Se il romanzo body horror (penso a Palahniuk o a Clive Barker) aveva bisogno di un’altra voce, certamente la giovane autrice angloamericana Elle Nash può fornirgliene una abbastanza convincente con i suoi scritti, dei quali l’ultimo, “Frutto del tuo ventre”, è in uscita per i tipi di Pidgin, tradotto da Stefano Pirone. In linea con il genere, tutte le note dello spartito risultano adeguatamente disturbanti. Ben decisa a ribadire l’indicazione, la Nash non lascia nulla all’immaginazione e calca la mano il più possibile con un coerente finale a sorpresa. Un’attenzione specifica per le problematiche femminili campeggia sullo sfondo della già disfunzionale società americana, in una piccola città di provincia, la narrazione ossessiva si sviluppa nella coscienza dolorante della protagonista, con qualche flashback rivelatore, ove mai ce ne fosse bisogno, della progressiva paranoia di una creatura schiacciata dall’ambiente circostante. I due temi, della precaria condizione femminile e della misera condizione culturale della provincia, sono ben conosciuti dalla scrittrice, che ha vissuto in Colorado e in Arkansas, per poi trasferirsi a Glasgow, in Inghilterra, dove vive col marito e la figlia. La denuncia sociale è quindi alla base della sua ispirazione, il proposito è quello di una condanna aspra, carica di ribellione, troppo sofferente per non essere esplicita. Nella vicenda, che procede con la scansione dei ritmi di una gravidanza, la critica alla Chiesa locale, il massimo dell’ipocrisia e del degrado, è tutta nella stupefatta constatazione di come l’amore, che dovrebbe animarla costituendone la forza, sia invece esaltazione malata, suggestione malsana, scaramantica grettezza, assenza totale di solidarietà.
Daisy, che la religiosissima madre chiama Dee Dee, è incinta, lavora in un posto dove si macellano e insacchettano polli, il coltello è nelle sue mani e con quello fa a pezzi gli animali ai quali ha spezzato abilmente il collo. Dopo ore trascorse in questa operazione, Daisy torna a casa dal marito David, che chiama Papy, ex detenuto, brutale e stolido, amante di insetti rari che commercia clandestinamente. L’orrore del quale Dee Dee è circondata, lotta con una subdola apparenza di normalità, da lei sospirata, desiderata, immaginata, della quale si sente però indegna ed estranea. E’ questo il punto in cui il capello del suo precario equilibrio si spezza in due, l’inizio di una scissione senza ritorno, l’essere e il voler essere. Il dramma shakespeariano non è abbellito né dalla poesia né dall’espressione letteraria, visto che ci troviamo in un romanzo che rappresenta visceralmente il corpo, e che la contrapposizione riguarda l’essere e l’apparire. Daisy infatti non resta incinta a lungo, molte gravidanze infatti si susseguono, però tutte non superano i primi mesi, lasciando il senso di vita e di morte che si alternano nel suo ventre. Non le resta che la finzione: ordinare su Amazon un ventre finto da indossare sotto i vestiti. Le altre donne della vicenda, la madre disamorata e fanatica, l’amica, modello irraggiungibile di fertilità, che resta gravida varie volte, e, al tempo stesso, oggetto di ammirazione e attrazione lesbica, fanno da corollario a un finale alla Edgar Allan Poe. Ora come ora, siamo molto lontani dall’eleganza descrittiva di Poe, come dalla sfacciata presunzione del marchese De Sade o dall’ironia di Orwell, ai quali ci viene ogni tanto di pensare leggendo queste pagine. Potremmo scegliere la “banalità del male” come chiave d’interpretazione: tutto il peggio accade in scenari scialbi, supermercati, case modeste e così via. Come una cagnetta isterica Daisy è sempre incinta e il parto sarà ben più di un aborto. La sua immaturità mentale la costringe in una prigione, un limbo freudiano, dove si trastulla con cacca e pipì, tamponi sporchi di sangue mestruale, poveri resti di animali da lei torturati e uccisi. Pensare che voleva solo essere buona, o semplicemente amata da sua madre!
Specchio della realtà oppressiva, il romanzo, ambientato nel Missouri operaio, è l’espressione di un disagio profondo, dalla realtà lavorativa alienante al trauma anche religioso degli aborti e della mancata gravidanza. L’orrore di cui parlavamo in premessa è interiore e psicologico, direi esistenziale perché correlato all’esistenza stessa del corpo umano. Per esprimerlo la Nash non ha bisogno di esplorare altri mondi o dimensioni alternative come in Barker, non c’è estasi nel dolore, e non deve far ricorso alla satira punk alla Palahniuk per ricordarci che il disagio fisico è nella normalità dei nostri corpi e della nostra società malati. L’orrore è qui, tra di noi e dentro di noi. Nella letteratura come nella vita.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
Madri e figli è un romanzo familiare scritto da Theodor Kallifatides nel 2024 e pubblicato in traduzione italiana da Voland nel gennaio del 2026. Quando pensiamo alle saghe familiari ci vengono subito in mente opere corpose: I Buddenbrook, Menzogna e sortilegio.
Madri e figli, al contrario,è un romanzo breve; eppure Kallifatides, in meno di duecento pagine, riesce a narrare le vicende della sua famiglia attraversando più di un secolo di storia. Il racconto è in prima persona, è un racconto autobiografico. All’età di sessantotto anni Theodor decide di andare ad Atene a trovare la madre novantaduenne. Il protagonista, scrittore affermato, vive in Svezia dai tempi dell’università, è sposato con una donna svedese e da poco è diventato nonno. La madre Antonia, vedova da molti anni, vive sola. Ad Atene è rimasto Stelios, il fratello maggiore di Theodor, che si occupa di lei.
Theodor decide di andare a trovare la madre perché vuole scrivere un libro su di lei. In passato ha scritto due libri sul padre, quando il padre era già morto. Ma Theodor non è più giovane e si rende conto che non può aspettare. “Ormai siamo vecchi tutti e due e il tempo comincia a stringere, se davvero voglio fare ciò che da tempo desidero fare: scrivere di lei. Non volevo scrivere di lei finché era in vita. Adesso però mi sembra di non avere altra scelta. La morte si avvicina per entrambi. E non si sa chi dei due morirà per primo. Devo scrivere di lei e tenere conto del fatto che lei lo leggerà”. E che libro sarà quello che Theodor intende scrivere? Sarà il libro di cui vi sto parlando e che ho letto tutto d’un fiato. Un libro nel quale, tra i tanti temi che lo abitano, affiora di continuo quello della scrittura e dello sguardo dello scrittore. Theodor vuole scrivere della madre ma è consapevole che sarà difficile tenere a bada il demone che avvolge ogni scrittore. Lo scrittore vuole “ricamare, divertirsi, abbellire o imbruttire, esagerare, fare di una gallina un fagiano e di un fagiano una gallina”. Sarà in grado di liberarsi dalla tentazione, connaturata in ogni scrittore, di fuggire dalla realtà? Forse potrà aiutarlo un manoscritto, il lungo testo autobiografico che il padre di Theodor ha scritto all’età di ottantadue anni. Non lo ha scritto per pubblicarlo ma unicamente a beneficio del figlio per conoscere “l’origine della nostra famiglia, vale a dire della famiglia Kallifatides”. Il manoscritto paterno, che Theodor ha portato con sé nel suo viaggio verso Atene, costituisce un elemento chiave di Madri e figli. Da un lato c’è il libro da scrivere sulla madre, il libro che nasce dal breve soggiorno ad Atene a casa di lei, il breve romanzo familiare denso di ricordi, di riflessioni, di emozioni quotidiane; dall’altro il libro già scritto dal padre, di cui Kallifatides ci consente di leggere molte pagine. L’incrocio di questi due scritti, il “libro scritto” e il “libro da scrivere”, generano una struttura narrativa labirintica, apparentemente disorganica e caleidoscopica che, lentamente, trova un suo ordine e ci consente di conoscere a fondo le tormentate, e a tratti rocambolesche, vicende che segnano la storia della famiglia Kallifatides.
La storia del padre di Theodor è la storia di un uomo che nasce in una famiglia greca che vive in un villaggio vicino a Trebisonda, sul Mar Nero. Molti greci, al tempo dell’Impero ottomano, vivevano nelle regioni dell’attuale Turchia e furono costretti, come avviene per la famiglia Kallifatides, a riparare in Grecia a seguito degli accadimenti che portano alla disgregazione dell’Impero e alla nascita della Turchia moderna. Il padre di Theodor avrà due mogli e tre figli e la sua vita sarà segnata dai tragici eventi della Storia: Grande guerra, esodo dei greci dalla Turchia, Seconda guerra mondiale e invasione italo-tedesca della Grecia, guerra civile greca, dittatura dei colonnelli, ritorno alla democrazia. La vita che ci viene raccontata è una vita di perenne resistenza, è la storia di un uomo probo, che ha dedicato la sua esistenza al mestiere di insegnante, all’educazione dei figli, all’amore per la famiglia. E noi lettori, seguendo le vicende presenti nel manoscritto e ribadite dai racconti della madre di Theodor, abbiamo l’opportunità di conoscere aspetti della storia greca sconosciuti o poco noti. Continuo a pensare, ma forse è una mia ossessione, che uno dei grandi meriti della letteratura sia proprio l’opportunità di venire a contatto con la Storia attraverso le vicissitudini, individuali o collettive, di personaggi che sono costretti a scontrarsi con eventi che travolgeranno la loro esistenza. Una Storia che da racconto specialistico, analisi dettagliata, attenta individuazione di nessi di casualità, diventa esperienza quotidiana, tragico confronto con qualcosa di più grande di noi che, molto spesso, non avremmo mai voluto incontrare. Il padre di Theodor è una vittima della Storia; deve orientare tutta la sua vita a resistere senza mai rinunciare alla sua integrità etica. Una vita condivisa per più di cinquant’anni con Antonia, la sua seconda moglie molto più giovane di lui che nel romanzo, sin dalle prime pagine, assume il ruolo indiscusso di protagonista.
Theodor si tratterrà a casa della madre per sette giorni. Un soggiorno caratterizzato dalla malinconica convinzione che potrebbe essere il loro ultimo incontro. Giorni pieni di ricordi condivisi e di zone d’ombra da rivelare. Giorni segnati dal bisogno di Antonia di cucinare per il figlio.
Partiamo dai ricordi. Nella casa ritrovata, quando resta solo sul divano letto, Theodor ritrova suo padre, ha la sensazione di sentirlo, di vederlo. Si convince “che non siamo noi a scegliere i nostri ricordi, ma sono loro a scegliere noi”. Vuole “essere” i suoi ricordi. E i continui dialoghi con la madre accavallano storie su storie che si aggrovigliano nei meandri della memoria familiare. E il racconto di quei dialoghi diventa la cornice narrativa per dare spazio al bisogno di Theodor di ritrovare il tempo perduto con l’avidità tipica dello scrittore. La madre asseconda il desiderio del figlio e diventa una sorta di anziana Sherazade, una affabulatrice che, con i suoi racconti orali, fa da contrappunto alla narrazione scritta del padre di Theodor. Una affabulatrice che non esita a intrecciare il bisogno di evocare i ricordi con il desiderio di vestire i panni della pensatrice in grado di dispensare riflessioni profonde. “Diventare anziani è avere troppo poco da fare e troppo da ricordare”. “Prima eravamo affamati e adesso siamo costipati. Eravamo magri e adesso siamo grassi. Lavoravamo molto e adesso siamo pigri. Amavamo le nostre famiglie e adesso amiamo noi stessi. Fortuna che sono così vecchia! Così non farò in tempo a vedere troppe altre follie”.
Ma Antonia non è solo un’affascinante affabulatrice-filosofa innamorata dei ricordi che desidera a tutti i costi evocare. Antonia è una cuoca raffinata che, nei sette giorni che scandiscono il tempo del racconto, ritrova il suo ruolo di madre desiderosa di accudire il figlio riproponendo sapori che, in terra di Svezia, Theodor ha inevitabilmente smarrito. Il romanzo, tra le altre suggestioni, ci offre un repertorio succulento di preparazioni gastronomiche, una piccola enciclopedia della cucina greca, quella vera, quella quotidiana che, quando ci capita di andare in Grecia come turisti, difficilmente possiamo incontrare. Si comincia dal capretto al forno, un piatto che Theodor, da bambino, faceva fatica a mangiare. Ma questa volta il capretto è celestiale perché la carne è “croccante fuori e morbida dentro, senza la minima traccia dell’odore un po’ acre che ha di solito la carne di capra”. Come ha fatto Antonia a raggiungere un risultato simile? “Strofino la carne con mezzo limone. Quindi ci verso sopra il succo, ma lo faccio penetrare strofinando”. Dopo pranzo, una lunga riflessione sul caffè. Il tipo di caffè “che i greci chiamano greco e i turchi turco”. Prepararlo è un’arte e le numerose varianti, dolce, molto dolce, medio, forte senza zucchero…, raccontano tanto sul carattere della persona che lo beve. Sarà Theodor a preparare il caffè per la madre, l’unica incombenza domestica che la madre concede al figlio perché “preparare il caffè per qualcuno non fa parte delle incombenze domestiche ma delle leggi non scritte della premura e del calore, dell’intimità e della vicinanza. Tazzine di caffè al posto di abbracci, molto semplicemente”.
Il secondo giorno è caratterizzato dalla preparazione dei “carciofi alla polita”. Neanche la madre è in grado di spiegare cosa significhi “alla polita” ma sa come preparare quella pietanza, “soprattutto sa come mescolare uova e limone in modo che ne risulti un gusto armonioso nel quale non spicchino né il limone né l’uovo, ma proprio la loro combinazione”. La ricetta dei carciofi è l’occasione per una piccola lezione di cucina sulle diverse modalità di cottura dei cibi. “Le verdure devono cuocere brevemente a fuoco vivo, la carne a lungo e a fuoco dolce, il pesce non deve cuocere ma restare solo immerso per alcuni minuti in acqua bollente salata”. Theodor vorrebbe annotare sul suo taccuino i suggerimenti della madre e Antonia, immediatamente, capisce le intenzioni del figlio: vuole scrivere un libro su di lei. Lo faccia pure, basta che non ci siano sesso e imprecazioni… Lei ha un’idea precisa della cucina: la cosa più importante è “amare le persone per cui si cucina”. E poi bisogna “danzare per la pentola. I cuochi infelici sono la causa più comune del cibo cattivo”. Anche nel suo ruolo di cuoca Antonia non può fare a meno di confermare il suo bisogno di costruire suggestive massime filosofiche.
Il terzo giorno fanno la loro apparizione le polpette di carne e una torta di spinaci. “Mamma compone le sue torte salate come se fossero dei dolci sontuosi. Diversi strati di ripieno: feta, riso, prezzemolo, cipolla, e dosi massicce di olio d’oliva. Alla fine ne risulta una torta che di scioglie in bocca”.
Il quarto giorno Antonia prepara due pesci al forno che ha portato il figlio maggiore. Resta anche lui a pranzo.
Il quinto giorno Theodor, Antonia e tutta la famiglia del fratello vanno a mangiare al ristorante. La cena è l’occasione per assaggiare tzatziki, insalata di melanzane, uova di pesce, tortini di formaggio, olive, feta e spicchi di patate fritte. E poi capretto alla griglia. E poi ricordi che, lentamente, orientano la conversazione in direzione degli anni bui della dittatura dei colonnelli.
Il sesto è dedicato ai kourambiedes, dolcetti alle mandorle che verranno preparati affinché Theodor possa portarli in Svezia. La preparazione è lunga e accurata e, al termine delle operazioni, l’appartamento “era pervaso di un profumo delizioso”.
Il cibo, le pietanze, i dolci che Antonia prepara per il figlio sono costantemente incrociate con i ricordi passati spesso poco felici. La necessità di nutrire le persone che si amano non può non essere connessa alla memoria della fame patita negli anni della Seconda guerra mondiale e poi della guerra civile; la dolcezza e il profumo dei kourambiedes non può essere scisso dalle pagine del memoriale paterno nelle quali si racconta delle torture subite quando era prigioniero dei tedeschi. E, nonostante quel memoriale, restano tanti dubbi sulla vita di un uomo che, anche dopo la guerra, continua a essere perseguitato dai fascisti. Perché? Era davvero stato comunista come sostenevano i suoi nemici? “Quei segreti lo seguirono nella tomba e non avrebbero comunque potuto spiegare l’odio selvaggio che avvelenò gli anni che gli rimanevano”. Di quel tempo Theodor ricorda il viaggio a bordo di un caicco quando, in compagnia del nonno materno, viaggiava verso Atene dove la famiglia si era rifugiata per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti. Il mare era burrascoso e tutti vomitavano. Poi “dopo una lunga notte raggiungemmo l’isola di Poros, dove per la prima volta nella mia vita assaggiai lo yogurt con il miele. È da allora che cerco invano di ritrovare quel gusto”. Ricordi e sapori: la chiave narrativa di questo romanzo
Arriva il settimo giorno, quello della partenza e dell’addio. In macchina, mentre vanno all’aeroporto, il fratello Stelios dice: “Siamo fortunati ad averla” riferendosi alla madre. E Theodor pensa che sia vero e gli torna in mente una frase che sua madre ha pronunciato sul balcone poco prima del loro addio. “Una frase che non trascriverò adesso. Non sarà la fine di questo libro, ma l’inizio del prossimo. È questo che vuol dire, avere una madre. Si porta sempre con sé un inizio”.
Dino Montanino
Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.
È un’esperienza singolare quella dell’autore di un’opera prima che accoglie il lettore con un esergo firmato da un Premio Nobel della letteratura. In quattro righe, Halldór Laxness scioglie il nodo del “mai” e del “sempre”, lasciando intendere che, a partire da lì, le pagine saranno intrise di dilemmi e scelte, ma anche di imprevedibili soluzioni e inaspettati colpi di scena. È esattamente ciò che è accaduto a noi de Il Randagio, catturati da Hugo Bertello sin dalla copertina del suo Notturno elettronico, fresco di stampa per i tipi di TerraRossa Edizioni. Il volume entra di diritto nella collana “Sperimentali”, dedicata a quegli autori che si distinguono per ‘solidità narrativa e originalità stilistica’. L’esordiente romanziere — già noto a lettori esigenti e postmoderni per le sue prove narrative e giornalistiche, traduttore, critico, cinefilo e cosmonauta — prima ancora che si inneschi tra lui e noi l’interazione uomo-libro ci accoglie in compagnia del Nobel islandese che nel 1968, in Sotto il ghiacciaio, formulò la frase-formula del mai-sempre. Non a caso parliamo di “formule”: Bertello si approccia alla scrittura del suo primo romanzo senza dimenticare di essere uno scienziato, fisico e cosmologo. È di questa sua anima matematica che Notturno elettronico è intriso; una narrazione che trasfigura numeri e linguaggi di programmazione per avvicinare natura e cultura in una dialettica fondativa dell’umano nell’era digitale.
L’illustrazione di copertina è la sintesi perfetta di questo mondo: un livido paesaggio notturno innevato su cui si staglia un cervo che respira nell’aria fredda, sotto un manto di stelle che altro non è se non il circuito stilizzato di una scheda madre. In questo impatto visivo trovano combinazione simbolica gli elementi naturali e tecnologici della dialettica moderna, dove realtà parallele coesistono e le distanze tendono asintoticamente a zero.
Lo stile di Bertello si riconosce fin dalla prima pagina. Nella voce del protagonista, un ricercatore universitario precario, avvertiamo il tono asciutto e analitico di chi è abituato a filtrare il mondo attraverso la logica, ma si ritrova a subire l’irrazionalità della vita. È un “realismo algoritmico”: nessun aggettivo enfatico, ma termini prossimi al lessico funzionale che disegnano scene drammatiche, taglienti come un report scientifico. Eppure, qui scorgiamo l’anima poetica dell’autore: nella cadenza binaria delle frasi esplode dirompente l’equivalenza tra il battito d’ali di una farfalla e un’email aperta o cestinata, coniugando tecnica e astrazione, teoria e pratica, caso e necessità, rovelli matematici e dilemmi esistenziali che contrappuntano le centosettanta pagine del romanzo. Notturno elettronico induce un attaccamento profondo ai personaggi, una curiosità alimentata dai “camei informatici” in caratteri monospazio DOS che puntellano la storia fino a un cliffhanger finale che spinge a desiderarne subito il seguito. Bertello ci dice che la vita non è fatta di grandi gesti, ma di piccoli impulsi elettronici e coincidenze banali. Il suo è un minimalismo introspettivo che esplora le alienazioni moderne con meno cinismo e più umanità. Il protagonista Ricardo cerca un ordine che la matematica non gli ha saputo dare; parla di uomini e donne che tentano di riprogrammare l’esistenza mentre tutto intorno diventa buio. Così come il linguaggio booleano, basato sull’algebra di George Boole, è un sistema logico-matematico che utilizza solo due valori di verità: vero (1) o falso (0), così il linguaggio della narrazione umanista-digitale di Hugo Bertello non è solo tecnica, ma è anche sacralità e magia, l’esistenza umana non equivale alla programmazione fatta di silicio e cavi, ma piuttosto al bisogno di affermare ‘Hello world, io ci sono’, di essere riconosciuti, di lasciare un segno e di sentire di esistere. Il linguaggio di Bertello è pulito, essenziale, senza fronzoli, ma con una intrinseca potenza filosofica, propria di chi ha una mente scientifica immersa in una fluida sensibilità poetica.
Notturno elettronico sembra scritto non con l’inchiostro, ma con impulsi elettromagnetici e polvere di stelle. È un romanzo singolare perché si lascia definire attraverso tre coordinate emotive e intellettuali precise: è un’opera siderale, lisergica e sinergica.
Siderale è lo sguardo che Bertello posa sull’esistenza. La metamorfosi finale della coscienza di Ricardo in una “piccola terra” (omaggio colto a M.P. Shiel) non è un dramma, ma un ritorno alla magnifica solitudine delle leggi fisiche. L’universo è un copione matematico troppo vasto per le nostre piccole ambizioni.
Lisergica è la deriva onirica che attraversa le pagine di Notturno elettronico. Bertello usa la psicoanalisi di Freud come un acido che scioglie la realtà: i desideri si frammentano e si proiettano in persone estranee. La realtà diventa fluida, e la tecnologia, seguendo la Terza Legge di Clarke, si manifesta come pura magia, un’illusione che confonde i confini tra il sé e il mondo.
Sinergica è l’anima del racconto, incarnata nel simbolismo del numero 5. Il collettivo di hacker-filosofi che accoglie Ricardo rappresenta la quintessenza dell’agire umano. Il 5, numero dell’uomo e della mano che opera sulla tastiera e sulla materia, è la forza che si oppone alla dilapidazione delle risorse per hackerare il sistema dei bisogni futili e restituire agli uomini il prometeico fuoco della curiosità. Affrontando con coraggio scientifico l’irrisolta Ipotesi di Riemann e l’ultimo Teorema di Fermat come metafore del limite, Bertello tesse l’elogio dell’interferenza e dell’imponderabile. Compie la sua magia letteraria tratteggiando quella che per noi lettori randagi somiglia a un’Etica del Forse: l’idea che la curiosità non possa essere “installata” da un codice, ma debba restare un’aspirazione libera, un segreto non risolto che brilla nell’ombra. Bertello e Terrarossa Edizioni ci consegnano un libro che è un trattato di sopravvivenza spirituale. Ci insegna che, in un mondo che vuole misurare ogni nostro respiro, restare “incalcolabili” — restare un “forse” — è l’unico modo per rispondere al caso e alla necessità ‘Hello world, io ci sono’.
Rita Mele
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare
Ci sono lettori che, finché non incontrano le pagine di un determinato autore, avvertono come una mancanza sottile ma insistente. Nonostante il Nobel del 2023, ero tra quelli che non avevano avuto il coraggio di affrontare il norvegese Jon Fosse, intimorito dalla sua fama di scrittore metafisico, “sacrale”, criptico e dalla mole piuttosto impegnativa del suo capolavoro, “Settologia”, articolato in sette parti e uscito in tre volumi. Negli ultimi tempi sto recuperando il ritardo e l’esperienza diretta della pagina mi conferma quanto sia elettrizzante la letteratura quando non ha neanche più bisogno delle parole e arriva alla sua essenza silenziosa. Così sono approdato a “Vaim”. Pubblicato ad ottobre scorso in Italia da La nave di Teseo e concepito per essere la prima tessera di una trilogia ambientata in un paese immaginario della Norvegia, “Vaim” è un romanzo breve, perfetto per un primo approccio alla poetica fossiana.
Come scrive Fosse? Proviamo a farcene un’idea dall’incipit:
“E così, ho detto, eccoci qua, ho detto accarezzandomi la barba, questa barba ormai ingrigita, giovane non lo ero più da un pezzo ma neppure anziano, in là con gli anni si sarebbe potuto dire, sì, un uomo in là con gli anni, né più né meno, e tra non molto sarebbero finiti anche questi viaggetti a far baldoria a Bjørgvin, tanto che senso aveva andarci, restare ormeggiati alla banchina del Molo di Bjørgvin, passare il tempo seduto nei bar e nei caffè, sì, soprattutto al Pennuto, come chiamavano il locale, ma anche al Mercato Coperto e all’Ultima Barca, e alla Caffetteria – senza mai fare nient’altro se non bazzicare posti come quelli o restarmene chiuso nella cabina della barca, […]”
Inizia così il primo di tre monologhi interiori, che si dilatano su poco più di cento pagine prive della macchia di un punto. Sono tre modulazioni diverse di un solo brano di musica iterativa che si diffonde rarefatto ipnotizzando l’ascoltatore. Le ripetizioni, le pause, i silenzi, ereditati dal Fosse drammaturgo e poeta, sono l’anima del testo, hanno uno spazio narrativo immenso e più efficacia delle parole stesse. Il lettore si abbandona al fluire della frase come i protagonisti si consegnano al destino delle loro coscienze flebili. Se in Settologia c’è un’unica voce narrante, qui i narratori sono tre, uno per ciascuna delle parti di cui si compone il romanzo; tre esistenze alterate, ferite e scosse dal passaggio di una donna, Eline, imprevedibile e determinata, vero fulcro dei loro racconti.
Nella prima parte parla Jatgeir, un pescatore solitario che da quand’era ragazzo non ha mai smesso di amare Eline senza mai trovare il coraggio di dichiararsi. Ha chiamato “Eline” anche la barca dove passa gran parte della sua vita. Lo seguiamo mentre attracca nel porto della città di Bjørgvin (Bergen) per comprare, a un prezzo che si rivelerà esorbitante, un ago e una spoletta di filo nero. Decide quindi di spostarsi verso il porticciolo di Sund, dove, dopo essere stato fregato una seconda volta, pensa di passare la notte a bordo. E, mentre sta per addormentarsi, nel buio, si sente chiamare dalla banchina proprio da Eline, l’amore mai dimenticato della sua vita che non vede da anni. Ha con sé una valigia e vuole andarsene subito via con lui per allontanarsi definitivamente dal marito. I due salpano la sera stessa e andranno a vivere insieme a Vaim. Potrebbe sembrare una storia d’amore a lieto fine e invece l’uomo è confuso da mille dubbi…
Il secondo capitolo tocca a Elias, l’unico amico di Jatgeir. È passato molto tempo dall’arrivo di Eline a Vaim e, dall’inizio della convivenza con il pescatore, i due amici non riescono più a incontrarsi. Elias può solo limitarsi ad osservare da lontano i cambiamenti nella vita di Jatgeir a causa della presenza della donna. Un giorno Elias sente bussare alla porta. Apre, gli sembra che non ci sia nessuno, finché ad un tratto gli appare Jatgeir, cosa che in seguito si rivelerà impossibile perché l’uomo è stato trovato annegato ben prima della sua apparizione. C’è un che di spettrale e di inquietante come in un racconto di Poe, un’eco delle storie di fantasmi – M. R. James o Edith Wharton – che sarebbe piaciuta a Borges…
Elias saluta l’amico morto:
“e alzo il braccio e lo saluto con un cenno della mano e lui alza a sua volta il braccio e ricambia il saluto e quasi con gioia mi dice che adesso sta bene e io, mentre cammino lungo la strada di Vaim, alzo la mano e faccio un saluto rivolto al cielo, verso il punto dove sento che si trova Jatgeir, e tutto mi sembra così giusto, chissà cosa penserà chi mi vede compiere quel gesto, ma tanto non c’è nessuno che sta guardando, be’, sì, a parte Jatgeir
Allora addio, Jatgeir, dico
E grazie per tutti i momenti che abbiamo trascorso insieme, dico
e vedo Jatgeir, vedo la sua mano e il suo braccio dissolversi nel cielo scuro”
Nella terza e ultima parte è Olav, il marito abbandonato nel primo capitolo, che ricorda l’incontro anni prima in una taverna con Eline (che in realtà si chiama Josefine e che comincerà a chiamarlo Frank… tutti i nomi in Fosse sono incerti come riflesso di personalità labili). Quell’incontro gli ha cambiato la vita perché la donna prima lo ha convinto a sposarla, poi lo ha lasciato per andare a vivere a Vaim con Jatgeir, salvo ritornare infine a casa da lui alla morte dell’uomo con cui era fuggita. Nel repertorio dei ricordi di Olav/Frank, l’immagine del peschereccio che si stacca dolcemente dalla terraferma e comincia a navigare nel mare calmo – “come se una pace si posasse su tutto” – è pura poesia. Prima di morire Josefine/Eline gli ha lasciato l’impegno di seppellirla accanto a Jatgeir ed Elias…
Fosse maneggia la realtà – la realtà che “galleggia su un mare di sogni” – con una delicatezza singolare. Non la aggredisce, non la seziona, non si arma di forchetta e coltello per nutrirsene. È un ascoltatore discreto che si fa da parte per liberarsi dei suoi personaggi, indietreggia e aspetta che emergano attraverso la scrittura. Scrittura che è come l’amore raccontato in queste pagine: funziona meglio con la distanza (una forma dell’impersonalità teorizzata da T. S. Eliot?). Siamo agli antipodi dell’autofiction, tendenza imperante della narrativa contemporanea e terreno di coltura di un’altra colonna della letteratura norvegese, quel Karl Ove Knausgård dall’io invadente, che peraltro è stato suo allievo.
Sono piccole storie evanescenti, intrise di quotidianità e di solitudine, scritte in una lingua, il nynorsk, parlato da poco più di mezzo milione di norvegesi. Racconti ambientati in microcosmi sperduti nella natura, come in una sorta di wilderness norvegese alla Faulkner: “Quel suono, quel ritmo della natura lo incarno in qualche modo in tutto ciò che scrivo. La musica della mia prosa e delle mie poesie è collegata a quel paesaggio”, ha detto in un’intervista. Narrazioni abitate da uomini sfocati e silenziosi, vittime impotenti del destino; personaggi avvolti nelle brume di un fiordo dove sotto la superficie di un mare apparentemente calmo si agitano correnti insidiose e imprevedibili. Storie narrate con una prosa bisbigliata, minimalista, decisamente beckettiana, con un timbro da dormiveglia, capace di incantare e travolgere il lettore con la sua vena misteriosa e melanconica. Se “assurdo” è l’attributo dell’opera di Beckett, nell’universo di Fosse la parola ricorrente è “strano”: “tutto era strano, sì, e sulla mia lapide, se dovessi riassumere la mia vita, potrebbe essere inciso proprio questo, sì, tutto era strano”. Tutto pare insolito anche al lettore al termine di “Vaim”; quella “strana” bellezza dà un brivido alla schiena, ti resta sul groppone ed è solo uno degli aspetti della rara grandezza di Fosse.
Gigi Agnano
Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.
Il richiamo del vuoto – La geografia sentimentale di Paolo Cognetti
Fausto ha quarant’anni, il sogno nella testa di diventare uno scrittore, e la voglia sempre sottopelle di perdersi nella natura vergine. Il Monte Rosa gli appare perfetto: incontaminato, poco abitato da esseri umani, ancora moltissimo da altri esseri viventi, conciliante, forse perfino capace di distendere le sue innumerevoli nevrosi. È qui, fra la baita-ristorante di Babette, la seggiovia, i montanari, l’ex forestale in pensione Santorso, che conosce Silvia, potremmo dire, nomen omen, la donna dei boschi, che viene però dalla città. Silvia ha ventisei anni, è giovane, energica, ha voglia anche lei di scappare da qualcosa. Inizia a lavorare come cameriera stagionale, un lavoro che sa non poterla sostenere a lungo, ma quel che le basta per evadere un po’. Nel mentre, Fausto si adopera come cuoco nella cucina della baita-ristorante. La vita sembra scorrere senza troppi intoppi, fra passeggiate, escursioni, albe incantevoli, e tramonti mozzafiato. Sembra tutto tornato al Grado Zero. Silvia e Fausto azzerano tutto, i loro passati, quel padre che aspetta, malandato, fra i palazzoni, quella ex moglie, forse perfino gli amici. Non ne sentono il richiamo. Sono come lupi, solitari, e al contempo mossi costantemente da qualcosa di imperscrutabile, che può solo rispondere al nome di irrequietezza. È così che, poco dopo un incidente che vede coinvolto Santorso, poco dopo le sue mani maciullate dalla neve impetuosa e impietosa, Silvia sente di nuovo proprio quel richiamo, non più silvestre, ma urbano. Torna nella sua città, nel suo quartiere, ad annusare il fritto delle cucine nei cortili interni, il vociare dei vicini, lo stridore dei freni delle automobili. Fausto è convinto si tratti solo di un periodo, troppo impegnato a capire come aiutare Santorso a vivere senza più le mani. Ne è convinto finché Silvia, tornata in alta quota, non gli fa capire il contrario. Non è più la stagione dell’amore, e nemmeno quella del lavoro in alpeggio, in cucina, in sala, anche perché perfino Babette ha appeso il cappello al chiodo. Improvvisamente niente appare più come prima, non la scrittura che Fausto teneva nascosta fra i loro cuscini, coperta dai capelli infiniti di Silvia, asciugati dalla stufa a legna, non i campi, i pascoli, il freddo che mozza il fiato, l’estate senza surriscaldamento, non gli improperi dei montanari, non il loro amore consumato sul ghiacciaio, fra le balle di fieno, in una cucina di una baita ormai venduta. È tempo di muoversi, di trovare altro cibo, di rispondere agli ululati di altri lupi spersi chissà dove.
Cognetti con La felicità del lupo ci restituisce un’altra fotografia della montagna. E, come nel romanzo che l’ha reso celebre ai più, Le otto montagne, lo fa tratteggiando un quadro nitido, e al contempo metaforico. Possiamo quasi dire, leggendo le pagine di entrambi, di sentire l’odore di quell’erba cresciuta dopo il gelo, di percepirne la morbidezza, il profumo del latte appena munto, lo scampanare del gregge, della mandria, il freddo pungente, il calore piacevole, il liquore che scalda le gole, che le brucia. Possiamo però anche seguire l’andirivieni dei personaggi, da una parte i due amici fraterni Bruno e Pietro, dall’altra i due innamorati, Fausto e Silvia. Il richiamo insistente delle sirene cittadine che si alterna al silenzio ovattato delle notti in alta quota. I legami che vanno ben al di là di quelli di sangue, che li superano, sono più forti, e quindi anche più dannati. L’abbandono. Pietro che se ne torna in città, Silvia pure. Bruno e Fausto che decidono di rimanere. Lo scrittore che decide di girare il mondo con la sua penna, Pietro, e quello che sceglie il sentiero di montagna, Fausto. Sono due amori impossibili, i loro. L’uno verso l’amico d’infanzia, l’altro verso la giovane ragazza di quartiere. La sostanza non cambia, ciò che resta è il rumore sordo della separazione, della possibile accettazione dell’impossibile, che ognuno sceglie per sé, e che ognuno si salva da solo. O, semplicemente, decide di non farlo. Nel finale aperto ci immergiamo, al what if ci aggrappiamo come l’unico, reale senso esistente: lasciar andare.
Maddalena Crepet*
MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.