19 luglio, via D’Amelio: (In)giustizia, di Cristi Marcì

Bisogna strapparsi alla propria casa, al calcolo sicuro sul domani o sul dopodomani, e prendere il volo per sé, per un’esigenza interiore; volar via come vola solo un uomo che lavora, che conosce il ritmo delle possibilità (Sklovskij, V)

Ho sempre immaginato la città di Palermo come una donna anziana e sempre pronta a impuparsi per le grandi occasioni.

Ogni volta che ne percorro le arterie alberate i suoi polmoni intrisi di storia e cemento sembrano ringiovanire ad ogni mio passo, specialmente di giorno, quando gli antichi palazzi del barocco siciliano mi invitano a varcare la soglia di un’epoca splendente in cui tutto era perfetto.

Dove i sogni segnavano l’equivalenza di una realtà accessibile a chiunque volesse entrare a farne parte.

È una città dai mille volti che in una sola giornata chiunque faticherebbe a cogliere nella piena e totale essenza, perché le velate cromature che ne caratterizzano il corpo e il resto dei lineamenti sotto sotto celano una ruggine che perfino alla luce del sole pare brillare.

E proprio per questo ecco che un suo difetto diviene subito splendente e insostituibile.

Non si può non amarla, soprattutto non la si può né si deve rimpiazzare con nessun’altra metropoli italiana o estera che sia, altrimenti idda si offende, ti volta le spalle e inizia a vomitare quintali di rifiuti pronti a insozzare quei residui onirici che hai coltivato sin da piccolo nel suo caldo e corrotto grembo materno.

Spesse volte ho pensato di lasciarla ma una volta riuscitoci il suo richiamo mi ha sempre raggiunto ovunque io andassi e nonostante mi tappassi freneticamente le orecchie, il suo cuore antico batteva all’impazzata in ogni anfratto del mio corpo: sostituendo il lamento a una preghiera.

La sua melodia non conosce confini, il suo spartito è un groviglio di vicoli e colori dove i semi che ogni giorno tenti di piantare vengono puntualmente sostituiti dalla paura del cambiamento e dall’ottusa convinzione che le parole è meglio tacerle anziché sbandierarle ai quattro venti in mezzo alle piazze: urlando a gran voce una diversità che nemmeno i cavalli di piazza Massimo saranno mai disposti a trainare sui loro carretti piumati e abbelliti con estremo decoro.

Io so bene quale fu il mio errore, credere che il sogno e la veglia fossero figli della stessa madre: la nostalgia. Nostalgia di che? Di quello che deve venire (Cappuccio, R)

Dirigendomi verso via Mariano D’Amelio il sole si posa prima sui balconi di case sconosciute per poi illuminare quel groviglio di memorie che gelosamente custodisco a trent’anni di distanza da quel terribile millenovecento novantadue, che ho conosciuto attraverso i racconti di mio padre e mia madre.

“Sei nato durante l’anno delle stragi” mi diceva sempre mio padre Giovanni il pomeriggio del ventitré maggio prima che un lungo corteo partisse dall’aula bunker dell’Ucciardone dove una volta ha preso parte al Maxiprocesso in veste di uomo e poi di avvocato.

Tenetelo a mente giudice, lo Stato può fare il viaggio che vuole. Lo Stato può arrivare dove vuole. Lo Stato è sempre in regola. Lo Stato è una mafia munita di passaporto (Cappuccio., R)

Sin da piccolo il termine Mafia ha assunto per me un significato difficile da decifrare, in cui a volte i buoni perdono e i cattivi vincono e dove la lotta per la libertà può esplodere in tutta la sua possente imprevedibilità fino a dissolversi in numerosi puntini.

Una volta arrivato vedo subito dei teli con sopra dipinte le facce dei due giudici, alcuni sono di una bianchezza disarmante altri invece sono un po’ ingialliti dal tempo.

Eppure sono impregnati di un’invisibile sostanza perfino in questo caldo pomeriggio d’estate, profumano un po’ di gelsomino e un po’ di salsedine.

Eh sì, perché la via D’Amelio non dista molto dal mare e come il resto della città il suo respiro si rinnova ogni qualvolta le onde si infrangono sugli ormeggi portuali oppure sugli scogli del Foro Italico vicino il quartiere della Kalsa, luogo di nascita di Paolo.

Non ricordo quanti anni avessi quando i miei genitori mi hanno fatto visitare per la prima volta il Tribunale di Palermo detto anche palazzo di Giustizia, ricordo solo un frenetico via vai di gente vestita per bene che saliva e scendeva dai piani di quella struttura risalente all’epoca fascista.

I corridoi e le varie aule erano fredde e anguste, non era un posto adatto per i bambini, lì era vietato correre, di scivoli e altalene nemmeno l’ombra.

Lì era vietato giocare.

Semplicemente perché come ebbero a spiegarmi mamma e papà, in quel luogo si era cercato negli anni di contrastare la lotta a chi vietava la libera circolazione delle idee e a chi sceglieva di stare nel giusto schierandosi dalla parte dello Stato.

“Per questo qui dentro non sorride mai nessuno”?

“Sì, perché la lotta alla mafia è una cosa seria e nessuno deve sostituire un pallone da calcio con una bomba”.

Mentre adagio il girasole acquistato poco prima dal fioraio di quartiere, sulla scalinata scorgo tanti disegni appoggiati sui gradini e distesi con perizia lungo il marciapiede mentre un vento leggero li anima con quell’invisibile soffio che dona loro un rinnovato movimento sotto questi tristi raggi di luglio.

Mi ritrovai allora un momento come davanti a due strade, l’una rivolta a rincasare nell’astrazione e sempre nella quiete, nella non speranza, l’altra rivolta alla Sicilia, e in qualcosa che poteva anche non essere una così sicura quiete e una così sorda non speranza (Vittorini, E)

La cognizione del tempo mi sfugge, il sole si fa bello e la città si imbelletta per il trentatreesimo anno di fila.

A volte col pensiero le ho perfino chiesto se non abbia mai avuto il coraggio di ribellarsi a chi ne ha invaso e calpestato la pelle rovinandole il trucco, a chi ne ha martoriato il volto trasformandola in una marionetta al servizio di burattinai corrotti pronti ad abusare della sua carne ogni qualvolta ne sentissero la spinta.

Lei però rimane in silenzio, mi guarda da ogni angolo delle sue viscere pulsanti dove un sordo dolore per i figli perduti si affianca alla sofferenza per quelli che ancora una volta la lasceranno in balia di ricordi lontani.

Questa è la pena che ogni anno le tocca scontare.

La sola (in)giustizia concessale da uno Stato che in nome di una legge straniera ha estirpato le radici di un sogno in cui molti credevano ma per il quale pochi si sono battuti davvero, anche a costo di perdere la vita.

In nome di una terra che per cambiare deve ogni giorno far brillare le proprie ferite.    

Facendo i conti con chi resta, con chi sceglie di andarsene

e con chi non c’è più.

Riferimenti bibliografici

Cappuccio., R, Paolo Borsellino, 2020, “Essendo Stato”, Feltrinelli Editore, Milano.

Sklovskij., V, 1984, “L’energia dell’errore”, Editori Riuniti, Roma

Vittorini., E, 2024, “Conversazione in Sicilia”, Bompiani Editore, Firenze.         

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Carlo D’Amicis: “Il grande cacciatore (e altre violenze)” – Terrarossa, di Carlotta Lini

Un’immersione tra l’umano e il disumano

Non mi ero ancora resa conto di avere una nuova vicina, finché un pomeriggio, dalla finestra del bagno, non la vidi a letto con il mio fidanzato“.

Così comincia “Il grande cacciatore (e altre violenze)” di Carlo D’Amicis, un romanzo breve già uscito nel 2011 e riproposto dalla casa editrice Terrarossa in una versione rivisitata e parzialmente riscritta; “un libro che – come dice l’autore in prefazione – già esiste e che nello stesso tempo è nuovo”.

La storia è narrata in prima persona dalla protagonista, un’infermiera insicura, con la sindrome da crocerossina e il timore costante di essere abbandonata. Nell’incipit D’Amicis la inquadra nell’attimo esatto in cui la sua vita cambia, ovvero quando, guardando dalla finestra, in un pomeriggio afoso e soffocante, vede il suo fidanzato in atteggiamenti intimi con l’avvenente vicina di casa.

Non ci sono piatti che volano, urla o pianti fragorosi, ma l’autore lascia che la violenza emerga in modo sottile e silenzioso. L’infermiera non reagisce apertamente, soffre in silenzio e finisce per accettare la vicina che dice “non mi pare il caso di litigare per un uomo”. E così, già dalle prime pagine, sorprendentemente, la donna ferita e tradita comincia a prendersi cura di Marilyn, la vicina ex-modella che gira “sempre mezza-nuda sotto la vestaglia”, instaurando con lei un rapporto quasi di amicizia e confidenziale. Sarà Marilyn stessa a raccontarle come ha conosciuto l’uomo: giacché i due sono ossessionati dalla presenza degli alieni (meglio nominarli “loro, essi”, o la loro vendetta sarà inesorabile), a farli incontrare è una rivista sugli ufo di cui entrambi sono abbonati. Nel frattempo, Adelmo, il fidanzato (non si sa più bene di chi, se di Marilyn o dell’infermiera o, più probabilmente, di entrambe), è un uomo assente, narcisista e anaffettivo, incapace di amare e di dedicarsi alle donne della sua vita.

Il triangolo relazionale si sviluppa in due spazi narrativi: l’appartamento condiviso e l’ospedale, dove i tre protagonisti si ritrovano in momenti diversi della storia. È un triangolo “relazionale” più che amoroso, perché l’amore è quasi assente o, quando presente, tossico.

E allora, dov’è l’amore? L’amore è portato delicatamente nella narrazione da un cane randagio, l’unico elemento di conforto e sicurezza riservato alla nostra protagonista. Nonostante l’iniziale riluttanza, col tempo l’infermiera capisce che prendersi cura di lui è la cosa più bella, e sana, che potesse capitarle. Tuttavia, la presenza del cane sconvolge ulteriormente l’equilibrio fragile e precario tra i tre.

Ecco che quindi arriva la violenza. Violente diventano le parole, i gesti e gli atti, compiuti e non. Tutti fanno violenza e tutti la subiscono, i ruoli di vittima e carnefice si alternano continuamente. D’Amicis ci regala una scrittura affilata e tagliente, e la mescola abilmente con un’ironia pungente e inaspettata. Il romanzo si rivolge con freddezza al lettore, in un crescendo di incredulità emotiva: davvero l’essere umano è capace di arrivare a tanto? 

“Volevo salvare il mondo, oppure farlo a pezzi”. (p. 33)

Questo libro merita di essere letto per le riflessioni che suscita, trascinandoci, pagina dopo pagina, in una spirale di passiva follia dalla quale riemerge solo chi è capace di provare emozioni. Gli interrogativi che pone sono gli stessi che forse si porrebbero gli alieni se ci osservassero da vicino: “Ma questi non erano gli umani?”

“Allora per non cedere definitivamente alle emozioni, corsi in bagno e mi detersi il viso con un batuffolo di ovatta. Mi sembrava di raschiare l’anima con la carta vetrata.” (p.31)

Carlo D’Amicis, redattore di Fahrenheit di Radio 3 e già autore Mondadori, Minimum Fax e 66thand2nd, gioca con i registri del grottesco e del quotidiano per raccontarci quella terra di nessuno ridotta e spaventosa tra “la fragilità che ci definisce umani e l’abiezione che ci rende disumani”. Le “altre violenze” del titolo non sono solo fisiche: sono piccole invasioni dell’altro, tentativi di possesso, manipolazioni affettive e slittamenti emotivi. Il romanzo interroga su cosa significhi davvero “prendersi cura” di qualcuno: è un atto di amore, di potere o di dipendenza? Chi sono i predatori e chi le prede in questa storia di apparente passività?

Consigliato a chi ama le narrazioni brevi ma dense, a chi cerca una voce fuori dal coro capace di unire sarcasmo e malinconia, e a chi non teme di esplorare le zone più torbide dei legami umani.

Carlotta Lini

Carlotta Lini è laureata in Lingue e Letterature Straniere e si occupa di contenuti editoriali, lettura professionale e comunicazione culturale. Dopo un’esperienza significativa nel mondo della moda e dell’imprenditoria creativa, si è dedicata alla scrittura e alla consulenza editoriale. Cura il blog I Need a Book – The Thrill of Literature, in cui approfondisce la letteratura classica e contemporanea attraverso recensioni, rubriche e interviste d’autore. Collabora con progetti editoriali e culturali, con uno sguardo attento alla parola e alla qualità dei contenuti. Per lei, leggere è una fortuna, non un semplice passatempo. È una ricchezza intima, personale, inalienabile. Un piccolo miracolo che possiamo compiere ogni giorno, sfogliando una pagina dopo l’altra, e scoprendo — ogni volta — che le parole sanno ancora sorprenderci. 

Isabel Allende: “Il mio nome è Emilia del Valle” (Feltrinelli, 2025 – trad. Elena Liverani), di Cristi Marcì

Il potere della parola quale strumento per salvarci di fronte al silenzio

Ambientato agli albori della prima guerra civile cilena scoppiata nel lontano 1891, la protagonista di questo splendido romanzo si fa portavoce di una delle pagine più cruente della storia sudamericana, dove il rispetto per la vita e l’amore nei confronti della propria terra segnano un profondo divario non solo all’interno del popolo cileno bensì fra gli alti esponenti di una politica sempre più corrotta.

Disposta a reprimere la voce della nazione in nome di un folle e assurdo amore: quello per la guerra.

Attraverso l’indomito coraggio della fiorente scrittrice Emilia del Valle il Cile assume negli articoli della giovane ed emergente reporter la forma di una lingua di terra violentata dalla cupidigia dell’Io e deturpata dalla brutalità dell’essere umano.

Rispetto ai quali sia il profumo del mare che le immense catene montuose possono soltanto piegarsi dinanzi alla logica di un’indicibile e inaudita violenza.

Impregnate di storia ma soprattutto di un florido desiderio di riscatto, ciascuna di queste pagine assume pian piano i contorni di una mappa dove la geometria dei sogni rivela le nebulose costellazioni di un viaggio pronto a rinnovarsi capitolo dopo capitolo.

La scrittura e ancor più le parole acquisiscono via via le sembianze di una creatura in grado tanto di raccontare quanto di imprimere quelle emozioni e quelle speranze che soltanto la guerra tenta spesso di dissolvere nella polvere da sparo, denunciando oltremodo le barbarie perpetrate dalle forze del Congresso cileno contro il governo dittatoriale dell’allora presidente Josè Manuel Balmaceda.

La nota autrice e giornalista cilena Isabel Allende offre dunque ai suoi lettori uno spaccato della propria terra d’origine dove la curiosità e il forte richiamo all’indipendenza di Emilia si traducono in un viaggio degno di essere vissuto, dove l’amore e la scoperta delle rispettive origini la porteranno in un luogo ricolmo di mistero: inaccessibile finanche alla cupidigia dell’uomo e ai suoi futili strumenti di morte.

Quello che maggiormente contraddistingue questo meraviglioso romanzo non è soltanto quel terribile amore per la guerra di cui parlava il noto psicoanalista americano James Hillman bensì la crescente presenza di un conflitto che sulle labbra e ancor più tra le mani dell’uomo si tramuta in legge assoluta: in una nuova norma.

Nondimeno quanto viene proposto lungo queste pagine è la descrizione di quello che purtroppo al giorno d’oggi siamo ormai abituati a vedere, a leggere e a sentire: rendendo il conflitto con il proprio simile l’unica legge vigente rispetto alla quale, per assurdo, l’essere umano rischia di identificare sempre più il valore della propria esistenza.

Se da un lato i governi dittatoriali hanno da sempre macchiato di sangue interi capitoli della storia dell’uomo dall’altro quest’ultimo, proprio attraverso le parole può gradualmente tornare a fiorire, facendo della scrittura nonché della narrazione il solo strumento con cui restituire alla vita di ogni giorno una dignità di fronte alla quale l’odio e il conflitto prima o poi esauriranno le proprie cartucce.

Il Cile quale terra ricca di analogie e preziose radici da riscoprire 

Il linguaggio analogico riflette quella dimensione simbolica grazie alla quale prendere le distanze da ciò che è ormai razionale e carico di significati ormai collaudati. 

Un vero e proprio strumento che garantisce l’accesso presso quell’apparato immaginativo e metaforico con cui riscoprire uno o finanche più dialoghi. 

Pertanto proprio attraverso questo graduale distacco si ha la possibilità di prendere coscienza circa l’esistenza di ulteriori forme di espressione, nuove modalità comunicative e soprattutto di un mondo inconscio che a nostra insaputa fiorisce dentro di noi. 

Quest’ultimo infatti sembra custodire al suo interno non tanto semplici contenuti quanto una vera e propria sequenza di materiali che se sotto il profilo onirico non tardano a presentarsi viceversa dal punto di vista linguistico sono pronti a tradursi in una trama, a volte indefinita e per questo del tutto originale.

Le parole dunque possono acquisire quella incerta fisionomia che alla stregua dei sogni altro non attendono se non di guidarci verso orizzonti lontani; pronte a comunicarci non solo qualcosa di nuovo bensì a mostrarci quella via grazie alla quale oltrepassare quei significati che spesso e volentieri rischiano di restringere il campo della nostra simbologia inconscia.

Nel corso dei secoli la letteratura si è sempre fatta portavoce di un qualcosa di nuovo, di inaspettato e spesso e volentieri di scomodo per la ragione ordinaria e abitudinaria. 

Nondimeno la struttura e gli stili che adornavano il contenuto di quanto riportato in forma scritta riflettevano il ponte di unione tra la dimensione cosciente e quella all’apparenza invisibile. 

Se le parole permettevano un trampolino di lancio verso la nostra interiorità ad oggi questa possibilità non sempre la si riscontra facilmente. 

In quanto difficilmente si è disposti a lasciarsi guidare da quanto di più misterioso e indecifrabile risiede entro gli anfratti della nostra anima. 

Tuttavia la lettura di questo romanzo riflette proprio l’invito a prendere contatto, nonché a riscoprire, quelle radici che se accolte sono in grado di svelare i volti di un percorso grazie al quale raggiungere mete lontane e che tuttavia non sapevamo di custodire nel nostro più intimo bagaglio.

Tantomeno di raccontare con la sola parola possibile: Viaggio.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Pablo Neruda (12 luglio 1904 – 23 settembre 1973) – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Pablo Neruda, cileno, è stato uno tra i poeti più importanti e famosi del Novecento. Premio Nobel per la Letteratura nel 1971, la sua opera spazia dalle liriche amorose alle poesie di impegno civile, celebrando, nelle prime, le passioni e la libertà; e rappresentando, nelle seconde, una visione della pace e della giustizia sociale quanto mai attuale nei nostri tempi sgangherati. Figura emblematica dell’intellettuale “impegnato”, “poeta del popolo”, Neruda negli anni Trenta aderisce al Partito Comunista e si schiera contro i fascisti nella Guerra Civile Spagnola, durante la quale scrive le poesie di “Spagna nel cuore”. Del 1950 è “Canto General” che consolida la sua convinzione che la poesia, unendo amore e rivoluzione, passione e impegno, possa essere un’arma per i diseredati del mondo e un motore di cambiamento politico e sociale. Dopo un lungo periodo di esilio, torna in patria per sostenere il governo di Salvador Allende e morirà pochi giorni dopo il golpe militare di Pinochet dell’11 settembre 1973. I suoi funerali assumono un profondo significato politico diventando una grande manifestazione contro il regime, purtroppo l’ultima tollerata in terra cilena per numerosi anni.

Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su “Pablo Neruda”.

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Hannah Crafts: ‘’Memorie di una schiava’’ (Edizioni Clichy, 2025), di Claudio Musso

Questo è un libro che arriva a noi con un ritardo che fa rumore. 

Scritto a metà Ottocento da una donna afroamericana fuggita dalla schiavitù, il manoscritto rimane nascosto per oltre un secolo e mezzo, senza trovare lettori, senza ricevere ascolto. Nessuno lo pubblica o può confrontarsi con quella voce non mediata, non corretta da editori o accademie, che conserva intatto lo stupore, la rabbia, la grazia di chi ha molto vissuto e che poco ha potuto dire. 

Fino al 2002 quando, grazie alla scoperta di uno studioso, quelle pagine sono diventate leggibili. Particolarissima è la capacità di questa donna di osservare il mondo in modo obliquo, silenzioso, come se la comprensione più profonda non passasse per l’evidenza, ma per la vibrazione sotterranea delle cose. Lo sguardo di Hannah, la narratrice di queste pagine, è affinato dalla necessità: non potendo studiare sui libri, legge volti e gesti; non potendo esprimersi liberamente, impara a distinguere le intenzioni nei toni della voce, nei silenzi, nei movimenti impercettibili.

Questa voce scrive per testimoniare, per esistere, per usare finalmente parole che le sono sempre state negate. Scrive con urgenza, con lucidità, con il desiderio profondo di raccontare ciò che vede e ciò che intuisce, pur sapendo che forse nessuno avrebbe mai letto quelle pagine. Proprio questa condizione originaria, quella di un libro nato senza lettori, lo rende oggi così prezioso. Leggerlo significa colmare una mancanza, restituire spazio e ascolto a una coscienza silenziata.

Hannah non lavora nei campi, non conosce direttamente la brutalità delle piantagioni, ma la osserva da vicino. È una schiava “privilegiata”, se così si può dire: una cameriera personale, una donna di servizio al fianco di diverse padrone bianche, impiegata negli interni delle grandi case del Sud schiavista. Vive negli spazi del potere, ascolta conversazioni, osserva relazioni, impara a leggere i segni dell’autorità e della finzione morale. Dalla soglia su cui si trova, può vedere tutto ciò che si muove sopra e sotto di lei: la rigidità razziale, la fragilità dei rapporti, la crudeltà dissimulata dietro l’eleganza e il benessere dei bianchi. Vede anche le baracche dove vengono stipati gli altri schiavi, l’indigenza, la fatica. Non li vive, ma li intuisce, li respira. E ne porta il peso sulla pagina.

Colpisce il fatto che il vero oggetto del suo sguardo, e forse anche il vero protagonista del libro, sia il mondo bianco. ‘Memorie di una schiava’ più che un racconto, con risvolti autobiografici, della sofferenza nera è una radiografia della società bianca che si nutre di schiavi ma è schiava essa stessa, delle ricchezze, del pettegolezzo, delle carriere pubbliche, di una posizione a tutti i costi. Hannah osserva i suoi padroni con un’intelligenza silenziosa ma impietosa: ne coglie la generosità artefatta, ma anche la complicità con un sistema che considera lo schiavo come proprietà e oggetto. Crafts inoltre non descrive solo la schiavitù fisica, quella delle catene, dei bastoni, delle fughe. Ci mostra piuttosto un sistema che incide nell’interiorità: nel modo in cui una schiava deve reprimere pensieri, sogni, desideri. L’ordine imposto infatti richiede obbedienza ma anche l’abolizione del sé. Ci sono padroni che amano sondare il dolore fino alla soglia della tortura: non per sadismo gratuito, ma per esercitare un potere che si misura anche nella capacità di spegnere una coscienza, non solo un corpo. Anche i personaggi più “benevoli”, che pure ci sono, sono travolti da un generale ottundimento dei valori, da un’inerzia morale che svuota ogni gesto di fattiva umanità. Il risultato è un ritratto penetrante di una classe dominante che ama raccontarsi civile e cristiana, tra costituzioni e bibbie, ma pratica la disumanizzazione, anche di sé, come norma.

In questo paesaggio confuso, dove nulla è saldo e tutto può cambiare in base a un ordine o a un capriccio, l’unico punto fermo per Hannah resta la Bibbia anche quando il mondo a più riprese le volta le spalle. Le Sacre Scritture, lette di nascosto, sono la sua unica bussola morale. In assenza di affetti stabili, di protezione o di diritti, la fede diventa rifugio e àncora. La parola divina, a differenza di quella degli uomini, non tradisce, non viene piegata dal potere o almeno così spera. Questo legame profondo con il testo sacro attraversa tutto il romanzo, fornendo alla protagonista una lingua alternativa per pensare sé stessa, per resistere, per credere che la libertà sia possibile.

La scrittura di Hannah Crafts è viva, urgente, attraversata da una tensione continua tra espressione e contenimento. È una lingua nutrita da letture — si sentono echi di Dickens, delle sorelle Brontë e del gotico vittoriano — ma che conserva una tonalità personale, immediata, mai pretenziosa. Ci sono travestimenti, misteri, fughe, segreti: elementi che testimoniano una notevole consapevolezza narrativa, pur con qualche ingenuità strutturale. Non è un romanzo secondo i canoni estetici della forma compiuta, ma è un’opera di valore per la sua carica umana, politica, etica. La sua forza non sta nell’ambizione letteraria ma nella necessità con cui è stato scritto.

La recente traduzione italiana di Giada Diano e Giulia Facchini, curata con attenzione da Edizioni Clichy, restituisce con efficacia questa urgenza e questa misura, offrendo finalmente anche al pubblico italiano la possibilità di accostarsi a un testo dimenticato, rimasto troppo a lungo in silenzio. La lettura è sorprendentemente scorrevole, coinvolgente, mai pesante: è un testo che si legge con interesse genuino, con partecipazione crescente, anche grazie alla sua struttura narrativa che alterna osservazione sociale, introspezione e tensione drammatica.

Leggere oggi questo libro è un gesto di ascolto e di restituzione. Significa raccogliere una voce che ha parlato nel vuoto, e che continua a parlarci, con delicatezza ma anche con fermezza. Significa accettare di essere guardati da uno sguardo che ci analizza senza odio, ma senza illusioni. ‘Memorie di una schiava’ non è solo un documento storico o letterario: è una forma di resistenza silenziosa, un atto di scrittura che custodisce la dignità, la coscienza e la memoria di chi non ha mai avuto il diritto di raccontare. È un testo ‘in presa diretta’ che smaschera il vero male della schiavitù: non è solo nel corpo incatenato, ma nell’anima ferita, spezzata, ridotta al silenzio. Il peggio è vedersi negare perfino il diritto al desiderio. La libertà non è solo fuggire: è poter immaginare, poter sentire, poter volere. Per questo ‘Memorie di una schiava’ non è solo il racconto di una fuga, ma il tentativo di restituire dignità al pensiero stesso. Alla parola. Alla memoria. 

E ci mostra che persino una donna nata nella schiavitù, senza istruzione, può diventare cronista del suo tempo – in cui non solo una certa America ma anche tutto l’Occidente è sul banco degli imputati – , ritrattista impietosa e delicata, e narratrice capace di restituire luce, nonostante l’ombra.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.