Indebitatevi, indebitatevi: la strategia che non abbiamo saputo leggere, di Francesco Russo

C’è una domanda che raramente ci poniamo con la precisione che meriterebbe: come ha fatto una strategia di classe così esplicita — spostare il conflitto dal salario al debito — a passare quasi inosservata a chi quel conflitto avrebbe dovuto per mestiere saperlo leggere, cioè il movimento operaio e la sinistra che lo rappresentava? È la sconfitta storica dei lavoratori, subita a partire dagli anni Settanta, da cui non ci siamo mai davvero rialzati: non un arretramento salariale qualunque, ma la perdita del terreno stesso su cui si combatteva. Fernand Braudel, lo storico francese che nel 1979 pubblicò i tre volumi di Civiltà materiale, economia e capitalismo, non scriveva certo per rispondere a questa domanda, ma offre — meglio di chi quella sconfitta l’ha vissuta in diretta — gli strumenti per capire perché lo spostamento sia riuscito così bene. Maurizio Lazzarato (sociologo e filosofo italiano, residente a Parigi dagli anni Settanta dopo essere stato attivista dell’Autonomia Operaia, tra le voci più note della critica del debito come dispositivo di governo) ne ha fatto di recente materia per un articolo su Machina, e il suo contributo specifico non è scoprire Braudel, ma prenderne le categorie storiografiche — pensate per i secoli XV-XVIII — e usarle come chiave politica per un decennio preciso, quello tra il 1971 e il 1979, leggendolo come battaglia di classe deliberata e non come deriva ideologica1.

Il punto di partenza è la genealogia del dollaro come arma. L’egemonia della moneta americana non nasce dalla crisi degli anni Settanta: nasce nel 1944, agli accordi di Bretton Woods, quando il dollaro diventa l’unica valuta convertibile in oro e tutte le altre si ancorano a esso. È quell’egemonia pregressa, non una conquistata in seguito, a rendere possibile la mossa successiva: nel 1971 Nixon rompe la convertibilità in oro, e nel decennio che segue gli Stati Uniti smettono di essere il grande creditore del dopoguerra e diventano il più grande debitore della storia — ma lo fanno potendo permetterselo proprio perché il dollaro resta, nonostante tutto, la valuta in cui il mondo tiene le proprie riserve. Il debito americano, insomma, non crea l’egemonia: la usa. È lo stesso meccanismo, spostato sul piano interno, a spiegare il secondo pilastro della strategia: mettere il debito al centro non solo dei rapporti tra Stati ma dei rapporti di classe interni, così che il salario ceda il passo al debito, il profitto industriale alla rendita finanziaria, il lavoratore all’azionista e all’obbligazionista. È una strategia nel senso più letterale: la capacità di scegliere un campo di battaglia più favorevole, spostando il conflitto su un terreno — quello del debito — dove la classe lavoratrice non aveva ancora imparato a riconoscersi come soggetto collettivo.

Perché la mossa ha funzionato così a lungo senza essere riconosciuta? Qui entra la prima categoria di Braudel, ed è quella che dà senso al titolo: il capitalismo non è mai stato, storicamente, la rivoluzione industriale né l’economia di mercato. Il capitale finanziario, il credito, il debito precedono l’industria e le sopravvivono — Firenze nel Duecento, Genova nel Seicento, Amsterdam nel Settecento sono già laboratori di un comando esercitato attraverso la moneta prima ancora che attraverso la fabbrica. Se questo è vero, la finanziarizzazione degli anni Settanta non è un’anomalia da spiegare con una nuova ideologia — il neoliberismo — ma il ritorno alla forma storica normale del capitalismo, dopo la parentesi fordista in cui era stata temporaneamente subordinata all’industria per ragioni politiche: il contenimento della lotta di classe e la ricostruzione postbellica. Chi aspettava un ritorno del capitalismo industriale non ha visto arrivare, semplicemente, il capitalismo.

A cogliere questo passaggio in tempo reale, quando sembrava ancora un’anomalia da correggere, è proprio uno degli ultimi marxisti americani di scuola industriale, Paul Sweezy, costretto a ricredersi sulle proprie categorie. Fino agli anni Sessanta aveva letto il capitalismo come dominio delle grandi imprese industriali; nel corso del decennio successivo osserva invece l’emergere di un’egemonia dei «capitalisti finanziari privi di esperienza o interesse nella produzione», al punto da sostituire la distinzione marxiana tra capitale reale e capitale fittizio con quella tra capitale produttivo e capitale speculativo — perché entrambi, avverte, sono ugualmente reali, ugualmente capaci di trasformare i rapporti di forza tra le classi. Nel 1981 descrive il fenomeno come «elefantiasi finanziaria»: non solo crescita quantitativa del debito pubblico e privato, ma proliferazione senza precedenti di istituzioni e mercati costruiti per gestire, rivendere e scommettere su quel debito1. È la stessa dinamica che spinge la deindustrializzazione del Nord e l’industrializzazione del Sud globale: la finanza organizza la mondializzazione, ma finisce sempre per separarsi dall’economia produttiva che dovrebbe sostenere, vivendo nell’illusione di potersi valorizzare all’infinito.

Anche il modo in cui quel debito viene prezzato segue la stessa logica, ed è qui che si misura il secondo scarto di Braudel, quello tra capitalismo e mercato. Definire il mercato come un meccanismo autoregolato che risponde soltanto a domanda, costo dell’offerta e prezzi, senza alcun elemento esterno, gli sembra derivare da «un gusto teologico della definizione»2: una creatura fantastica, più vicina alla teologia che alla storia. I tassi d’interesse, i rendimenti dei titoli di Stato, il prezzo stesso del debito sovrano non nascono da un incontro tra risparmiatori e debitori in condizioni di parità, ma da quello che Braudel chiama «contromercato» — la zona, sopra il piano ordinario degli scambi, che è «il regno dell’arrangiarsi e del diritto del più forte», dove si trova «per eccellenza il campo del capitalismo, ieri come oggi»3. Quando nell’ottobre 1979 la Federal Reserve di Paul Volcker decide di far esplodere i tassi d’interesse americani per attirare capitali e disinnescare l’inflazione, non sta rispondendo a un mercato: sta esercitando quello che Braudel chiama altrove «il monopolio di fatto o di diritto, la manipolazione dei prezzi»4— in questo caso, il prezzo del denaro stesso.

Ed è proprio a questo punto che si misura il terzo scarto, quello sul modello dell’accumulazione, e il suo legame diretto con il debito annunciato nel titolo. Ogni economia-mondo, scrive Braudel nel terzo volume di Civiltà materiale, si organizza attorno a un «cuore» circondato da una semiperiferia vicina e da una periferia lontana: per lui dire zona centrale o dire capitalismo «significa indicare la stessa realtà»56. Sulla «vera» periferia, quella ai margini, non lascia spazio a eufemismi: può essere retta «solo con la forza, la violenza, la riduzione all’ubbidienza»7 — ieri con il colonialismo diretto, praticato dall’Olanda a Ceylon e a Giava, dalla Spagna in America, dall’Inghilterra in India. E quando descrive il presente del suo tempo, la formula si fa tagliente: l’Inghilterra ha vinto la sua rivoluzione industriale perché era al centro del mondo, mentre i paesi del Terzo mondo possono desiderare la propria rivoluzione quanto vogliono — restano periferici, e tutto agisce contro di loro8. È esattamente ciò che accade nel 1982, quando l’esplosione dei tassi d’interesse voluta da Paul Volcker per difendere il dollaro rende insostenibili in poche settimane i debiti che decine di paesi dell’America Latina avevano contratto a tassi variabili negli anni precedenti, aprendo la stagione dei default e dei piani di aggiustamento imposti dal Fondo Monetario Internazionale che segnerà il continente per un decennio: la periferia paga, ancora una volta, le decisioni prese al centro.

Il quarto elemento è quello che permette di tenere insieme tutto il resto, ed è il motivo per cui la sinistra ha continuato a rincorrere l’iniziativa avversaria senza mai anticiparla: Braudel rifiuta di trattare il capitalismo come un automatismo, un sistema, un’astrazione, e lo pensa invece come strategia — capacità di leggere la congiuntura, di scegliere dove investire e dove disinvestire, di cambiare rotta quando necessario. È una distinzione che Lazzarato fa risalire a un salto preciso: c’è differenza tra elaborare una teoria rivoluzionaria — cosa che Marx ha fatto — e pensare e attuare una teoria della rivoluzione, che è un’altra cosa, perché implica una scelta organizzativa, un nemico nominato, dei mezzi per batterlo: è quello che hanno fatto, con esiti diversi, Lenin, Mao, Giap1. Braudel descrive solo la strategia del nemico di classe, ma la descrive come azione politica, non come automatismo economico né come oggettività di un modo di produzione — ed è un salto che secondo Lazzarato buona parte del pensiero critico del secondo Novecento non ha saputo compiere, sostituendo la rivoluzione politica con una rivoluzione ontologica incapace di trasformarsi mai in rapporto di forza reale perché priva di un nemico da nominare e battere. Mentre nuovi movimenti, femminista e postcoloniale, approfondivano giustamente la specificità dei propri rapporti di potere, e altri si illudevano di un’autonomia del politico ormai priva di fondamento, la macchina Stato-capitale lavorava a un piano coerente, di cui il dollaro, i tassi di Volcker e il debito del Terzo mondo sono tre mosse dello stesso piano, non tre crisi separate.

Che cosa resta da fare, oggi, di questa lezione? Non un ritorno al mercato regolato, perché il debito pubblico e privato, la rendita da monopolio delle grandi piattaforme, la finanziarizzazione dei consumi non sono deviazioni da correggere: sono la forma storica ordinaria del comando capitalistico, oggi come nel Cinquecento — la stessa «elefantiasi finanziaria» di cui parlava Sweezy nel 1981, oggi visibile nella capitalizzazione delle società di intelligenza artificiale, che corre su aspettative di profitti futuri più che su ricavi già realizzati — e chi continua a proporre più mercato o più regole di mercato come argine sta ancora combattendo sul terreno sbagliato. Il debito è uno dei terreni su cui quella battaglia si può oggi riaprire — non l’unico, e nemmeno Lazzarato lo indica come tale — ma è quello che la lettura di Braudel mette a fuoco con più precisione: contestarne la legittimità, la modalità con cui viene prezzato, l’automatismo con cui si pretende di farlo pagare a chi non ha deciso di contrarlo, dai debiti sovrani del Terzo mondo negli anni Ottanta ai mutui e ai prestiti studenteschi di oggi. Riconoscere che quel campo di battaglia esiste non basta a vincerlo, ma è la condizione minima per smettere di ignorarlo.

Note

1. M. Lazzarato, Fernand Braudel: il capitalismo come strategia, Machina, 18 settembre 2026.

2. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo. II. I giochi dello scambio, trad. it. di C. Vivanti, Einaudi, Torino 1981, p. 214.

3. Ibid., pp. 216-217.

4. Ibid., p. 379 (cap. IV, «Il capitalismo in casa sua»).

5. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo. III. I tempi del mondo, trad. it., Einaudi, Torino 1982, p. 37.

6. Ibid., p. 37.

7. Ibid., p. 254.

8. Ibid., p. 578.

Francesco Russo*

* Francesco Russo è avvocato cassazionista, interno all’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale di Napoli, dove si occupa di contenzioso civile, amministrativo e tributario. Scrive di diritto, intelligenza artificiale e spazio pubblico per Pressenza, Filodiritto e altre testate giuridiche e culturali. Ha pubblicato Il principio del risultato. AI e decisione pubblica (Amazon KDP, 2025) e sta lavorando a un secondo progetto editoriale sullo stesso tema.