Intervista alla traduttrice Elvira Grassi, di Silvia Lanzi

Perdersi tra le pagine di un libro, farsi prendere da una storia, dai suoi personaggi e dalle vicende di cui sono protagonisti.

Di più. Assaporare il testo, parola per parola, seguirne il ritmo come fosse una musica di sottofondo, che ci accompagna pagina dopo pagina.

Credo che chi ama leggere mi capisca: sono le parole a raggrumarsi in frasi che ci accompagnano, capoverso dopo capoverso, fino all’ultimo atto, nel quale si scioglie la trama e i protagonisti ci lasciano andare.

E se queste parole e queste frasi, originariamente, non fossero nella nostra lingua? Chissà quanta bellezza andrebbe persa, quante emozioni ci sarebbero precluse.

Ed è qui che arriva, provvidenziale, il traduttore che, con la sua fatica, ci permette di aprire scrigni e scoprire innumerevoli tesori ai quali attingere a piene mani e che, a volte, ci accompagneranno per sempre, incidendo si nella nostra memoria e cambiando, perché no, anche la nostra vita.

Di questo, e di molto altro, parliamo con Elvira Grassi, traduttrice letteraria con una predilezione per la narrativa irlandese. Nata ad Ancona, Elvira si trasferisce a Roma dove, nel 2005 fonda, insieme a Leonardo G. Luccone, lo studio editoriale Oblique. Ma lasciamo a lei la parola.

Cosa l’ha portata alla traduzione?

L’amore per la lettura. Ho lavorato parecchi anni in editoria – in vari ruoli – prima di dedicarmi alla traduzione letteraria con una certa costanza. La mia palestra principale è stata la revisione delle traduzioni altrui, è lì che ho capito che la traduzione era l’ambito editoriale in cui avrei voluto dedicare gran parte delle mie giornate. Tradurre è la forma più profonda di lettura, quando traduci capisci com’è fatto veramente un testo, ne conosci alla perfezione ogni elemento, ti immergi e indugi in quella lingua e anche in tutto ciò che non è espresso. Sono partita dalla lettura e sono arrivata alla lettura.

Quali sono le sfide che affronta ad ogni pagina?

La sfida principale è rispettare la forza espressiva dell’autore. Restituire la stessa qualità di scrittura, rendere il timbro, il registro, la cadenza, la scorrevolezza o gli attriti, la musicalità o le stonature del testo originale; fare attenzione alle specificità linguistiche e culturali e alla coerenza interna. Poi ogni pagina presenta problemi puntuali – giochi di parole, scarti linguistici, espressioni gergali o dialettali, tecnicismi etc. – ma questi si risolvono più o meno facilmente, facendo ricerche, studiando, utilizzando i tantissimi strumenti che abbiamo a disposizione. La sfida è la resa globale.

Quanto è importante conoscere, oltre alla lingua, il milieu culturale dell’autore e il mondo in cui si trova a vivere?

La cultura e il mondo in cui vive l’autore ne plasmano la scrittura. In genere prima di iniziare a tradurre un’opera, dopo averla letta, faccio una serie di ricerche sull’autore, leggo interviste, la rassegna stampa estera, cerco di capire quali sono le sue influenze, le letture: tutto materiale che mi aiuta a capire l’universo linguistico e culturale dell’autore, la sua visione letteraria, e che mi permette di tradurre meglio. L’autrice più complessa che ho affrontato finora è Anna Burns, la prima nordirlandese a vincere il Booker Prize con “Milkman” (da noi uscito per Keller), e non avrei saputo tradurla se non mi fossi prima informata sul contesto politico e sociale che ha segnato la sua giovinezza, sull’impatto che hanno avuto i Troubles nella sua quotidianità. Il suo mondo è quello traumatico del conflitto politico-religioso, e la sua scrittura lo rispecchia.

Come si comporta nella traduzione di una lingua che afferisce a contesti profondamente differenti l’uno dall’altro (penso, ad esempio, all’inglese che si parla in Inghilterra e a quello che si parla negli Stati Uniti, o al tedesco della Germania e a quello dell’Austria)?

L’italiano ha una complessità e vivacità linguistica che ci permette di rendere in maniera appropriata e credibile qualunque cosa. Mi è capitato spesso di tradurre il dialetto nordirlandese, che è quasi incomprensibile a una prima lettura, molto fisico, pieno di contrazioni, di strutture sintattiche inconsuete, di parole mai sentite, molto sonore, direi “carnose”, e in quei casi ho cercato di lavorare molto sul lessico italiano attingendo al parlato, ad alcuni regionalismi ormai entrati nell’uso (evitando comunque i dialetti) e di movimentare la prosa, il fraseggio, di sporcarlo. Stesso approccio – ma con risultati diversi ovviamente – ho usato quando ho dovuto tradurre l’inglese di un autore canadese nato a Trinidad, Ian Williams, o di una scrittrice americana nera, Angela Flournoy, che fa grande uso di slang. Credo sia il testo stesso – in qualunque tipo di lingua sia scritto – a dirti come tradurlo, a far uscire la parte di te più intonata a quella lingua.

E di quegli scrittori che scelgono una lingua di elezione e non quella nativa (ad esempio Nabokov), o che sono essi stessi traduttori (ad esempio Murakami)?

Ho tradotto un romanzo scritto in inglese da un’autrice romena, Sophie van Llewyn, e uno da un’autrice thailandese, Pim Wangtechawat. Due brave scrittrici contemporanee che hanno in comune uno stile particolare, evocativo ma spoglio, che costruiscono le frasi in maniera poco convenzionale, usano una punteggiatura non standard, e lavorano molto per immagini e metafore più che per ricerca e ricchezza lessicale. L’effetto è bello, perché si sentono tutti gli stridori della non lingua materna, e quello che ho cercato di fare è stato trovare nel mio bagaglio linguistico le stesse ruvidezze e di contenere le parole. Mi piace il miscuglio, mi piace leggere autori che scrivono per riprodurre la voce che hanno in testa e non per esibire una discutibile bella forma. Cosa ne penso degli autori-traduttori? Non si può generalizzare, ma il rischio di invasione di campo c’è sempre, e di esempi – passati e recenti – ne abbiamo a volontà, fatto sta che la traduzione rimane una eccellente palestra di misura e quindi di scrittura.

Cosa ne pensa del famoso detto di Bertrand: “Le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle”?

Fedeltà è una parola abusata in traduzione e questa immagine mi piace poco. Le traduzioni infedeli sono davvero belle? La traduzione è sì un lavoro autoriale, ma non ci si può dimenticare che non abbiamo scritto noi quel testo.

Più che di fedeltà parlerei di adesione – espressiva, ritmica, culturale. Aderire al testo originale, rimanere dentro la misura della scrittura che si ha di fronte, qualunque essa sia (articolata e dirompente o minimale e frantumata), senza snaturarla o dire meglio o di più, per me è questa la bellezza. 

E per finire, qual è il libro più ostico che ha tradotto?

Probabilmente quello che sto traducendo ora, una novella di Anna Burns, surreale, allegorica, criptica, ironica, una parodia del mondo dei supereroi. Un contesto inedito per lei, e direi anche per me. Quello che mi aiuta è ancorarmi al suo stile ricorsivo, serpeggiante e battente che ormai mi è familiare.

Quando leggerete un libro straniero, date un’occhiata a chi l’ha tradotto, e ricordatevi l’immenso lavoro che c’è dietro: persone come Elvira Grassi, che ringraziamo per la sua disponibilità, che operano la magia di restituirci, in una lingua diversa dall’originale, le  atmosfere, i dialoghi, le vicende – in una parola il milieu – di una storia, proprio il suo autore come l’aveva pensata 

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Intervista a Angelo Scuderi per “Prima di dirsi addio” (Castelvecchi, 2025), di Loredana Cefalo

Ho conosciuto il romanzo di Angelo Scuderi, “Prima di dirsi addio”, edito da Castelvecchi, per caso, su Instagram, imbattendomi nell’hashtag #cercandobea.
Con la curiosità che mi contraddistingue, sono andata a scavare e ho trovato un racconto forte, dove tutti i sentimenti sono sospesi. Beatrice e Leonardo, i protagonisti, sono due ragazzi giovani, che si incontrano per caso in una stazione siciliana, ma la loro età non trasmette la spensieratezza che meriterebbe, bensì una sofferenza non risolta che nel dipanarsi del romanzo è un crescendo continuo di esperienze attraverso gli anni che passano.
Mentre leggevo sono stata a tratti catturata dal tono lirico e quasi onirico di alcuni passaggi e a tratti stupita da uno stile narrativo all’imperfetto, un tempo che ricorda i verbali delle forze dell’ordine, che dal presente non si stacca mai né dal passato né dal vissuto traumatico dei due protagonisti, che si sfiorano e si allontanano come gli estremi di una molla.
Ho apprezzato il finale inaspettato, così ho voluto fare una chiacchierata virtuale con Angelo Scuderi, per approfondire le tecniche e le ispirazioni del suo romanzo d’esordio, non potendo essere presente alla sua prossima tappa del booktour, a Catania il 5 dicembre alla libreria Mondadori.

L’episodio iniziale dell’incontro in stazione con una ragazza di nome Bea è un fatto realmente accaduto. Quanto è stato difficile o naturale trasformare un ricordo personale in una narrazione romanzata?

“Io sono della scuola dei mentitori cretesi, l’antico paradosso che non permette soluzione tra verità e bugia. E’ stato naturale ritrovare in quell’incontro giovanile con Bea, una idea funzionale alla storia. Bea, di Verona, era nel 2016 in viaggio di maturità classica a Taormina e si stava spostando a Tindari. Il fatto di conoscersi alla stazione, già abbastanza romantico, l’emozione nascente, non aver considerato di chiederle alcun contatto, relegato com’ero nell’imbarazzo e nella trasognanza, e lei là sugli scalini dell’autobus, in attesa forse che io le chiedessi qualcosa, un numero almeno, dopo avermi invitato a raggiungerla il giorno seguente. Tutto questo era materiale da racconto a mio parere. Ed era il momento di cominciare a mentire, anche allo scopo di ritrovarla e ringraziarla per avermi tanto ispirato, con così poco o con così tanto.”

Il romanzo è scritto prevalentemente all’imperfetto, un tempo verbale che in italiano suggerisce un’azione incompiuta, un qualcosa che dura nel tempo come i traumi dei protagonisti. Perché questa scelta singolare della narrazione temporale?

“L’imperfetto è il tempo della continuità nel passato, è il tempo della ripetizione agentiva. I due protagonisti sono, per ragioni diverse, ossessivamente ricondotti nel loro passato. Ho scelto l’imperfetto – e ne faccio un uso che è davvero molto raro, se non un unicum – per dare il senso di questo reiterato tentativo di riportare il passato nel presente, per creare un ponte, appunto, di continuità, tra queste due istanze temporali, e riconsegnare anche il senso della ripetizione martellante degli eventi trascorsi nella mente dei due personaggi. Solo in un punto del romanzo – quattro righe – viene usato il remoto, a cui da siciliano sono tanto affezionato. La puntualità del remoto infatti sigla un distacco netto da ciò che è accaduto, lasciandolo indietro, dicendogli addio.”

Il lettore viene a volte portato a “chiarire il presente attraverso il passato” tramite salti e flashback. Quali difficoltà hai incontrato nel mantenere un equilibrio tra la necessità di svelare il vissuto dei protagonisti e quella di mantenere la tensione narrativa?

“Da studioso di filosofia e psicologia ho un rapporto viscerale con la temporalità e con i ricordi. La tragedia dello scrittore sta nell’immaginare avendo di fronte un nulla di oggettivo. E’ la stessa tragedia del rammemorante, tragedia in senso sublime, perché è anche motivo di elevazione spirituale. Nelle allucinazioni controllate del sogno ad occhi aperti, che definisco, citando Bachelard, trasognanza, ritrovo il senso ultimo della letteratura. La tensione narrativa diventa una tensione delle tre dimensioni temporali in relazione alla distensione dell’anima. Mantenerle insieme è la funzione principale dell’anima, o dell’encefalo, per dirla con una terminologia più attuale. Materia e Memoria di Bergson è stata una lettura fondamentale durante la scrittura. Bisogna perdersi nei meandri oscuri del disvelamento dei ricordi, come accade ai personaggi.”

​Il segreto rivelato nelle ultime pagine conferisce una nuova chiave di lettura di tutto il romanzo: si passa dal destino al senso di colpa. Perché la scelta di collegare un amore tormentato a un ricordo così labile e sfumato come quello infantile?

“Non conosciamo l’origine del nostro turbamento, è una ricerca impossibile, difficile darne una maternità unitaria. Rileggere il momento del primo incontro tra Bea e Leo in stazione alla luce del finale è spiazzante, dà un senso nuovo alla storia, il senso del destino, dello scontro tra reminiscenza (Bea) e oblio (Leo). Ho voluto lasciare il lettore libero di interpretare il finale e di scandagliare il senso dalle azioni. Fa parte del mio approccio comportamentista, solo attraverso l’analisi del comportamento possiamo inferire significati e stati mentali delle persone, così dei personaggi. Cosa succede davvero? Cosa è ricordo e memoria e trauma? La cosa più straordinaria dei ricordi è che a volte sono veri. E’ nell’infanzia che bisogna ricercare l’origine del vero e del costruito.”

​”Non esiste lezione così atroce che un uomo non possa mai dimenticare.” E una frase che ricorre e che sembra essere smentita dalla condanna di Beatrice a ricordare tutto e per sempre. Quale lavoro di ricerca nella mente umana hai dovuto compiere per descrivere una differenza così pregnante fra chi ricorda tutto e chi tende a dimenticare?

“Hai colto perfettamente il senso tragico della storia. La narrazione si ispira alla tradizione della tragedia greca che respiro quotidianamente abitando a Siracusa. Avevo in mente di scrivere una storia che trattasse il tema della memoria e riflettevo sulla mia difficoltà nel rammemorare gli eventi della mia infanzia, laddove invece mia sorella riesce a ricordare tutto nei minimi dettagli. Da questo scontro di contrari nasce la tragedia, come in Antigone il fulcro è lo scontro tra legge positiva dello stato e massima morale individuale, così in Prima di dirsi addio rinveniamo l’idea forte dello scontro tra memoria e oblio. Sono Gian e Bea a pronunciare questa frase in momenti diversi, loro sono consapevoli, Leo, invece, crede di ricordare, ma crede, appunto.

“Prima di dirsi addio” è il tuo romanzo d’esordio. C’è già in cantiere un nuovo progetto letterario e, in caso affermativo, manterrai un’impronta legata all’introspezione e alla relazione o esplorerai generi diversi?

“Ho in cuore almeno due romanzi. Il primo, più metaletterario, ha l’intenzione di seguire le orme posate in nuce da Prima di dirsi addio, e di scandagliare il rapporto tra scrittura e memoria, tematica platonica sicuramente. L’altro è sorprendente, perché, immagino, che per le prime cento pagine segua la corrente intimista dalla mia scrittura, ma si riveli essere altro, chissà, forse anche un giallo o un romanzo politico o un distopico. Vorrei anche pubblicare i miei racconti, tutte finzioni della provincia di Messina.”

Questo romanzo è la tua soluzione per ritrovare una persona che ti è piaciuta per un attimo, ma che potrebbe rivelarsi più o meno interessante della donna narrata nel tuo libro. Accetti il rischio di incontrarla atraverso l’hashtag #cercandobea e rimanerne o tremendamente deluso o profondamente colpito?

“Dovremmo tutti promettere senza mantenere mai” viene detto nel romanzo. Sono sicuro che Bea è una persona straordinaria, mi sbaglio raramente. Come tutte le persone straordinarie deve poter deludere per essere reale. Storicamente, posso dirti che sono più deludente io, non ho alte aspettative, le chiedo quindi di non averne, nemmeno lei. #cercandobea è di tutti d’altra parte, tutti ricerchiamo qualcosa di perduto, Bea per me è metafora di tante cose, Prima di dirsi addio è questa ricerca.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Diego e Margherita intervistano il signor Orso, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al signor Orso!

Diego: Margherita, oggi sono super emozionato. E tu? 

Margherita: Anch’io non sto nella pelle! La nuova proposta del professor Mundis di intervistare animali selvatici, anche lontani dalla nostra città, è fantastica.

Diego: Già! La nuova versione del Versoconver è fenomenale: ci farà fare video-interviste a distanza. Con chi cominciamo? 

Margherita: Mmm… ho sempre sognato di intervistare un orso. Che ne pensi? 

Diego: Bellissima idea! Però… un momento: in questo periodo gli orsi vanno in letargo, giusto? 

Margherita: Eh sì, da fine novembre. Ma se sono all’inizio del riposo, magari lo troviamo ancora mezzo sveglio. 

Diego: Proviamo! Sintonizziamo il Versoconver su Orso… fatto. Vedo una grotta tra la vegetazione fitta e un orso che dorme.

Margherita: Provo a chiamarlo: signor Orso? Signor Orso: Uaaawn… chi mi disturba? Avevo appena preso sonno… 

Diego: Ci dispiace disturbarla. Siamo desiderosi di farle qualche domanda e non siamo riusciti ad aspettare la primavera. Se preferisce, ci ricolleghiamo a marzo. 

Signor Orso: Non importa, ormai sono sveglio. Siete gli amici del professor Mundis, giusto? Farò un’eccezione per voi: avanti, domandate. 

Margherita: Grazie. In un film ho visto un orso che camminava come un essere umano: è vero o è finto?

Signor Orso: È tutto vero. Noi orsi abbiamo un’andatura plantigrada, come gli umani: appoggiamo tutta la pianta del piede a terra, non solo le dita o gli zoccoli. Così possiamo alzarci sulle zampe posteriori e stare dritti, quasi come voi. 

Diego: E sbadigliate e fate gesti simili agli umani, giusto? 

Signor Orso: Oh sì. Comunichiamo anche con il corpo: sbadigliamo, ci grattiamo, muoviamo le orecchie. 

Margherita: Molto interessante. Ora non vogliamo rubarle altro sonno. Se le va, possiamo consigliarle un libro che parla di un orso: dare consigli di lettura è la nostra specialità. 

Signor Orso: Certo, vi ascolto.

Margherita: Le consigliamo “L’orsetto Leonardo, il lupo e la mamma eroina”, scritto da Carla Negrini. Questo libro ci è piaciuto tantissimo perché racconta l’autunno nel bosco come se ci fossimo dentro anche noi. Leonardo è un orsetto curioso che gira con la sua mamma per cercare provviste prima del letargo e, mentre cammina, scopre un mondo pieno di cose nuove. Abbiamo imparato come nascono i funghi, con il cappello, le lamelle e le spore, e sottoterra il micelio che sembra una ragnatela invisibile. Abbiamo sentito quasi il pizzico dei ricci delle castagne e riso quando Leonardo dice “AHiA!” perché a volte imparare fa un po’ male ma poi passa. Intanto tutti gli animali si preparano all’inverno e il bosco sembra vivo e organizzato, tra chi fa scorte, chi migra e chi andrà a dormire a lungo.

Diego: Le illustrazioni sono davvero bellissime, con colori caldi che sanno di foglie, legna e aria fresca. I rossi, i gialli e i marroni dell’autunno riempiono le pagine e ti fanno venire voglia di toccare la carta per sentire le venature delle foglie. La notte è magica, la luna brilla e il lupo sulla collina ha una silhouette elegante. Si vedono le gocce di pioggia sulla pelliccia di mamma orsa, gli occhi lucidi di Leonardo quando è emozionato, e la dolcezza di Diana, la cerbiatta, che sembra chiederti di far piano per non spaventarla. Ogni immagine racconta più parole di una frase e a volte ci siamo fermati a guardare prima ancora di continuare a leggere.

Margherita: La parte che ci ha fatto battere forte il cuore è stata il canto del lupo Stefano. Lui ama l’Opera Lirica e soprattutto Puccini e quando sente Vinceròòò gli viene voglia di cantare alla luna. Uuuuuuuuuuuuu! Abbiamo capito che per lui ululare non è solo parlare con gli altri lupi, è proprio musica. All’inizio qualcuno lo aveva preso in giro e lui era scappato, e questo ci ha fatto pensare a quanto possono fare male le risate quando non sono gentili. Nel bosco però hanno imparato e adesso, invece degli applausi, gli lasciano dei piccoli regali silenziosi, come fiori e biscotti, e a lui brillano gli occhi.

Diego: Un altro momento che non dimenticheremo è il salvataggio di mamma cerva intrappolata in una tagliola. Mamma orsa è stata coraggiosissima e con la sua forza è riuscita ad aprire la trappola e a liberare la zampa. Ci siamo preoccupati perché pioveva forte e le mamme tardavano a tornare, e nella tana c’erano solo Leonardo e Diana che cercavano di farsi coraggio. Quando finalmente le mamme sono rientrate, bagnate ma sorridenti, abbiamo tirato un sospiro lunghissimo. Abbiamo pensato che nel bosco si può essere diversi e comunque aiutarsi, e che il coraggio a volte è silenzioso come una carezza.

Margherita: Questo libro ci ha insegnato tante cose senza sembrare una lezione. Abbiamo capito che i funghi non si raccolgono a caso perché alcuni sono velenosi, che i cerbiatti non si toccano altrimenti la mamma non li riconosce più, che le foglie cambiano colore quando la luce diminuisce perché la clorofilla va via e restano gli altri colori dell’autunno. Abbiamo imparato anche che i lupi non sono mostri, sono animali che comunicano tra loro e possono essere timidi e bravissimi artisti. E poi la frase che terremo con noi è che gli amici sono la famiglia che scegliamo, perché l’amicizia tra orso, lupo e cervi è una cosa che scalda il cuore.

Diego: I personaggi ci sono entrati subito nel cuore. Leonardo è curioso e dolce e fa domande che avremmo fatto anche noi. Mamma orsa è una vera supereroina, forte e calma, e quando serve diventa un abbraccio gigante. Stefano è timido ma ha una voce bellissima e ci insegna a non mollare i sogni anche se qualcuno non capisce. Diana è dolce e coraggiosa e ci ricorda che chiedere aiuto non è una cosa sbagliata. Tutti loro, insieme, fanno capire che la gentilezza è la lingua più facile da imparare.

Margherita: La fine è una coccola. Il vento diventa freddo, la tana è calda e il bosco augura buon letargo. Fuori si ferma Stefano e canta una ninna nanna speciale per Leonardo. Noi ci siamo immaginati sotto una coperta a sentire Uuuuuuu… e a guardare la luna dalla finestra. Abbiamo chiuso il libro piano piano, come quando spegni una luce e resti un po’ in silenzio per non rovinare un pensiero bello.

Diego: Consigliamo questo libro a chi ama gli animali, a chi è curioso di sapere come funziona la natura e a chi ha voglia di emozionarsi con una storia tenera e anche avventurosa. È perfetto da leggere in classe con la maestra, ma anche sul divano con qualcuno che ti vuole bene. Le illustrazioni stupende fanno venire voglia di tornare indietro a rivedere le pagine e di disegnare subito foglie, lupi e castagne.

Margherita: tenero, avventuroso e super istruttivo. Ci ha fatto venire voglia di cantare alla luna e di proteggere il bosco!

Signor Orso: Che bel consiglio, bambini. Sembra proprio il libro giusto per me. Lo leggerò quando mi sveglierò in primavera. 

Diego: Allora buon riposo e buon letargo, signor Orso! 

Margherita: Grazie per il tempo che ci ha dedicato. A presto! 

Signor Orso: A presto, ragazzi. Uaaawn… adesso chiudo gli occhi.

 Diego: Versoconver in standby. Alla prossima intervista!

Margherita: Missione orso riuscita. 

Cinzia Milite

“L’ultimo treno della sera”, di Roberta Russo Vizzino

Ho conosciuto il mio stupratore in treno.

Avevo i sogni lontani e nessuna idea di come raggiungerli. Solo una certezza: dovevo fuggire. Un giorno. Prima possibile. Al mio paese si fermavano tutti i treni: Milano, Firenze, Torino, Roma, Venezia… E ognuno sembrava inchinarsi a quel borgo di sedicimila anime, contando anche la mia. Caronte che passava a prendere un’orda di disperati. Ma per traghettarli in un buon altrove, dove soldi e libertà non sarebbero più mancati. 

Evitavo il regionale che faceva capolinea al paese. Io corteggiavo i treni che andavano lontano. Prendevo posto nelle carrozze per città che non avevo mai visto, e scendevo dopo pochi minuti, nel solito nulla. Ma per quel quarto d’ora mi sentivo un’altra. Una in partenza. Una che stava andando via. Una con mille ipotesi di vita nuova, in attesa. Minuto per minuto, respiravo la possibilità di non scendere. Di non farmi trovare. Di esistere in un luogo dove nessuno sapesse chi ero. Da che famiglia venivo. A cosa mi avevano destinata. Quella volta mi ero sistemata in una cuccetta. Guardavo fuori. Il buio sembrava liquido. Denso come catrame. L’ultimo treno della sera, ai piedi di un Sud che si auto-dimentica. Poi, una voce.

«Sei seduta lì? Forse ho sbagliato carrozza.»

«No. Io faccio solo una fermata. Mi sono messa in un posto a caso. Vado di là.»

«Resta. Il vagone è tutto vuoto. Mi fai compagnia».

Si era seduto davanti a me. Zaino da trekking, capelli neri, pelle dorata. I suoi occhi color ghiaccio passavano da me alla melma ululante che sembravano i campi dal finestrino. Aveva ventun’anni. Io, “quasi sedici”.

«Quasi… Tra quanto li fai?»

«Otto mesi.»

«E come mai prendi il treno da sola a quest’ora? Che ne sai chi ci trovi?»

Avevo cambiato discorso. Volevo sapere dove andava.  

«Adesso a Roma. Poi da lì prendo l’aereo per Ibiza. Vado a fare il cuoco per la stagione».

Il più bel ragazzo che avessi mai visto. Sembrava sceso da uno schermo del cinema. Quando parlavo si mordeva un labbro o si passava una mano tra i capelli. Gentile. Simpatico. Perfetto.

«E insomma, tu viaggi per finta?»

«Per adesso.»

«E com’è parlare con chi va dove tu non puoi?»

«Te lo dico se mi dai una sigaretta.»

Con uno sguardo complice, aveva chiuso a chiave la porta della cuccetta e tirato le tendine, mentre io aprivo il finestrino. Avevamo acceso insieme dalla fiamma del Bic.

La risposta che serbavo, era banale: mi faceva sentire bene, quel quarto d’ora in treno. Era già una libertà. Fino all’anno prima non potevo neanche attraversare la strada da sola. Scuola femminile, chiesa e casa. 

«Praticamente reclusa.»

«Infatti,» avevo detto sputando il fumo. «Da cellulare, mi mettevo a fare numeri a caso, perché non conoscevo nessuno da chiamare. Se beccavo un ragazzo più o meno della mia età gli chiedevo dove viveva e continuavamo a sentirci per mesi.»

«E quando vi vedevate?» 

La sua voce era vicinissima al mio viso. 

«Mai. Ma qualche volta mi fidanzavo al telefono.»

«Come si fa a fidanzarsi con qualcuno che non vedi?»

«Innamorandosi delle voci e delle storie di posti che non hai mai visto.»

«E non lo fai più?»

«Quante domande…»

Mi aspettavo che mi baciasse. E invece niente. L’annuncio vocale ci aveva richiamati all’ordine. Bisognava prepararsi: stavamo entrando in stazione. Avevamo buttato i mozziconi dal finestrino. Ci eravamo salutati in fretta. Con un cenno della mano. Scendendo in banchina, pensavo: 

“Che peccato”.

Le anime in partenza caricavano sul treno abiti e salami. Latte d’olio buono. Caciotte. Origano. Conserve. Maglioni fatti ai ferri dalle stesse mamme che piangevano accanto ai binari. Chissà come ci si sentiva, a essere amati in quel modo.

«Lucia!» mi aveva chiamata lui. 

Ero tornata indietro di corsa. Il capotreno aveva già fischiato. Il ragazzo mi porgeva un biglietto dal finestrino. “Preso!” Era sicuramente il suo numero. Per sentirci. Per innamorarci al telefono. Lo stringevo forte in un pugno e con l’altra mano ricambiavo il suo saluto. Così, finché il convoglio si era fatto piccolo piccolo, sparendo dietro la montagna. Solo allora avevo aperto il biglietto. Delusa. C’era scritto solo: 

“Sei bellissima, buona fortuna per tutto!”

Nei successivi tre anni mi era capitato spesso di pensare a lui. Mi chiedevo se avesse realizzato i suoi sogni e immaginavo che non mi avesse lasciato il numero per rispetto della mia età. Un bravo ragazzo. La mia anima gemella sfiorata. 

Poi, una sera, una conoscente me l’aveva portato a casa. 

«È in difficoltà, può dormire da te? Solo per oggi.» 

L’avevo riconosciuto subito. Il sorriso, la pelle, gli occhi. Uguali. Perfetti. Avevo detto sì. Mi sembrava che il destino ci avesse fatti ritrovare.

La cosa peggiore che mi ha fatto nel mio letto, non è stato lo stupro, ma togliermi la fiducia che si possa riconoscere chi ci farà del male. Che il male abbia una faccia. Un segnale. Qualcosa. Mi ha tolto la fiducia negli uomini buoni. E, in cambio, mi ha inculcato il pensiero atroce che chi non lo fa, semplicemente non ne ha avuto occasione.

Roberta Russo Vizzino

Roberta Russo Vizzino è nata a Salerno e cresciuta a Villa San Giovanni. Dopo una formazione come attrice, ha progressivamente scelto di privilegiare altri linguaggi espressivi, concentrandosi sulla scrittura e sull’attività di modella d’arte.

Ha vissuto in diverse città, in Italia e all’estero. Attualmente abita a Torino. È laureanda in Arti e scienze dello spettacolo all’Università La Sapienza di Roma.

Pubblicazioni (libri):
2023 raccolta di racconti Io sono onda di mare (Edizioni Dialoghi);
2024 racconto Le chiavi di casa nell’antologia Lingua Madre Duemilaventiquattro, storie di donne non più straniere in Italia (Edizioni SEB27);
2025 raccolta di racconti Di carne e parole (Edizioni Dialoghi), con prefazione di Giuseppe
Manfridi.

Pubblicazioni (riviste letterarie):
2025 racconto Randagi sulla rivista Il Randagio;
2025 racconto Oltremadre sulla rivista Sottopelle.
2025 racconto Oltremadre in traduzione francese, con il titolo Outre-mère sulla rivista L’Épiderme.

Dal 2023 collabora con la rivista femminista Vitamine vaganti, per la quale scrive articoli-saggi su arte e società.

Tornare a casa: Marguerite Duras e bell hooks, di Giovanna Senatore

TORNARE A CASA. Marguerite Duras, La vita materiale e bell hooks,  Elogio del margine

Abitare una casa.

Se poser, insediarsi delicatamente, costruire un involucro protettivo, chiudendosi una porta alle spalle; serrato lontano il mondo, con le sue asperità, respiriamo. 

Abitare una casa.

Se poser, insediarsi delicatamente, trovare riparo in un’isola di senso, dove far crescere le idee e, attraverso una geometria di relazioni, spalancarsi al mondo.

Due modi di abitare che hanno in comune la casa come focolare ma che divergono nell’attimo in cui la porta chiusa alle spalle diventa zattera con cui traghettare verso un oltre da costruire.

Due modi del posizionamento delle donne in quel margine/periferia che è la casa, luogo crudele e tenero al contempo, attraversato senza posa da cure materne preoccupate di dar vita a un nido caldo.

La casa come microcosmo, cellula emotiva, luogo identitario, rifugio e prigione insieme. 

La casa come spazio di resistenza, di opposizione al sistema per non lasciarsi assalire e assimilare.

Marguerite Duras e bell hooks, hanno decostruito il discorso sul focolare domestico, donandoci punti di vista destinati a incrociarsi e divergere nello stesso tempo.

Due autrici radicali che hanno tessuto la loro vita con la scrittura in una continua presenza a se stesse per cui ogni parola resa tra case abitate, cinema, aule universitarie, interviste, riflette il gioco acrobatico di non lasciarsi mai chiudere in forme stereotipate, nei poteri delle accademie o dei gruppi politici, accettando la sfida di essere oltre, parlando di amore, e di conflitto, del nostro corpo che invecchia, della morte ma anche della vita, perché la parola e la costruzione politica nascono nelle pieghe della nostra esistenza nelle cose che ci accadono e nei nostri sogni e desideri.    

Marguerite Duras ha ricapitolato in se stessa il ‘900: il colonialismo, due guerre mondiali, la Resistenza, il femminismo, le avanguardie artistiche; gli uomini e le donne voracemente frequentati, gli amici da Godard a Lacan; il successo letterario e cinematografico; gli anni terminali devastati dall’alcol. Una vita lacerata, sempre inchiodata a un dolore non medicabile, la relazione con una madre che amò e odiò disperatamente per esserci stata, per non esserci stata. E di questa relazione è densa la casa tratteggiata in La vita materiale. Essa porta scalfita l’impronta materna, si fa spazio utero che accoglie, che nutre; arruffata e morbida, piena di angoli per ospitare, ha come centro la cucina e i suoi attrezzi, i ciuffi di lavanda seccata, le macchinette del caffè, le minestre da cucinare, la verdura da pulire.

“La casa è la casa di famiglia, serve a mettere i bambini e gli uomini per trattenerli in un posto fatto per loro, accogliere il loro smarrimento, distoglierli dallo spirito di avventura, di fuga, di cui sono dotati dall’origine dei tempi. Quando si affronta questo argomento, la cosa più difficile è raggiungere quel materiale liscio, senza asperità, che è il pensiero della donna intorno all’impresa pazzesca rappresentata da una casa. Quella della ricerca del punto di convergenza comune ai figli e all’uomo. Il luogo stesso dell’utopia è la casa creata dalla donna, quel tentativo a cui lei non sa resistere, e cioè di interessare i suoi cari non già alla felicità ma alla sua ricerca.”

La casa che protegge è spazio esclusivo delle donne, teatro di una messa in scena volta a garantire lo star bene dei suoi abitanti; l’impegno nelle faccende domestiche, lungi dall’affondare la donna nella noia, diventa nell’ottica durassiana il tempo dell’ordine; fare la spesa, riordinare la casa, cucinare, dà vita a un ordine esteriore in grado di anticipare e favorire l’ordine interiore.

“L’ordine esterno e l’ordine interno della casa. L’ordine esterno, cioè l’assetto visibile della casa, e l’ordine interno che è quello delle idee, dei livelli sentimentali, dell’eternità di sentimenti verso i figli. Una casa come la concepiva mia madre, era per noi, in realtà. Non penso che avrebbe fatto lo stesso per un uomo né per un amante.”

La casa dentro, la casa materiale deve dare a chi la abita la certezza che, in quel nido caldo e protettivo, niente potrà mai accadere, fin quando a vigilare sarà la donna -madre dispensando tutto quello che occorre “per andare avanti, vivere, sopravvivere.”

Operando sul corpo della casa come un chirurgo col bisturi sul corpo ammalato di un paziente, la donna dovrà renderla sempre accogliente sgombrandola di tutto ciò che la sovraccarica, la ingombra; ma, gettare via, è arte non semplice da conquistare.

Comporta la rinuncia a tutto il dismesso tesaurizzato in armadi, bauli, cantine, dalla contabilità delle bollette pagate, agli abiti non più usati ma che un giorno, (quando?) potremmo rindossare, ai giocattoli, impolverati e speso rotti ma testimoni di un tempo che la memoria colora di magico. Forse, sembra suggerirci Duras, la tensione a inscatolare   nasconde il tentativo di erigere un monumento a noi stesse, “ai nostri meriti”, a quella fatica titanica di dispensare cura irreggimentando il nostro tempo su quello degli altri. Totem fragile, pronto a dissolversi senza lasciare traccia perché la radice profonda nel quale affondano le donne è l’oblio di sé e l’impossibile felicità. 

La casa guscio mostra così, pian piano, il suo lato oscuro, il buco nero nel quale la donna rischia di precipitare quando si fa spazio di torpore, di straniamento, dove corpi e vite vengono e si lasciano governare in una strisciante microfisica di poteri.

“Forse la donna secerne l’intima sua disperazione lungo le maternità, i vincoli coniugali. Forse perde il suo regno nella disperazione di ogni giorno, e questo per tutta la vita. Forse le sue aspirazioni di gioventù, la sua forza, il suo amore l’abbandonano defluendo proprio dalle piaghe fatte e ricevute nella più assoluta legalità. Forse è così. Forse, per la donna, si tratta di martirio. E la donna completamente realizzata nella dimostrazione della sua abilità, della sua sportività, della sua cucina, della sua virtù, è da buttare dalla finestra.”

Se la maternità è l’unico significante femminile, se la casa è il luogo dove coltivarlo, ci dice la Duras che la periferia, il margine da noi abitato è un posto dove si vive male, perché quel bimbo, quella bimba che teniamo in braccio alla fine si allontanerà dal nostro seno e guarderà altrove, vedrà il mondo, vorrà esplorarlo e incontrare qualcun altro e noi ci sentiremo inutili:

 “Nella maternità la donna abbandona il proprio corpo al bambino. E i bambini le stanno sopra come su una collina, come in un giardino, la mangiano, la picchiano, ci dormono sopra e lei si lascia divorare.”

Di questo lungo banchetto cosa resta?

Forse solo lo scandalo della domanda.

La contraddizione tra il sogno di una casa come luogo dove tessere affetti e il bisogno di chi la abita di oltrepassare il limite, di andare oltre verso il mondo esterno, perché quella casa è anche lo spazio della paura e della solitudine trova un nuovo modo di essere declinata in bell hooks.

bell hooks: bell come la madre, hooks, come la bisnonna materna, minuscole entrambe le iniziali.  Nella singolarità della scelta del nome con cui firmare le sue opere e la sua vita di attivista politica, femminista, nera, Gloria Jean Watkins, connota subito se stessa e la radicalità del suo pensiero. Due nomi femminili vengono intrecciati, a sfidare il patriarcale codice dei nomi declinato lungo l’asse maschile per dare vita a una genealogia costruita su “una lunga discendenza di donne schiette e volitive”, da celebrare sottraendole all’oblio.  

Chi sono queste donne cancellate dalla storia? Perché raccontarle?

Per dipanare il filo teorico di bell hoks è necessario partire dal luogo della sua nascita, Hopkinsville, Kentucky, una città come tante del Sud rurale e segregato degli Stati Uniti, nei primi anni ’50. Lì, il sistema di apartheid era disegnato da una ferrovia che tagliava giorno e notte lo spazio. Di giorno i neri attraversavano i binari per andare a lavorare per i bianchi, la notte tornavano da dove erano venuti, al loro posto, in un pendolarismo silenzioso e agghiacciante che disegnava confini e regime economico.

“I binari della ferrovia sono stati il segno tangibile e quotidiano della nostra marginalità. Al di là di quei binari c’erano strade asfaltate, negozi in cui non potevamo entrare, ristoranti in cui non potevamo mangiare e persone che non potevamo guardare dritti in faccia. Al di là di quei binari c’era un mondo in cui potevamo lavorare come domestiche, custodi, prostitute, fintanto che eravamo in grado di servire, ci era concesso di accedere a quel mondo, ma non di viverci.” 

In quella comunità separata, in una famiglia di sette figli, governata da un padre- padrone violento e dal silenzio rassegnato della madre, si costruisce il suo sguardo e la sua posizione nel mondo, nel solco della doppia oppressione che attraversa la comunità dei neri e la sua famiglia: la discriminazione razziale e l’asimmetria tra ruolo paterno e materno, tra parola maschile e silenzio femminile, entrambi espressione del patriarcato capitalista.

“Poiché il sessismo delega alle donne il compito di creare l’ambiente domestico e di provvedere ad esso, è stato soprattutto grazie alle donne nere se il focolare domestico si è costruito come spazio di cura e nutrimento da contrapporre alla feroce, disumana realtà dell’oppressione razzista, della dominazione sessista.”

Qui il pensiero di bell hook erode la storia da sempre narrata, la graffia nelle sue impalcature dando parola e significato politico alla resistenza silenziosa messa in campo dalle donne nere, trasformando la casa nel luogo della cura e della protezione:

“era dentro le case che si produceva tutto ciò che conta nella vita- il calore e la pace di un luogo dove sentirsi al sicuro, cibo per i nostri corpi, nutrimento per le nostre anime. È lì che abbiamo imparato ad avere fede. A renderci possibile questa vita, facendoci da guida e da maestre, sono state le donne nere.”

Maestre non attraverso l’articolazione di principi teorici messi in scrittura (moltissime erano analfabete) ma nel silenzio e nella solitudine delle loro azioni; al ruolo sacrificale da sempre loro attribuito dal sessismo per cui essere madri è solo l’incarnazione perfetta della naturale condizione femminile, hooks oppone la visione della libertà della scelta, e della re-visione tanto del ruolo quanto dell’idea di casa esercitata volontariamente dalle donne nere nella loro pratica.

Non un destino biologico a legarle al focolare faticosamente custodito ma la volontà di erigere luoghi dove tutti i neri potessero lottare per essere soggetti, non oggetti, dove, nonostante la povertà, la fatica, le privazioni, la dignità, che all’esterno veniva negata, potesse essere restituita.

Ripensando alla sua infanzia, alla porta che si chiudeva inesorabile dietro le spalle della madre, costretta come la maggior parte delle donne nere a servire nelle case dei bianchi, hooks scrive:

“Al suo rientro, dopo lunghe ore di lavoro, non si lamentava. Faceva di tutto per farci capire quanto fosse contenta di aver concluso la sua giornata di lavoro, di essere a casa; ma nello stesso tempo ci dimostrava che nella sua esperienza di lavoro come domestica al servizio di una famiglia bianca, in quello spazio di Alterità, non c’era nulla che le togliesse la sua dignità e il suo potere personale.”

Così la casa, àncora per i passi stanchi dei chilometri percorsi dalle donne nere per ritornare dai loro figli, si fa casa radice pronta a dipanarsi su un terreno che non aspetta altro che dare vita a nuovi frutti.

Casa dove accatastare fumo, libri, sciarpe, scarpe, umori, caffè, cibo, risate, pianti. Pareti dove parlare, porsi domande, nodi da sciogliere e riannodare: come sarà il tempo che verrà, come saremo in grado di costruire un mondo comune, come congiungere il pensare a un fare, un cercare una verità sempre da dirsi amalgamata alle tracce di vita che l’accompagnano, una riflessione che sappia abbracciare le azioni materiali, dal cucinare al discutere raccattando bambini che corrono o si accasciano addormentati, stufi della vita dei grandi.

Giovanna Senatore

Giovanna Senatore: laureata in Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei licei classici; formatrice in corsi di aggiornamento per i docenti lungo due tematiche: la letteratura attraverso lo sguardo del pensiero femminista, l’uso dello spazio e del linguaggio teatrale. Ha guidato laboratori teatrali in qualità di esperta in vari istituti scolastici. Fonda l’associazione culturale “Le macchine desideranti” curando la regia di tredici spettacoli dove corpi e parole possano colpire nella loro nuda e secca forza. Ha curato laboratori di scrittura a partire da testi incrociati di scrittrici che hanno ricamato tessiture preziose.