Giulia Bignami, Con affetto immutato (Voland, 2026)
Dov’è il confine esatto in cui la dedizione si tramuta in arbitrio, e l’amore smette di essere incontro per farsi pretesa di possesso e dominio attraverso la manipolazione emotiva? È questo l’interrogativo che attraversa il dibattito contemporaneo sulla violenza di genere, tragicamente scandito dai numeri: secondo il Dossier del Viminale (fonte: Ministero dell’Interno) relativo al primo semestre del 2026, si registrano in Italia 34 donne vittime di omicidio, di cui 27 consumati in ambito familiare o affettivo e per mano di partner o ex partner (con 8 casi già formalmente rubricati sotto il reato di femminicidio, introdotto con l’art. 577-bis c.p.).
Ma secondo le cronache aggiornate siamo, ad oggi, a ben oltre 40 donne uccise, solo in Italia e solo nel 2026 per mano di un uomo.
Dietro a queste statistiche c’è un fil rouge inquietante: la radice tossica del controllo sistematico scambiato per sentimento, l’incapacità narcisistica e patriarcale di accettare l’autonomia e l’alterità dell’altra persona, affiancate da una fortissima sindrome abbandonica.
In questo scenario, Con affetto immutato di Giulia Bignami (Voland) si rivela come un’operazione letteraria che supera il racconto di trama: l’autrice concentra tutta l’energia drammatica sulla costruzione verbale, ideologica e psicologica con cui chi prevarica giustifica a se stesso e al mondo la propria sopraffazione, a qualsiasi livello.
La forza del romanzo risiede nell’originalità di un congegno stilistico strutturato come un soliloquio difensivo, rivolto a un «Lei» formale seduto dall’altra parte della scrivania: una conversazione che progressivamente svela i contorni di ciò che realmente è, ossia un interrogatorio di polizia.
L’invenzione più riuscita è la totale assenza delle battute dell’interlocutrice. Le contestazioni, i fascicoli aperti sul tavolo e le obiezioni morali di chi ascolta non compaiono mai sulla pagina, ma affiorano riflesse unicamente nelle risposte, nelle giustificazioni stizzite, nei cambi di rotta e nelle difese scomposte della voce narrante. Si crea così un “dialogo fantasma” in cui chi legge è costretto a calarsi nei panni dell’inquirente, misurando la distanza tra la finzione del discorso e la realtà che filtra dalle omissioni.
A rendere l’opera ancora più magnetica è la voce del protagonista, che incarna il manipolatore nella sua declinazione più insidiosa: l’intellettuale raffinato, colto e vanaglorioso. Giulia Bignami dipinge questa figura con un tono paradossalmente esilarante, fondato su un’ironia involontaria e grottesca. Il narratore sfoggia la propria coda da pavone fatta di citazioni letterarie, galateo accademico e superiorità ostentata, convinto di poter sedurre e dominare chiunque attraverso la retorica.
Ed ecco il paradosso: fa ridere per l’iperbole del suo ego smisurato, ma gela il sangue un istante dopo, quando ci si accorge che dietro quel garbo si nasconde la medesima voragine predatoria dei fatti di cronaca, dove la cancellazione dell’identità altrui viene presentata sotto il velo della devozione.
Il romanzo, in conclusione, diventa uno specchio del nostro tempo: Giulia Bignami ci mostra cosa si cela dietro il racconto dei femminicidi e della violenza di genere, smonta la retorica tossica che spesso normalizza la descrizione dell’abuso giustificandolo, scambiandolo per sentimento.
Perché il racconto di cronaca è sempre solo l’ultimo atto di quella violenza, che nasce dalle parole che pian piano diventano armi, usate per recintare e annientare la libertà delle donne.
Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.





