Intervista a Michele Ruol per “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” (TerraRossa, 2024), di Gabriele Torchetti:

“Per la prima volta segnalo un romanzo ai giurati del Premio Strega. Lo faccio, in primo luogo, per condividere con loro l’emozione che ho provato nel leggere le pagine di Michele Ruol. Il romanzo è il racconto del vuoto lasciato nella vita di due genitori, Padre e Madre, dalla morte improvvisa dei loro due figli, Maggiore e Minore.”

Il virgolettato è parte della motivazione con la quale Walter Veltroni ha proposto “Inventario di quel che resta dopo che la finestra brucia” per il Premio Strega 2025.

E mai segnalazione fu più azzeccata, perché l’esordio letterario di Michele Ruol per Terrarossa è un’opera rara nel panorama letterario contemporaneo. L’autore, infatti, reinventando il punto di vista narrativo, propone al lettore una prospettiva inedita e affascinante: sono gli oggetti che raccontano.

Gabriele Torchetti, il nostro libraio sempre attento alle novità folgoranti, ha intervistato per noi Michele Ruol, che ringraziamo per la disponibilità.

Ciao Michele e benvenuto a Il RandagioInventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un libro fuori da ogni schema letterario, almeno qui in Italia, un romanzo costruito attraverso un vero e proprio inventario. Una casa abbandonata, stanze vuote, silenzio: sono gli oggetti della casa a parlare e a comporre tassello dopo tassello la storia di una famiglia, perché hai scelto di raccontare questa storia proprio attraverso gli oggetti?

Ciao, e grazie per l’ospitalità. Sono partito dagli oggetti perché la storia che racconto è in qualche modo incandescente: avevo bisogno di allontanarmi un po’, di guardarla da quella che Mazzacurati in un suo film chiama la giusta distanza. Gli oggetti per me sono stati un filtro attraverso cui ricostruire la vicenda: come un archeologo che utilizza vasi, monete e altri reperti per ricostruire la storia di civiltà perdute, anch’io mi sono messo in ascolto della vita e delle storie che continuavano a emanare. 

    Anche gli oggetti apparentemente più insignificanti hanno il potere di accendere un ricordo, un momento di vita, di gioia o dolore. Qual è stato il tuo criterio di scelta nella stesura dell’inventario?

    Certo, questa è la cosa bella degli oggetti, ovvero il fatto che il loro valore affettivo sia completamente scollegato da quello economico. Ognuno di noi sa qual è quella cosa a cui non rinuncerebbe mai, e questo succede perché si vengono a creare dei fili – sottili ma visibili – che collegano gli oggetti a particolari momenti della nostra vita. A volte questi fili vanno oltre, e ci riconnettono con persone che non ci sono più, o ci uniranno a persone che verranno dopo di noi. Ho costruito così questo inventario, cercando questi fili e seguendoli fino agli oggetti a cui erano collegati.

    Madre, Padre, fratello Maggiore e fratello Minore, perché hai scelto di non dare un nome proprio ai protagonisti del romanzo?

    Da una parte perché preferivo dei nomi universali, che ci riguardassero tutti, ma c’è dell’altro. Quelli che ho scelto infatti non sono solo dei nomi comuni, ma nomi che indicano dei ruoli, all’interno della famiglia e della società. Mi interessava provare a raccontare il cortocircuito e lo spaesamento che si innesca quando il nome – il ruolo – che ci definisce viene improvvisamente a mancare.

    Sappiamo già dall’inizio che questa famiglia è travolta e distrutta da una tragedia, Maggiore e Minore muoiono in un incidente stradale. Il tuo libro è potente, drammatico, eppure è un romanzo che concede la possibilità di una speranza. Che cos’è questa foresta che brucia? E come si può sopravvivere dopo che quello che ami di più è distrutto per sempre?

    Mi fa piacere che tu lo metta in evidenza, perché quello che ho provato a raccontare è proprio questo, la luce che filtra anche nel dolore più impenetrabile. La foresta che brucia è una metafora che il personaggio di Madre fa propria: una foresta in fiamme è persa per sempre, dal momento che una identica a quella che c’era non tornerà. Eppure Madre, a distanza di anni, si ritrova a camminare in quella che era la foresta bruciata, e scopre una varietà di nuove specie arboree che la sorprende: è la realizzazione che la vita, intesa in senso biologico, è in qualche modo inarrestabile e ci trascina oltre, anche attraverso lutti e dolori che non avremmo mai voluto affrontare.

    Quando ho finito di leggere il tuo romanzo inconsapevolmente ho pensato a Ricordi? un film di Valerio Mieli, nel film il regista analizza una storia attraverso i ricordi dei due protagonisti, ricordi divergenti e mutevoli. Un po’ ho pensato al rapporto di coppia tra Padre e Madre, entrambi vivono (prima e dopo la tragedia) le medesime situazioni con stati d’animo ed emozioni, almeno in apparenza, diametralmente opposte. Puoi dirci qualcosa in più su questo?

    Questo è un aspetto particolarmente interessante: un medesimo evento non ha gli stessi effetti sulle persone che lo vivono, e questo perché abbiamo tutti diversi vissuti, diversi strumenti emotivi e diverse risorse. Inventario di fatto è il percorso di una coppia che affronta un lutto con tempi e modi radicalmente differenti, e proprio per questo all’inizio si disgrega. Il dolore separa, non unisce, e Madre e Padre hanno bisogno di tempo per ritrovarsi, prima singolarmente e poi come coppia.

    A proposito di ricordi, che ruolo ha la memoria nella tua narrazione?

    Per me è una sorgente di immagini: quando scrivo parto prevalentemente da quelle – una luce, un dettaglio, una sensazione – e intorno a quella immagine, spesso attinta dal ricordo, invento poi scene e personaggi.

    Sei drammaturgo e lavori da tanti anni per il teatro, prova a immaginare Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia in scena, cosa vedi lì qui sul palco? 

    È un progetto a cui sto lavorando e che spero di poter realizzare. Si tratta di una bella sfida, perché una delle particolarità di Inventario è che i suoi personaggi non sono mai in scena. Drammaturgicamente è come se avessimo la scenografia, ma non gli attori. Per portarla in scena bisognerebbe quindi creare una sorta di negativo del libro, ovvero trovare il modo di recuperare la presenza umana, senza però perdere la magia degli oggetti.

    Il tuo è un romanzo d’esordio è stato letteralmente acclamato da critica e pubblico e sta collezionando premi su premi (Premio Venetarium Labomar, Premio Megamark, Premio Giuseppe Berto, proposto da Walter Veltroni per il Premio Strega), come stai vivendo questo successo? In qualche modo influirà nella scrittura del tuo prossimo libro?

    Lo vivo con continuo stupore. Quando il libro è uscito onestamente non avevo molte aspettative, ero felice che il libro fosse uscito con una casa editrice che stimavo, non mi aspettavo altre gratificazioni. Quindi ecco, prendo tutto quello che sta arrivando con meraviglia e gratitudine, perché senza la tenacia e l’entusiasmo che ci sta mettendo TerraRossa dubito sarebbe successo. Questo ovviamente poi avrà un riflesso sul prossimo libro che scriverò, almeno in termini di aspettative: per quanto mi riguarda ripartirò da zero, come se fosse un secondo primo libro.

    Solitamente chiudo la chiacchierata chiedendo all’autore un consiglio di lettura, in questo caso voglio fare un’eccezione (non mi odiare). Facciamo un gioco, se tu dovessi presentarti a qualcuno per far conoscere chi sei, la tua storia, da quale oggetto inizieresti?

    Comincerei da un oggetto che non è un oggetto, un essere vitale e silenzioso, che nel libro ha un ruolo chiave: la pianta di corbezzolo – una pianta speciale per la sua capacità di sopravvivere agli incendi, mantenendosi viva sotto la cenere.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    “Ricette Letterarie”: i biscotti alla crema di James Joyce, di Anne Baker (video)

    🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

    La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

    Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

    La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

    🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

    Questa settimana la nostra Anne ci propone i biscotti alla crema ispirandosi al racconto “Le sorelle” tratto da Gente di Dublino di James Joyce. Scritti tra il 1904 e il 1907, i quindici racconti che compongono la raccolta narrano storie di vita quotidiana per rappresentare la paralisi morale dell’Irlanda del suo tempo. In particolare, ne “Le sorelle”, un ragazzo racconta del proprio rapporto con un prete cattolico morente (Padre Flynn). Alla notizia della sua morte, il narratore viene assalito dagli incubi e sogna di fuggire lontano dall’Irlanda (la fuga è uno dei temi ricorrenti dei Dublinesi). Le sorelle, Eliza e Nannie, sono quelle del prete, che si ritrovano a vegliare il morto e a dialogare con il ragazzo e sua zia.

    *** I BISCOTTI ALLA CREMA DI JAMES JOYCE ***

    👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

    ✨

    Ricette Letterarie: i biscotti alla crema da “Le sorelle” (Gente di Dublino) di James Joyce 

    ✨

    Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

    RICETTA DEI BISCOTTI ALLA CREMA

    Irish Shortbread Pastry (pasta frolla irlandese)

    Ingredienti per 12 biscotti diametro 8cm

    • 250g burro morbido
    • 100g zucchero bianco fine
    • 300g farina bianca per dolci
    • 1g sale fino

    Preparazione:

    1. In una ciotola capiente setacciare la farina.
    2. In un’altra ciotola montare il burro con lo zucchero e il sale utilizzando le fruste elettriche. Quando il composto è chiaro e spumoso aggiungere la farina e formare un impasto.
    3. Raffreddare l’impasto in frigorifero per almeno due ore.
    4. Per confezionare i biscotti stendere l’impasto con uno spessore di circa 6mm. Ritagliare i biscotti e cuocerli in forno preriscaldato a 170°C  per 12 minuti, fin quanto diventano dorati.

    Quando biscotti sono freddi si possono farcire con la Crema Pasticciera (Custard):

    Custard

    Ingredienti

    • 400g latte fresco intero
    • 100g panna fresca
    • 5 tuorli d’uovo da uova taglia M
    • 130g zucchero bianco semolato fine
    • 50 g farina bianca per dolci
    • Qualche goccia di estratto di vaniglia

    Preparazione:

    Riporre in frigorifero la crema pasticciera almeno due ore prima di utilizzarla per farcire i biscotti.rifero fino al servizio.

    Rompere le uova, separare i tuorli dagli albumi e riporli in frigorifero per un’altra preparazione. A parte, in una caraffa, mescolare il latte, la panna e l’estratto di vaniglia.

    In una ciotola capiente mescolare i tuorli con lo zucchero, poi aggiungere la farina e mescolare con vigore per formare una pastella.

    Ammorbidire la pastella con il latte alla vaniglia, aggiungendolo poco per volta. Mescolare con la frusta, facendo attenzione che la pastella non schizzi perché diventa sempre più liquida. Quando tutto il latte è versato si può passare alla cottura della crema.

    Versare la pastella in una casseruola dal fondo spesso, accendere il fuoco medio e scaldare il composto girandolo continuamente fino quando non si addensa formando una crema.

    Maria Rosaria Selo: “Pucundria” (Marotta&Cafiero), di Vincenzo Vacca

    Maria Rosaria Selo ha scritto un nuovo libro, Pucundria, dimostrando ancora una volta di essere una scrittrice che va oltre il luogo comune. 

    In un momento storico come il nostro nel quale lo schiacciamento su scelte securitarie è predominante, il libro della Selo riesce a conquistare il lettore narrando l’ umanità che pure è presente in un ambito concentrazionario: un penitenziario femminile, in particolare quello di Pozzuoli.

    La protagonista del racconto è una agente della Polizia Penitenziaria,  Teresa Ricciolo, che viene assegnata presso il citato penitenziario.

    È una donna che ha precedentemente vissuto una drammatica esperienza con un uomo violento che si era presentato a lei come una persona dolce e comprensiva. Un diavolo presentatosi come un angelo, ma che dopo un pò manifesta la sua vera natura.

    Questa esperienza non ha indurito Teresa nei rapporti con gli altri, ma soprattutto l’ ha indotta a preservare nel suo servizio di agente penitenziario un sentimento di umanità, di comprensione, senza cedere ad una accondiscendenza nei confronti delle detenute. 

    La scrittrice non edulchera la descrizione dell’essere associato a una Casa circondariale, della privazione della libertà e del trovarsi a condividere una cella giorno e notte con altre persone sconosciute. 

    Persone che hanno conosciuto e prodotto il male, arrivando anche a commettere efferati omicidi, ma una delle intuizioni importanti del libro sta nel fatto che mette in evidenza la possibilità della metamorfosi da parte degli esseri umani, i quali non possono e non devono essere etichettati definitivamente come perduti criminali da parte di una non meglio specificata “parte migliore” della società. 

    Quest’ ultima, tra l’ altro, non può fregiarsi di tale titolo anche perché spesso è con il suo comportamento  che produce, direttamente o indirettamente, disagi sociali forieri di azioni criminali. 

    Maria Rosaria Selo con il suo ultimo romanzo ci parla di donne e di uomini che sono fatti innanzitutto delle loro storie. Storie che possono schiacciare definitivamente,  ma che possono, invece, anche diventare una leva per cambiare, ma per il cambiamento occorre incontrare le persone giuste.

    Un cambiamento che non è unidirezionale, ma afferisce tutti coloro che sono coinvolti nella relazione con gli altri.

    Ecco, il romanzo di Maria Rosaria Selo ci narra della complessità del vivere secondo determinate regole ponendo l’ accento sui rapporti tra uomini e donne. 

    Rapporti che vedono troppe volte uomini violenti che non sanno amare.

    Nel libro viene ricordato che per la valutazione di un profumo occorre del tempo, infatti, è necessario avvertire le note di testa, poi quelle di cuore e, infine, quelle di fondo.

    La scrittrice non poteva trovare migliore allegoria per riferirsi, io credo, alla valutazione di un essere umano; valutazione che non può assolutamente prescindere dalla natura delle relazioni che di volta in volta nella vita si instaurano.

    Come accennavo precedentemente,  il contenuto del libro di Maria Rosaria Selo rappresenta un importante contributo al dibattito pubblico in corso in ordine al concetto e alla pratica attuazione del senso e dello scopo della pena, la quale, come vollero le madri e i padri della nostra Costituzione, deve tendere al recupero della persona che si trova in carcere. Il carcere non deve essere una sorta di discarica sociale rimossa dalla coscienza collettiva.

    Non possiamo considerarci, innocenti, perché l’ innocenza ha una dimensione non giuridica. Il nostro fare o non fare ha un impatto nei confronti della società, pur non essendone consapevoli.

    Con la sua ultima fatica letteraria, la Selo ce lo ricorda, ci instilla dei dubbi, degli interrogativi circa una presunta totale estraneità da parte di chi sta “fuori” rispetto a chi sta “dentro”. 

    E questi dubbi e interrogativi non potevano non nascere soprattutto dalle donne, dalla loro intelligenza intuitiva ed emotiva. 

    Sulla loro capacità di guardare oltre a ciò che a un primo sguardo sembra. Di cogliere dei segnali che l’ altro conserva per evitare un totale annichilimento.

    Nel libro non si sostiene un generico “perdonismo” che annulla la responsabilità del gesto criminale e non fa sconti sul male procurato ad altri con le relative sofferenze. Mettendo al centro della narrazione le biografie di chi si è macchiato di comportamenti criminali, prova a svelare i meccanismi a causa dei quali certe cose accadono.

    Avremo l’ onore e il piacere di parlare del libro, insieme all’ autrice dello stesso, il giorno 25 marzo 2025, a Napoli, presso il Clubino, via Luca Giordano 73, alle ore 18.00, con la giornalista e critica letteraria Bernardina Moriconi e l’ estensore di questo articolo.

    Vincenzo Vacca

    Pier Paolo Pasolini: “Petrolio” – una partita ancora aperta, di Sonia Di Furia

    Non è facile scrivere di Petrolio e non è opportuno esprimere pareri soggettivi, quindi ne parlerò e basta. E proverò a ragionare sulle emozioni, le sensazioni e i pensieri che questa lettura mi ha costretto a provare.

     Non è mia prassi soggettivizzare una storia, ma l’onestà fino alla scomodità di questa mi costringe a scriverne cercando una qualche angolazione che mi convinca.

    Mi imbattei nel titolo quando, durante il mio lavoro di docente di letteratura e storia, lo trovai collegato ai fatti delle stragi di Milano del 12 dicembre 1969 e di Brescia e Bologna dei primi mesi del 1974 per i quali, in un articolo scritto sul Corriere della Sera, intitolato “Che cos’è questo golpe”, Pasolini affermava di conoscere i nomi dei responsabili di quello che veniva chiamato golpe, delle stragi, del vertice che ha manovrato, ha gestito, ha dato disposizioni.

    Decisi di andarlo a prenotare personalmente in edicola, quando ancora mi piaceva e non mi pesava (solitario lupo irpino) il contatto fisico e colloquiale con le persone; andai a ritirarlo, portando con me le 638 pagine dell’edizione Oscar scrittori moderni del 2005. 

    Proseguii le mie ricerche alla scoperta del mondo pasoliniano, del quale non mi ero interessata granché, troppo presa in quegli anni dai poeti tra le due guerre del ‘900. Lessi Patmos, rappresentabile come orazione laica per voci e megafono; poemetto scritto all’indomani, 13 e 14 dicembre, della strage di piazza Fontana. Patmos era il nome dell’isola greca in cui l’apostolo Giovanni aveva scritto l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, contenente le rivelazioni relative al destino finale dell’umanità, fatte da Gesù Cristo al suo servo Giovanni. Patmos era l’asciutta e composta reazione dell’autore alla notizia, a casa di Antonioni con Moravia, che un ordigno di sette chili di tritolo era esploso alle 16:37 nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e aveva causato 17 morti e 86 feriti.

    Tornai alla lunga e difficile lettura del romanzo non finito, al quale Pasolini stava ancora lavorando quando fu ucciso, tra il primo e il 2 novembre 1975, e cominciai a chiedermi presto perché avesse voluto parlare di bassi impulsi sessuali, restituendomi una scomoda visione dell’uomo dietro lo scrittore, plausibilmente forzata. Pensai di abbandonare, ma la lettrice che era in me mi suggeriva di andare fino in fondo se volevo provare a capire che uomo era Pasolini e cosa mi stava dicendo.

    Continuai la lettura e contemporaneamente presi ad ampliare la conoscenza sulla sua produzione. Fu inevitabile imbattermi (Appunto 103° a) nella “Lettera a Malvolio”, poesia emblematicamente polemica che Montale aveva scritto in risposta a Pasolini, il quale aveva in un certo senso censurato “Satura” per l’atteggiamento tiepido dimostrato dal poeta sugli argomenti più controversi della politica contemporanea: il conflitto sociale, le stragi e, a livello internazionale, la guerra del Vietnam. 

    Mentre andavo avanti nella lettura di Petrolio, leggevo che quel libro presupponeva un pubblico di lettori che nessun Dio dei libri era ancora riuscito a creare in Italia. Mi sentivo investita di una grave responsabilità.

     Le descrizioni paesaggistiche erano poetiche; le analisi sociologiche lucide e analitiche. Petrolio era bello, poetico, a tratti dannatamente scandaloso, e mi obbligava a demolire i miei muri mentali e mi invitava a non rifiutare le bassezze descritte senza filtri e autocensure perché, se avessi voluto capire la vita e il mondo, la mia conoscenza di essi avrebbe dovuta essere ampia o per lo meno avviata. Mi trovavo davanti a un libro che pareva uccidermi e farmi risorgere ad ogni Appunto.

    Andando avanti Pasolini mi spostava da una dimensione all’altra e mi segnalava che lo spirito critico, una volta messo in moto, non poteva fermarsi (se non per un atto artificiale di volontà). La sua capacità descrittiva era visionaria, come non avevo ancor incontrato in nessun altro scrittore, se non in Dante.

    D’un tratto mi parlava di politica e affermava che ai politici non importa niente dei poveri e agli intellettuali dei giovani; della borghesia italiana, la quale per lo 0,06 per cento legge ogni tanto un libro e di essa lo 0,01 per cento avrebbe finito per costituire l’élite intellettuale che avrebbe dovuto dissociarsi dalla società in cui operava. In realtà non era così. La vera e propria intelligencija, quella che veramente contraddiceva la borghesia e veramente si opponeva ad essa, era ancora più ristretta: alcune migliaia di persone sparse qua e là per la nazione. L’occhio di Pasolini luccicava di ironia nel guardare le cose, gli uomini, “i vecchi imbecilli al potere”, “i giovani che credono di incominciare chissà che”.

    Continuando il mio viaggio esplorativo in quella vita e in quel mondo, nelle dinamiche sociali nazionali e internazionali, mi imbattevo nella Santità, attraverso la quale si può raggiungere il Potere ed era proprio il Diavolo a dirlo: <<tu otterrai il Potere attraverso la Santità!>> scomparendo, dopo essersi fatto una risatina rassicurante.

    Sapevo che non sarei uscita indenne da quelle pagine, o almeno uguale a prima, e insistevo.

    Avendo Carlo, il protagonista, il suo alter ego in un secondo Carlo, avrei potuto incorrere nell’errore di considerare quegli scritti un romanzo sulla dissociazione, al contrario si parlava dell’ossessione dell’identità e la sua frantumazione. “La dissociazione è ordine” precisava Pasolini, “L’ossessione dell’identità e la sua frantumazione è disordine”. 

     E arrivai all’Appunto 43° “La continuità della vita quotidiana” in cui Pasolini metteva in scena una complessa impalcatura sintattica per spiegare che i tempi verbali del presente e del passato remoto testimoniavano la volontà di concepire la storia come unica e unilineare, mentre l’imperfetto incoativo (il ripetersi abitudinario delle azioni per un periodo lungo) riportava il dato dello spessore della storia. La vita, insomma, che diventava ricordo. 

    Pasolini m’illuminava, ma mi portava anche sulle montagne russe.

    Procedevo con i dati dell’Africa, e dell’Eni che aveva investito miliardi senza trovare petrolio; poi del Medio Oriente, nel golfo Persico precisamente, dove il petrolio era stato trovato ed era potuto entrare in funzione lo Scarabeo, la famosa piattaforma galleggiante. Seguiva l’amara considerazione riguardo la trasformazione del mondo, la distruzione di culture tradizionali e reali, sostituite da quella nuova alienante e omologante; l’interruzione della vita nei villaggi e nei campi, svuotati e contaminati dalle nuove civiltà che li ricopriva di immondizia, rifiuti, oggetti innaturali. E poi la morte di Feltrinelli e la lotta per il potere fra “opposti estremismi”, in un’Italia avviata verso “l’Edonismo del Consumo” durante “il Governo Andreotti”.

    Arrivai all’Appunto 97 e alla nota 53. Carlo entrava nelle sale del potere e raggiungeva il <<cerchio più stretto della Rosa>>, con chiara allusione all’Empireo del Paradiso di Dante. In fondo, motore immobile, stava Saragat. Leggevo i nomi illustri di De Gasperi, Segni, Mancini. Tutti erano presi dal gioco del potere; tutti interessati all’Eni e l’Iri che, nel frattempo, mettevano a disposizione fondi ai partiti. 

    La capacità che aveva Pasolini di leggere le dinamiche politiche e sociali mi impressionava; la sua cultura era vasta, estesa e profonda; il coraggio della sua denuncia disarmante. Citava autori e testi mai sentiti, come Anna Banti e “La villa abbandonata”, in cui un popolo barbaro di invenzione si insediava nella pianura padana intorno a una villa romana abbandonata. Metafora del mondo contadino che, di conseguenza, era crollato, aveva perduto i propri valori, al posto dei quali si era affermato quello del superfluo. I miseri cittadini erano ormai presi dall’angoscia del benessere, corrotti e distrutti “dalle mille lire di più, che una società sviluppata aveva infilato loro in saccoccia”. Erano uomini incerti, grigi, impauriti. Nevrotici. 

    Il mio viaggio finiva lì e, pensando di trovare risposte, Pasolini me ne aveva messe ancora di più in testa. Decisi allora di leggere “L’odore dell’India”.

    Petrolio è uno Zibaldone, e a questo tipo di opere difficilmente si mette la parola fine. E poi c’è la questione del capitolo scomparso. 

    Alla maniera montaliana, prendendo le distanze da ogni posa letteraria o pretesa di assurgere a verità, e giocando un po’ con le parole, sfido chiunque a leggere Petrolio, in una partita ancora aperta.

    Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

    Intervista a Elvio Carrieri per “Poveri a noi” (Ventanas, 2024), di Gabriele Torchetti

    Quando un ventenne al suo primo romanzo viene proposto da Valerio Berruti al Premio Strega, il lettore selvaggio s’incuriosisce e il Randagio corre a cercarlo. Elvio Carrieri, barese del 2004, scrittore e musicista, ha pubblicato “Poveri a noi” con Ventanas, un lavoro scritto in una settimana, un capitolo ogni notte, mentre nell’estate 2023 sosteneva l’esame di maturità. Gabriele Torchetti, il libraio della nostra libreria preferita, l’ha intervistato per i nostri lettori.

    Ciao Elvio e benvenuto a Il Randagio. Hai poco più di vent’anni, hai un background come musicista e poeta, com’è avvenuto il passaggio alla narrativa? Ho letto che hai scritto Poveri a noi in una sola settimana, un capitolo a notte. Questa cosa fa pensare a una vera e propria emergenza comunicativa, è così?

    Il passaggio alla narrativa è arrivato per sana e meravigliosa coercizione, come buttarsi in acqua senza saper nuotare. È avvenuto perché c’è chi mi ha sfidato dopo aver letto e pubblicato alcuni miei versi a confrontarmi con il mondo esterno, quel qualcuno è lo scrittore Francesco Forlani, che ringrazierò sempre piano piano saldando il conto di bottiglie di vino che gli devo. Forlani dopo mesi di pezzi di prosa commissionati, dall’inchiesta al reportage, mi ha lanciato la sfida del boss finale: hai fatto la maturità, ora sai fare un romanzo di novanta cartelle in otto giorni? E io l’ho fatto perché per una volta ho agito in conformità alla mia età anagrafica: con incoscienza. È nato, di fondo, un libro incosciente. E infatti rivestiti i miei panni senili appena ci ho rimesso mano l’ho rovinato, menomale che ho avuto un editing. Altro che emergenza comunicativa…

    Noi lettori sfegatati e boomer aspettiamo con ansia le proposte degli amicidella domenica per il Premio Strega, è stata una piacevole sorpresa trovare nella rosa dei titoli il tuo Poveri a noi (edizioni Ventanas). Valerio Berruti tra le parole usate per proporre il tuo libro ha scritto: “un libro profondo per le sensazioni che riesce a risvegliare, per l’ironia e il sarcasmo a volte snobistico dei dialoghi ma anche per la speranza che la cultura e le idee possano salvarci”, ti ci ritrovi in queste motivazioni?

    Mi ritrovo molto di più in un altro aggettivo utilizzato da Berruti che mi ha lusingato: implacabile. Quando parla di lingua implacabile io non posso far altro che darmi una pacca sulla spalla. Il plot di Poveri a noi si snoda tanto sulle idee, perché è a suo modo un romanzo di idee (e si noti bene, non di messaggio o morale), quanto sulla lingua. Un barese cinico violento senza sottotitoli volutamente straniante, questo era il tentativo, anzi direi che era l’inevitabile. Mi piace molto anche il ritorno di un aggettivo che era stato già usato per parlare di Poveri e mi aveva fatto sogghignare: snobistico. Valerio Berruti ha centrato, poco da dire se non un grande grazie.

    Poveri a noi ha un arco temporale di vent’anni, tutto ha inizio nel cortile di una scuola media nella periferia barese, mentre Plinio viene massacrato di botte da un compagno fascistello, Libero assiste inerme alla brutalità dei fatti. I due protagonisti sono dei ragazzini che successivamente diventano amici, il loro è un rapporto basato sulla protezione reciproca, ma nello stesso tempo soffocato dal senso di colpa di Libero. A distanza di quasi vent’anni continua a rimpiangere il suo mancato intervento in difesa dell’amico. Puoi dirci qualcosa in più su questi due personaggi, chi sono e come evolve il loro rapporto nel corso degli anni?

    Si tratta dello stesso personaggio: da una parte l’inazione e la passività e dall’altra il suo svolgersi, il dato fisico che riporta le conseguenze del non agire, del non saper agire. Da una parte Libero, professore che si narra e narra la sua colpa eterna e nevrotica, dall’altra, sempre accanto a lui come una condanna, sto corpo malmenato dell’amico Plinio che si porta appresso. Non è un caso che la descrizione del corpo di Plinio torni sempre per tutto il romanzo come una sorta di leitmotiv della bruttezza. È iperbolico, è grottesco, e genera un senso di colpa altrettanto iperbolico e grottesco. Ma si tratta dello stesso personaggio scisso in due, due che uniti e ricomposti suscitano solo un forte sentimento di pietà.

    Nel tuo libro c’è anche spazio per l’amore, quello tra Libero e Letizia. Devo ammettere che ci sono battute (a volte cattivelle) che mi hanno fatto decisamente ridere. Puoi dirci qualcosa in più su questo personaggio femminile e sulla dicotomia ricorrente cittadino/paesano?

    Si tratta del personaggio di Poveri più odiato e più amato. Due ragazze in una scuola dove ho parlato di recente si sono scannate su Letizia e in alcuni incontri non mi hanno risparmiato da velate accuse di mansplaining o in generale di poca clemenza nei confronti dei personaggi femminili. Ma io sento queste cose e gongolo. Letizia in narratologia si direbbe un personaggio a funzione motrice, senza di lei l’azione non parte, e Libero rimane fermo a narrare sé stesso in questo uroboro di lettere e colpa. Ma è anche (e questo non mi è stato perdonato) un personaggio a funzione di specchio, quello sul quale vengono scaricate le nevrosi degli altri e che dunque si è meritato un minore approfondimento psicologico. Specchio e motore dell’azione, Letizia è nella mia mente fantasticante un corrispettivo dell’Anna soror virgiliana, non direi una citazione ma una bella coincidenza a posteriori. Questo la salva anche dalla condanna di tutto il libro: lo schifo interiore di ogni attore per qualche motivo non tocca lei, che rimane sullo sfondo come unico personaggio realmente positivo in un mare di merda. Il suo essere paesana e dunque oggetto di scherno da parte dei personaggi metropolitani mi è servito a trattare uno dei grandi temi di Poveri, cioè l’odio che ancora vige e sempre vigerà tra urbe e contado.

    A proposito di città, Bari è sicuramente comprimaria nella tua narrazione. Il tuo è un ritratto nitido e amaro, distante anni luce dalla narrazione fiabesca della Puglia e del nuovo trend “Bari”. Innanzitutto ho molto apprezzato il fatto che tu abbia oltrepassato i confini (altoborghesi) del centro al di là della stazione ferroviaria. Qual è il ruolo che gioca la città nel libro e nel tuo privato?

    Credo che l’unico tratto autobiografico di Poveri sia nel rapporto con Bari, nel senso che gioca nel mio privato esattamente quello che gioca nel libro: il rimpianto e anche qui un forte senso di colpa. Mettere in prosa la storia tragica delle permute del murattiano raccontatami da mio nonno è stato utile per riappacificarmi con lo schifo urbanistico e architettonico che vedo ogni giorno passando per le vie del centro, per farmi sentire in fondo che qui nasco qui muoio e a questo luogo appartengo. Insomma per farmi sentire un provinciale, proprio così. Questa città non mi molla, ma grazie a Poveri a noi l’ho raccontata nel suo apparato fallimentare e corrotto, altro che trend, e non c’è stato neanche bisogno di tirare troppo in mezzo la malavita, bastava la storia architettonica a parlare da sé come metafora di autodistruzione consapevole.

    A proposito di Bari, ogni capitolo si apre con una parola chiave rigorosamente in dialetto: Trmòn, Prfssò e via dicendo. Come mai questa scelta? Senza addentrarci troppo nell’elenco, parliamo soltanto di Trmòn, qual è la sua presunta etimologia e perché sei partito proprio da questa parola?

    Partire da Trmòn vuol dire sfidare subito il rischio macchiettistico del folklore come prodotto confezionato per far ridere e strizzare l’occhio a certa prosa di tendenza. Ho dedicato il primo capitolo a questa parola per semplici esigenze affettive: è una delle parole più riconoscibili del nostro dialetto e soprattutto tra le prime che ho imparato a pronunciare correttamente, con questa o chiusa che si apre più sali geograficamente e che scendendo verso il Salento inizia a scomparire dai radar insieme a tutte le altre lettere. L’etimologia farlocca che riporto è il primo esempio della strategia di lingua che applico in tutto il libro. La contraddizione stilistica e lessicale, la convivenza di estremi opposti nei registri fanno sì che un termine così brutale venga riportato alle grazie di Nicolò Piccinni e della sua corte francese elegantissima, che in assenza di cortigiane doveva sollazzarsi “in altro modo-autrement” (da cui trimone, l’atto di masturbazione maschile), durante la trionfale visita di ritorno a Bari dalla Francia, decisione voluta dal maestro in segno di rispetto verso la sua città d’origine.

    Ho letto un tuo post che mi ha fatto molto ridere, hai scritto chele interviste sono qualcosa di democristiano e allora torniamo un attimo al libro e in qualche modo al “democristiano”, c’è una figura che viene citata più di una volta, un cameo inconsapevolmente irriverente, quello dell’assessore alla cultura. La tua è una critica impietosa al sistema, secondo te qual è la visione politica, sociale, culturale che manca?

    L’assessore alla cultura, un altro leitmotiv di Poveri a noi. In questo caso se il corpo di Plinio era il leitmotiv della bruttezza l’assessore sarà quello della mediocrità culturale? Non necessariamente, perché ti dico pure che quando ho scritto il romanzo l’assessore alla cultura lo stimavo. Certo in Poveri non può che risuonare come monito a ciò che oggi è davvero evidente: la cultura o quello che intendiamo per cultura non dovrebbe avere assessori, non dovrebbe perché non è una cosa da amministrare, non è una cosa che va sempre in accordo con la politica. Neanche l’antropologo riesce ancora a dirci cos’è effettivamente ‘sta cultura e noi invece ci piazziamo subito gli assessori. Per me è un cortocircuito da cui non si riesce a venir fuori, e allora io direi che se proprio la vogliamo amministrare ‘sta cultura sarebbe il caso di fare un reel in meno e formarsi di più in qualunque altro modo, magari interloquendo con chi se ne occupa davvero. È triste prendere atto di quanta arte in Puglia non venga valorizzata e finanziata mentre i fondi si indirizzano verso chi sfrutta il neoumanesimo tiktokiano, roba da uscire pazzi, certamente più remunerativa e strategica rispetto ai nostri poeti, che ci sono e sono vivissimi. Ma la cultura non è affar mio, mi occupo di altro per fortuna.

    Nonostante tu abbia poco più di vent’anni, sei riuscito a scrivere una nuova commedia all’italiana, perché il libro è arguto, divertente e nello stesso tempo lascia una nota amara al palato. Chi sono questi Poveri a noi?

    Ti ringrazio per il complimento. Poveri a noi sono quelli che come i miei personaggi non sono e non saranno mai generazionali, non edificheranno moralmente mai alcun lettore o alcuna lettrice, non diranno come comportarsi e non indicheranno mai il bene rispetto al male ma anzi sguazzeranno nell’ambiguità etica e concettuale, non useranno le lettere come strumento di posizionamento sociale ma le bestemmieranno e le benediranno ogni giorno, in definitiva non fungeranno mai da specchio.

    Chiudiamo con il consueto consiglio di lettura, sei entrato nella scuderia di Ventanas, una casa editrice che pian piano sta proponendo titoli molto interessanti. Hai qualche suggerimento da darci?

    Leggete Il commerciale di Rubens Shehu, un vero libro implacabile.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.