L’arabo e la “pietra nera”. Come una lingua mi ha insegnato a capire i Greci, di Vincenzo Franciosi

Venticinque anni fa seguii un breve corso di arabo. Non avrei mai immaginato che quei rudimenti mi avrebbero spalancato un mondo. Con quelle poche nozioni, cominciai a vedere l’antichità greca con occhi nuovi, a cogliere nessi che l’archeologia classica, salvo rare eccezioni, ha quasi sempre ignorato.

Mi resi conto allora di quanto fosse limitato il nostro sguardo, chiuso nel perimetro ellenocentrico che separa artificiosamente la Grecia antica dal suo vero contesto: il Mediterraneo. Sabatino Moscati aveva già tracciato la strada, ma pochi tra gli archeologi classici l’hanno seguita. Tutto ciò che nasce dall’incontro fra Greci e Fenici viene solitamente attribuito geograficamente alla Frigia o alla Tracia, ricondotto a generiche culture antico-mediterranee, a lingue misteriose genericamente pre-greche, come se l’Oriente semitico non fosse mai esistito. Forse residui inconsci del “pregiudizio ariano”.

Eppure le prove sono sotto gli occhi di tutti. Prendiamo i Cabiri (greco Kábeiroi), i Megáloi Theói (Grandi dèi) di Samotracia, di Lemno, di Imbro, di Pergamo, di Tebe in Beozia, città fondata dal fenicio Cadmo (semitico √ qdm = Oriente), colui il quale ha insegnato l’alfabeto ai Greci (Erodoto V. 58; Diodoro B.H. III. 61. 1): nelle lingue semitiche √ kbr – kabîr vuol dire “grande”. È un’evidenza etimologica disarmante. Il sacerdote confessore del culto cabirico è indicato dalle fonti greche con il termine anellenico di kóes/kóies(Esichio, s.v. κοίης, κ 3230 Latte): ma non si tratta della chiara ellenizzazione del termine kohen/kahin, che nelle lingue semitiche vuol dire semplicemente “sacerdote”?

Lo stesso vale per la dea frigia Kubaba/Kybele, venerata a Pessinunte sotto forma di pietra nera caduta dal cielo, un betilo, in greco báitilos, dal semitico bêt/bait (casa, sede) + el (divinità) = sede della divinità. Quando quella pietra fu portata a Roma durante la seconda guerra punica, divenne il fulcro di un culto potentissimo: la Madre degli dèi, la pietra che racchiude il principio vitale. La pietra nera di Pessinunte, donata al popolo romano dal re pergameno Attalo, fu incastonata nella testa della statua argentea della Madre degli dèi.

In Kybéle troviamo la radice semitica √ k‘b che rimanda al cubo (in greco kýbos, in latino cubus), alla forma primordiale della pietra sacra. La Ka‘ba della Mecca, con la sua pietra nera, non è che l’eco di un simbolismo antichissimo, comune a tutto il Mediterraneo. Nella lingua latina il termine caput, da cui in italiano “capo” e nei dialetti del Sud-Italia “capa”, conserva ancora quella radice, che troviamo anche nel greco kephále: la forma stereometrica della testa, la solidità del principio. Kybéle è la divinità della pietra, la potenza che abita la materia.

Fu con quei pochi rudimenti di arabo che, un giorno, mi trovai a leggere un’iscrizione fenicia del IX secolo a.C. e a comprenderla. Mi vennero i brividi. Le parole erano semplici: “Io sono…, figlio di…, mio padre…, re di…, servo di…, re di…”. Ma era come se la voce stessa del Levante antico parlasse attraverso i secoli, limpida, comprensibile. L’arabo mi aveva restituito la vita della lingua madre.

La mia maestra di arabo era palestinese, originaria di Nablus (l’antica Neapolis) e, per uno scherzo del destino, si era stabilita proprio a Napoli. Si chiama Souzan Fatayer. Attivissima nel sociale, mediatrice culturale, traduttrice e interprete, oggi insegna arabo all’Università Orientale di Napoli. È una figura centrale della comunità palestinese napoletana: si batte per portare studenti palestinesi a studiare in Italia e per far curare nei nostri ospedali i bambini mutilati dai bombardamenti israeliani, feriti dai cecchini mentre giocano, lasciati deperire fino a morire di fame. Molti di loro, grazie a lei, sono stati operati e salvati all’ospedale Santobono di Napoli.

Souzan è stata candidata alle ultime elezioni europee, per poco non risultando eletta, e oggi si presenta alle regionali in Campania. Qualche giorno fa, un noto “giornalista”, onnipresente in televisione e noto per la sua “avvenenza”, l’ha attaccata con toni spregevoli, che non meritano neppure di essere ripetuti. È un segno dei tempi: oggi la cultura dominante non sopporta le voci libere, in particolare quelle palestinesi, soprattutto quando vengono da donne colte, determinate e moralmente integerrime.

Io, però, non dimentico che è stata proprio una donna palestinese a insegnarmi l’arabo, e dunque a farmi capire la Grecia. La lezione più grande che mi abbia dato è che le lingue, come le civiltà, non sono mai pure: vivono di incontri, di scambi, di pietre cadute dal cielo che diventano simboli universali.
E che anche la pietra, muta in apparenza, conserva una voce. Basta saperla ascoltare.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Intervista a Carola Susani per “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.5 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.5 Carola Susani, autrice di “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025).

“Il dio delle genti” di Carola Susani si presenta come l’ultimo episodio di una trilogia che attraversa la storia italiana dagli anni ’50 ai giorni nostri. L’autrice tesse una trama dove la narrazione storica si fonde con una dimensione onirica, che sfiora il surreale. 

Al centro di questo racconto c’è la figura enigmatica di Italo Orlando, un personaggio quasi spettrale, la cui esistenza sembra oscillare tra realtà e allucinazione collettiva. Italo non è un semplice protagonista, ma una sorta di amuleto, un’entità che catalizza fortuna o sfortuna, agendo non attraverso la parola, ma attraverso i ricordi e le visioni della voce narrante. 

​Il romanzo è raccontato da Piera, una ragazza perseguitata dal senso di colpa per la morte del fratello e dei suoi amici, a causa del crollo di una palestra. La sua ricerca della verità funge da filo conduttore, aprendo un “vaso di Pandora” di segreti, illegalità e tradimenti che si sono infiltrati nelle vite dei personaggi e che, con il tempo, sono stati normalizzati a tal punto da essere considerati “parte del paesaggio”. 

​Uno degli aspetti più notevoli e disturbanti del libro è il modo in cui l’autrice affronta una relazione simil- amorosa tra la protagonista ancora diciassettenne e Ignazio, un amico cinquantenne del padre, coinvolto nella vicenda di cronaca. La relazione è descritta come un misto di curiosità sessuale e di vendetta contro i genitori che sembrano accettare tacitamente questa relazione, come se fosse una conseguenza naturale del trauma subito da Piera. Questo atteggiamento di arrendevolezza e disattenzione da parte degli adulti, che sembrano più preoccupati per le loro cause legali e le loro responsabilità che per la salute mentale della ragazza, solleva un’importante riflessione sulla negligenza emotiva, tematica cara all’autrice che non manca, nella sua lunga carriera, di racconti incentrati sull’infanzia e l’adolescenza disagiate e abbandonate. 

​Lo stile di Carola Susani è un notevole punto di forza del libro. Il suo linguaggio è impeccabile e descrive con precisione i luoghi e le condizioni di vita dei personaggi. Il lessico informale contribuisce a rendere i dialoghi autentici e vividi, riflettendo accuratamente il contesto sociale e culturale. 

​Il tono del libro oscilla tra il drammatico e il nostalgico, a volte con una voce narrante che si mostra distaccata, quasi estranea agli eventi che racconta, la cui voce trasla fra i ricordi e le testimonianze degli altri personaggi, che fanno come da ponte di verità ed emozioni. Questo espediente narrativo, in cui Piera sembra realizzare veramente la sua storia solo attraverso il racconto di terzi, crea una distanza che rende la narrazione ancora più efficace. 

​Il dio delle genti, pur trattando argomenti crudi e complessi, lascia il lettore con degli interrogativi aperti e inquietanti: è possibile che la sofferenza di un’adolescente possa essere così ignorata fino a quando non si manifestano segni evidenti di un grave disagio? E ancora, è possibile che la verità scomoda e il dolore passano volontariamente in secondo piano, rendendo la tragedia un’altra sfumatura di un paesaggio già desolante? 
Al lettore l’ardua risposta. A quello stesso lettore che, secondo la Susani, va stuzzicato e spronato a riflettere senza essere accompagnato per mano, affinché il libro gli lasci una scia disturbante e luccicante.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Breve riflessione a caldo leggendo Krasznahorkai e guardando la balena di Tarr, di Mariarosaria Sciglitano

C’era aria di Nobel fin dal 2015, quando la critica americana Susan Sontag lo aveva definito “The contemporary Hungarian master of apocalypse”, maestro dell’Apocalisse, dopo aver letto il suo secondo libro, Melancolia della resistenza, e dopo che lo scrittore ungherese era stato insignito del prestigioso Man Booker International Prize. I nomi ungheresi che ritroviamo puntuali ogni anno sono, appunto, quello di László Krasznahorkai e quello, assolutamente non meno meritevole, di Péter Nádas, anche lui leggibile in lingua italiana.

In occasione del conferimento del Nobel la sua casa editrice ungherese, la storica Magvető, sui social ripubblica un post del 2024: «Quest’anno la Magvető è piena di anniversari importanti, rotondi […]: la casa editrice compie 70 anni, Péter Esterházy è nato 75 anni fa […] Esattamente 40 anni fa, il 10 aprile 1985, veniva pubblicato il primo romanzo di László Krasznahorkai: Sátántangó. I tesori gelosamente custoditi del nostro archivio editoriale sono i cataloghi in cui i colleghi di un tempo registravano i dettagli delle prime pubblicazioni. […] Sátántangó è ormai diventato un classico, un’opera fondamentale senza la quale la cultura ungherese, così come la letteratura mondiale, sono impensabili e inimmaginabili”, scrive János Szegő, editor della casa editrice. 

L’allora curatrice, Mária Zsámboki, a cui si deve in assoluto il primo tentativo di interpretazione, annotava: «Leggiamo il primo, avvincente romanzo di uno scrittore con un umorismo pungente, una visione sofisticata e profonda, uno stile sfumato e raffinato: un libro che ci presenta le vicissitudini del destino in una forma matura e chiara».

Ma in Italia László Krasznahorkai non si presenta con Satantango (trad. di Dóra Várnai, Bompiani, 2016), bensì con Melancolia della resistenza (trad. di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli, Zandonai, 2013) grazie alla brillante intuizione dell’editor Giuliano Geri, poco prima che la casa editrice in questione, purtroppo, chiudesse i battenti.

Ed è proprio su questo suo secondo libro che si basa una delle più fortunate collaborazioni tra lo scrittore e il regista, parimenti ungherese, Béla Tarr, ospitato nel 2024 a Napoli nell’ambito del Maggio dei Monumenti con un workshop, una bellissima rassegna integrale e tante iniziative a lui dedicate. Parliamo de Le armonie di Werckmeister (2000), che ho avuto l’onore di tradurre lavorando fianco a fianco con il regista, che ascoltava scrupolosamente risuonare i dialoghi in italiano. 

Le atmosfere rarefatte, quelle comunità ai limiti dell’umano, ai margini del mondo, in prospettive temporali sospese, le attese infinite, che ricordano il tempo in Dino Buzzati, dei libri di Krasznahorkai, lo hanno forse troppo spesso incastrato nella definizione di “apocalittico”. Ma l’autore ha più volte ribadito nelle sue interviste che l’Apocalisse è la normale condizione del mondo, è il suo stato ordinario.

L’opera di Krasznahorkai viene abitualmente considerata come un unico, lungo arco narrativo che parte dall’implosione del villaggio e della sua comunità e procede verso aperture cosmiche, prende il via dal senso della fine del mondo e si eleva fino alla trascendenza. E, sebbene ogni sua opera affronti il caos e l’ordine da prospettive diverse, ci riporta sempre alla stessa consapevolezza: oltre i confini del linguaggio, dell’esperienza umana e della comprensione, c’è qualcosa che ci attende e che non possiamo più controllare. 

Nota positiva: mentre per il primo premio Nobel alla letteratura ungherese, Imre Kertész (2022), l’editoria italiana era stata colta alla sprovvista e in italiano c’era solo un titolo, Essere senza destino (trad. di Barbara Griffini dal tedesco, Feltrinelli 1999), con Krasznahorkai si è organizzata per tempo, tant’è che dopo Zandonai e Melancolia della resistenza, Bompiani ha regolarmente pubblicato le sue opere.

Mariarosaria Sciglitano*

László Krasznahorkai e Mariarosaria Sciglitano. Foto di Katalin Kismartoni scattata a Budapest, presso la sede della MTA – Accademia Ungherese delle Scienze.

*Mariarosaria Sciglitano: ha ottenuto la cittadinanza ungherese per chiari meriti. Traduttrice, giornalista, PhD in letteratura comparata, ha tenuto corsi di letteratura italiana contemporanea e di traduzione letteraria dall’ungherese all’Università ELTE di Budapest. Ha insegnato italiano come lettrice madrelingua all’Università Corvinus di Budapest per circa un trentennio; ha svolto corsi di lingua italiana livello avanzato all’Istituto Italiano di Cultura per l’Ungheria per un ventennio.
È stata docente a contratto all’Università di Firenze e cultrice della materia (Letteratura ungherese) all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale.
Membro della Federazione Nazionale dei Giornalisti Ungheresi (MÚOSZ) dal 1995, collabora con media italiani (la Repubblica, il Manifesto, il Sole 24 Ore, RAI, Radio Popolare, Radio Mir) e ungheresi (ÉS, HVG, MTI, TV2, Magyar Rádió) occupandosi di cultura.
È stata giornalista accreditata presso il Ministero degli Esteri d’Ungheria per Radio Rai, Rassegna sindacale e Il Manifesto.
Svolge attività di consulenza per la traduzione letteraria dall’ungherese all’italiano presso l’Istituto Balassi, e continua a svolgerla presso il Petőfi Literary Fund. Collabora come consulente madrelingua per l’Italianistica con l’Ufficio Scolastico Nazionale – Oktatási Hivatal.
Traduce per editori come Garzanti, Feltrinelli, Bompiani, Il Saggiatore, Marsilio, Marietti, Neri Pozza, Hopefulmonster e altri sia italiani sia stranieri, conseguendo il riconoscimento per la traduzione “Frankfurt ’99”, nel 1997; il premio Déry Tibor per la sua attività di traduttrice nel 2018; il premio MIBACT – Fondo per il potenziamento della cultura e della lingua italiana all’estero nel 2020. Tra gli autori tradotti, il premio Nobel della letteratura ungherese Imre Kertész.
Ha curato la traduzione dall’ungherese e dall’inglese all’italiano di numerose sceneggiature letterarie e la sottotitolazione dei relativi film, nonché di opere teatrali.
Svolge regolarmente lavori editoriali di revisione, correzione, editing.

Richard Coles: “Omicidio in parrocchia” (Einaudi, trad. Letizia Sacchini), di Silvia Lanzi

Mi sembrava spocchioso l’autore, con quel “rev.” che ne precedeva il nome in copertina. Ho pensato che fosse l’ennesima persona famosa che si cimenta in “letteratura” di bassa lega. 
Sì, perché Richard Coles, oltre ad essere un sacerdote della Chiesa anglicana, è anche l’altra metà dei Communards, un gruppo musicale che, chi ha la mia età, non può non conoscere.
Mi sono dovuta ricredere. 
In effetti, “Omicidio in parrocchia”, il secondo libro che vede protagonista il reverendo Daniel Clement, è una vera chicca.

Nonostante quello che sembra un sacrificio rituale e cruento, vittima un sedicenne un po’ ribelle, ci si affeziona all’atmosfera provinciale, un po’ consunta e a volte occhiuta dell’angolo di Sussex in cui si svolge la vicenda. È uno di quei libri perfetti per questo inizio autunno: un divano comodo, una coperta, una tazza di tè caldo e le pagine che scorrono una dopo l’altra, senza soluzione di continuità.
Daniel è la perfetta controparte anglicana di padre Brown.
L’editore, in quarta di copertina definisce la storia “delicata, ironica e molto british” e, in effetti, la scrittura risulta arguta e molto piacevole e i personaggi e le situazioni sono tratteggiati in maniera molto convincente. Piccole beghe di paese, persone che si tagliano i panni addosso, come si trattasse di uno sport nazionale, con solo una punta di acrimonia che si stempera nella prossimità affettiva ancora prima che spaziale, sono frequenti come lo sono anche riflessioni profonde sul senso della fede, sulla vita e sul significato di appartenere ad una congregazione. L’autore, poi, gioca con maestria e leggerezza con i luoghi comuni facendoli diventare occasioni di sorriso e riflessione.
Altra protagonista del libro è la Chiesa anglicana, raccontata con bonaria indulgenza: le sue vicende storiche, il suo modo di concepire il cristianesimo i suoi riti, gli insegnamenti, sono descritti con puntualità ma senza pedanteria: ne risulta un’ottima occasione per imparare qualcosa di nuovo e allargare gli orizzonti – il che non fa male.
Il libro, ambientato negli anni ’80, racconta le vicende di Daniel Clement, canonico di una piccola cittadina di provincia che si improvvisa investigatore a seguito della morte del giovane Josh, figlio del suo nuovo collaboratore, il pastore Chris Biddle,
con cui ha un rapporto difficile, quando non apertamente conflittuale. Due sacerdoti. Due modi di vedere la vita. E la fede.
Daniel dovrà darsi da fare per trovare il colpevole, anche perché parecchi abitanti del villaggio sembrano nascondere dei segreti e le loro vicende distrarranno non poco il nostro improvvisato detective – una di queste è la morte della signora Hawkins, molto ricca e già malata da tempo, cui il nostro, oltre a dare l’ultimo conforto, dovrà diventare esecutore testamentario proteggendo i suoi beni da persone che, a vario titolo, millantano di esserne i principali eredi…
Una lettura che è un piacere ad ogni pagina, un cosy crime delizioso. Il secondo caso del reverendo Clement, che fa venire voglia, per chi non l’abbia ancora fatto, di procurarsi il primo libro della serie, “Delitto all’ora del vespro” – per ora gli unici due tradotti in italiano. Non c’è che da sperare che arrivino presto anche gli altri.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Eduardo Savarese: “Una piccola luce” (Alter Ego, 2025), di Maurizia Maiano

C’è sempre, in ogni parola scritta, una piccola luce che tenta di fendere il buio. Il libro è un luogo dove il pensiero diventa casa, dove realtà e simbolo si confondono. Nel romanzo, che ci accompagna, il Castello e le Città dei Sensi Ottusi sono più che luoghi: sono metafore dell’animo umano e del nostro presente, un invito a ritrovare i sensi perduti a cui il mondo digitale sembra condannarci e a “abitare la distanza” che separa l’uomo dal mondo.

C’era una volta un bimbo orfano e senza memoria chiamato Bibo. Doveva intraprendere un viaggio con la sua gatta nera Susan, il suo violino e una piccola lampada di bronzo. Era stato dato loro il compito di  attraversare le Cinque Città dei Sensi Ottusi, dove ciascuna città aveva proibito l’uso di uno dei sensi, costringendo i cittadini a vivere nell’oblio della bellezza. Col violino Bibo avrebbe risvegliato il coraggio di città in città, con la lampada illuminato il mondo che giaceva nelle tenebre dell’incoscienza e della paura. Erano tempi  drammatici quelli che seguirono la Seconda venuta del Cristo. Cristo, constatando condizioni così disperate, aveva deciso di rimandare l’Apocalisse, e le città, per la paura della morte, si chiusero in se stesse.

Gli stili di vita si capovolsero e luoghi ricchi furono ridotti in miseria. La chiara distinzione tra realtà e irrealtà sbiadì. Centri di potere nuovi emersero, imponendo regole rigide e soffocando ogni libera espressione del sentimenti. Drammatici avvenimenti avevano lasciato Bibo orfano di entrambi i genitori. Ora egli appartiene ai figli della Grande Adozione, un’istituzione che si era insediata in un’isola antichissima fatta di terra rossa, altissime montagne e mari burrascosi, ora caldi ora gelidi. Agli occhi delle città, l’isola della Grande Adozione era un luogo perverso e inaccessibile. Il Consiglio dei Maestri e delle Maestre era considerato il male, e gli orfani venivano reputati portatori di disgrazia e sventura. A Bibo toccò come maestra una donna severa chiamata Pazienza, una donna minuta dai riccioli neri e guizzanti. La pazienza aiuta a comprendere gli altri, diceva. Soccorre nelle prove difficili, nelle privazioni, quando al corpo e ai sensi manca qualcosa d’essenziale. La realtà stessa era falsificata, diffondendo ovunque informazioni le cui origini restavano sconosciute.  

Gli esseri umani, presi dall’angoscia della fine, reagirono con un rigore che mascherava un odio profondo per la libertà di coscienza.

Giunse così il giorno precedente la partenza per le Città dei Sensi OttusiPazienza aveva preparato il piccolo bagaglio: la custodia col violino, due ricambi, la lampada e tre vasetti d’olio. Bibo e Susanna sarebbero stati invulnerabili, purché avessero mantenuto integri il violino e la lampada. Il violino è la Musica e la luce la coscienza e la speranza? Pazienza chiese: Vuoi portare le tue perle?

Bibo e Susanna viaggiano attraverso le cinque città, il cui nome richiama un senso:

Nontoccarmi: qui gli abitanti rinunciano al tatto a causa di una malattia della pelle sconosciuta e letale che li ha resi incapaci di sfiorare chiunque. si allontanano cosi l’uno dall’altro.

 Naricispente: l’aria è costantemente sanificata. L’unico odore è quello di alcol e sostanze chimiche, un vuoto olfattivo che domina ogni angolo.

Scontrosa: è una città che ha rinunciato all’udito perché sconvolta da gente chiassosa. Tale mancanza isola gli abitanti l’uno dall’altro e tutti hanno un’aria sdegnata, furtiva e supponente.  

Salsi: è la città dove il senso del gusto è stato annientato, è governata da un gruppo di fanatici, gli Apostoli dell’Igiene Alimentare.

Ombrina: qui una bruma  avvolge cose e persone e la luce non ha potere, nessun meccanismo di percezione. Gli abitanti quando si incontrano avvertono solo una presenza sfuggente l’uno dell’altro e affrettando il passo ripetono: Umbra et pulvis sumus. Ottenebrato I è il governatore che ha commissionato un sistema di filtraggio della luce. 

Ci muoviamo guardinghi tra queste città in cui anche i nostri sensi si sono come addormentati, mentre Bibo e Susanna hanno l’arduo compito di risvegliarli e indurre gli abitanti a immergersi nelle sensazioni perdute. Bibo non sempre ci riesce. Egli cerca di riportare attraverso le note del violino frammenti di memoria. Ricrea situazioni felici, ma a questi segue la sofferenza. Il bene e il male sono nettamente distinti o inestricabilmente intrecciati? Forse l’uno non esiste senza l’altro e per usare un riferimento a me caro, richiamo alla memoria Il contadino della Boemia di Johannes von Tepl,  a cui la morte strappandogli in giovane età la moglie lo spinse a concludere che non avrebbe potuto conoscere il bene senza conoscere il male. Dovremmo essere grati alla morte, è lei che riveste i momenti lieti della vita di una veste preziosa intessuta di sole e luna, valli e stelle. E parte subito un’eco verso le Intermittenze della morte di José Saramago. Senza la morte tutto avrebbe avuto un gusto insipido, ci saremmo schiantati contro la monotonia di giorni tutti uguali. 

Il romanzo funziona come un ipertesto, riporta ad altre storie, solleva interrogativi vecchi e nuovi. Riflessioni e combinazioni che richiamano ad un altrove nell’arte che già conosciamo.  Ripenso alla Leggenda del Grande Inquisitore, gli esseri umani sanno godere della libertà, la vogliono veramente? O di fronte all’angoscia della  fine reagiscono creando un rigore che maschera l’odio per la libertà di coscienza? Immagini letterarie, pittoriche e musicali si mescolano al raccontare. L’Isola  dei morti di Böcklin appare davanti ai suoi occhi confondendosi con il paesaggio nella città di Ombrina. Non c’era più quella immagine ma sapeva di averla vista quell’immagine in tempi passati in un museo. Ed ancora musiche di Beethoven e i Gurre Lieder di  Schönberg. Si incontrano  i personaggi delle fiabe e Barbablù racconta la sua ultima storia. E’ quello che succede nelle città dei sensi ottusi, un romanzo definito allegorico e onirico in un mondo postumo. Lo leggo invece come allegorico e reale del nostro presente. Il sogno, l’andamento fiabesco, che il raccontare assume, li colgo come elemento di straniamento che ci aiuta nella presa di consapevolezza del nostro esistere.  Una umanità che cambia prospettiva in cui le tecnologie ampliano i nostri spazi, ma riducono l’uso dei nostri sensi, romanzo che imita la tecnologia usando immagini di arte che abbiamo ammirato e interferiscono nel nostro vissuto sfumando il limes tra realtà ed illusione, artificio artistico che apre alle molteplici possibilità del reale che possiamo concepire.

Il compito di Bibo, qui temuto come portatore di disordine e morte, era  quello di portare una nuova piccola luce nel mondo dopo la Parusia. Tante sono le difficoltà! Al lettore la scoperta della complessità dell’essere umano spesso incapace di crearsi rapporti e situazioni semplici fondate su sentimenti di fiducia, rispetto, comprensione ed interagire ascoltando l’altra parte, audi alteram partem.

Eduardo Savarese è scrittore ed è stato magistrato dal 2004 al 2024. Dal 2025 è Professore ordinario di Diritto intenazionale presso l’Università Federico II di Napoli. Accompagna il suo intenso lavoro curando quelle che sono le sue passioni, amore per la Musica lirica e la scrittura e non trascura il suo impegno sociale: tiene corsi di scrittura creativa per persone con disabilità presso l’associazione A ruota libera. Un percorso che ne evidenzia la formazione culturale ecclettica, tutta la ricchezza interiore e sensibilità. Ogni aspetto della sua grande umanità, del suo amore per la scrittura e la Musica è racchiusa in questo romanzo. Nasce a Napoli nel 1979 e tiene a sollineare di essere per un quarto greco da parte di nonna paterna.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.