“Quando il mondo dorme”: Francesca Albanese a Sant’Andrea di Conza, di Amedeo Borzillo

“C’è un mondo che dorme un sonno di pietra davanti al genocidio di un popolo intero. Ma questa Piazza conferma il messaggio che porto, che c’è anche un mondo che si sta svegliando, che libera le parole dalla lingua del potere, e si oppone al genocidio in Palestina che viene compiuto anche in nostro nome.”

Francesca Albanese così ha esordito nell’incontro tenuto lo scorso 5 agosto a Sant’Andrea di Conza, in alta Irpinia (la sua terra di origine) davanti ad oltre seicento persone.

Più che alla presentazione del suo libro “Quando il mondo dorme” ci è sembrato assistere ad una sorta di appuntamento che si sono dati i relatori, per parlare di Gaza e svegliare le coscienze di noi tutti.

Ha iniziato proprio la Albanese: “Ci stanno togliendo l diritto alla parola, silenziando le voci, inclusa la mia, nonostante il Mandato ricevuto dalle Nazioni Unite a documentare le violazioni di Diritto Internazionale che Israele commette nei Territori Palestinesi occupati. 

Sono la prima persona all’interno delle Nazioni Unite, in 80 anni, ad essere stata sanzionata da uno Stato Membro ed a ritrovarsi in una lista nera insieme a terroristi e criminali internazionali.

Nel mio ultimo Report ho fatto i nomi di decine di aziende che traggono profitti dall’industria della guerra, a cominciare dall’Italiana Leonardo che fornisce componenti per gli aerei F35 usati per bombardare Gaza. Per fortuna proprio dai giovani universitari è nato il Movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni per i diritti del Popolo Palestinese, ndr) che a partire dai contratti di Ricerca delle Università sviluppa ed estende la sua azione da 20 anni aggregando Associazioni, sindacati, Chiese e Movimenti di base in tutto il mondo per fare pressione su Israele affinché rispetti il Diritto Internazionale.“

Poi Moni Ovadia: “Francesca ha restituito il senso civico del linguaggio, rivelando le menzogne e raccontando il vero: a Gaza è in atto un genocidio e l’Occidente ha perso il diritto di parola, può solo tacere e calare la testa davanti alla Resistenza palestinese

Ha preso poi la parola Omar Suleiman, leggendo una struggente poesia e aggiungendo: “la Palestina deve essere decolonizzata, Israele ha smantellato la società palestinese distruggendo scuole, università, ospedali, radendo al suolo interi centri abitati per cancellarne perfino la memoria.

E poi è Luisa Morgantini, arrestata lo scorso gennaio nei pressi di Hebron in un insediamento israeliano illegale, a raccontarci cosa è oggi vivere in Palestina, e  i genitori di Mario Paciolla, che attendono verità e giustizia: “noi siamo qui con voi dove sarebbe nostro figlio se fosse ancora vivo”.

Il libro ci riporta storie su persone che hanno aiutato Francesca Albanese a comprendere, studiare, conoscere e informare su quanto succede in Palestina.

Lo fa raccontandoci di Hind (morta a 6 anni,  il cui corpo esanime verrà trovato dopo 12 giorni in una macchina su cui qualcuno ha sparato oltre 300 proiettili) e di tutti i bambini ai quali la segregazione razziale e le restrizioni imposte dall’occupazione impediscono di accedere a istruzione e cure mediche adeguate, tanto a Gaza (anche prima dell’attuale attacco) che in Cisgiordania. Scrive l’Albanese: “la protezione dell’infanzia dovrebbe essere al centro di qualsiasi dibattito sulla cosiddetta “questione palestinese” nello sforzo di garantire ad ogni bambino il diritto a crescere protetto, in una cornice di sicurezza, dignità e libertà”

Lo fa raccontandoci di Malak Mattar, pittrice palestinese (cui si deve il ritratto in copertina)  autrice peraltro del dipinto “Ultimo Respiro”, un olio su tela in bianco e nero  che è stato paragonato per la sua intensità al “Guernica” di Picasso, un capolavoro che raffigura gli orrori della guerra. La Albanese la conobbe 15 anni fa a Gaza, quando era una bambina di 11 anni e dipingeva a scuola.  Vinse una borsa di studio in Inghilterra lasciando Gaza proprio il giorno prima del 7 ottobre.

Efficaci ed esplicative sono le pagine dedicate a Ghassan, medico chirurgo che ha operato a Gaza fin quando è stato possibile, che racconta “quando sono uscito da Gaza ho capito che il progetto genocida è come un iceberg, Israele è solo la punta visibile, ma il resto dell’iceberg, che da Gaza non si vede, è l’intero apparato che rende possibile il genocidio: BBC, CNN, Wall Street Journal e le organizzazioni che lo sostengono. La distruzione si abbatte su tutto: presente, futuro e passato. Tutto quello che il popolo di Gaza è stato viene raso al suolo, cancellato.”

C’è poi la storia di Ingrid Gassner, la prima a parlare di apartheid in Palestina sin dal 2017, cofondatrice nel 2005 del movimento BDS, o ancora Eyal Weizman, autore di Hollow Land (la terra vuota) che racconta come “la colonizzazione crea una frammentazione territoriale capace di ostacolare la continuità del territorio, la gestione delle infrastrutture e della mobilità”

Altre storie ci raccontano degli incontri che hanno “formato” l’Albanese in questi anni e come negli ultimi tempi la situazione sia notevolmente peggiorata.

Nelle sue conclusioni, la scrittrice sottolinea che “tutti noi siamo in pericolo: stanno erodendo la libertà di espressione e la libertà di azione. Devono scattare in noi gli anticorpi in difesa dei diritti. Siamo chiamati a chiederci se vogliamo far parte della schiera di chi se ne lava le mani, cioè di quelli che, parafrasando Pessoa, saranno condannati a soffrire per le ferite delle battaglie che non hanno combattuto, o se vogliamo prendere una posizione giustamente divisiva, che distingua tra chi ha ragione e chi ha torto, e difenda Gaza, che è l’ultimo pezzo di Palestina che resta e che per questo gli abitanti non vogliono lasciare: la terra è esistere.” 

Amedeo Borzillo 

Francis Scott Fitzgerald: “Il grande Gatsby” (trad. Natalia Di Chicco, Armando Curcio Editore), di Mauro Di Ruvo

Così continuiamo a remare, barche controcorrente, sospinti senza tregua nel passato. Il grande Gatsby. La traduzione del grande sogno americano. 

“Non si può ripetere il passato” è la frase che viene rivolta a Gatsby dal suo coetaneo Nick. Gatsby, ripetendosela come domanda, risponde: “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può”.

È uno dei dialoghi in cui ci imbattiamo quando leggiamo “Il grande Gatsby”, un’opera che rese la bastevole celebrità al suo autore Francis Scott Fitzgerald tanto da essere trasposta postuma nell’omonimo film diretto da Bad Luhrmann ottantotto anni dopo. 

Il film del 2013 ha saputo infatti tradurre la poliedrica blasfemia del protagonista attraverso l’interpretazione magistrale di Leonardo Di Caprio, che ha impresso nella immaginazione dei lettori posteri, già spettatori, la sovrimpressione della fine di un “grande sogno americano”. 

Il capolavoro di Fitzgerald ha interrogato molte coscienze per quasi un intero secolo, intrappolandone il cuore dentro la gabbia dell’interpretazione. Si sono avvicendate perciò molte traduzioni del testo americano sulla scia della contemporanea resa cinematografica. 

Il livello interpretativo dunque della storia del miliardario  Jay Gatsby si appiomba con tutta la sua gravità sul terreno extradiegetico, e nello specifico, sulla zona semiotica.

Questa la ragione di una nuova edizione del testo nella prossimità d’ occasione del suo centenario che intercorre proprio adesso, dotata di un nuovo respiro narrativo che trova la sua principale espressione nuovamente nell’atto traduttivo che mai deve risultare scontato al lettore. 

Il grande Gatsby edito da Armando Curcio Editore lo scorso maggio 2024 è la riproposizione di una grande soluzione, quella della sua comprensione. E la soluzione ci è offerta dal lavoro di traduzione svolto da Natalia Di Chicco, esperta traduttologa e interprete linguistica, che ha introdotto l’occhio del lettore all’interno di un nuovo trasferimento semantico che risulta quasi immaginifico.

Di Chicco preleva la patina soprastante la parola del significato madrelingua così come un restauratore preleverebbe la delicata pellicola pittorica di una tavola raffaellesca. Ciò che risulta alla fine dei lavori di Natalia Di Chicco è infatti una lecita opera di “restauro del testo”.

Il progetto con cui l’autore americano scrisse The Great Gatsby era corrisposto all’idea di lanciare addosso a una presunta società spettatrice l’inesorabilità matrigna dell’amore. Un amore che nasce non dall’unione ma proprio dalla divisione degli sguardi, l’uno verso il futuro l’altro reduce del passato. È la partenza del povero Jay Gatsby dalla sua terra che lo farà innamorare non della giovane Daisy Buchanan, ma della sua idea giovanile, fino a quando il ricordo avrà assunto sufficiente ricchezza nelle tasche di un nuovo Gatsby miliardario da contrabbando. 

La speranza di Jay si è permutata in brama di conquista mentre le sue ambizioni emergevano sempre più concrete a compimento. L’impossibilità che condanna il protagonista a ricrearsi non solo una vita ma una maschera perpetua, è la molla che spinge ogni sua azione verso un diritto di appartenenza ex statu di un amore sospeso, e per tanto atteso. 

Il matrimonio di Daisy e Tom è il tormento onirico da cui fugge, e deve necessariamente fuggire, la fantasia di Jay che meglio ci appare in tutte le sue tonalità psicologiche grazie alla vorrei interna narrante di Nick Carraway, un giovane trasferitosi anche lui come Gatsby nel West Egg di Long Island, diventando proprio vicino di casa dell’oscuro miliardario. 

L’intreccio ha da qui inizio, una volta che le fastose cene e banchetti organizzati frequentemente nella villa di Gatsby gli valgono dall’esterno, dall’autore al lettore, la similitudine col Trimalcione petroniano, Nick si scopre cugino di Daisy mentre proprio lui dovrebbe fare da complice al piano di Gatsby per la riconquista della ragazza. Una serie di svelamenti e rivelazioni incrina drasticamente i rapporti dei componenti di questo triangolo, fino a che la vendetta non prende il volto di un duplice omicidio. La morte accidentata di Myrtle Wilson e l’uccisione di Gatsby nella sua piscina. 

L’elemento di agnizione tragico che segna la conclusione degli scandali episodici tramati nelle maglie di una elite sociale, viene a definirsi la solitudine del singolo innamorato.

Nella solitudine si risolvono i toni inizialmente comici e in questa sempre si risolvono i finali tragici dell’apparenza umana. 

Ciò a cui l’amore di Gatsby deve tenere fronte è un magma incandescente di ambiguità e perversità. È questo il pavimento su cui poggiano i piedi dell’alta società americana, e le sue fiamme linguistiche traspaiono in tutta la loro atrocità dalla scelta lessematica di Natalia Di Chicco. 

Le concentrazioni delle espressioni in piccole formazioni periodali sono stavolta, a differenza delle precedenti versioni traduttive, più secche, meno distese, più brachilogiche e  intuitive, capaci di restituire il senso di assonanza tra ironia e bugia del testo. 

Il tema del sogno è l’involucro che riveste ogni forma dialogica nella sua assopita compostezza stilistica che il traduttore equamente distribuisce senza sbalzi tonali nelle 206 pagine di questa edizione romana. 

La nostalgia di una giovinezza perduta e mai vissuta accumula alla fine della storia i racemi di un giaciglio per il lettore che ha interrotto l’incubo della sua illusione: il vero amore. 

La barca su cui Jay Gatsby è costretto a navigare lungo la corrente del tempo, ha i remi saldi verso il futuro ma ancorati al piacere del passato.

Mauro Di Ruvo

Mauro Di Ruvo: Critico d’arte, classicista e medievista, si occupa di diritto romano a Perugia e di politica interna presso il giornale “Lanterna”. Si è anche occupato di Estetica cinematografica e filosofia del linguaggio audiovisivo a Firenze presso la storica rivista “Nuova Antologia” e collabora con la Fondazione Spadolini. È autore del romanzo Pasqualino Apparatagliole (2023, Delta Tre Edizioni), e curatore della recensione al libro Oltre il Neorealismo. Arte e vita di Roberto Rossellini in un dialogo con il figlio Renzo di Gabriella Izzi Benedetti, già presidente del Comitato per l’Unesco, per la collana fiorentina “Libro Verità”. Ha già curato per la “Delta Tre Edizioni” le prefazioni alla silloge Lo Zefiro dell’anima (2019) di Pasquale Tornatore e al romanzo Le memorie del dio azteco (2021) dello storico Saverio Caprioli. A Ottobre 2024 ha tenuto e curato il convegno accademico “L’eidolon di Dante. Il codice dell’Inferno” a Foligno e nella Chiesa del Purgatorio recentemente è stato relatore della lectio magistrali “Dante, l’Inferno, Saffo”.

Sergio Daniele Donati: ‘’Amén’’ (Il Leggio, 2024), di Grazia Frisina

Silenzio e ascolto: osmosi quasi sincopata nel sangue, è la fusione che presiede a tutta la silloge poetica di Amén.

Ascolto e silenzio: tessitura di linfe generatrici di una scrittura poetica coraggiosa e insieme ariosa. Coraggiosa perché scaturita da una lotta interiore, dalla cognizione, tutt’altro che scontata, di una personale incompiutezza esistenziale, di un camminamento segnato da inciampi e cadute, da attoniti farfugliamenti e balbettii, da interrogativi insoluti che azzarderebbero una manifestazione, se non sapessero che la risposta è nel ginocchio che cede, nel tendine / che si lacera e impone a occhi bambini /di toccare la terra e tornare tra i muschi. Coraggiosa e, nel contempo, ariosa perché, pur restando in bilico fra desiderio e fragilità, nella sospensione di una labile attesa, dalla frammentata quotidiana realtà sa compiere imponderabili slanci, sublimando la lacerata esistenza a vette di universale bellezza.

Il firmamento/dentro di me, /la Legge sopra/- e attorno – di me

Un silenzio che nella silloge si presenta, con immagini e limpide metafore, sfaccettato a seconda di particolari situazioni e stati d’animo; talvolta è sete o soffio tenace; talaltra è delicato bisogno: un silenzio /che copra di neve /il mio cuore, oppure è consolazione / silenzio di velo che (ne) accarezza lo strazio, o persino l’ignominiosamente efferato silenzio nazista.

Per non parlare di un altro significativo, supremo silenzio che Donati definisce, con perfetta assolutezza, spaventevole: qualcosa di totalmente vertiginoso e ignoto, simile allo “tzimtzum”, Dove sta Colui / che non si nomina, soglia impenetrabile del vuoto, eppure luogo sacro della gestazione, da cui la divina contrazione trabocca nella Luce della cosmica creazione.

Un silenzio, palpitante e fecondo, che egli canta nei suoi versi perché è così che si forgia /la promessa. La promessa del ricordo, la promessa del suo destino di ebreo e di poeta, giacché inizia dal magma la ricostruzione.

Sembra udire le parole di Rilke, nei suoi Sonetti a Orfeo: “E tutto tacque. Eppure in quel tacere/s’avanzò nuovo inizio”.

Silenzio che, s’è detto, si coniuga con l’ascolto. Esemplare la definizione che egli ne dà: 

Ascoltare … è tornare nel palmo delle proprie mani, / percorrerne con lentezza di lumaca ogni solco e dirsi uomo/ capace di non porre domande a un cielo pudico/ che tace.

Un tacere e un chiudere gli occhi, il suo, per ascoltare suoni e rumori del presente e la fragile apparenza del mondo: la notte// il canto lieve di un addio. // il passo del timido // la parola del deserto.

A occhi chiusi, soprattutto per affondare lo sguardo nel precipizio di sé stessi, in quel baratro echeggiante un tragico passato – tra antenne d’insetti, e maceri di fogliame ho raccolto/ ossa di avi, – un passato che è incessante rimembranza, dolorosa e sempre aperta ferita.

Di sé, con sincero pudore, parla l’uomo poeta: la mia terra è il deserto… Vengo da una crepa / di una storia antica; storia che purtroppo oggi corre il pericolo della dimenticanza. Ne scaturisce dunque la necessità sì di un silenzio riflessivo, ma anche l’urgenza di una poesia, come doverosa memoria, che consacri quei milioni di Nomi.

L’opera è suddivisa in tre parti, Eppure…, Essenze e Balbuzie: in quest’ultima si compiono gli attraversamenti poetici immaginari, ovvero un inopinato dialogo che l’autore intesse con grandi e nobili Maestri (Celan, Pessoa, Cohen, Borges, Ungaretti, Quasimodo…), un originale intreccio di echi, sensazioni e confidenze personali e sottili consonanze affettive. (Mi sono però chiesta perché su 22 nomi un solo attraversamento poetico avviene nella “dimora” di una Musa Maestra, Patrizia Valduga, quando varie sono le luminose voci di donne che nella vita e nella poesia hanno profuso, senza risparmio, sangue e passione; giusto per citarne alcune: Marina Cvetaeva, Nelly Sachs, Rose Ausländer, Antonia Pozzi, Margherita Guidacci…)

Insomma un personale e mirabile omaggio a poeti e cantori, ai quali Donati, sicuramente, deve il suo percorso di uomo e di letterato.  

Da una poesia all’altra, da una strofa all’altra, si delinea via via, quindi, la sommessa postura di un’anima, qual è quella di Sergio. Quel tragitto da lui compiuto in Amen, che non è un conclusivo “Così sia” ma “in verità” una peregrinazione meditata e inesausta tra discese e salite, tra guadi e soste. Una sostanziale modalità espletata mediante un’assurda – ma mai sterile – ricerca sia ontologica che spirituale, che porta i segni di una lotta sanguinante e necessaria, che si fa tutt’una con l’essenza della parola poetica. Una distillazione lirica che, nel velare e nello svelare, sul filo della pietà, la sofferenza e il solitario travaglio, è in grado tuttavia di dare nutrimento all’anima.

Benché egli umilmente si definisca amanuense, / forse solo artigiano, le sue poesie sono contraddistinte da un armonico e pausato incedere e indugiare, senza cascami vischiosi, da richiami dotati di una sapiente presenza evocativa – si pensi ai rimandi letterari, di cui sopra, e ai numerosi riferimenti biblici (1° libro dei Re, Esodo, Salmi…) – e da versi limati con sottigliezza linguistica nella cura selettiva dei termini e delle traslazioni verbali. Emerge così un’opera di nuda eleganza e di trasparente intensità, che certamente richiederebbe non una semplice analisi come quella da me finora appena tratteggiata in questa breve nota. 

Ciò che resta da fare, a questo punto, è inoltrarci un po’ di più nella dimensione umana e poetica che Sergio ci apre, lasciandoci condurre dal fluire sussurrato delle sue liriche. 

SORGE SUL PALMO
In attraversamento poetico con
Guido Guinizzelli (Bologna, 1230 – Monselice, 1276)

Sorge sul palmo della mano ogni lode,
quando s’apre il pugno
e s’arrende al bello,
come petalo a brina.
Sorge sul palmo della mano ogni passo
e ricordo e melanconia;
svapora verso il cielo
ogni canto del Sublime.
Resta, sul palmo della mano,
un amore senza nome,
una casa senza porta
ed entrano spifferi di resa
lenta, e attenta

FECONDA
Tengo per me solo
– non detta e feconda –
una benedizione alla vita

CANTO LA NENIA
Canto la nenia,
che più consola,
il passo lento
su quel crinale.
E non ha nome,
né più misura,
la mia sete
di silenzio. Blu

Grazia Frisina*

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Sergio Daniele Donati, nato a Milano nel 1966, ove ancora risiede. Ha pubblicato per Il Leggio editore la raccolta poetica Amén (2024); per Divergenze edizioni il romanzo «Tutto tranne l’amore» (2023); per Ensemble edizioni la silloge «Il canto della Moabita» (2021); per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il saggio «E mi coprii i volti al soffio del Silenzio» (2018). Sue poesie sono apparse nelle antologie «Pasti caldi giù all’ospizio» (Transeuropa edizioni, 2023 — a cura di Francesco Addeo) e «Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea» (Edizioni progetto cultura, 2023 — a cura di Patrizia Baglione) e «Ogni sguardo su Milano» (Chiare voci ed., 2024). Sue poesie edite e inedite e note critiche alla sua opera sono state ospitate da numerose pagine letterarie e quotidiani (Morel – voci dall’isolaSalerno news 24, Emme24.it, Poetarum Silva, LucaniaArt Magazine, Pelagos Letteratura, Bibliovorax, JoiMag e altre). È stato intervistato da Luisa Cozzi nella puntata del 7.12.2023 di Poetando e delle sue poesie si parla tra l’altro su Poètica. Alcuni Poeti Viventi. È autore di numerose pre e postfazioni a raccolte di poesia contemporanea e collabora con numerose riviste letterarie. Fondatore caporedattore e curatore della pagina Le parole di Fedro, ivi propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo, con particolare accento su un approccio, anche laboratoriale, al dialogo poetico. Avvocato milanese si occupa di diritto commerciale e di tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.

*Grazia Frisina: Già docente di Lettere nelle scuole superiori. Le sue pubblicazioni: il romanzo A passi incerti (2009); il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (2015, messo in scena presso il museo della Deportazione di Prato), e Madri (2018), prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico, dalla pièce Stabat Mater è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia); le raccolte poetiche: Foglie per maestrale (2009), Questa mia bellezza senza legge (2012), Innesti (2016), Pietra su Pietra (2021), Avrei voluto scarnire il vento (2022), Storie senza approdo (2025), con illustrazioni dell’artista Edoardo Salvi. Il testo inedito Fiaba detta o fiaba scritta, a chi va storta a chi va dritta (2023) è stato messo in scena con la regia di Piera Rossi. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico: Ricordi come raccoglievamo i narcisi, sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Unavoce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017). Ha partecipato al festival di poesia Notturni di versi di Portogruaro (2016 e 2021). È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.

Appunti sul Faust di Goethe, di Maurizia Maiano

Johann Wolfgang von Goethe nasce nel 1749 a Francoforte da una benestante famiglia borghese. La cultura dell’epoca è sintetizzata nelle sue opere. Nel Prometeo c’è tutto lo Sturm und Drang, ne I dolori del giovane Werther tutta la passione romantica che rompe con la ragione dell’Illuminismo, nella trilogia del Wilhelm Meister l’evoluzione del borghese dal momento della rivolta contro la propria famiglia fino al suo inserimento sociale come medico per operare in modo attivo nella società ed essere utile agli altri.

Il”Faust” riflette un personaggio storico effettivamente esistito: Johannes Georg Faust, nato nel 1480 nel Wuettenberg, che si attribuiva straordinarie qualità, ma era solo un intelligente ciarlatano. L’opera tutta possiamo considerarla espressione del classicismo di Weimar su cui si consoliderà l’amicizia tra Schiller e Goethe. Il Faust come sintesi letteraria della filosofia kantiana e dell’ Inno alla gioia di Beethoven.


Per avere accesso al significato profondo del Faust di Goethe bisogna cercare di spiegare la parola chiave per comprenderlo: la ”Sehnsucht,” termine romantico che non è nostalgia, nel senso in cui comunemente la intendiamo, ma desiderio del desiderio, tensione inappagabile che il Faust vorrebbe superare proprio stipulando il patto con Mefisto. Quest’ultimo avrebbe potuto conquistare la sua anima qualora Faust fosse riuscito a dire all’attimo: ”fermati sei bello”-“verweile doch, du bist so schön”- Faust non vorrà raggiungere fama, gloria e potere come il Faust di Marlow, ma semplicemente sentirsi appagato anche per un solo attimo nella sua vita. Il Faust di Goethe è la sintesi dell’essere Uomo e delle sue alterne vicende. Ma perché Faust, nonostante i suoi innumerevoli errori, sarà alla fine salvato? Nel prologo, nel dialogo tra il Signore, der Herr, e Mefisto, il primo affermerà che “l’uomo nella  sua tensione oscura  è sempre cosciente della retta via – der Mensch in seinem dunklen Drang ist des rechten Weges wohl bewusst”. In parole semplici l’azione ci induce all’errore. Così la romantica Sehnsucht  è in contrapposizione all’ideale classico, che sarà ricerca di equilibrio tra mondo esteriore e mondo interiore, tra tensione idealistica e senso della realtà, consapevolezza dei limiti che dobbiamo pur porci e diventa, in senso positivo,  lo “Streben nach” il tendere verso qualcosa, il motore di ogni azione umana. Essa è l’elemento determinante del Bildungsroman, Romanzo di formazione,  a cui il Faust, anche se conosciuto comunemente come tragedia, appartiene. E’ la Sehnsucht, lo Streben nach (il tendere verso qualcosa) che porteranno l’io narrante a raggiungere, attraverso l’Erfahrung, esperienza e l’Erlebnis, esperienza vissuta, l’Erfuellung, la realizzazione di sé, la pienezza.  Faust, desideroso di sapere, si rende conto di non saper nulla. Il suo è un sapere libresco, ciò che gli manca è la vita reale.


Il primo tentativo di Mefisto per conquistare l’anima di Faust è quello di condurlo nella Cantina di Auerbach a Lipsia tra gli studenti, ma egli non si sente attratto da quella vita. Mefisto lo porta, allora, nella cucina della strega dove viene ringiovanito. Gli farà poi conoscere Margarethe dalla quale si sentirà fortemente attratto, ma ciò che attrae Faust è la semplicità di Margarethe, è il vederla felice nel suo piccolo mondo. Affinché si consumi la storia d’amore tra i due sarà la stessa Margarethe a somministrare alla propria mamma un sonnifero che purtroppo sarà letale. Faust sedurrà la giovane abbandonandola subito dopo. Sarà sfidato a duello dal fratello di lei che ne vorrà vendicare l’onore. Mefisto condurrà Faust sul Brocken per fargli vivere la famosa notte di Valpurga abbandonandosi ai piaceri, ma egli è richiamato dall’immagine di Margarethe, donna –amore contro la donna –lussuria, ritornerà da lei e la troverà in prigione in quanto infanticida. Faust vorrebbe farla fuggire, ma lui è lì per il suo dovere di uomo, non per amore. Lei lo capisce e dichiarerà la sua volontà di espiazione.
Le successive esperienze di Faust sono legate al mondo della politica. Alla corte dell’imperatore insieme a Mefisto rimetterà a posto le finanze dello Stato.
 Lunga è la via della conoscenza ed anche l’Arte è un gradino nel percorso della conoscenza e della comprensione del senso della vita. Mefisto evocherà Elena di cui Faust si innamorerà. Elena simbolo della bellezza e dunque dell’Arte. L’unione tra Elena e Faust rappresenta l’incontro tra il mondo nordico-romantico e quello greco-classico. Dalla loro unione nascerà Euforione che ha la bellezza della madre ed il titanismo faustiano. Grecità classica e titanismo non sono equilibrati. L’elemento dionisiaco prevarrà in lui e sarà causa della sua fine. Euforione morirà lanciandosi, novello Icaro, da una rupe per unirsi a coloro che combattono in Grecia per la libertà, morendo chiede alla madre di non abbandonarlo, lei lo abbraccia e insieme svaniscono nel nulla, a Faust rimane tra le mani solo il velo di Elena. L’incontro con Elena, l’incontro con l’Arte, è un altro gradino dell’esperienza faustiana, ma non rappresenta l’assoluto, esso costituisce un momento nella formazione dell’individuo, ma non può sostituirsi alla realtà. L’Arte non può essere tutto nella vita dell’uomo, non è il suo ultimo senso. 
Faust è ora chiamato dall’imperatore che gli affida come feudo un litorale che dovrà strappare alla furia del mare, rendere fertile e qui fondare una nuova società dove gli uomini vivranno in pace e dove regnerà la giustizia sociale. L’idea più alta che l’uomo possa perseguire. Improvvisamente accade l’impensabile, a Goethe non sfugge niente del comportamento umano. Faust lavora alacremente ed in modo instancabile alla fondazione di questa nuova società. La sua è però una società artificiale e meccanizzata, nel suo desiderio di conquista e di potere la ybris non si acquieta e cosi ordina a Mefistofele di cacciare Filemone e Bauci, che li vivevano tranquilli, la capanna viene incendiata e l’anziana coppia muore tra le fiamme. E’ una società giusta quella che Faust crea? E’ una società  giusta che germoglia  da ciò che è ingiusto, “come la crescente  inclinazione ad imporre ciò che è giusto attraverso ciò che è ingiusto,  ma se si scruta in questo nuovo germe del giusto vi si scopre una macchiolina che si dilata “ (Italo Calvino) E’ cosi? La risposta rimane aperta. Ormai Faust è alla fine del suo cammino, la vecchiaia lo sopraffà, diventa ricurvo e cieco. Si sente  in pace e sereno e immagina la felicità degli uomini. Ora finalmente può dire all’attimo: “Fermati sei bello”. Sembrerebbe che Mefisto abbia vinto la scommessa e invece no.
Gli Angeli canteranno: “Es Irrt der Mensch solange er strebt”: “Colui che agisce sbaglia” e “Wer sich  streben immerbemüht, den müssen wir erlösen”, “Chi agisce deve essere salvato”.
Oggi  non abbiamo ancora smesso di porci la domanda: Come perseguire il bene senza fare il male? 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Perché leggere la letteratura tedesca: quattro romanzi per affrontare le domande che contano, di Claudio Musso

C’è chi dice che la letteratura tedesca sia ‘difficile’. Troppo seria, troppo filosofica, troppo cupa. Eppure, se mai c’è stato un tempo in cui valga la pena riscoprirla, è questo. Perché, più di altre, sa andare a fondo. Sa raccontare il buio senza cedere al nichilismo e, al tempo stesso, interrogare senza semplificare. In un’epoca come la nostra di rumore, slogan e risposte immediate, essa ci offre invece domande lente, necessarie, vitali. Non è una letteratura che consola. Non intrattiene ma trattiene noi lettori in una ragnatela da cui possiamo uscire se scorgiamo i fili che ci legano o dai quali ci lasciamo legare per liberarci.

Ed allora ecco quattro romanzi che, ciascuno a modo proprio, possono aiutarci a orientare lo sguardo in questo presente frastagliato. Ecco quattro ‘mattoni’, non solo di pagine ma di sostanza, che sono quelli che ci permettono di costruire per creare qualcosa o proteggerci.

Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas (trad. Paola Capriolo, Marsilio)

Giustizia e disobbedienza: quando la legge non basta.

Michael Kohlhaas è un commerciante di cavalli onesto, scrupoloso, fedele al diritto. Ma un giorno subisce un’ingiustizia che le autorità si rifiutano di sanare. Da quel momento la sua vita cambia: si trasforma in un vendicatore, guida una rivolta, sfida apertamente il potere. È un uomo che crede nella giustizia fino a diventarne vittima. Leggere oggi Kohlhaas significa riflettere su quanto può essere sottile il confine tra legalità e giustizia, tra ribellione e responsabilità morale. È una parabola inquietante e profonda che ci parla del senso di impotenza di fronte a istituzioni opache e contraddittorie. Un’esperienza fin troppo attuale?

«Poiché era uno degli uomini più integri, e allo stesso tempo più terribili, del suo tempo

Kleist non offre modelli morali rassicuranti, ma una domanda: cosa succede quando il diritto non difende più chi ha ragione? Esistono modi per non abbandonarsi alla giustizia privata?

Christa Wolf, Trama d’infanzia (trad. Anita Raja, e/o)

Memoria, colpa, coscienza: la Storia dentro di noi.

Christa Wolf torna alla propria infanzia vissuta sotto il nazismo e la rilegge alla luce del presente, nella Germania Est. È un tentativo sofferto, spesso ambiguo, di interrogare sé stessa e il proprio sguardo di bambina: perché non ha visto? Perché non ha capito? Cosa resta di quella bambina in lei, oggi? Trama d’infanzia è un romanzo, non tra i più noti in Italia, che parla del passato come materia viva, mai davvero superata. Oggi, in tempi di rimozioni rapide e di verità riscritte, ci invita a una forma di memoria vigile e intransigente.

«Può darsi che il nostro compito più importante sia quello di non dimenticare

Wolf scrive come chi scava nella propria voce per trovare un senso più grande. È un libro che ci insegna che la coscienza si costruisce lentamente. Nella fatica della memoria.

Franz Kafka, Il processo (trad. Ervino Pocar, Mondadori)

L’alienazione dell’individuo nell’era dell’assurdo

Josef K. si sveglia una mattina e scopre di essere stato arrestato. Nessuno gli dice perché e gli spiega nulla. Inizia così un processo senza accuse, in un tribunale senza regole, in un sistema che sfugge a ogni logica. Kafka non costruisce solo un incubo: descrive un’esperienza profondamente moderna. Nel mondo di oggi, tra burocrazie impersonali, algoritmi oscuri, decisioni che ci riguardano ma che non comprendiamo, il romanzo risuona con una forza nuova. È il racconto di chi cerca un senso dove il senso è stato cancellato.

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.» 

Kafka, sempre variamente interpretato e interpellato, certamente non ci rassicura. Ma ci aiuta a nominare l’assurdo e a resistervi. Ci invita a non accettare l’opacità come destino.

Jenny Erpenbeck, Di passaggio (trad. Ada Vigliani, Sellerio)

Una casa, cento anni, mille identità tedesche

Una casa sulle rive di un lago del Brandeburgo è la vera protagonista di questo romanzo. Passa di mano in mano, di epoca in epoca: una domestica ebrea costretta a fuggire, un funzionario nazista, un artista della DDR, una scrittrice della Germania riunificata. Ogni stanza, ogni oggetto, ogni albero ha una memoria. Erpenbeck racconta la storia tedesca del Novecento senza farne una lezione di storia. Lo fa attraverso le tracce lasciate da chi è passato: amori, lutti, silenzi. In un tempo segnato da smarrimenti identitari e fratture storiche, Di passaggio è una riflessione poetica su ciò che resta e su cosa significa “casa”.

«La casa sa tutto quello che accade.» 

Non esiste luogo neutro: anche i muri ascoltano. Anche le pietre hanno una storia da raccontare. In tempi di migrazioni e dislocamenti, è un libro di radici e di mutamento.

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Ciò che unisce questi quattro romanzi non è un’estetica comune o un’ideologia condivisa, ma è un’attitudine: la volontà di interrogare, in profondità, l’uomo, la storia, il potere, la responsabilità, il linguaggio. Leggerli oggi non significa cercare risposte immediate, ma aprirsi a domande che resistono. Sono opere esigenti, sì. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di letture che non semplifichino, che non blandiscano o cullino. Come scriveva Cesare Cases, la letteratura, e in particolare quella tedesca, ha questo compito essenziale:

«non ci dà risposte, ma ci pone le domande decisive

E in tempi incerti, che sempre ci saranno, è proprio dalle domande che dobbiamo ripartire.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.