L’ora di greco di Han Kang: una delicata storia d’amore di Gigi Agnano

“L’ora di greco” di Han Kang – tradotto da Lia Lovenitti e pubblicato in Italia da Adelphi nel 2023 – è un romanzo breve che penetra il lettore con la delicatezza di un fruscio e la forza di una slavina. In appena 163 pagine di un’intensità poetica prossima alla riflessione filosofica, l’autrice sud-coreana crea un universo narrativo che si insinua al di là dei confini della lingua, sviluppando una storia in cui i silenzi e il dolore diventano ponte e riparo di due anime in frantumi.

La trama, semplice nella sua essenza, rivela una complessità emotiva che deflagra tra le righe. La Kang dipinge due figure senza nome – lei narrata in terza persona, lui in prima – attraverso frammenti dolorosi della loro esistenza. La donna, annichilita dalla perdita della madre e della custodia del figlio, sceglie di rifugiarsi nel mutismo. L’uomo, tornato in Corea dopo anni in Germania, affronta una progressiva ed inesorabile cecità, che avvolge silenziosamente, come una nebbia, il suo mondo visivo. L’incontro avviene in un istituto privato di Seoul, dove lui tiene un corso di greco antico, al quale la donna decide di iscriversi. Ha così inizio, con una naturalezza viscerale e potente, la relazione tra l’uomo che sta diventando cieco e la donna che non parla ma scrive versi in greco. Ciascuno dei due, fino a quel momento inaccessibili, troverà nell’altro quello che manca al proprio mondo, sia dal punto di vista fisico che spirituale.

Il greco antico ha un ruolo centrale: da lingua morta, austera, “fredda e dura”, diventa viva e pulsante, lo specchio nel quale i due protagonisti condividono le loro ferite.  La scoperta che i verbi “soffrire” e “apprendere” siano in greco quasi identici (per Socrate “apprendere” significa letteralmente soffrire) è come una rivelazione che attraversa tutto il romanzo, il fiotto di luce che illumina il loro percorso di rinascita attraverso il dolore.

Questa visione della sofferenza come esperienza essenziale e necessaria in un percorso di crescita umana fa pensare al saggio “La società senza dolore” di Byung-Chul Han, dove il filosofo di origine sudcoreana denuncia la società contemporanea che, rifiutando il dolore, si priva di una dimensione esistenziale fondamentale. Se ne “L’ora di greco” la sofferenza, incarnata nella perdita, nel silenzio e nella cecità, diventa uno strumento di connessione; anche per Byung-Chul Han il dolore rappresenta il veicolo per relazioni umane più autentiche e profonde. 

La scrittura di Han Kang ha la precisione chirurgica della poesia, dove ogni parola conta e ogni silenzio è necessario. Non si limita a descrivere la sofferenza, la rende palpabile attraverso una narrazione eterea che è come un borbottio di disperazione, un lamento di corde vocali atrofizzate. L’uso di volta in volta di una metafora evoca il tormento interiore e l’alienazione dei suoi personaggi. Due citazioni esemplificano questa capacità.

La donna:

“… ha l’impressione di essere diventata un’ombra che striscia sulla superficie rugosa dei muri e del suolo, e sbircia da fuori la vita contenuta in un enorme acquario. È in grado di udire e leggere in modo distinto ogni singola parola, ma non riesce a schiudere le labbra ed emettere alcun suono.”

E l’uomo:

“La stilografica era ancora lì, esattamente come ricordavo. Era la stessa penna che avevo utilizzato, cambiando più volte il pennino, dal mio arrivo in Germania più o meno fino al secondo anno di università. Ho tolto il cappuccio, un po’ graffiato ma ancora in buono stato, l’ho messo in un angolo della scrivania e sono andato in bagno per sciogliere l’inchiostro secco. Dopo aver riempito il lavabo, vi ho immerso il pennino finché un filo sottile di inchiostro blu scuro ha iniziato a disegnare nell’acqua curve sinuose, in continua dissolvenza.”

Ogni immagine, ogni inquadratura, ogni frammento, ogni gesto, è carico di significatoUno dei momenti più toccanti del libro è molto probabilmente quello in cui la donna, non potendo parlare e per farsi capire in una situazione d’emergenza, traccia le parole con l’indice destro sul palmo della mano sinistra dell’insegnante. La Kang lascia intendere che per comunicare si possano trovare alternative ben più eloquenti della lingua parlata. In tal senso, “L’ora di greco” va considerata anche come un’affascinante meditazione sulla natura fragile e potente della comunicazione umana.

Man mano che la storia avanza, infatti, i due protagonisti creano un nuovo linguaggio, frutto dell’acquisita complicità, che ha sempre meno bisogno di parole. Una rarefazione dei dialoghi che ricorda la potenza dei silenzi e la profonda introspezione del cinema di Kim Ki-duk, altro genio artistico sudcoreano.

L’ora di greco è la storia commovente e malinconica di due persone impaurite, ferite e dolorosamente sole; di due anime sinistrate che s’incontrano nella notte più buia, che trovano l’una nell’altra un complemento alle proprie mancanze e che, venendosi in soccorso, ritrovano la luce. È un romanzo che parla della perdita, ma anche della riparazione; della fragilità e della solitudine, ma anche della tenerezza salvifica e dell’armonia ritrovata. Han Kang, già celebre per il suo capolavoro “La vegetariana”, ci offre con “L’ora di greco” un’altra gemma straordinaria, visionaria, complessa e gioiosamente devastante. 

Con la sua scrittura elegante e sobria, delicata e introspettiva, l’autrice ci ricorda che l’arte, la poesia e soprattutto l’amore possono colmare i vuoti lasciati dalle nostre ferite, anche quando le perdite sembrano inconsolabili. “L’ora di greco” è un inno alla bellezza che resta nel cuore e nella mente del lettore, come una traccia d’inchiostro indelebile o una visita alle splendide biblioteche e librerie di Seoul.

Gigi Agnano

Il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk: finalmente l’amore! di Gigi Agnano

Il Museo dell’innocenza sarà sempre aperto per gli innamorati

che non trovano un posto a Istanbul dove baciarsi. 

Pubblicato da Einaudi nel 2009, Il Museo dell’Innocenza è il primo romanzo di Orhan Pamuk dopo che gli sia stato assegnato nel 2006 il Nobel per la Letteratura. E’ una storia d’amore affascinante e nostalgica, sul desiderio e sull’assenza, che dimostra una volta di più l’immenso talento dello scrittore turco. 

Racconta l’ossessione che assorbe tutta la vita di Kemal, un giovane ricco dell’élite di Istanbul, per Füsun, una sua lontana parente di famiglia assai più modesta. 

All’inizio del romanzo, Kemal ha una trentina d’anni, conduce, in un mix di Dolce Vita e Grande Gatsby, un’esistenza rilassata tra feste, club e ristoranti mondani, ha un’ampia rete di amici, gira per le strade della città in una elegante Chevrolet del ’56 e ha da molti anni una fidanzata, Sibel, anch’essa di ottima famiglia, con la quale è destinato a sposarsi.

Dall’età di vent’anni sentivo in cuor mio di avere su di me una corazza invisibile che mi proteggeva da qualunque disgrazia e infelicità. Questa impressione, del resto, mi faceva intuire che occuparmi troppo delle altrui infelicità avrebbe reso infelice anche me, e avrebbe potuto scalfire la mia corazza.

Un giorno però, casualmente, mentre sta facendo acquisti per la sua ragazza, incontra la bellissima e giovanissima Füsun, che lavora come commessa in una boutique alla moda in una zona elegante di Istanbul. I due in breve tempo iniziano una relazione: si incontrano regolarmente in un appartamento vuoto della famiglia di Kemal, appartamento che diventa uno dei personaggi chiave del romanzo. Qui è dove si depositano gli oggetti inutilizzati di casa, i vestiti e le scarpe vecchi della madre, i giocattoli dell’infanzia, ma è anche il luogo dove si tengono gli incontri via via più passionali dei due giovani.  Kemal finisce per innamorarsi:

Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo.

Infatti, Kemal non comprende all’inizio l’importanza del suo innamoramento e, nel rispetto delle convenzioni borghesi, non rinuncia al legame con l’ignara Sibel. 

È solo quando Füsun scompare, subito dopo il fidanzamento “ufficiale” tra Sibel e Kemal (con tanto di festa in grande stile all’hotel Hilton, presente tutta la buona società cittadina, compresi Füsun e Pamuk stesso in una sorta di cameo cinematografico), che Kemal, memore dei momenti felici vissuti insieme, capisce quanto sia perdutamente innamorato. 

In assenza di Füsun che rifiuta di incontrarlo, il giovane comincia allora a far visita ogni giorno alla famiglia della ragazza per assaporare il mondo in cui lei aveva vissuto e respirato. E ogni volta porta via di nascosto degli oggetti che le appartenevano (un fermaglio, una tazzina, un orecchino, una saliera, il cagnolino di porcellana che siede sopra il televisore, ecc…), pezzi che andranno a comporre il museo dedicato al suo amore finito. Le giornate di Kemal trascorrono nel ricordo ossessivo di Füsun, al punto che non riesce a non confessare tutto a Sibel e a rompere il fidanzamento. Passano i mesi e Kemal – rimasto progressivamente solo, senza fidanzata, amante e amici – quando rintraccia finalmente l’ex amante, la scoprirà sposata con l’aspirante regista Feridun. A quel punto, l’ossessione del nostro protagonista diventerà sempre più dolorosa quanto più disperata diventa la storia d’amore, ma non racconto ulteriori parti di una trama tutt’altro che prevedibile per lasciare al lettore il piacere della scoperta. 

Aggiungo solo che ancora una volta, come in quasi tutti i suoi romanzi, Pamuk scrive in modo lirico e poetico di Istanbul (richiamando alla memoria del lettore sia le città “reali” di Auster e Mahfuz, sia quelle fantastiche e allegoriche di Calvino e di Borges). La inquadra tra gli anni ’70 e ’80, anni in cui Oriente e Occidente sembrano più vicini, in cui la sua città resta come mai in bilico tra storia e modernità, tra le casette in legno decadenti e gli sfarzosi appartamenti dei nuovi ricchi. Si avverte molto forte il contrasto tra una città di tradizione e di valori ottomani e musulmani ed una che vuole essere più moderna, “europea”. Pamuk racconta l’impatto dell’architettura, dell’arte e dell’estetica occidentali su una società islamica. In ogni angolo aleggia un conflitto che si riflette anche nella mentalità delle persone, in particolare dell’alta borghesia, da un lato orgogliosamente tradizionaliste e dall’altro desiderose di un approccio più “libero”, “all’occidentale”, soprattutto per quel che riguarda le tematiche della vita privata relative all’amore ed il sesso.

E il romanzo presenta questa contrapposizione. Infatti, mentre la prima parte si legge come una storia di passione spericolata, distruttiva, che si scontra con le convenzioni borghesi; altrove molte pagine sono dedicate al peccato, al pentimento, ad opprimenti temi tradizionali, come per esempio alla verginità perduta prima del matrimonio da Sibel – della quale Kemal si sente in qualche modo “responsabile” -, o a quella di Füsun che “ha deliberatamente scelto di donarla a Kemal”.

Ma il tema centrale del romanzo è il furto compulsivo, infantile e feticistico degli oggetti, che trovano la loro casa nel museo che dà il titolo al romanzo, un santuario della vita quotidiana costruito negli anni. E’ un’idea evidentemente proustiana, ispirata all’idea del tempo passato recuperabile attraverso le sensazioni vissute nel presente. Pamuk ha sempre dichiarato di avere un interesse per le “collezioni” e di aver concepito il romanzo anche come una raccolta fisica di ricordi legati ai protagonisti e soprattutto alla sua città. Sia il suo collezionismo che lo stesso Museo dell’Innocenza sono esempi di ciò che il grande scrittore turco chiama “hüzün”, ovvero la parola turca traducibile con malinconia, intesa anche come perdita e dolore amorosi (si noti l’assonanza tra “hüzün” e il nome della ragazza, “Füsun”). 

Nel 2012 Orhan Pamuk ha curato e aperto il vero e proprio Museo dell’Innocenza nel quartiere Cukurcuma di Istanbul, in un edificio rosso in una parte antica della città.

Qui è esposta, in un ambiente buio, ovattato e silenzioso, la vasta collezione di cimeli. L’esposizione si apre con quello che forse è il pezzo più toccante ed esemplare: come in un insettario, il visitatore si trova di fronte ad un enorme pannello con i mozziconi delle 4213 sigarette fumate da Füsun dal 1976 al 1984. I mozziconi sono organizzati per colonne rappresentative di ogni anno, e ciascun mozzicone riporta un’etichetta col giorno in cui è stato fumato. Altro pezzo fondamentale della collezione è l’orecchino che la ragazza porta la prima volta che si dichiarano innamorati e che costituirà il primo pezzo del museo.

Attraverso foto, riprese, fazzoletti, orologi, bicchieri, ombrelli, cagnolini, scarpe, vestiti, ecc…, lo scrittore realizza il desiderio sicuramente innovativo per il mondo letterario di condividere col lettore non solo una storia (che per tanti versi ricorda Lolita o L’amore ai tempi del colera), ma anche una raccolta fisica di oggetti che mostrano – dice l’Autore stesso – “la bellezza della vita ordinaria”. E al lettore – eventualmente visitatore – non resta che abbandonarsi al fascino e alla tenerezza e alla raffinatezza della testimonianza di Pamuk:

Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice.

Gigi Agnano

Un tempo di mezzo secolo di Cristiana Buccarelli: raccontarsi tra due millenni di Gigi Agnano

“Questo è il resoconto di quando tutto era ancora silenzioso e placido.

Tutto è silenzioso e calmo. Silenzioso e vuoto è il grembo del cielo”

Popol Vuh, antico testo Quiché, uno dei popoli Maya 

Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il bisogno di raccontare le proprie storie, meglio al singolare, la propria storia di vita. Questo avviene in special modo a chi ha una certa frequentazione con le parole. Più che per un uditorio ci si racconta per proprie esigenze: per mettere ordine dentro di sé o per rievocare emozioni, per esorcizzare una perdita, per sapere chi siamo diventati o per ringraziare chi ha contribuito a farci diventare così come siamo (almeno per gli aspetti di noi stessi che riteniamo migliori o in qualche modo tollerabili). E in genere quel bisogno ci sorprende nei momenti di svolta della nostra vita. Accade qualcosa (per esempio il raggiungimento di un obiettivo agognato o la dipartita di una figura cara) per cui vogliamo ricordarci di quello che abbiamo fatto, dove siamo stati, chi abbiamo amato, per cosa abbiamo sofferto.

Un tempo di mezzo secolo è un libro di memorie autobiografiche di Cristiana Buccarelli, pubblicato a novembre 2023 dalle Edizioni IOD, una scrittrice e un editore che amo. Racconta, come si evince dal titolo, i primi cinquant’anni di vita dell’Autrice, dalla nascita fino alla recente scomparsa del padre, al quale è dedicato:

A mio padre,

al cedro del Libano, 

alle mie radici.

E’ la ricostruzione del proprio percorso esistenziale (Cristiana è nata alla fine del ’73 a Vibo Valentia), in “un arco temporale a cavallo tra due secoli e due millenni”, attraverso foto, diari, appunti, post di Facebook, ma anche rievocando storie di famiglia, dialoghi avuti con persone care, accadimenti impressi nella memoria.

Un’autobiografia con la particolarità che nel romanzo non c’è come ci si aspetterebbe un io narrante, ma a vestire i panni di Cristiana c’è una Letizia, cioè l’autrice stessa con il suo terzo nome di battesimo, che in un giorno dell’agosto del 2023 torna a Vibo nella casa della sua infanzia. La vediamo scendere le scale che dal terrazzo portano al giardino e uscire per strada. È una passeggiata in cui si immerge in una sequenza di ricordi: la macelleria dove la nonna faceva la spesa, la scuola elementare, il negozio di giocattoli, il panettiere, il mercato coperto dove arrivavano dalle campagne le contadine vestite di nero. 

“Letizia ogni volta che va a Vibo torna carica di ricordi, come se diventasse una nuvola densa di pioggia. I ricordi li ha scoperti per anni nelle parole di suo padre, nelle strade, nei vicoli, nelle pietre, negli alberi del suo giardino. Laggiù c’è anche lei, una se stessa a volte dimenticata, ma che l’accompagna sempre. Non sa se è il tempo ad attraversarla, oppure se è lei che attraversa il tempo, ma è certa che non può afferrarlo, che non può fermarlo, che può solo custodirlo dentro di sé. Vuole attraversare quel tempo vissuto, tutto quel mondo scolpito e, attraverso la sua memoria individuale, ritrovare una memoria collettiva. Il fluire del tempo e della Storia.”

Nella prima parte (intitolata Nel secolo scorso), Letizia ricorda la casa in cui la famiglia va a vivere con lei neonata e i primi anni di vita a partire dal ’74 (un piccolo inciso per segnalare una coincidenza che mi è sembrata interessante: sono sicuro che la Buccarelli avrà notato che il 1974, l’anno dal quale si muove il suo racconto, è l’anno di pubblicazione di Care memorie di Marguerite Yourcenar, uno dei romanzi autobiografici più importanti della letteratura mondiale, primo volume della trilogia I labirinti del mondo, citata dalla protagonista tra le sue tante letture); poi ci sono le vacanze a Tropea, la scuola, la maestra, le prime compagne di banco, le figurine Panini, le biglie multicolori, i cuoricini di Das che un bimbo delle elementari, Angelo, le porge timidamente:

“Dopo moltissimi anni capirà che attraverso quel gesto innocente di Angelo le veniva detto per la prima volta che un giorno sarebbe stata una donna. Ciò le provocava rabbia era quella spinta al sentirsi per la prima volta parte dell’universo con un’identità precisa, femminile: era troppo presto per lei, non le piaceva, ci fiutava una trappola e voleva solo divincolarsi.” 

Ma la Buccarelli disegna anche il ritratto di un’epoca e di una società. Ricorda Moro, via Fani, gli anni di piombo, l’elezione di Giovanni Paolo II e l’attentato ad opera di Ali Agca, la strage della stazione di Bologna, – dove si trova a passare con la mamma poche settimane dopo l’attentato -, Vermicino, i mondiali dell’‘82.

Foto tratta da Un tempo di mezzo di Cristiana Buccarelli

E questa sarà una delle caratteristiche di tutto il libro: oltre ad essere un album di famiglia con una serie di foto familiari e di scatti sui ricordi più “intimi”, Un tempo di mezzo secolo è anche cronaca sociale. Esiste un dialogo permanente e ben equilibrato tra gli avvenimenti privati e l’evoluzione dell’Italia e del mondo nei cinque decenni raccontati, senza che il romanzo abbia pretese storiografiche o si appesantisca con elementi di saggistica. 

Dall’ ‘82, Letizia va a vivere in una nuova casa affianco a quella dei nonni. Saranno molti i traslochi raccontati e viene da dire, ricordando il bel libro di Bajani, che questo è anche un “libro di case”: la Buccarelli ci racconta quelle in cui ha vissuto, il loro carico di segreti, di cianfrusaglie, di odori, di musica. In quello stesso anno arriva improvvisamente la telefonata con la notizia della morte del nonno:

“L’unico che, passando veloce nel turbine di quegli attimi, si accorge di lei, rannicchiata sulla poltrona, è suo padre. La raggiunge, le fa una carezza sulla guancia, senza dirle nulla, ma lei, anche se è ancora piccola, intuisce che in quel gesto c’è tutto; il senso del passaggio della vita e della morte tra le generazioni, il senso del tempo che corre, il senso della famiglia e dell’essere insieme su questa terra.”

Passano le stagioni e per Letizia c’è il ginnasio e il liceo (con relativa gita scolastica dell’ultimo anno), sullo sfondo Gorbaciov e Reagan, Chernobyl e Siani. E nell’adolescenza si consolidano le prime passioni: i film d’autore, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e soprattutto la lettura, Calvino, Pavese, Bassani, Cassola, Bulgakov, la letteratura anglosassone… “i libri non le bastano mai”.

Per ciascun decennio Cristiana elenca con grande attenzione, oltre ai libri letti e alla musica ascoltata, i prodotti, i vestiti di moda, gli oggetti dell’epoca, in una sorta di malinconico dizionario delle cose perdute, quelle che emozionano il lettore suo coetaneo o più grandicello (attenzione che la parola “tinello” potrebbe commuovervi!).

Segue l’Università frequentata lontano dalla Calabria, a Napoli, i primi flirt e, col riferimento al millennium bug, si chiudono secolo e millennio.

Col Nuovo secolo si apre la seconda parte del romanzo, con soddisfazioni e delusioni, la tesi di laurea, i primi viaggi fuori Italia, ulteriori traslochi, i primi amori e l’“approdo” a Guido:

“Si accorge che lui possiede qualcosa di ancestrale e solitario, che rispetta quel patto tacito di silenzio fra loro e che riesce a captarla senza dover necessariamente sapere che cosa le passi per la testa: qualcosa di viscerale li unisce, senza l’intralcio delle parole.”

Ma col passare degli anni c’è un’esigenza che Cristiana, alias Letizia, avverte sempre più forte: scrivere. La Buccarelli trasforma in scrittura tutto quello che tocca. Scrivere e vivere cominciano a diventare due esperienze indissolubilmente legate, senza prescindere dall’impegno etico e dall’assunzione di responsabilità: le prime manifestazioni, la pace, l’ambiente, i temi sociali; argomenti però trattati senza la vanagloria del reduce, posti in un modo che trovo lucido e coerente.

Infine la perdita del padre, che una volta di più la indurrà a scrivere per lasciarne viva la memoria:

“Suo padre è dovunque, lo respira tra le mura, la sua aura continua a esistere e diventa per lei un riparo dal tempo.” 

Si è detto fin dall’inizio che Buccarelli con questo romanzo sperimenta l’autobiografia, un esercizio che richiede coraggio e metodo, che comporta benessere ma, nel contempo, anche qualche tormento. Lo fa con delicatezza e questa è, in breve, la qualità che permea tutto il suo libro. Un libro che invita il lettore a passeggiare insieme tra i luoghi cari, a sognare a occhi aperti il futuro, a condividere la meraviglia nell’aprire gli archivi della memoria. Un libro che ama le soste, quelle che ti ritemprano e ti riconciliano col mondo, su una panchina sotto un albero per guardarsi indietro e compiacersi del lungo cammino fatto; con i ricordi che riaffiorano e i nomi di vecchi amici e le confidenze che pensavamo dimenticati che come bolle vengono a galla. E il modo in cui Cristiana ci racconta la storia della sua vita, disponendo di tutto un repertorio di immagini che non si sa se solo rievocate o anche inventate, potrebbe sembrare apparentemente frammentario, ma, se ci riflettiamo, questo non è quello che succede quando si frequentano i ricordi?

Gigi Agnano

Le cattive di Camila Sosa Villada: un atto lirico di resistenza di Gigi Agnano

“Conflittuale, radicale, pieno di speranza, Le cattive fa una delle cose più importanti che un libro (o una vita) possa fare. Guarda tutte le macerie e la sporcizia e si chiede: “Possiamo ricavare qualcosa di bello da questo?”

Keiran Goddard

Non vorrei sbagliarmi, ma credo che Monica Acito sia stato lo “sponsor” più appassionato in Italia de Le cattive dell’attrice e scrittrice argentina Camila Sosa Villada, edito qui da noi da Sur circa due anni fa (il libro è del 2019 col titolo originale Las Malas). Così, anche per la stima immensa che provo per l’autrice di Uvaspina, sono andato in libreria per prenderne una copia. Ed è successo che mi sia innamorato anch’io di questa confraternita di trans che fa la ronda al Parco Sarmiento di Córdoba, la seconda città più grande dell’Argentina.

 “Il Parco Sarmiento si trova nel cuore della città. Un grande polmone verde, con uno zoo e un parco divertimenti. Di notte si fa selvaggio. […]. Ogni notte le trans riemergono da quell’inferno di cui nessuno scrive, per restituire la primavera al mondo. Insieme al gruppo di trans c’è una donna incinta, l’unica nata femmina fra tutte loro. Le altre, le trans, hanno trasformato sé stesse per diventarlo. Nel clan delle trans del Parco, quella diversa è lei, la donna incinta che ripete sempre lo stesso scherzo: toccare di sorpresa le trans in mezzo alle gambe. L’ha appena rifatto e tutte ridono a crepapelle.”

Il romanzo, che è nel contempo una favola e una testimonianza del dolore dei transessuali, si apre con una protagonista senza nome (che presto capiremo essere  Camila) che spia delle prostitute trans col desiderio di essere ammessa nella loro comunità. Dice che si muovono come un branco ed è proprio in quel branco che alla fine viene accolta con gentilezza da zia Encarna, la matriarca, vecchia di centosettantotto primavere, anni in cui ha in qualche modo imparato e insegnato a sopravvivere, madre putativa di tutti i travestiti del Parco, loro riparo e consolazione.

“Di botte La Zia Encarna ne ha prese tante, stivali di poliziotti e clienti hanno giocato a calcio con la sua testa e anche con i suoi reni. Al punto che le capita di pisciare sangue. Per questo nessuno si preoccupa quando se ne va, quando le lascia, quando risponde alla sirena del proprio destino. Si allontana un po’ confusa, martoriata dalle scarpe alte di plastica dura che ai suoi centosettantotto anni si fanno sentire come un letto di chiodi. Cammina con difficoltà sulla terra secca e le erbacce incolte, attraversa avenida Dante come un sibilo verso la zona del Parco dove ci sono rovi e scarpate e una grotta in cui i finocchi vanno a darsi baci e consolazione, e che hanno ribattezzato La Grotta dell’Orso. Qualche metro più in là c’è l’Hospital Rawson, l’ospedale che si occupa delle infezioni: la nostra seconda casa.”

Ora accade che, nella notte stessa in cui Camila entra nel gruppo, si avverta nel parco un suono insolito che assomiglia assai al gemito di un bimbo. Le trans si avvicinano con curiosità, sembrano “un’invasione di zombi” e scoprono un neonato ancora sporco di sangue abbandonato in un fosso. Zia Encarna lo salva e lo porta a casa (“In quella casa trans, la dolcezza può ancora impaurire la morte. In quella casa, perfino la morte può essere bella”). Nella “pensione più frocia del mondo, il posto che tante trans ha accolto, nascosto, protetto, ospitato nei momenti di disperazione”, il bimbo viene battezzato – lo chiamano “Lo Splendore degli Occhi” – e allevato con l’aiuto e l’amore della famiglia di travestiti. 

“Lo Splendore degli Occhi, battezzato in primavera, fu il preferito delle trans, il bambino che ricevette più doni dalle regine maghe, per le quali anche la cosa più semplice ed economica aveva un’aura sacra. Il bambino trovato in un fosso, figlio di tutte noi, le figlie di nessuno, le orfane come lui, le apprendiste del nulla, le sacerdotesse del piacere, le dimenticate, le complici. Battezzato da una puttana paraguayana vestita come una predatrice dalla testa ai piedi, che gli soffiò benedizioni in faccia, che raccolse con le sue unghie finte le lacrime versate da alcune di noi e con quelle lacrime benedisse la fronte del bambino.”

Il bambino cresce in fretta, ma col passare del tempo diventa sempre più difficile per Zia Encarna tenerlo lontano dallo sguardo della gente, che non permette a un travestito di prendersi cura di un bambino. Come previsto, il quartiere va in grande agitazione quando ha la conferma che la vecchia matrona sta crescendo un figlio e inizia a molestarla con graffiti sui muri di casa, pietre lanciate contro le finestre e minacciose lettere anonime.

“La polizia farà ruggire le sirene, sfodererà le armi contro le trans, strilleranno i telegiornali, prenderanno fuoco le redazioni, protesterà l’opinione pubblica, sempre propensa al linciaggio. L’infanzia non è compatibile con le donne trans. Per quella gentaglia, l’immagine di una trans con un bambino fra le braccia è un peccato capitale.”

Per poter portare Lo Splendore degli Occhi a scuola, Zia  Encarna si fa crescere i baffi e si veste da uomo, rinuncia così ad un’identità faticosamente conquistata, ma, nonostante ciò, gli attacchi e le umiliazioni continuano a diventare sempre più ricorrenti ed estremi anche contro il bambino. Risulta facile a questo punto intuire il tragico epilogo del romanzo che lascio scoprire al lettore. 

Camila Sosa  Villada, nata nel 1952, transgender, ex prostituta e ambulante, ha lavorato in radio, ha fatto teatro e ha cantato in alcuni bar prima di diventare scrittrice e attrice cinematografica e televisiva affermata. Si definisce una “miracolata” visto che in America Latina l’aspettativa di vita delle persone trans va dai trentacinque ai quarantuno anni (Non ho trovato il dato in Italia, ma da uno studio olandese condotto ad Amsterdam tra il 1972 e il 2018, emergeva un rischio molto più alto di mortalità prematura per le persone transgender “determinato in primo luogo dalla mancata accettazione sociale”. Sarebbe interessante conoscere il parere su questi temi dei neoeletti premier argentino e olandese – Javier Milei e Geert Wilders -, ma anche del Papa argentino o del nostro Presidente del Consiglio. Che ne sarà in Argentina della legislazione progressista, pionieristica per gli anni Duemila sui diritti dei trans, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, sulle unioni civili, sulle quote di lavoro per le persone transgender dopo l’elezione dell’”anarco-capitalista” Milei?). Camila Sosa Villada definisce “genocidio” il massacro dei trans perpetrato nelle società tradizionaliste latinoamericane per colpa di comportamenti intolleranti che hanno un elevato costo in termini di salute e integrità personale.

E sono proprio le discriminazioni e l’estrema violenza di cui sono vittime i travestiti quello che si racconta nel suo toccante romanzo d’esordio. I corpi, veri protagonisti della storia, sono mostruosi (ma il vero mostro è la società che quei corpi li mortifica, li brucia, li fa scomparire), considerati subalterni e, in quanto tali, suscettibili di qualsiasi violazione, sfregio, taglio, frattura, livido.

Eppure la presenza di quei corpi martoriati, di quelle esistenze marginali nel mondo dei “normali” non solo mette in discussione i fondamenti del sistema machista etero-patriarcale, ma riconfigura anche alcune delle istituzioni sacre di detto sistema, come la maternità o la famiglia (che nel racconto sono la tenera maternità di Zia Encarna, più madre della madre biologica che ha abbandonato il bambino, o la “vera” famiglia dei trans di parco Sarmiento che crescerà con amore il bambino: “il titolo di famiglia non bastava per loro. A unirli era un amore molto più grande, era tutta la comprensione di cui un essere umano è capace”).

Un romanzo in gran parte autobiografico: Camila di giorno studentessa universitaria e di notte prostituta, il ricordo dei primi travestimenti, gli eventi dell’adolescenza segnati dall’ incomprensione, la delusione della madre e le cinghiate del padre alcolizzato, la cosmesi, i primi trucchi, il rossetto rubato e nascosto, la prostituzione a partire dai 18 anni e i furti ai clienti per sbarcare il lunario, il distacco dalla famiglia e dalle convenzioni sociali, il contatto con gli altri trans e la scoperta di una comunità migliore, più solidale, ecc… La novità di questo libro è che le tematiche relative ad identità sessuali minoritarie e le relative manifestazioni di denuncia e di dissidenza non sono più narrate in maniera generalmente stereotipata da una prospettiva ovvero da un osservatore “esterni” (cosa piuttosto diffusa nella narrativa mondiale), ma documentate “dall’interno” perché Le cattive è un romanzo scritto da un travestito, da uno che racconta nei dettagli un mondo in gran parte sconosciuto e spesso distorto.

Le cattive – come va di moda dire – è “autofiction” (quale romanzo non lo è?) con sprazzi di realismo magico, di una magia seducente e delicata, di una tenerezza autentica che pervade anche le pagine più dure. Aldilà dei canoni letterari, Villada disegna personaggi fantastici come l’Uomo senza testa, il rifugiato somalo decapitato invaghito di Zia Encarna; o Maria la Muta, che si trasforma progressivamente in uccello, con le piume che le crescono lentamente sulla colonna vertebrale, sulle braccia, che finirà rinchiusa in gabbia (“la nostra sorella più libera, che poteva volare dove voleva”); o la Machi, l’indomita paraguayana che aveva strappato con un morso il pene ad un poliziottto, oracolo, strega e fata delle puttane,  che di notte diventa lupo. Questi personaggi servono alla Villada per dare al romanzo un tono mitico e fiabesco, per attenuare la crudeltà del reale e sorridere del dolore. Alle aggressioni di una società transfobica, Camila oppone la luce della poesia, il desiderio, la gioia di vivere, la solidarietà delle ragazze di Parco Sarmiento, per cui “il dolore di una è il dolore di tutte”. “Hai diritto di essere felice” è la lezione di Zia Encarna che Camila sente il dovere di raccontare come fosse un atto di resistenza. Un atto lirico di resistenza. E nel più generale pessimismo della trama, su uno sfondo terribile e crudele, alcune di queste donne in rarissimi casi (Camila ne è un esempio) riescono a crearsi spazi di vita e di futuro sostenibili. 

Brillante e acuto, lucido e delirante, umano e profondo, Le cattive è stato un successo editoriale con migliaia di copie vendute, traduzioni e premi anche internazionali. Non è solo un perfetto esempio di letteratura che dà visibilità e voce a coloro che non ne hanno, ma la sua qualità in termini letterari, nel mix ben equilibrato di reale ed immaginario, di epico ed elegiaco, è tale da trascendere il suo tema principale. Il fatto che si tocchino argomenti al tempo stesso così intimi e autobiografici ma anche “politici” non delegittima infatti il suo sguardo letterario. Alla fine di questo magnifico romanzo Camila Sosa Villada, grazie a una prosa delicata, forte e poetica, lascia al lettore l’emozione e l’inquietudine dei grandi romanzi latinoamericani. 

Gigi Agnano

Adania Shibli: Un dettaglio minore (trad. Monica Ruocco, La nave di Teseo), di Gigi Agnano

La scrittrice e saggista palestinese Adania Shibli, che vive tra Berlino e Gerusalemme, avrebbe dovuto ricevere il 20 ottobre scorso, nell’ambito della Fiera del Libro di Francoforte, il LiBeraturpreis 2023, un premio annuale assegnato a scrittrici provenienti da Africa, Asia, America Latina e mondo arabo, con la seguente motivazione: “un’opera d’arte rigorosamente composta che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone“.

Il giorno stesso della premiazione, però, l’associazione LitProm che consegna il premio ha annunciato che avrebbe rinviato la cerimonia “a causa della guerra iniziata da Hamas, di cui soffrono milioni di persone in Israele e Palestina“.

Una lettera aperta – firmata da più di 350 autori, tra cui i premi Nobel per la letteratura Annie Ernaux, Abdulrazak Gurnah e Olga Tokarczuk, i vincitori del Booker Prize Anne Enright, Richard Flanagan e Ian McEwan; il romanziere irlandese Colm Tóibín, il libico Hisham Matar (vincitore del Pulitzer 2017), e la scrittrice britannico-pakistana Kamila Shamsie – ammonisce gli organizzatori della fiera, affermando che “è loro responsabilità creare spazi aperti in cui gli scrittori palestinesi possano condividere pensieri, sentimenti e riflessioni sulla letteratura attraverso questi tempi terribili e crudeli“. 

Questo episodio ha sollevato importanti questioni sul ruolo della letteratura in tempi di conflitto e sulla necessità di mantenere aperti gli spazi culturali come luoghi di dialogo e comprensione reciproca.

Il romanzo in questione è Un dettaglio minore, pubblicato in Italia nel 2021 da La nave di Teseo per la traduzione di Monica Ruocco. Si compone di due storie correlate: la prima – realmente accaduta – è quella dello stupro e dell’omicidio di una ragazza beduina nel 1949 per mano di un’unità dell’esercito israeliano, raccontata da un ufficiale responsabile dell’azione; l’altra, conseguenza della prima, è quella – immaginaria – di una giornalista palestinese di Ramallah che, diversi decenni dopo, per indagare sul crimine, intraprende un viaggio verso il sud del Paese, sfidando i limiti consentiti dalla legge israeliana per la sua carta d’identità. 

Il primo racconto inizia con un plotone israeliano che si accampa nel Negev, al confine desertico con l’Egitto. Siamo tra il 9 e il 13 agosto 1949, un anno dopo la Nakba (700 mila palestinesi espulsi dalle loro case e allontanati dalle proprie terre), e quei soldati hanno il compito di rastrellare la zona e di ripulirla dagli arabi rimasti. Le giornate trascorrono lente e monotone – “Tutto era immobile, tranne i miraggi” -, ma durante un pattugliamento di routine, alcuni militari si imbattono in un gruppo di nomadi che viene immediatamente sterminato. L’unica sopravvissuta è una giovane donna che, presa prigioniera, è portata al campo. Sarà l’ufficiale stesso a violentarla e a ordinarne l’uccisione. Ed è lui a raccontare ai lettori sconcertati gli stupri e le violenze con un linguaggio freddo, giornalistico, concreto, che non denota alcun tipo di emozione. La scelta stilistica è particolarmente significativa: il distacco emotivo del primo narratore amplifica l’orrore degli eventi narrati. La sua prosa burocratica riflette una disumanizzazione che va oltre il singolo episodio, diventando metafora di una violenza generalizzata e “necessaria”.

Il romanzo poi si sposta nello spazio e nel tempo. A Ramallah, una donna palestinese, ossessionata da un articolo di giornale che rievoca quell’omicidio avvenuto anni prima, vuole avviare un’indagine per ricostruire gli avvenimenti assumendo il punto di vista della vittima. Da qui il viaggio verso sud, attraverso villaggi devastati, in direzione di un sito nei dintorni di Rafah. Anche in questa seconda parte la narratrice (come l’ufficiale della prima) resta impassibile di fronte al fallimento della sua ricerca. Emerge però il desiderio e, quindi, l’ostinazione di voler correggere i torti storici attraverso la scrittura. E affiora sempre più incalzante il desiderio di restituire libertà rappresentando la brutalità della vita quotidiana in un Paese occupato. La paralisi della narratrice di fronte all’impossibilità di ricostruire la verità storica diventa essa stessa una potente metafora della condizione palestinese contemporanea: la ricerca di giustizia si scontra continuamente con barriere fisiche e metaforiche, negazioni e cancellazioni.

La strada che, fino a qualche anno fa, mi era familiare era più stretta e con più curve, mentre questa è abbastanza larga e diritta. Su entrambi i lati sono state erette pareti alte cinque metri, oltre le quali ci sono molti edifici nuovi, raggruppati in insediamenti che prima non esistevano oppure non erano facilmente visibili, mentre la maggior parte dei villaggi palestinesi che si trovavano qui è scomparsa. Alzo lo sguardo, spalancando bene gli occhi alla ricerca di una traccia di quei villaggi con le loro case, che ricordo disseminati qua e là come rocce sulle basse colline, collegati tra loro da strade strette e tortuose che si diramavano in molteplici deviazioni, ma è inutile. Non riesco a scorgere nulla. Più guido, meno riesco a capire dove sono! Finché, a sinistra, mi accorgo di un’altra strada secondaria che è stata chiusa. A questo punto mi rendo conto che in passato avevo davvero percorso quella strada decine di volte, e quella che ora è interrotta da un cumulo di terra e da massicci blocchi di cemento era la strada che portava al villaggio di al-Jib.

La prosa di Un dettaglio minore descrive minuziosamente ogni movimento compiuto da entrambi i protagonisti: nella prima parte l’ufficiale si lava, si cambia i vestiti, cerca insetti, si scalda col corpo della giovane beduina; nella seconda parte la donna scende dall’auto, apre il cancello, torna in macchina. Ma, mentre l’ufficiale si muove sicuro, senza particolari ansie, i movimenti della donna sono costantemente dettati dalla paura. Questa attenzione ossessiva al dettaglio fisico ha un duplice scopo narrativo: da un lato accentua il realismo del racconto, dall’altro evidenzia il contrasto tra la libertà dell’oppressore e la precarietà dell’oppresso. La Shibli mostra come il calvario di un popolo possa essere fatto di innumerevoli insostenibili “dettagli minori”. Il titolo del romanzo sottende una penosa ironia: ciò che viene presentato come “dettaglio minore” è in realtà il cuore della tragedia, per cui ogni singolo atto di violenza, apparentemente isolato, si rivela parte di un più ampio, sistematico “memoricidio”. E’ infatti proprio in quello spazio apparentemente marginale della Storia con la “S” maiuscola che la Letteratura trova la sua ragion d’essere più profonda. Mentre gli archivi custodiscono i “grandi eventi”, i documenti ufficiali, le date e i nomi della narrazione dominante, la Letteratura si insinua negli interstizi, recuperando ciò che la Storia ha ritenuto di tralasciare. La violenza sulla giovane beduina – un episodio assente negli archivi militari, che non è stato registrato nelle cronache del tempo – diventa attraverso la scrittura della Shibli non solo un atto di resistenza alla rimozione, ma anche una potente metafora della capacità della Letteratura di lasciare una traccia di ciò che è stato silenziato.

Gigi Agnano