Siamo della stoffa di cui son fatti i sogni,
e i sogni sgranano gli occhi come bambinetti sotto i ciliegi
dalla cui corona il suo cammino oro pallido
la luna piena inizia attraverso la grande notte […]
E tre cose sono una: un uomo, un oggetto, un sogno.»
(Terzine sulla caducità, III[1])
Nelle Terzine sulla caducità, Hofmannsthal (1841/1915) riflette sul tempo e sulla fugacità dell’esistenza: Siamo della stoffa di cui sono fatti i sogni, e i sogni sgranano gli occhi come bambinetti sotto i ciliegi. La poesia ci mostra un mondo in continuo mutamento, in cui l’uomo, gli oggetti e i sogni si intrecciano in un’unica esperienza transitoria. Qui emerge già il clima della Vienna fin de siècle: un sentire decadente, sospeso tra romanticismo e barocco, tra memoria e fragilità della vita. L’Austria stessa, con le sue magnifiche Pestsäulen, le colonne della peste ci ricorda la caducità dell’esistenza e la necessità di cercare protezione e significato anche attraverso simboli visibili e rituali. È in questo contesto che la fiaba assume un ruolo privilegiato. Come nella poesia, Hofmannsthal non tenta di dominare il reale con l’intelletto, ma cerca forme che ne rivelino l’essenza nascosta. La fiaba diventa così un luogo in cui il sovrannaturale e l’umano si incontrano e si misurano, dove i desideri, i limiti e le responsabilità prendono corpo. In La donna senz’ombra, l’imperatrice insegue l’ombra, simbolo della vita, dell’amore, della pienezza umana, e nel suo percorso si confronta con prove esoteriche, sacrifici e tentazioni.
L’imperatore ama profondamente la sua sposa; l’imperatrice, invece, appare inizialmente incapace di un amore pienamente umano. Priva dell’ombra, simbolo della fertilità e della partecipazione al destino degli uomini, non può avere figli, mentre l’imperatore desidera ardentemente una discendenza. Da questa mancanza prende avvio un percorso che è insieme fiaba, prova iniziatica e ricerca dell’umanità perduta. Per avere dei figli e salvare così il marito imperatore, destinato altrimenti a pietrificarsi, l’imperatrice deve procurarsi l’ombra che le manca. L’ombra è evidentemente qualcosa di più di un semplice elemento fiabesco: è il simbolo della carnalità, della fertilità, dell’opacità del corpo in un mondo di pura luce. Pur essendo impalpabile è lei che determina la nostra corporeità, se non avessimo un corpo non avremmo ombra. Lei è ciò che ci lega alla terra, al limite, alla sofferenza e forse anche a quella parte di noi stessi che preferiremmo ignorare o reprimere. Guidata da una nutrice che è al tempo stesso maga e tentatrice, l’imperatrice scende nel mondo degli uomini e, sotto le mentite spoglie di una serva, entra nella casa di un tintore e della sua bellissima moglie. Anche questa donna non ha figli e, come l’imperatrice, vive un rapporto difficile con il marito, che non riesce ad amare. Per ottenere l’ombra si profila una sorta di patto faustiano: in cambio della rinuncia alla maternità, alla donna vengono promessi piaceri, libertà e ricchezze. Ha così inizio una serie di prove enigmatiche, dense di simboli e richiami esoterici, nelle quali compaiono anche misteriosi fanciulli che si rivelano essere i figli mainati, presenza struggente di vite possibili e negate. Alla fine il patto sta per compiersi. L’imperatrice può finalmente impadronirsi dell’ombra, ottenere ciò che desidera, salvare il marito, conquistare l’amore e una discendenza. Ma proprio nell’istante decisivo avviene la trasformazione interiore che costituisce il vero centro della fiaba. Per la prima volta prova compassione per la donna cui sta per sottrarre l’ombra e per il suo umile e devoto marito. Comprende che la propria felicità sarebbe costruita sul dolore di altri esseri umani.

È allora che pronuncia il suo rifiuto: “Non voglio”. Quel gesto di rinuncia, apparentemente contrario ai suoi interessi, diventa il momento della sua piena umanizzazione. Proprio perché rinuncia a salvarsi a spese degli altri, ottiene ciò che cercava. L’ombra le viene donata senza violenza né inganno, l’imperatore è salvo e anche la coppia del tintore ritrova la propria armonia.
Questo è il lieto fine della fiaba. Ma, come ogni vera fiaba, La donna senz’ombra non offre una morale univoca. È un racconto che parla di amore, responsabilità, sacrificio, maternità, compassione e conquista dell’umanità. Ciascuno può leggervi ciò che più gli appartiene: un percorso iniziatico, una parabola etica, una riflessione psicologica o persino una rappresentazione del difficile cammino verso la completezza dell’essere.
Hofmannsthal è il grande interprete del non detto. Forse sapeva che nella vita non si raggiunge mai completamente il mondo che si cela dietro le apparenze e che la letteratura non fa altro che potare, correggere e rielaborare giardini che sono sempre esistiti. Non cerca di dominare il reale attraverso l’intelletto, ma di avvicinarlo per via simbolica, con la stessa delicatezza con cui l’imperatrice de La donna senz’ombra rinuncia a impossessarsi dell’ombra altrui. Anche la fiaba diventa così una possibile via di salvezza in un mondo che ha smarrito le proprie certezze. Non è un caso che l’intera vicenda si svolga in una dimensione onirica. Questa fiaba è la rappresentazione di un desiderio. Che cos’è l’ombra che l’imperatrice insegue, se non la vita stessa, l’amore e, dunque, la possibilità di appartenere pienamente all’umanità? L’ombra è tutto ciò che ci rende umani: il limite, la sofferenza, la responsabilità, la capacità di amare e generare. La fiaba sembra allora prestarsi meglio di ogni altra forma alla rappresentazione della realtà profonda. Essa realizza quell’aspirazione dell’arte a diventare una seconda natura. Ma per i decadenti l’arte è qualcosa di più: è la capacità di dare forma all’interiorità, di rappresentare gli unsinnliche Dinge attraverso sinnliche Dinge, le realtà invisibili attraverso immagini sensibili. Venuta meno la fiducia nell’onnipotenza dell’intelletto e della coscienza, il mito, la magia e la fiaba tornano a essere strumenti privilegiati di conoscenza, perché consentono di avvicinarsi all’essenza dell’Essere.
In questa prospettiva assume significato anche la figura di Keikobad, il padre dell’imperatrice. Come i sovrani sacri studiati da James George Frazer (1854/1941), antropologo britannico, riportò alla luce il linguaggio dimenticato dei miti, mostrando come dietro re sacri, sacrifici rituali e racconti meravigliosi si celasse l’eterna aspirazione dell’uomo a comprendere il ciclo della vita e della morte, attraverso cui le antiche civiltà cercavano di dare un senso al mistero della vita. Ne Il Ramo d’oro egli richiama antiche concezioni in cui il re non era soltanto un governante, ma l’incarnazione stessa della fertilità, della prosperità e della forza vitale della natura. La sua eventuale scomparsa non rappresenta una fine, bensì un momento del ciclo eterno di morte e rinascita che regola la vita del mondo.
Non parliamo più soltanto di mondi che si sovrappongono, quello umano e quello sovrumano, ma di problematiche che proprio in quegli anni Freud iniziava a portare alla luce. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere Hofmannsthal esclusivamente attraverso la psicoanalisi. Uomo del vecchio e magico impero asburgico, egli continua a esprimersi attraverso il linguaggio del mito, della fiaba e del simbolo, pur mostrando una sensibilità che non poteva non essere affascinata dalle nuove esplorazioni dell’inconscio. L’imperatrice ama l’imperatore, ma il loro rapporto rimane inizialmente incompiuto. La sua mancanza d’ombra può essere letta come il segno di una personalità ancora non pienamente realizzata, sospesa tra la condizione filiale e quella adulta. Il percorso della fiaba diventa allora una ricerca di identità: l’imperatrice è insieme figlia, moglie e madre in potenza, e il suo cammino consiste nell’integrare queste dimensioni della propria esistenza. In una prospettiva psicoanalitica si potrebbe parlare del superamento di una dipendenza originaria dalla figura paterna, rappresentata dall’enigmatico Keikobad. Ma Hofmannsthal non percorre la strada dell’analisi psicologica: affida invece al mito e alla fiaba il compito di rappresentare questa trasformazione interiore. La compassione che l’imperatrice prova per i tintori segna il momento decisivo del suo cambiamento. Rinunciando a realizzare il proprio desiderio a danno di altri, ella supera la logica dell’egoismo e conquista una più profonda consapevolezza di sé. La conclusione positiva della vicenda non nasce quindi da una soluzione metafisica, ma da una riconciliazione interiore. L’ombra, la maternità e l’amore diventano simboli di una personalità finalmente unificata. In questo senso il tassello freudiano può contribuire a illuminare alcuni aspetti dell’opera, senza però esaurirne la ricchezza. Hofmannsthal resta innanzitutto il poeta del simbolo e del non detto, nel quale convivono suggestioni decadenti, romantiche e barocche, insieme alle inquietudini della modernità nascente.
Bibliografia
Ladislao Mittner – Storia della letteratura tedesca
Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

