nel racconto, si dice Némirovsky, occorre rinunciare al superfluo, «tutto deve essere fatto rapidamente», solo in tal modo si otterrà quell’intensità, che fa sì, come scrive Poe, maestro della forma breve, che in quell’ora consacrata alla lettura di ciascun testo, l’animo di chi legge sia completamente «in balia dello scrittore».

Teresa Lussone

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

Alexandre Dumas: Il Conte di Montecristo, di Elena Realino

Nel 1844 Alexandre Dumas inizia la pubblicazione a puntate del Conte di Montecristo, destinato a diventare il romanzo per eccellenza sul tema della vendetta. La penna dell’autore traccia magistralmente l’evoluzione di questo sentimento, che diventa sempre più dominante nella vita del protagonista. La sua esistenza, già segnata irrimediabilmente dagli eventi che hanno scatenato il desiderio di rivalsa, viene plasmata da una vendetta nata dall’invidia altrui.

L’invidia si rivela ben più pericolosa della gelosia: mentre quest’ultima si limita al desiderio di possedere ciò che altri hanno, l’invidia spinge all’azione, mirando a privare gli altri di quanto possiedono. È proprio questo il motore che spinge Danglars e Fernand, con la complicità di Caderousse, ad agire contro il giovane marinaio Edmond Dantès. Fernand brama Mercédès, la promessa sposa di Dantès; Danglars ambisce alla posizione di capitano del Pharaon destinata al giovane. Per questo motivo, fanno recapitare a Villefort, sostituto procuratore del re, una lettera anonima che accusa falsamente Dantès di essere un agente bonapartista. Villefort, temendo per la propria carriera, pur consapevole dell’innocenza del giovane, lo fa incarcerare in isolamento nel Castello d’If come pericoloso criminale. Così, ciascuno dei tre – Fernand, Danglars e Villefort – riesce a rimuovere l’ostacolo alle proprie ambizioni. Nel romanzo, fatta eccezione per pochi personaggi, tutti sono mossi dalla brama di potere, posizione sociale e ricchezza. Persino amicizie e matrimoni vengono orchestrati per puro interesse economico, probabile riflesso della società che Dumas aveva osservato nei suoi viaggi nell’Europa ottocentesca, particolarmente a Parigi. Come scrive l’autore a proposito di Danglars: «Era un calcolatore, nato con la penna all’orecchio e un calamaio al posto del cuore: per lui esistevano solo addizioni e sottrazioni, e le cifre potevano essere molto più preziose degli uomini, quando queste andavano ad accrescere ciò che gli uomini minacciavano di diminuire»

Ben diverso è Edmond Dantès, marinaio di appena 19 anni ma già saggio e responsabile. Nella sua imminente promozione a capitano del Pharaon, guadagnata grazie alla stima dell’armatore Morrel, vede l’opportunità di costruire una famiglia con Mercédès e garantire una vita migliore al suo anziano padre.

Nelle prime pagine del romanzo, Dantès ci appare come un giovane affabile e cortese, privo di malizia e incapace persino di concepire il male negli altri. Questa ingenuità lo porta a non comprendere le ragioni della sua incarcerazione, non sospettando di nessuno, tanto che nei primi tempi di prigionia rischia di impazzire nel tentativo di dare un senso alla sua condizione. L’incontro con l’abate Faria, altro prigioniero di grande esperienza e profondo conoscitore dell’animo umano, si rivelerà fondamentale. Faria diventa per lui amico, padre e mentore eccezionale, fornendogli quella raffinata formazione culturale e linguistica che lo caratterizzerà negli anni a venire. È Faria ad aiutare Dantès a ricostruire gli eventi, guidandolo con la sua saggezza: «A meno che un cattivo pensiero nasca dall’errore, la natura umana ha orrore del crimine. Però la civiltà ci ha dato dei bisogni, dei vizi, dei falsi appetiti che a volte ci portano a soffocare i nostri buoni istinti, conducendoci al male. Da qui discende la massima: se vuoi scoprire il colpevole, comincia cercando di capire a chi poteva tornare utile il crimine».

Quando Dantès, supportato da Faria, scopre finalmente la verità, subisce una profonda trasformazione interiore che lo stesso abate percepisce con rammarico: «Ora rimpiango di averti aiutato nelle tue ricerche, e di averti detto tutte quelle cose […] Perché ti ho insinuato nel cuore un sentimento che prima non c’era: la vendetta». Questo desiderio di rivalsa, maturato durante gli anni di prigionia, spoglia Dantès della sua innocenza e purezza giovanili, sostituendole con un’unica, ossessiva missione.

Il male subìto spesso indurisce l’animo, rendendolo insensibile alla sofferenza altrui. Ne è esempio emblematico l’impassibilità con cui il Conte di Montecristo assiste a un’esecuzione, incoraggiando i giovani e pallidi Albert e Franz a non distogliere lo sguardo. Quando uno dei condannati riceve la grazia all’ultimo momento, l’altro, fino ad allora calmo e rassegnato, esplode in un moto di rabbia. Il commento del Conte rivela tutto il suo disincanto e la sua misantropia: «Portate due pecore al macello, e fate capire a una delle due che l’altra non morirà. Quella si metterà a belare di gioia! Ma l’uomo – l’uomo creato a immagine di Dio, l’uomo che segue come legge suprema l’amore verso il prossimo, l’uomo che ha voce per esprimere il proprio pensiero – cosa dice quando scopre che il suo compagno è salvo? Una bestemmia. Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!»

Il fascino del Conte di Montecristo seduce non solo i personaggi del romanzo ma anche il lettore, che impara a conoscerlo non attraverso monologhi interiori o introspezioni, ma mediante i suoi numerosi e avvincenti dialoghi e attraverso la sapiente narrazione di Dumas: «[…] tutti gli sguardi si posavano su di lui. Era quella pelle traslucida, i ricci neri, il volto calmo e puro, lo sguardo profondo e malinconico, la bocca disegnata con una finezza straordinaria, che assumeva tanto facilmente una piega di disprezzo profondo. Forse c’erano uomini più belli, ma non ce n’erano di più significativi, in un certo senso».

Il piano di vendetta del Conte si compie inesorabilmente, portando alla rovina le famiglie di Villefort, Danglars e Fernand, coinvolgendo anche i loro figli innocenti. Questo solleva una questione morale: è giusto che i figli paghino per le colpe dei padri? E ancora: può considerarsi giustizia la vendetta di un uomo ormai ricco e potente? Se così fosse, significherebbe ammettere che il benessere materiale possa compensare le ferite dell’anima – ma sappiamo che non è così. Ciò che è stato sottratto a Dantès non potrà mai essergli restituito, e il suo animo porta ancora le cicatrici indelebili di quell’antica sofferenza.

I tre cospiratori, ormai dimentichi del male inflitto, si trovano improvvisamente di fronte a una resa dei conti che il Conte considera guidata dalla Provvidenza. È questa convinzione che lo motiva e lo giustifica: si sente investito di una missione divina per punire i colpevoli e premiare i giusti. Sebbene questa posizione possa apparire presuntuosa, in diversi passaggi del romanzo il Conte mostra di riconoscere i segni della Provvidenza che, al momento opportuno, ripaga il male commesso o consola chi ha sofferto. Ne è esempio la sua generosità verso la famiglia Morrel, dove l’onestà dell’armatore viene premiata con la salvezza. In presenza dei Morrel, il Conte ritrova momenti di serenità e spesso cerca la loro compagnia come antidoto all’aria ‘immonda’ che respira con coloro che deve frequentare per attuare la sua vendetta. Questo dettaglio è significativo perché dimostra che, nonostante il cambiamento interiore, Dantès non ha perso completamente la sua integrità morale.

La conferma definitiva giunge nell’epilogo del romanzo, dove emerge che Dantès ha considerato il tesoro ereditato da Faria solo come strumento per la sua vendetta. Una volta compiuta la sua missione, la figura del Conte di Montecristo perde la sua ragion d’essere: le ricchezze nascoste sull’isola diventano irrilevanti per la felicità di Edmond Dantès, che ora cerca la pace dell’anima, della coscienza e il perdono di quel Dio in cui non ha mai smesso di credere. Solo ricevendo conferma di poter essere nuovamente oggetto d’amore, potrà godere senza rimorsi della ritrovata libertà. Particolarmente significativo è il modo in cui il Conte premia i Morrel: sia con il padre che con il figlio Maximilien, il dono giunge solo un attimo prima della catastrofe imminente. Non interviene prima, ma attende che il dolore raggiunga il limite del sopportabile; solo allora, inaspettatamente, la disperazione si trasforma in gioia estatica. Come dice Dantès stesso: «Solo chi ha conosciuto la miseria più estrema merita di conoscere il suo contrario. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto sia bello vivere».” 

Elena Realino

Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.