Leonardo Sciascia: “La scomparsa di Majorana” , di Sonia Di Furia

Nel dicembre del 1975, subito dopo la pubblicazione de “La Scomparsa di Majorana”, Leonardo Sciascia, in un articolo apparso sulla Stampa, spiega le motivazioni che lo avevano portato a scrivere di quell’enigma insoluto. Lo fa attraverso le parole di Albert Camus: “Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, hanno vissuto e vivono sempre più come cani. Grazie anche alla scienza, grazie soprattutto alla scienza“. Camus dice anche: “Io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano”. L’accusa lanciata da Camus è che un cane e un muro rappresentano la limitazione della libertà come condizione di vita; la situazione in cui si è senza quella via di uscita che delinea l’impotenza umana. A quel punto chiunque si sente direttamente coinvolto e spinto a cercare di riconoscere la via che conduce al muro, la possibilità di evitarla, e il pensiero va a coloro che si sono rifiutati di costruire quel muro. 

Il testo che si prende in considerazione è pubblicato da Adelphi nella ristampa del 1997, con un saggio di Lea Ritter Santini, che in origine accompagnava la traduzione tedesca della Scomparsa di Majorana (Der Fall Majorana), poi riproposto nell’ambito dell’edizione einaudiana del testo di Sciascia. Ritter Santini cita Bertolt Brecht, Vita di Galileo: “E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale“. Segue l’affermazione di Albert Einstein al fisico Max Born, 29 aprile 1924: “L’idea che un elettrone esposto a una radiazione scelga liberamente l’attimo e la direzione in cui vuole saltare mi è insopportabile. In questo caso preferirei fare il ciabattino o addirittura il croupier in un casinò piuttosto che il fisico”.

Quando uscì, il libro fu accolto in Italia con accese polemiche. Il fisico Edoardo Amardi, nell’Espresso del 5 ottobre 1975, prese posizioni critiche nei suoi confronti, affermando che l’ipotesi di Sciascia fosse “priva di fondamento“, in quanto Majorana non avrebbe potuto presagire la forza distruttrice dell’energia atomica, in quanto, in quegli anni, la scienza non sarebbe stata in grado di concepire gli anelli della catena che ancora mancavano per arrivare all’energia nucleare. In Germania, invece, la tesi di Sciascia aveva incontrato l’attenzione dei protagonisti del dibattito che seguì la scoperta dell’elemento n. 93, Ida Noddack e Fritz Strassmann.

Sciascia aveva ottenuto notorietà già nel 1961 con l’opera “Il giorno della civetta”, con cui portava all’attenzione dell’opinione pubblica la questione della mafia, spesso trascurata o minimizzata dall’informazione e dagli organismi stessi del potere. Egli insisteva sul pericolo della potente organizzazione criminale, sull’oscura rete di collusioni che la legava al potere politico, suscitando con le sue posizioni aspre polemiche. Con “La scomparsa di Majorana”, che fa parte di una serie di brevi opere dedicate alla ricostruzione di casi di cronaca misteriosi, recenti o lontani, Sciascia si propone di seguire le tracce di un caso, di un destino umano mai chiarito, che appartiene ormai alla storia della scienza e ha suscitato sconcerto e inquietudine negli ambienti accademici e intellettuali italiani. Un mistero che, ancora oggi, la polizia non è riuscita a risolvere. Certo è che Sciascia ha sempre percorso vie scomode e anche in questo caso non si accontenta di seguire quella più lineare.

Dietro al breve romanzo, come in quasi tutte le trasposizioni letterarie dell’autore di fatti realmente accaduti, c’è il lungo e approfondito lavoro sui documenti e, ancora prima, la ricerca di fonti, tracce, ricordi, testimonianze. La ricerca inizia negli archivi della polizia fascista per visionare gli atti burocratici che collegavano la scomparsa del giovane fisico Ettore Majorana a implicazioni poco chiare di carattere politico. La ricostruzione della vicenda parte dal marzo 1938, quando lo scienziato siciliano, secondo i documenti, si sarebbe imbarcato a Palermo per raggiungere Napoli, città dove non arrivò mai. Il romanzo d’indagine inizia con una lettera che l’allora senatore Giovanni Gentile invia al senatore Arturo Bocchini, capo della polizia, con la preghiera di ricevere e ascoltare il dottor Salvatore Majorana, fratello del fisico scomparso. Una nuova traccia, infatti, suggeriva di riaprire il caso e ispezionare i conventi di Napoli e dintorni, forse di tutta l’Italia meridionale e centrale. Ma si sa, la scienza come la poesia sono a un passo dalla follia e Bocchini, che si era informato sulla vicenda, si era fatto l’idea, per esperienza e mestiere, che vi fossero in atto due follie: quella dello scomparso e quella dei familiari. Era plausibile che Majorana si fosse buttato in mare o nel Vesuvio o avesse scelto qualche altro genere di morte e la famiglia, come succede nei casi in cui non si trova il cadavere, era entrata nello stato di follia che le faceva credere che fosse ancora vivo, magari ritiratosi in convento.

Ettore Majorana era un giovane scienziato riservato e solitario ed Enrico Fermi lo definì uno di quei geni che compaiono una, massimo due volte nel corso di un secolo. Egli, nel 1933, aveva trascorso alcuni mesi in Germania, presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Lipsia, da Werner Heisenberg. Nei mesi in cui visse in Germania, Majorana aveva stretto un forte legame di amicizia con Heisenberg, uomo che viveva il problema della fisica dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo. Tra quelli che avrebbero potuto fare per Hitler l’atomica, Werner Heisenberg era senz’altro il più importante. Infatti, i fisici che lavoravano a farla in America credevano, fino all’ossessione, che la stesse realizzando. Va da sé, secondo Sciascia, che il legame professionale, oltre che umano, tra Majorana e Heisenberg fosse troppo stretto perché il primo non fosse a conoscenza, o addirittura non partecipasse, degli studi portati avanti nel centro di Lipsia dal secondo.

Chi conosce, sia pure molto sommariamente, la storia dell’atomica, sa che ci furono fisici mentalmente liberi e schiavi. I primi non si fecero problemi di ordine etico: la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e la consegnarono ai politici e ai militari; gli altri ne ebbero paura, sentirono angoscia e preoccupazione per gli esiti disastrosi che lo scoppio avrebbe causato sugli uomini. E non cambia molto che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, il dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, colui che rappresentava la democrazia americana. Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise: fare esplodere la bomba su città accuratamente e scientificamente scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico.

Tornando alle indagini della polizia, alcuni giorni dopo il colloquio tra il dottor Salvatore Majorana e il senatore Bocchini, il caso fu chiuso e archiviato. Solo negli ambienti della bassa burocrazia nacque il sospetto che ci fosse un intrigo spionistico contro gli interessi degli italiani e la difesa nazionale a capo della scomparsa del fisico, considerato l’unico che poteva proseguire gli studi di Guglielmo Marconi, per cui un oscuro complotto lo aveva levato dalla circolazione. Era, appunto, un favoleggiare e Arturo Bocchini lo sapeva bene. D’altra convinzione era Fermi che disse: “Con la sua intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito“.

Per Sciascia nessun investigatore sarebbe stato in grado di portare a conclusione un simile intricato caso, l’unico che considera all’altezza proviene dalla  letteratura di genere: è il detective straordinario Dupin, nato dalla penna di Edgar Allan Poe, ispirato dal cavaliere Carlo Augusto Dubin, precursore dell’indagatore moderno, protagonista del racconto “La duplice tragedia nella via Morgue”. 

Mussolini, che aveva ricevuto una “supplica” dalla madre di Ettore e una lettera da Fermi, chiese il fascicolo al capo della polizia. Dopo averlo letto, scrisse sulla copertina: “Voglio che si trovi”, seguito da una postilla di Bocchini: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”. Si sospettò di tutto, anche che fosse stato rapito o fosse fuggito all’estero. È possibile che del caso si siano interessati i servizi segreti; che le ricerche siano state attente e intense, se non febbrili. Di questa attività non è rimasta traccia nell’archivio della famiglia, solo la “supplica” e la lettera di Fermi. Siamo alla fine di luglio 1938. Il 14 era stato pubblicato il Manifesto della razza. Fermi, già insicuro e in animo di emigrare, ritirò il Nobel assegnatogli stringendo la mano al re di Svezia, senza fare il saluto romano, ed emigrò negli Stati Uniti.

Sciascia non segue l’ipotesi della follia che porta al suicidio, ma quella che il silenzioso e introverso giovane professore potrebbe aver scelto il ritiro assoluto del chiostro, l’impotenza del silenzio per paura o insicurezza di fronte ai grandi interrogativi che la scienza gli imponeva. L’autore sceglie la libertà di credere a quest’ultima ipotesi, rispetto alle altre più semplici e tranquillizzanti. Si spinge a pensare che Ettore Majorana potrebbe aver riconosciuto e calcolato la potenza dell’energia atomica qualche mese prima che l’avvenuta scissione dell’atomo fosse resa nota e avrebbe provato orrore e terrore tali da fargli prendere la decisione di scomparire.

 Al problema della perdita d’identità, all’alienante estraneità dell’individuo in un mondo che gli appare fittizio e minaccioso, all’inesorabile tormentoso interrogativo dei rapporti fra la propria esistenza e i riflessi che vengono percepiti dagli altri è legato, inevitabilmente, il nome di Luigi Pirandello. Siciliano come Sciascia, siciliano come Majorana. È certo, infatti, che alla base della sua visione del mondo vi sia una concezione vitalistica, che è affine a quelle di varie filosofie del ‘900 (in particolare quelle di Henri Bergson e di Georg Simmel): la realtà è tutta vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro, “flusso continuo, incandescente, indistinto“, come lo scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si disgrega, si smarrisce, si perde; i suoi confini si fanno labili e la consistenza si sfalda nel naufragio di tutte le certezze. La crisi dell’idea d’identità e di persona risente evidentemente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, dove si muovono forze che tendono proprio alla frantumazione e alla negazione dell’individuo. Proprio nel ‘900 si affermano quelle tendenze spersonalizzanti della società i cui echi ed estreme conseguenze arrivano fino a noi: l’instaurarsi del capitale monopolistico, che annulla l’iniziativa individuale e nega la persona in grandi apparati produttivi anonimi; l’espandersi della grande industria e dell’uso delle macchine, che meccanizzano l’esistenza dell’uomo e riducono il singolo a insignificante rotella di un gigantesco meccanismo, priva di relazioni e di coscienza; la creazione di sterminati apparati burocratici che annullano l’individuo in quanto tale e cancellano la sua interiorità, riducendolo alla sua pura funzione esteriore; il formarsi delle grandi metropoli moderne, in cui l’uomo smarrisce il legame personale con gli altri e diviene una particella isolata e alienata nella forma anonima.

Sciascia, riprendendo la poetica pirandelliana, lascia indovinare quale trappola pericolosa e micidiale può diventare la scienza, quando l’azione combinata dei dati “tempo, spazio, evento” mette in moto il suo meccanismo. E la trappola può evocare solo l’immagine dell’animale che, attirato fuori strada, crede di trovare la via giusta nell’imboccare una nuova entrata; invece, è costretto a continuare a vivere nella grande gabbia della scienza, prigioniero dei suoi costruttori. Il rifiuto di servirli anche quando, come nel caso di Majorana, si appartiene alla scienza in maniera esistenziale, rimane l’appello che l’enigma attorno al giovane fisico italiano scomparso rivolge ai lettori. Così come il fisico Mobius, nel dramma di Friederich Durrenmatt, rinnega la sua scienza, perché essa può solo nuocere alla comunità: “Siamo giunti, nella nostra scienza, ai confini dello scibile… Abbiamo raggiunto il traguardo del nostro cammino. Ma l’umanità non c’è ancora arrivata … La nostra scienza è diventata tremenda, la nostra ricerca pericolosa, la nostra conoscenza mortale. Non resta per noi fisici che la capitolazione di fronte alla realtà… Dobbiamo rinnegare la scienza, e io l’ho rinnegata. Non c’è nessuna altra soluzione, nemmeno per voi“.

Sciascia (e Pirandello) ci consegna la visione di un “io”, ora più che mai attuale, che si disgrega e smarrisce la sua identità personale. Non solo noi stessi ci fissiamo in una forma, anche gli altri con cui viviamo in società, vedendoci ciascuno secondo le sue prospettive particolari, ci danno determinate forme. Noi crediamo di essere uno per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a seconda della visione di chi ci guarda. Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci imponiamo e che ci impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è un volto definito, immutabile: non c’è nessuno o, meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo quello che eravamo prima.

Pirandello fu influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della personalità, ed era convinto che nell’uomo coesistessero più persone, ignote a lui stesso, che possono emergere inaspettatamente; condusse quindi una critica serrata al concetto di identità personale, di “io”, su cui si era fondata una lunga tradizione filosofica e a cui si appellava abitualmente la coscienza comune. Questa teoria della frantumazione dell’io in una varietà di stati incoerenti, in continua trasformazione, senza un vero centro e senza un punto di riferimento fisso, è un dato storico significativo: nella società novecentesca entra in crisi sia l’idea di una realtà oggettiva, organica, definita, ordinata, univocamente interpretabile con gli schemi della ragione, sia un soggetto forte, unitario, coerente, punto di riferimento sicuro di ogni rapporto con la realtà. 

Come nella migliore tradizione dei cold case, Sciascia consegna al lettore una storia ancora misteriosa, che sarebbe rimasta sconosciuta se non ce l’avesse raccontata nella sua ricostruzione ipotetica, al netto di quella che rimarrà, presumibilmente, una vicenda oscura, a meno che il futuro non ci riservi un ribaltamento e un colpo di scena che spiazzi tutti.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Un’ora in balia di Irène Némirovsky, di Teresa Lussone

Siamo a Parigi, all’inizio del Novecento. Il Carnevale di Nizza, testo che dà il titolo alla raccolta di racconti di Némirovsky appena pubblicata da Adelphi, si apre con uno scorcio su una delle piccole piazze più eleganti della città, Place de la Trinité, con il suo famoso giardinetto. L’inverno volge a termine, l’aria è mite. Si vedono due innamorati che passeggiano, lei con un abito lungo che striscia sulla ghiaia, lui con una paglietta e i baffi all’insù. E poi bambini che giocano, una bambinaia che culla un neonato mentre scherza con un soldato. Come se fosse un film, Irène Némirovsky immagina la musica che potrebbe fare da sottofondo alla scena, un valzer in cui si mescolano motivetti del tempo. Ecco comparire un vecchio dongiovanni con monocolo e ghette chiare. E poi una donna col volto coperto da una veletta di tulle con ricami su ricami che lasciano appena scorgere gli occhi luccicanti e inquieti di chi sta per raggiungere il proprio amante. Su di lei si posa lo sguardo da donna onesta di Simone, la protagonista del Carnevale di Nizza.

Simone è una tipica bellezza dell’epoca, un visetto fine e segnato, una vita florida. È la perfetta moglie borghese. Appena tornata a casa, nella sua cucina deliziosa come una casa di bambole, comincia a impastare… Eppure, un viaggio inaspettato a Nizza, durante il periodo del Carnevale, fa vacillare ogni sua certezza. Pur continuando ad amare il marito, Simone avverte dentro di sé sentimenti nuovi… Dopo un salto temporale di molti anni, la donna tornerà a riflettere su quell’episodio: nei suoi pensieri riconosceremo allora un’emozione tipicamente némirovskiana, una dolce nostalgia che accomuna molti racconti. A questo tema, però, se ne affiancano parecchi altri che ci danno idea di quanto è varia la scrittura di Némirovsky. 

I testi dedicati a Nonoche, con cui si apre la raccolta, sono delle scenette «infantili e allegre», come le definì l’autrice. Vi troviamo una ragazza un po’ sopra le righe, alla ricerca di un marito che la mantenga. Primissime prove della scrittrice, questi dialoghi comici saranno una sorpresa persino per i lettori più appassionati di Némirovsky. 

Nella Njanjia, invece, viene narrata la storia struggente di un’anziana donna che è stata costretta ad abbandonare la Russia e che non riesce ad adattarsi alla vita di Parigi, dove la neve non arriva mai… 

La sinfonia di Parigi racconta la storia di Mario, arrivato nella capitale pieno di belle speranze… Quanto ci ricorda Rastignac di Papà Goriot di Balzac? 

Natale, Le rive felici, Un amore in pericolo svelano l’ipocrisia della vita borghese, come Némirovsky farà anche in Suite francese. La frustrazione per l’ambiente familiare torna anche nei Fumi del vino, vicenda ambientata durante la Guerra civile finlandese in cui vediamo in scena le più atroci passioni umane. E poi c’è Fraternità, dedicato a un’altra questione cara alla scrittrice, l’impossibile assimilazione di un ebreo.

La raccolta si chiude con I giardini di Tauride, ritrovato di recente da Elena Quaglia all’Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine (a Caen), dove sono conservati tutti i manoscritti dell’autrice. Si tratta di un testo incompiuto in cui la storia della protagonista si alterna a delle annotazioni, un vero e proprio diario della scrittura in cui Némirovsky si interroga sulla forma del racconto e sulle differenze di questo rispetto al romanzo. Il racconto, difatti, non è il parente povero del romanzo, bensì un genere con caratteristiche proprie. La brevità della forma richiede una concentrazione della scrittura che non ha paragone con il romanzo. Nel racconto, si dice Némirovsky, occorre rinunciare al superfluo, «tutto deve essere fatto rapidamente», solo in tal modo si otterrà quell’intensità, che fa sì, come scrive Poe, maestro della forma breve, che in quell’ora consacrata alla lettura di ciascun testo, l’animo di chi legge sia completamente «in balia dello scrittore».

Teresa Lussone

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

Alcuni libri suggeriti da Raimondo di Maio della Libreria “Dante & Descartes” di Napoli

Abbiamo chiesto a Raimondo di Maio – lo scugnizzo di vico San Mandato, il ragioniere, il filosofo, il comunista, l’agente Feltrinelli e Einaudi, l’editore, più comunemente noto da oltre quarant’anni come “il libraio” di Napoli – di parlarci dei libri letti quest’anno. A dire il vero, considerato il convulso clima pre-natalizio, eravamo andati da lui in via Mezzocannone per farci suggerire qualche libro da mettere sotto l’albero, ma lui non ha ceduto neanche per un attimo alla tentazione consumistica. “I libri, quelli veri, non sono oggetti di consumo – dice – al contrario sono elementi che contrassegnano la nostra esistenza.” E così, quella che doveva essere una semplice lista di consigli per regali natalizi, si è trasformata in un viaggio tra i libri che hanno segnato il suo ultimo anno di letture.


Ecco cosa ci ha detto: 

“Consiglio alcuni libri letti ultimamente che hanno arricchito la mia essenza. Il primo è di Erri De Luca e Ines de la Fressange, L’età sperimentale, un libro per tutti, tutti attraversiamo la “linea d’ombra” del tempo che passa; questo fantastico libro racconta proprio lo sperimentare lo scorrere del tempo a venire nella nostra grande età. Tanto tempo fa Erri De Luca in un altro testo Lettere da una città bruciata ha scritto: “A me fa questo: anche se invecchio, il tempo scorre ma non passa, resta“.

Secondo libro Domenico Rea, “il napoletano“. Si tratta di un “libro perduto e ritrovato” grazie al tenace lavoro di Annalisa Carbone, che con passione e fatica ha cavato questo testo del grande scrittore dal mensile sportivo “il napoletano”. Sono 24 saggi-articoli niente affatto sportivi, scritti nel biennio 1975-1976, durante gli anni della sua direzione prima e consulenza poi al rotocalco. Egli infatti impresse come un bravo direttore d’orchestra la torsione realistica e culturale, leggi politica, che fa lievitare gli articoli, che normalmente perché giornalistici sono considerati antiletteratura e invece, grazie al lievito letterario che ha saputo aggiungere ai testi, abbiamo tra le mani un letteratissimo volume.

Dovremmo leggere e misurarci con la letteratura capace di aggiudicarsi un Premio Nobel. Bene, allora, suggerisco la lettura di uno storico premio Nobel: Grazia Deledda. Procuratevi un suo romanzo, i suoi racconti e affacciatevi in quello straordinario mondo della scrittrice. Scoprirete un avvincente e straordinario mondo letterario.

Consiglio anche il Premio Nobel di quest’anno Han Kang, L’ora di greco, Adelphi. Questo libro era già nel programma del grande Editore a prescindere dall’assegnazione del premio;.
Vorrei fare come i cantautori che cantano le propri canzoni e consigliare alcune mie appassionate pubblicazioni che meritano di essere lette: Emma de Franciscis, L’uomo che attraversò tre secoli; Adelia Battista, L’Angelo bianco; Gioconda Fappiano, Sette racconti; Enzo Acampora, La casa che ballava Una storia della Pignasecca; last but not least, un libro per ripassare la storia contemporanea Antonio Scurati, L’ora del destino Romanzo Bompiani. La storia di M e dell’Italia a partire dal 1940…”

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!

“Ricette Letterarie”: il Kimchi da “La vegetariana” di Han Kang, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

In omaggio al recente premio Nobel per la Letteratura, la nostra Anne ci propone la ricetta del Kimchi, un piatto tradizionale coreano più volte citato per la sua valenza simbolica ne “La vegetariana” di Han Kang

IL KIMCHI

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: il Kimchi di Han Kang ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccovi la preparazione.

MOOL KIMCHI (Kimchi all’acqua)

Il Kimchi è una preparazione tradizionale coreana a base di verdure in salamoia, fermentate per un certo periodo alla temperatura ambiente (il tempo di fermentazione dipende dal tipo di kimchi – leggi più avanti). A seconda dei gusti e dell’uso che se ne vuole, si aggiungono alle verdure i peperoncini freschi, che ne regolano il grado di piccantezza.

Il kimchi all’acqua (Mool Kimchi) è generalmente a base di ravanello ma si può preparare anche con il cetriolo e le carote. È una sorta di giardiniera dal sapore agrodolce e rinfrescante, da servire a fine pasto per pulire la bocca e aiutare la digestione.

Ingredienti per 2 vasetti da 500g

  • 400 g di ravanelli (o ravanello coreano), mondati e tagliati in cubetto di circa 1 cm di lato 
  • 3 cucchiai di sale grosso
  • 50 g di zucchero bianco semolato
  • 5 cipollotti freschi interi 
  • 3 peperoncini freschi (rosso, arancione e verde) tagliati a metà e privati dei semi
  • 1 mela Fuji o una pera coreana, pelata e tagliata a fette di ½ cm
  • Una bella radice di zenzero fresco pelata e tagliata a fettine sottili
  • 5 spicchi d’aglio pelati e tagliati a metà

Procedura

1. Mondare e tagliare in pezzi i ravanelli e riporli in una grande ciotola. Aggiungere un cucchiaio di sale grosso e mescolare. Lasciare riposare per 30 minuti coperti finché i ravanelli non diventano morbidi e flessibili.

2. Sciacquare i ravanelli sotto l’acqua corrente per rimuovere il sale e versarli in un vaso capiente (da almeno due litri). Aggiungere il resto del sale, lo zucchero, i cipollotti, la mela, lo zenzero, l’ aglio e infine i peperoncini tagliati a metà. Con 3 peperoncini la preparazione risulta piuttosto piccante.

3. Aggiungere acqua fredda fino a coprire completamente il tutto. Chiudere il vaso con la pellicola trasparente ed agitarlo per amalgamare bene gli ortaggi.

4. Lasciare fermentare la preparazione alla temperatura ambiente per almeno 3 giorni. Il vaso dovrebbe essere coperto con un canovaccio o essere riposto al riparo dalla luce del sole. Se si copre il vaso con la pellicola trasparente si vedrà un rigonfiamento che indica che il processo di fermentazione è iniziato. Assaggiare eventualmente un pezzetto di ravanello per verificare il grado di acidità. In caso si troppo lieve, lasciare il barattolo a fermentare a temperatura ambiente per altri 2 giorni.

6. Una volta che i pezzi di ravanello hanno fermentato e inacidito sufficientemente, la preparazione è pronta. Versare quindi il kimchi in barattoli da conserva ben puliti e conservarli un frigorifero. Servire il kimchi freddo con la salamoia.

Servire il Kimchi all’acqua con una insalata di ceci e patate, preparata con 2 grandi patate sbucciate e lessate assieme ad 1 patata dolce (batata) sbucciata e tagliata in pezzi. Mescolare con 75 g di ceci cotti e passati con una forchetta insaporiti con un cucchiaino di curcuma in polvere. Condire con sale, pepe e olio extravergine di oliva quanto basta.

Milan Kundera: “Lo scherzo” (Adelphi, trad. A.Barbato), di Valeria Jacobacci

“Lo scherzo” è il primo romanzo di Milan Kundera, finito di scrivere nel 1965, fu pubblicato nel 1967, quando l’autore era ancora membro del partito comunista cecoslovacco. Ma: “La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.” 

     

Nel 1968 la Primavera di Praga cambia completamente le prospettive, Kundera accoglie con speranza il movimento, rappresenta finalmente la sua personale visione del socialismo. Sarà la causa della sua seconda espulsione dal partito, che lo costringe a lasciare l’incarico di docente all’Università per emigrare poi in Francia. I rapporti con la Cecoslovacchia sono interrotti, scrive in francese, per molti anni non permette che i suoi romanzi siano tradotti in lingua ceca. “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è stato pubblicato in Cecoslovacchia solo nel 2006.

    “Lo scherzo” ha sicuramente una forte impronta autobiografica, sempre più interessante, man mano che il tempo passa, illuminando gli eventi successivi, forse consequenziali dei fatti storici narrati e delle relative vicende umane.

      Il nome del protagonista è Ludvick, lo stesso del padre e del cugino di Kundera.

     Il padre era direttore dell’Accademia musicale di Brno, pianista famoso, il cugino, più grande di età, era un artista poliedrico, scrittore, pittore, studioso del dadaismo. 

       E’ evidente come questa formazione di stampo occidentale e liberale mal si adattasse a un qualunque regime, benché la passione per il partito fosse in lui sincera e appassionata.

       E’ infatti questa la nota dolente. Il disinganno politico è il leit motiv di tutta l’opera, si svolge con ritmo musicale come la sinfonia che l’autore avrebbe composto se non avesse optato per la letteratura. Così la polifonia dei personaggi si sviluppa per contrapposizioni e controcanti, riproponendo la stessa storia da punti di vista diversi. 

    Oltre al protagonista, Ludvick, i personaggi sono: Helena, giornalista, comunista sincera, moglie dell’uomo che condanna Ludvick a lasciare il  partito e gli studi, sottoponendolo alla leva e poi al carcere, rubandogli la giovinezza, la speranza e l’amore;  c’è poi Jaroslav, amico di gioventù, testimone della passione per la musica popolare, anima e propaganda del partito, ispirazione  di musicisti come il russo Šostakovič, che combinava la tradizione russa con le correnti occidentali del Novecento, censurato e riabilitato solo dopo la morte di Stalin; Kostka, uno dei narratori, è il medico che gli deve un favore e gli presta l’appartamento, dove Ludvick incontra Helena, la possiede senza esserne attratto fisicamente e al solo scopo di vendicarsi del marito, Pavel. E poi le donne, oltre Helena, una categoria a parte, creature astruse, inconoscibili, incomprensibili. 

     Un giorno Ludvick torna nella sua città, la trova brutta, con la piccola piazza che sembra il cortile della caserma dove è stato rinchiuso da ragazzo, sulla piazza affaccia la camera d’albergo che ha prenotato, si presenta squallida e inadatta all’incontro con Helena. Così gli viene in mente il dottor Kostka, che risolve il problema prestandogli casa sua ma lo porta anche, del tutto inconsapevolmente, a rivedere l’amore della sua vita: Lucie Sebetkova.

Ludvick ha bisogno di un barbiere, forse per rendersi piacevole e in ordine per la giornalista che deve incontrare il giorno dopo, e, nel negozio dove il dottore lo accompagna, prende posto sulla poltrona girevole abbandonandosi alle cure di una donna senza guardare il suo aspetto. 

   E’ una pagina da non perdere. L’amorevole cura di mani estranee diventa carezza conosciuta e dimenticata, conservata in un angolo dell’essere, fin quando lo sguardo corre allo specchio dove si rivela un viso ma è impossibile incrociare occhi che guardano altrove. 

    Quando il lettore vorrebbe saperne di più la parola passa ad Helena, che nel capitolo successivo racconta l’appuntamento del giorno dopo con l’uomo che potrebbe, se lo volesse, portarla via dal marito e dalla figlia.

    E’ patetica. “Che la tristezza non sia unita al mio nome” pensa Helena citando Fucik, lo scrittore cecoslovacco assassinato dal regime nazista, eroe e difensore del comunismo. Questa passione politica la connota, in questa si riconosce ed è l’unica cosa alla quale resta fedele. Infatti tradisce regolarmente il marito, non lo ama più da tempo, forse perché a sua volta ha una relazione con una ragazza, molto  più giovane di lei. 

    Quando si sono sposati erano compagni di partito. Era stato il partito a imporre a Pavel di sposarla: niente di privato fra i compagni, tutto in comune, perfino l’amore. 

    Di recente Helena non ha esitato a denunciare i costumi scorretti di una compagna che ha una storia con un uomo sposato. Il partito li obbliga a lasciarsi, la ragazza perde il lavoro, Helena non ha rimorsi. Domani andrà da Ludvick.  

    Il tragico (e comico) errore di Helena è di fraintendere del tutto le intenzioni di Ludvick, che ai suoi occhi appare leggero, innamorato, divertente, sincero. 

Ludvick  è  tutt’altro, si dimostra cinico, spietato, avvelenato, ma la sua attitudine a fraintendere le donne è del tutto giustificabile.  

“Com’è brutta la Morava!” esclama affacciandosi sullo squallido paesaggio del lungofiume.

  “ Tutto aveva avuto origine – ricorda –  dalla mia infausta tendenza agli scherzi idioti e dall’infausta incapacità di Marketa di capire gli scherzi. Marketa apparteneva a quel tipo di donna che prende tutto sul serio.” 

La cartolina con lo scherzo recitava:  “L’ottimismo è l’oppio dei popoli. Lo spirito sano puzza d’imbecillità. Viva Trockij! Ludvick” 

Marketa è bella e stupida, anche l’ideologia lo è. Stupido e ottuso è lo spirito del partito, nazista o comunista che sia. 

    La ragazza prende tutto alla lettera, e tuttavia non avrebbe fatto caso alle frasi di Ludvick, canzonatorie del suo ingenuo entusiasmo, che scambia un ritiro imposto per un premio. Tutti gli amici dell’università la prendono in giro ma nessuna testimonianza si leverà in difesa di Ludvick quando la cartolina viene intercettata e lo fa passare per dissidente e trockista. Niente potrà convincere i suoi giudici che si trattava di uno scherzo. 

     Ludvick si convince poco per volta della propria colpevolezza, tanto forte è il condizionamento ideologico. E’ proprio questo il dramma.

    Marketa ha un’indole buona (oltre che stupida), presa dal rimorso per aver abbandonato Ludvick al suo destino di traditore, gli propone di tornare con lui, in realtà per redimerlo, secondo il cliché di moda.

   Finalmente il giovane millantatore, che si fa scudo dell’umorismo per darsi il coraggio di accostare una ragazza, di avere un’esperienza sessuale che finora non ha avuto, potrebbe raggiungere il suo scopo. Ma non è così che intende soddisfare il suo desiderio. È stato innamorato, non è sentirsi perdonato di una colpa che non ha commesso il modo per realizzare un sogno.

  E’ la perdita dell’innocenza. Si tratta davvero di innocenza? Non è forse una maschera quella che indossava quando, cercando di conquistare Marketa, si fingeva spregiudicato, esperto, sicuro di sé?

   Da questo momento il dubbio è la diretta e vera conseguenza dello scherzo. 

    E’ propria di Kundera l’analisi dello stato di coscienza, la ricerca della verità interiore. Anche il più puro dei sentimenti, come la fedeltà al partito o l’innamoramento, possono  avere un’ambiguità di fondo. Ne deriva un tetro pessimismo, una depressione che Ludvick interpreta come malinconia, dalla quale si allontana quasi suo malgrado, seguendo i compagni della caserma nelle rare libere uscite  a caccia di prostitute. 

   Niente può cambiare la parte buona che ha dentro, nessuna donna merita disprezzo, non è il soddisfacimento dell’istinto che può placare la malinconia, lo sa Ludvick, e in fondo lo sanno anche i suoi compagni. Le ragazze disposte a darsi dietro compenso non sono vere prostitute, vanno nei locali per incontrare i soldati delle caserme vicine, sembrano voler consolare, svolgere un compito, fanno parte di un sistema. 

    Ludvick è perso: fuori dal partito e dagli studi non è niente, sembra un frate francescano che abbia smarrito la fede e, nonostante tutto, resti un mistico. Gli tocca subire la punizione da parte di un tribunale che somiglia a quello dell’Inquisizione: il tribunale di un partito che più di tutto teme appunto la perdita del credo da parte di quanti ne fanno parte. 

    Nelle numerose interviste concesse, Kundera torna spesso sull’idea dei totalitarismi che trattano gli esseri umani come bambini, deresponsabilizzandoli, chiedendo loro di non pensare, non decidere, di abbandonarsi a una volontà superiore. 

    Nel 2008 è stato trovato un documento negli archivi della polizia di Praga che farebbe pensare a una delazione ad opera di Kundera contro un ragazzo accusato di spionaggio. Sarà proprio questo giovane, condannato a ventidue anni di reclusione, ad aver ispirato il personaggio di Ludvick?  

   La biografia dello scrittore contiene abbastanza elementi da far pensare che l’esperienza del rifiuto e l’abbandono della patria gli siano stati sufficienti a elaborare la sua visione del mondo. Se fosse anche presente il rimorso? Sì. Il rimorso fa parte di tutto questo, se non nello specifico caso (che non è possibile chiarire) nella comune responsabilità  di aver partecipato a un piano che, piuttosto che salvifico, si è rivelato distruttivo.

    Le donne hanno un ruolo fondamentale in questo sistema di pensiero, nessuno più di loro è capace di non pensare, di abbandonarsi all’emozione, al sentimento e alla passione, capace anche di cambiare e di perdonare. Se c’è qualcosa che Ludvick non sa fare è perdonare. In lui l’assenza di giustizia provoca desiderio di vendetta, a lungo meditata e portata a compimento con risultati sorprendenti. 

    Non così per Lucie, della quale gli sfugge completamente il senso della personalità e, fino all’ultimo, il mistero della storia. 

Perseguitata e derisa per aver subito uno stupro, la ragazza viene riabilitata troppo tardi e troppo tardi Ludvick capirà i motivi della sua ritrosia.

  “E fu allora che vidi per la prima volta Lucie – racconta –  perché non le passai accanto senza fermarmi?”

   Lucie sarà capace di amarlo incondizionatamente, senza pretendere niente e tuttavia senza darsi mai, almeno non fisicamente.

    Sarà lo scioglimento di questo mistero a lenire infine l’animo esacerbato di Ludvick? 

   Le persone contro le quali sferra la sua vendetta ne usciranno indenni. Al contrario, sembrerà proprio questo l’inizio di una vita guarita da ogni veleno, in qualche misura, sanata.

La patria tornerà a essere bella, forse non dovrà vergognarsi di averla amata, tanto tempo fa.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.