Se lo scienziato è un artista – sull’Arcibaldone di Edoardo Boncinelli

Ci sarebbe molto da dire sull’arte spesso banalizzata o maltrattata dell’aforismo. Un aforista, credo, è valido se dall’insieme dei suoi aforismi nasce un pensiero, sia pure contraddittorio o paradossale. È il caso di Oscar Wilde, o di Nietzsche, o di Karl Kraus, o di Elias Canetti, o dei nostri Ennio Flaiano e Gesualdo Bufalino, o ancora – e il lettore mi perdonerà l’accostamento ardito – di Edoardo Boncinelli, autore morto l’estate scorsa, i cui numerosi aforismi sono poco conosciuti ma esemplari nella loro dissacrante giustezza.  

Edoardo Boncinelli non era esattamente uno scrittore. Forse. Diciamo che Boncinelli era innanzitutto un genetista e un divulgatore scientifico, non un romanziere o un filosofo come i nomi fatti in precedenza; tuttavia niente impedisce a uno scienziato di essere anche uno scrittore – e non dei meno interessanti.

 

In una prefazione a Frankenstein di Mary Shelley, la scrittrice Chiara Valerio, romanziera che ha per l’appunto una formazione scientifica, osserva che a inizio Ottocento “le discipline scientifiche (e letterarie) non erano divise, venivano studiate, insegnate e spesso capite tutte insieme”, quindi mettere dei paletti fra la filosofia e la scienza e magari pure la letteratura e l’arte può essere non soltanto limitativo ma anche sbagliato. Nell’ultimo quarto di secolo sono tanti gli scienziati che si sono avvicinati alla letteratura e non pochi i romanzieri o i filosofi o i poeti che si sono interessanti attivamente di scienza. Molti grandi romanzi contemporanei trattano argomenti scientifici o fanno della scienza (e conseguentemente della realtà) narrazione e arte. Analogamente, molti saggi scientifici, compresi alcuni libri scritti da Edoardo Boncinelli, sono strutturati come se fossero dei romanzi – raccontano cioè una storia – o comunque pescano a piene mani nei campi dell’arte e della filosofia. Le discipline scientifiche e artistiche si nutrono di continuo vicendevolmente. 

Ma torniamo agli aforismi. Uno degli ultimi libri pubblicati da Boncinelli è una vasta raccolta di aforismi, Arcibaldone (Castelvecchi, 2025), e in esso si trovano tanto il genio arguto degli aforisti più conosciuti quanto, come scrivevo in precedenza, un pensiero originale e dunque un’intelligenza. Boncinelli non scrive aforismi per colpire i propri lettori, o almeno non soltanto per questo. Li scrive per avvicinarsi il più possibile a una certa versione della verità, anche adoperando il paradosso, giacché, come scriveva Ennio Flaiano, in Italia (nel mondo?) la linea più breve tra due punti è l’arabesco. 

L’Arcibaldone di Boncinelli, titolo che richiama lo Zibaldone di Leopardi ma anche il nome “Arcibaldo”, derivante dal nome germanico Erchanbald, che etimologicamente può essere riassunto nelle parole franco e forte, come a dire che i suoi aforismi vogliono essere franchi e diretti, questo Arcibaldone, dunque, è un libro ricco e variegato che presenta la bellezza di 2254 aforismi suddivisi in capitoli, o meglio in temi, con molti rimandi alla filosofia e ovviamente alla scienza. A inizio volume, negli aforismi dedicati proprio all’arte aforistica, Boncinelli avverte: “L’aforisma è un ingegnosissimo piede di porco per scassinare il mondo e lasciarlo esattamente come prima.” E ancora: “Scrivere aforismi è una maniera molto elegante di dichiarare che di più non si può fare.”

L’aforismo come atto di umiltà nei confronti del reale, quindi, però anche come gesto a un tempo artistico e intellettuale. Non è un caso che molti dei nostri pensatori più interessanti e stimolanti si siano rifugiati occasionalmente nell’arte aforistica, ossia nella frase o nel paragrafetto fulminante che riesca per così dire a fare le boccacce alla realtà e magari a gridare che il re è nudo e che un po’, certo, lo siamo pure noi. Quella dell’aforismo infatti è un’arte che bandisce i parrucconi e gli stolti pieni di boria. Non c’è grande aforista che non sappia essere anche autoironico, perché in fin dei conti ridiamo degli altri per sorridere – con tenerezza e goffaggine – di noi. 

Una valida raccolta di aforismi non si finisce mai di leggere. Così, sfogliando questo Arcibaldone, si va avanti e indietro fra le pagine e ci si diletta a trovare qua e là delle frasi prima passate inosservate. Qualche esempio: “Il brutto dei tentativi di ingannare il tempo è che quando ci riesci lo hai perduto”; oppure: “Il tempo mi consuma e io per ripicca lo spreco”; oppure: “Non è difficile ammazzare il tempo, il problema è farne sparire il cadavere”; oppure: “I filosofi dicono di cercare il senso delle cose. Sarà per questo che dicono tante cose prive di senso”; oppure: “La metafisica è per metà fisica e per tre quarti nebbia”; oppure: “La filosofia è come la Nike di Samotracia: ha le ali ma non ha le braccia”; oppure: “La scienza svela l’universo, la filosofia le fa il verso”; oppure: “Se hai un dubbio metafisico, Kant che ti passa”; oppure: “Massimo Recalcati mena Lacan per l’aia”; o ancora: “Molti intellettuali pensano di essere originali semplicemente prendendo alcune frasi che tutti usano e ribaltandole nel loro contrario. Questa non è originalità: è ribaltismo, nella doppia accezione di ribaltare e di imporsi alla ribalta”; oppure: “Il mio televisore è pieno di cuochi e chef”; oppure: “Quando leggo le notizie sui giornali sento la necessità del testo a fronte”; oppure: “Sui diversi social network si possono scorgere i segni del più sconfortante conformismo, spesso travestito da ribellismo velleitario”; oppure: “Tra qualche miliardo di anni il mondo si spegnerà come un teatrino di periferia.” 

Insomma, ne ho riportati a sufficienza, pur prendendoli un po’ a caso, non sempre fra i più significativi; invito il lettore a cercare l’Arcibaldone nelle librerie e a dilettarsi da sé. In esso c’è molto del Boncinelli scienziato professionista e filosofo dilettante, ma anche molto dei suoi malumori, dei suoi sdegni pur mai grandiloquenti o impacciati e delle sue canzonature sempre divertite e eleganti. 

Talvolta, credo, si scrivono aforismi per non scrivere delle opere compiute. Talaltra si scrivono delle opere dalle quali possono essere espunte una quantità considerevole di aforismi; penso ad esempio al teatro di Wilde o alla Recherche di Proust. Edoardo Boncinelli, che non era un drammaturgo né un romanziere, che forse potrebbe essere definito un filosofo e che di certo è stato un grande scienziato, si è dato alla difficile e sottile (difficile perché sottile) arte dell’aforisma per far capire che non poteva “fare di più”, come afferma lui stesso, o di meglio. Un aforisma ben riuscito difatti è un’attenuante nei confronti di una vita che ci annoia o ci spaventa. Ma non è così per ogni scrittura? Si scrive perché non sappiamo fare di meglio, è bene ricordarlo. O, per dirla ancora con Boncinelli, perché “niente ci appartiene fuorché il nostro vissuto”, e allora – dico io – tanto vale fare di questo vissuto un bon mot o un’opera. Boncinelli eccelleva nel bon mot.

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Jan Brokken: “La malinconia del viaggiatore” (Iperborea, 2026, trad. Claudia Cozzi), di Rita Mele

Esiste un libro-mondo in grado di farci compiere un viaggio letterario, artistico e musicale in quattordici tappe restando comodamente seduti in poltrona? Ed è possibile che a guidarci sia un autore che ha viaggiato così tanto nella sua vita da aver trasformato la malinconia in una precisa postura dello sguardo?

Questo libro si chiama La malinconia del viaggiatore (De weemoed van de reiziger), il nuovo volume di Jan Brokken pubblicato nella prestigiosa collana Gli Iperborei. Se vi recaste in una biblioteca pubblica e chiedeste la sua esatta collocazione in catalogo secondo la Classificazione Decimale Dewey, sullo schermo comparirebbe una sequenza che per i catalogatori significa una cosa sola: Storia e critica della letteratura incentrata sul tema del viaggio.

Ma un volume del genere è per sua natura ‘multicatalogabile’: sfugge ai codici rigidi per oscillare con grazia tra la saggistica letteraria, la storia dell’arte, la biografia musicale e il reportage geopolitico. Se la rigidità della classificazione prova a metterlo in gabbia una volta per tutte, la scrittura di Brokken — sempre generosa di storia e di cultura — lo trasforma immediatamente in un crocevia dinamico tra letteratura, geografia e partitura musicale. Leggere questo libro, fin dalle prime pagine, è come salire a bordo di una nave e farsi guidare dal suo Capitano alla scoperta di luoghi e persone custodi di memoria. L’itinerario di quattordici capitoli tocca architetture interiori che spaziano dai tormenti sinfonici di Gustav Mahler alla luce mistica sprigionata dalle tele e dalle vetrate di Henri Matisse, fino alla poesia dolente e perseguitata di Osip Mandel’štam.

L’autore ha un’incredibile carriera alle spalle: trentuno opere dal debutto nel 1975 con l’inchiesta d’archivio Mata Hari: la verità dietro una leggenda fino a La scoperta dell’Olanda del 2024, passando per dieci titoli di successo pubblicati con Iperborea dal 2011. Pur non essendo nuovo alla scrittura di viaggio, qui adotta la postura decisa del ‘viaggiatore detective’ della memoria. Brokken, che ha festeggiato da poco il suo settantesettesimo compleanno, si rivela come un investigatore storico e letterario che non si accontenta delle biografie accademiche: sente il bisogno fisico di recarsi sul posto, di misurare lo spazio con i propri passi, di abitare le stanze in cui i protagonisti della cultura hanno generato le loro opere o consumato i loro drammi personali. Se nel 1975 svelava la tragica fine di Margaretha Zelle nelle reti dei servizi segreti della Prima Guerra Mondiale, oggi quella stessa precisione chirurgica da reporter e la sensibilità amplificata del romanziere si fondono nel suo stile per raccontare i luoghi e chi li ha animati o continua a frequentarli. Un approccio incarnato il suo — una vera e propria embodied cognition — che persiste in ogni pagina e che affonda le radici nella sua stessa storia personale, essendo l’autore nato a Leida da padre olandese e madre russa, Han e Olga che nel 1935 partono per Giava per una missione colonizzatrice.

Questa volta Brokken ha scritto, a tutti gli effetti, un libro ubiquo. La sua narrazione si snoda in poco più di quattrocento pagine e abita contemporaneamente ogni meandro della mente del lettore, chiamandolo a una performance sinestesica che impegna visione, linguaggio, intuizione, spazialità, memoria e sensorialità. È un’opera polimorfa che cambia pelle a seconda della pagina che si sfoglia: a tratti è una galleria d’arte, un museo dalle pareti altissime e silenziose; un attimo dopo si trasforma in una soffitta polverosa piena di oggetti ritrovati, o in un cimitero di campagna dove i grandi spiriti riposano sotto una pioggia sottile.

Pagina dopo pagina abbiamo seguito l’autore nel suo libro-mosaico, un’immensa geografia fisica e interiore tenuta insieme da uno sguardo impressionista: Brokken non cattura la realtà nella sua fredda cronaca, ma si posa sui mondi che incontra e va a cercare come la luce sulle cose. Il suo occhio si ferma sulle pieghe di un tessuto o su un oggetto dimenticato in un cassetto. Ed è qui che quel frammento, apparentemente minimo, viene scritto e trasformato in un’enciclopedia di rimandi culturali. La malinconia del viaggiatore si legge cogliendo continui collegamenti sentimentali e ideali tra l’Europa e il Nuovo Mondo. I quattordici capitoli non sono compartimenti stagni, né tappe lineari di un banale itinerario turistico: funzionano piuttosto come porte d’accesso a un immenso condominio della memoria in cui i corridoi del tempo si incrociano e più figure storiche coabitano nello stesso spazio emotivo. I luoghi e le vicende umane, descritti con passione, diventano per noi lettori pretesti per meditare sulle vite degli altri e sulla nostra, in un gioco di specchi e di rincorse. La geografia si dissolve per farsi mappa della mente di chi legge. Storia, arte, letteratura e giornalismo si fondono in un unico itinerario tenuto insieme da una rete invisibile tessuta dal ricordo e dall’emozione.

La malinconia del viaggiatore racchiude nel titolo stesso la sua chiave di volta. La malinconia non viene mai intesa come una passiva tristezza o un semplice rimpianto. Al contrario, a noi lettori randagi arriva come una forza generativa e dinamica, strettamente legata al concetto di weemoed nordica: una malinconia attiva che spinge a cercare e proteggere la bellezza laddove l’uomo rischia di dimenticarla sotto le macerie della Storia.

Questa tonalità emotiva tocca l’apice in quattro momenti topici della narrazione, a cui facciamo solo un cenno per non privarvi del piacere della scoperta personale: la malinconia dello sradicamento di Béla Bartók e Antonín Dvořák; la malinconia della reclusione di Franz Kafka; la malinconia del tempo che consuma i corpi, nello straziante contrasto tra l’immobilità fisica di un Matisse anziano sulla sedia a rotelle e l’esplosione di luce delle vetrate della cappella progettata a Vence per Sœur Jacques-Marie; e infine la malinconia dell’oblio storico e dell’esilio civile, ambientata a Collioure sulla tomba del poeta Antonio Machado, che ha lottato per difendere il valore della parola sotto la dittatura.

Il viaggio letterario di Brokken spazia dal Nord Europa alla Loira Atlantica, fino alle Americhe, ma trova un approdo fondamentale in Italia. L’autore attraversa la penisola passando da Rovereto, richiamato dalla figura di Fortunato Depero e dalla sua ossessione futurista per la macchina e la velocità; scende nei corridoi di Palazzo Ducale a Mantova sulle tracce del Lamento di Arianna di Claudio Monteverdi, evocando il fantasma degli spartiti perduti nel tragico sacco della città del 1630; si ferma a Roma, nella casa di Via del Corso, per rileggere il Viaggio in Italia di Goethe attraverso la lente della grande tradizione filologica, accostandovi il moderno reportage fotografico; infine approda a Napoli, lasciandosi ammaliare dalla sensualità melodica del Teatro San Carlo.

Per gli osservatori stranieri, scrivere di Italia è uno degli esercizi letterari più scivolosi. Il rischio è quello di cadere nella trappola del Grand Tour da cartolina o di indulgere nello sguardo superficiale del turista ammaliato. Eppure, questo libro disinnesca ogni diffidenza: Brokken non scrive sull’Italia, ma attraverso l’Italia, usandola come cassa di risonanza per sentimenti universali. La nostra penisola non ne esce come un semplice souvenir da esibire. Per noi lettori randagi queste pagine risuonano autentiche e prive di retorica perché l’autore si accosta ai luoghi, agli uomini e alle donne della nostra storia culturale con uno sguardo pulito, commosso e mai predatorio.

Il libro ha anche una sua colonna sonora, percorso com’è da una profonda sensibilità musicale. Brokken sa che la musica è l’arte spaziale per eccellenza, capace di viaggiare nel tempo anche quando i corpi sono immobili nello spazio. Nel capitolo Addio a Budapest, lo scrittore ricostruisce con uno scavo bibliografico l’ultimo, disperato concerto ungherese di Béla Bartók prima della fuga transatlantica, ossessionato dal salvataggio dei canti popolari magiari mentre il nazismo cancella i confini d’Europa. Nelle pagine successive segue la spinta creativa che portò Dvořák a comporre la sua celebre sinfonia Dal Nuovo Mondo partendo dai moli di Ellis Island.

Brokken affronta i quattordici capitoli della sua ultima opera come traversate in cui sa farsi da parte per dare la precedenza alle storie: azzera il proprio rumore di fondo da narratore e lascia che a parlare siano i vuoti, i silenzi, le assenze. È una scelta che trova il suo culmine nella destinazione finale del viaggio. L’autore decide infatti di chiudere il cerchio tornando in Europa, conducendoci verso un traguardo ad alta tensione etica e poetica: Tirana.

Nell’ultimo capitolo, ‘Io la invidio’, Brokken bussa alla porta del gigante della letteratura albanese Ismail Kadare, in un incontro di bruciante intensità avvenuto a ridosso della sua scomparsa, nell’estate del 2024. Al centro del dialogo si riverberano i temi dell’ultimo capolavoro-inchiesta di Kadare, Quando un dittatore chiama, interamente dedicato alla storica e ambigua telefonata del 1934 tra Stalin e Boris Pasternak sul destino del poeta dissidente Osip Mandel’štam. Davanti al tiranno che chiama al telefono, la parola del letterato si fa spietata e affilata come una spada per squarciare la cortina dei regimi totalitari.

Jan Brokken ha firmato un’opera che per stile, ritmo, passione, e per un bagaglio di testimonianze di più 78 fonti uniche e 80 volumi esaminati, va ben oltre il reportage di viaggio. 

Se in questi giorni state scegliendo quale libro vi accompagnerà nei mesi estivi, fate spazio in valigia per La malinconia del viaggiatore. Finché ci sarà uno scrittore disposto a entrare nelle stanze e nelle vite degli artisti e salvarne dall’oblio i carteggi, nessuna di queste voci si spegnerà, e i lettori continueranno ad appassionarsi nello scoprirle.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Philip Roth: “Operazione Shylock” (Adelphi 2026, trad. di Ottavio Fatica), di Claudio Musso

«Ammaliato da questi personaggi suggestivamente spumeggianti nel profluvio di discorsi pericolosi, vorticanti in un turbinio di vedute contraddittorie — e senza alcun minimo controllo su questo ping-pong narrativo dove ho tutta l’aria di essere la pallina bianca — ero semplicemente soggetto, come mai in precedenza, al rinnovato e intensificarsi dell’eccitazione.»

Quando si aprono le corpose pagine di Operazione Shylock si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un uomo che ha smarrito non tanto la ragione quanto il proprio centro di gravità. Philip Roth arriva a Gerusalemme reduce da una crisi farmacologica, intorpidito, vulnerabile, come se la realtà avesse smesso di aderire perfettamente a sé stessa. Ma invece di raccontare una guarigione o una discesa nella paranoia, costruisce qualcosa di più conturbante, da controesodo: il resoconto di uno scrittore che si affaccia sull’orlo della propria immaginazione e scopre che laggiù non lo attende il suo riflesso ma una moltitudine e forse la messa in scena di una confessione che non è mai del tutto affidabile.

Immaginiamo Roth sul bordo di una cavità piena d’acqua. Una superficie scura, percorsa da correnti invisibili. Si sporge per cercare un sé stesso insieme familiare e estraneo e ciò che vede dapprima gli restituisce un volto riconoscibile. Poi l’immagine si anima. Comincia a parlare. Pipik, il falso Philip Roth, il sosia che gli sottrae nome e biografia per predicare il diasporismo, l’utopia malinconica di un ritorno degli ebrei aschenaziti europei nelle terre da cui la Storia li ha espulsi, un argomento, questo, impronunciabile nel dibattito ebraico e israeliano degli anni ‘90. Ma una volta incrinata la superficie, il fenomeno diventa irreversibile. Dal fondo emergono, una dopo l’altra, figure: l’amico palestinese, l’ambiguo Smilesburger, i sopravvissuti, gli agenti segreti, gli ideologi, i testimoni del processo alla maschera storica di Demjanjuk, oratori tirannici che occupano pagine intere con i loro monologhi e ai quali l’autore concede parola senza più mediazione apparente. E non consideriamoli personaggi nel senso tradizionale del termine, sono piuttosto voci convesse che reclamano il diritto di esistere. E ancora: il falso Roth non è solo il personaggio pubblico che, partecipando in prima persona ai dibattiti e facendosi promotore di iniziative, da scrittore non è mai voluto essere ma è anche ciò che ritorna a tormentare il vero Roth americano assimilato: la possibilità che la storia ebraica non possa mai davvero chiudersi dentro una vita normale e borghese tra «l’annegamento nella bagnarola di te stesso».

Roth non si affretta a ridurre queste apparizioni a una sintesi, non imbastisce un processo per arrivare a una sentenza ma costruisce un teatro dell’assurdo controllato in cui ogni voce sale sul palco per pronunciare la propria determinazione. E a tutte cede i riflettori. C’è qualcosa di shakespeariano in questa generosità. Come lo Shylock de Il mercante di Venezia, che diventa tragico proprio quando gli si concede la parola, anche i personaggi di Roth non sono mai ridotti a funzioni narrative. Ognuno porta con sé una visione del mondo, un’apologia, una ferita, una teoria della storia. Lo scrittore li lascia parlare, spostando geografie e geometrie, fino a quando la loro voce comincia a incrinare la sua. Ma sempre convinto che, se certe domande sono necessarie, quando diventano assolute possono trasformarsi in delirio e che la letteratura non deve convertirsi in una missione.

È qui che Operazione Shylock, oggi in una nuova edizione Adelphi – preceduta da un’introduzione di Emmanuel Carrère che si può anche decidere di attraversare in fretta: il romanzo inizia, in realtà, molto prima – tradotto con estro da Ottavio Fatica, si separa da quasi tutta la narrativa sul doppio. Pipik non è un semplice sosia malvagio: è una figura che sa del suo originale più di quanto l’originale sappia di sé stesso. Non gli ruba soltanto il nome ma il monopolio dell’interpretazione. Come il Goljadkin di Dostoevskij possiede quella vertiginosa facoltà di rendere plausibile ciò che dovrebbe restare impensabile, nel senso più insidioso: fare apparire pensabile ciò che l’identità vorrebbe tenere fuori dal pensiero. Roth è tentato a trattarlo come un impostore ma più lo ascolta più scopre che le sue idee contaminano il proprio linguaggio e il resoconto di sé. A un certo punto il problema non è più smascherare l’usurpatore, è capire se esista ancora qualcosa come un Philip Roth autentico o se l’autenticità sia già stata assorbita, furtiva, nella finzione.

Da qui il testo si sposta: meno riflessione sull’identità e più sulla scrittura. Il vero doppio non è Pipik ma il rapporto dello scrittore con la propria capacità di raccontare. Per tutta la vita Roth (che all’uscita nel 1993 di Operation Shylock: A Confession ha sedici libri dietro e altri sedici davanti) ha creato alter ego, maschere, narratori ambigui, facendo parlare di sé attraverso deviazioni e scarti. Qui quelle creature sembrano essersi emancipate. Aaron, l’amico scrittore ebreo venuto a Gerusalemme per intervistarlo in ‘chiacchiere di bottega’, definisce il doppio che Roth incontra «un vuoto che fagocita il tuo dono per l’inganno»: formula che coglie il nucleo dell’“operazione”, dove l’arte di inventare identità si rovescia contro chi la esercita. Non è più Roth a produrre finzioni. Sono le finzioni a produrre Roth.

E tuttavia è qui che il libro si apre alla sua zona più instabile, non è mai del tutto chiaro se questa sia una confessione o la sua studiata simulazione. Roth si espone, si moltiplica, si contraddice ma proprio questa sovrabbondanza di esposizione suggerisce il sospetto opposto: che la confessione sia essa stessa una costruzione narrativa, una strategia ulteriore del doppio. L’autobiografia diventa così una forma sofisticata di mascheramento?

Per questo Gerusalemme appare sempre meno come luogo geografico e sempre più come camera d’eco della coscienza. Tutti parlano di Israele ma il romanzo insinua il sospetto che il viaggio decisivo non avvenga durante la prima Intifada, quanto all’interno dell’opera rothiana. Il diasporista, il sionista, il palestinese, il sopravvissuto, Smilesburger e altri: ciascuno sembra la materializzazione di un interrogativo che attraversa da decenni la sua scrittura. L’identità ebraica, l’assimilazione, la diaspora, la memoria della Shoah, il rapporto tra appartenenza e libertà. Gerusalemme diventa dunque il nome del luogo in cui queste questioni assumono un volto febbrile, instabile, quasi cianotico e in cui ogni uomo è responsabile non soltanto delle proprie azioni ma delle parole che mette in circolazione

Non sorprende che Roth non si presenti come il razionalista che smaschera gli inganni. Al contrario confessa continuamente la propria attrazione per essi. Si dichiara «eccitato, quasi eroticamente» dalle storie degli altri, ammaliato da personaggi che lo trascinano in un vortice di interpretazioni contraddittorie o in pagine da vangeli apocrifi. In una delle immagini più efficaci del romanzo paragona sé stesso non all’arbitro ma alla pallina di un interminabile ping-pong speculativo: le voci si colpiscono a vicenda e lui viene scagliato da una parte all’altra, anche dove non vorrebbe o forse dove ha sempre voluto essere. È una confessione decisiva per chi legge il libro come memoriale. Il protagonista di Operazione Shylock non è l’impostore ma la credibilità dello scrittore mentre riempie le ‘sue’ pagine.

Da qui deriva anche l’inquieta risonanza del libro, non priva di una evidente eco editoriale nel presente. Molti leggeranno queste pagine come un romanzo su Israele. E certamente lo sono. Ma, a ben guardare, il loro oggetto ultimo non è la politica, è la tentazione della certezza. Tutti i personaggi credono di possedere una formula definitiva: il sionista, il diasporista, il nazionalista, il profeta, il moralista, il fanatico. Roth no. La sua vera patria non è Israele né l’America né l’Europa, ma la da lui dichiarata «Casa dell’Ambiguità».

Per questo il titolo è decisivo. Shylock non è soltanto l’ebreo più noto della letteratura occidentale, è una figura che resiste a ogni definizione univoca, insieme vittima e accusatore, perseguitato e vendicatore, tragico e grottesco. Come lui, anche i personaggi di Roth sfuggono al giudizio definitivo. Operazione Shylock diventa allora il nome di una missione impossibile ma irresistibile: assegnare una volta per tutte un’identità stabile a qualcuno. A Shylock, a Roth, agli ebrei. Forse perfino alla realtà intrisa di benzodiazepina.

Alla fine le voci si ritirano e l’acqua torna calma. Ma nulla è stato risolto. L’ultimo capitolo manca. Il fondo resta invisibile. Roth continua a fissare l’abisso mentre il lettore gli sta alle spalle. Nessuno vede davvero ciò che c’è laggiù. Nemmeno lui. È questo che rende il libro così vertiginoso: non la presenza del doppio ma l’impossibilità di ricondurre il molteplice all’unità. Pipik sopravvive perché coincide con una scoperta da cui non esiste ritorno: il riflesso che cerchiamo nello specchio non è mai uno perché ogni identità contiene già le voci che la contraddicono e la letteratura, quando arriva al suo punto più alto, non le risolve, le trattiene tutte in tensione, impedendo che una sola abbia l’ultima parola…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Samuele Ciambriello: “Lettere al Garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” (Edizioni Iod, 2026), di Cristiana Buccarelli

‘’Come affermava il filosofo Michel Foucault:<<Il carcere è la camera oscura della legalità>>. Qui i detenuti si sentono prigionieri non solo delle loro azioni, ma di un sistema che ignora il valore della dignità umana. Il sistema carcerario, che dovrebbe essere finalizzato alla rieducazione, come sancito dall’art.27 della Costituzione, sembra invece essere un luogo di frustrazione, dove ogni tentativo di umanizzazione è ostacolato dalla burocrazia e da un atteggiamento che ostacola che vengano adottate misure concrete per garantire il rispetto della dignità e dei diritti dei detenuti’’

Mi colpiscono queste parole contenute in una lettera scritta da un detenuto al professore Samuele Ciambrello, Garante per la regione Campania delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il quale ha avuto il merito di raccogliere e curare una serie di lettere-testimonianze a lui rivolte dai detenuti, le quali sono da pochi giorni uscite in stampa nel libro Lettere al garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze (IOD Edizioni 2026).  

Tra le varie lettere inviate a Samuele Ciambriello, pubblicate nella loro versione originale e ordinate per argomenti, tutte incisive, autentiche e profondamente sentite, trovo offra un notevole spunto di riflessione la lunga e articolata missiva di un detenuto, il quale pone l’accento sull’emergenza sociale del sovraffollamento e sulla necessità che vengano applicate le pene alternative da parte della magistratura di sorveglianza, di cui riporto un estratto: 

 ‘’Caro Samuele, dopo il discorso del presidente Sergio Mattarella, che ha definito le condizioni delle carceri italiane un’emergenza sociale da dover risolvere nell’immediatezza, sono susseguite una serie di riflessioni e considerazioni, riportate dalla cronaca, di vari esponenti della politica e della magistratura. Dall’ultima, esaudienti ed efficaci, quali l’intervista pubblicata dal «Mattino» del procuratore capo della corte d’appello, nella quale questo ribadiva la necessità di usare ciò che già esiste come strumento attuabile, la legge Cartabia, di usare, cioè le pene alternative per i reati che non superano i 4 anni, e di risolvere il problema di quelli che hanno diritto di usufruire di pene alternative, ma che non hanno un domicilio o una residenza, magari creando appositi centri, come quelli già esistenti, ma a basso numero di capienza, spesso gestiti da esponenti della chiesa. Non mi piacciono le proposte dell’attuale governo, che propone le stesse cose che propose a giugno dell’anno scorso. Hanno prodotto un aumento di 1.500 detenuti, quando il sovraffollamento supera di circa 35.000 unità su 42.000 posti e del personale che va sempre a diminuire. Ci piace invece la semplice e attuabile proposta del partito di opposizione, che propone un’amnistia o un indulto come è stato fatto nel 2006. Dopo venti anni, considerate le condizioni definite dall’illustre presidente «un’emergenza sociale», penso che questa sia la più indicata e immediata, perché altre soluzioni necessitano di tempo e di denaro, e mi sembra che in Italia mancano l’una e l’altra. Forse, però, non per sovvenzionare guerre.’’   

Un altro detenuto, in una missiva in cui si riferisce nello specifico alla dura realtà del sovraffollamento nel suo istituto scrive:’’…Il carcere ha la capienza per circa 350 detenuti, ma attualmente ne ospita oltre 600. Nella mia stanza attualmente siamo in 7, così come nelle altre stanze ci sono 6-7 persone, ma le stanze non sono strutturate per ospitare tale numero di persone, in quanto sono molto piccole. La mia stanza è di circa 16 mt. Ho esposto questi punti all’ispettore, che mi ha risposto che il carcere, allo stato attuale, non ha i mezzi per mettere in atto ciò che è scritto nella nostra Carta costituzionale.’’

Viene dunque sollevato un tema complesso e mai risolto dal nostro ordinamento, cioè quanto la condizione del sovraffollamento renda necessario e urgente un intervento legislativo al fine di concedere velocemente e senza ritardi in tutti i casi possibili le misure alternative ad opera della magistratura di sorveglianza. 

Alla luce di ciò vogliamo ricordare il tentativo della riforma del 75’ che finalmente modificava del tutto il Regolamento Rocco del ’31 di epoca fascista, e il cui obiettivo fondamentale era quello di rendere attuabile nella sua concretezza l’art.27 della Costituzione per cui la pena non ha una funzione punitiva ma esclusivamente rieducativa. Tra i punti principali della riforma c’era appunto una maggiore possibilità di misure alternative, quali l’affidamento in prova ai servizi sociali e la semilibertà. Tuttavia quella che era stata considerata una delle riforme legislative più evolute d’Europa, è rimasta sulla carta, sia perché lo Stato non ha mai stanziato i mezzi, sia a causa degli anni di piombo e del terrorismo: nel 77’ con la legislazione d’emergenza e la nascita delle carceri speciali, la riforma del 75’è stata congelata.

Si può dire che a cinquant’anni di distanza ogni cosa è rimasta in sospeso e la situazione può considerarsi solo peggiorata.

Tornando alla raccolta Lettere al Garante, attraverso di essa ci si immerge nelle richieste profondamente umane e legittime, da parte di uomini e donne che vivono l’esperienza del carcere. 

Egregio garante, chi le scrive è un detenuto. (…..) LEI CI DEVE AIUTARE E DOVETE DAR VOCE AL NOSTRO GRIDO DI AIUTO (…) Ci sono problemi quotidiani qui…non c’è acqua calda, viene negata la possibilità di riscaldarsi negando l’ingresso di coperte in plaid, non ci sono riscaldamenti, non c’è personale medico e, quindi tutti i detenuti vivono nella costante paura che possa sorgere qualsiasi problema di salute’  

In queste parole si rinviene il desiderio di affidarsi a qualcuno per non essere abbandonati, ignorati, dimenticati: si tratta di legittime richieste di intervento rivolte a chi ha il dovere e la responsabilità di salvaguardare i diritti fondamentali di queste persone. Ma soprattutto c’è il desiderio di essere visti e ascoltati come esseri umani.

Un tema sicuramente cruciale che viene affrontato è il diritto alla salute, in particolare per chi soffre di gravi malattie il carcere può diventare una vera e propria condanna. Come dice chiaramente il professor Ciambrello<<il diritto alla salute, in carcere, appare spesso come un diritto rinviato, ostacolato o svuotato: visite specialistiche annullate, ricoveri differiti, interventi non eseguiti, reparti non adeguati, cure insufficienti, controlli oncologici rinviati, mancanza di scorta (…). 

E, così, il diritto alla salute, che l’art.32 della Costituzione riconosce come fondamentale, finisce per essere sospeso nella pratica quotidiana>>.

In alcune di queste lettere si avvertono delle vere e proprie grida di aiuto. 

C’è chi soffre per la mancanza dei colloqui con i propri familiari da moltissimo tempo in quanto spesso non viene rispettato il diritto alla territorialità della pena; c’è chi ha subito delle violenze e dei maltrattamenti; c’è chi per solitudine, fragilità e isolamento ha tentato il suicidio.

‘’…Ho avuto il piacere di parlare con LEI nel carcere, dopo che durante la notte avevo tentato il gesto estremo. Ha visto le mie condizioni fisiche, sono una persona che ha subito molte ingiustizie…(…).  Adesso dottore carissimo, le chiedo non elemosina, ma una cosa che mi fa vivere per il resto dei miei giorni. La mia VERITA’ che vuol dire la MIA GIUSTIZIA e la MIA LIBERTA’…Allego se possibile tutte le carte in cui richiedo colloqui con psicologi e psichiatri…non sono stato mai visitato…Oggi mi sento un uomo senza dignità, per il modo in cui mi trattano, per come i miei diritti vengono ignorati e calpestati…’’

Non si deve inoltre dimenticare come il carcere non riguardi soltanto chi è ristretto, ma come i suoi effetti si allarghino su tutti i familiari ed esso si riversi spesso e volentieri sulla vita di questi ultimi che restano fuori, in quanto cambia totalmente anche la loro vita quotidiana.

A mio avviso è importante ricordare anche i gravi errori giudiziari di questo periodo storico, per cui sperimentano il carcere quasi 1000 persone all’anno in Italia come presunti innocenti, non troppo di rado con quello che può considerarsi un abuso della misura cautelare; molti di questi indagati in seguito vengono assolti, ma nessun risarcimento economico può essere congruo per i danni morali e spesso anche professionali subiti da queste persone oltre che dai loro familiari.

Dunque cogliamo l’occasione a questo proposito per sottolineare quanto sia urgente e necessaria una riforma dell’ordinamento giudiziario, fatta nella giusta direzione, che velocizzi i tempi della giustizia e che garantisca il carcere come eccezione assoluta, non come un’assurda anticipazione della pena.     

Mi pare infine interessante un accostamento tra la testimonianza di Lettere al Garante e quella del romanzo autobiografico pubblicato per la prima volta da Rizzoli nell’83’, L’università di Rebibbia, della grande scrittrice anarchica e anticonformista, Goliarda Sapienza. La stessa, oberata da gravi ristrettezze economiche, finì in carcere negli anni Settanta per qualche mese per aver rubato dei gioielli a una conoscente, e nel suo romanzo racconta la straordinaria solidarietà e dignità di chi è ristretto, e di quanto la vicinanza e l’empatia nella convivenza umana diventino una modalità per sopravvivere.

Il titolo stesso, L’università di Rebibbia, nasce dalla convinzione di Goliarda per cui il carcere è un vero e proprio luogo di insegnamento, un luogo in cui si apprende la vita, scevro da qualsiasi illusione e ipocrisia della vita al di fuori.

È un’opera indimenticabile che, a prescindere dalle utopie e dalla lotta politica di quegli anni, vuole porre l’attenzione sulla realtà degli emarginati, dei dimenticati, appunto sulla realtà del carcere.

Allo stesso modo con Lettere al Garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze, (IOD Edizioni 2026) il professore Ciambrello, ha avuto il merito di mettere sotto gli occhi di tutti noi una realtà tutt’ora difficilissima e irrisolta, sulla quale è necessario intervenire al più presto.  

In conclusione riporto l’acuta riflessione del professore Stefano Anastasia (Garante per la regione Lazio) presente nella prefazione di Lettere al Garante:

<< Queste pagine…aiuteranno a capire a chi non vi sia mai stato, non ne abbia mai avuto un’esperienza personale, professionale o familiare, cosa sia il carcere e perché dovremmo avere il coraggio di farne a meno, quando possibile, come possibile>>.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Rita Svandrlik: “Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann” (Carocci, 2026), di Claudio Musso

Leggere Scrivere per esistere della germanista Rita Svandrlik significa entrare in una forma di pensiero critico che rinuncia deliberatamente alla linearità espositiva per costruire una trama mobile di rimandi, interferenze e ritorni. Il libro non procede per dimostrazione ma per costellazioni piuttosto luminose: biografia, scrittura, ricezione critica, lettere, testimonianze e opere si attraversano reciprocamente senza mai fissarsi in una sintesi definitiva. Così la figura di Ingeborg Bachmann emerge per stratificazioni successive come presenza continuamente esposta alla propria lingua e mai del tutto afferrabile. Svandrlik comprende infatti che spiegare la scrittrice austriaca significherebbe tradirne il movimento più autentico: ogni tentativo di immobilizzarla produce immediatamente una perdita perché la sua identità coincide con l’attraversamento, non con la forma compiuta.

È qui che si rivela il nucleo più profondo dell’operazione critica del volume edito da Carocci Editore. Bachmann non viene ridotta a oggetto di interpretazione ma mantenuta in uno stato di leggibilità instabile, come se la scrittura fosse l’unico luogo in cui l’esistenza possa temporaneamente addensarsi. Scrive: «Esisto solo quando scrivo»: questa dichiarazione, che attraversa carsicamente tutta la sua opera, non è una posa intellettuale ma una vera ontologia della parola. Al di fuori dell’atto dello scrivere l’io si disperde, si sfrangia, diventa estraneo a sé stesso. Non esiste quindi un’identità piena che preceda il linguaggio, emerge piuttosto una soggettività precaria che tenta di costituirsi nell’atto stesso della scrittura. In questo senso la letteratura non rappresenta l’esistenza, la rende possibile.

Il corpus poetico e narrativo di Bachmann, nata cent’anni fa, testimonia con evidenza questa tensione tra lingua, esistenza e disgregazione dell’io. L’esordio con Il tempo dilazionato (1953) e Invocazione dell’Orsa Maggiore (1956) mostra già una voce che trasforma la poesia in esposizione radicale dell’esperienza, segnata dalla percezione della storia come ferita ancora aperta. Negli anni successivi l’autrice si orienta verso la prosa: Il trentesimo annoTre sentieri per il lago, fino al progetto incompiuto di Todesarten (Cause di morte), concepito come anatomia della distruzione individuale prodotta dalla società contemporanea. E tuttavia, anche nella prosa, Bachmann non smette di essere poetessa: la densità lirica e la tensione ritmica restano il luogo in cui la lingua si espone al massimo grado. Il passaggio alla narrazione non segna un superamento della poesia ma il tentativo di estenderne la forza conoscitiva dentro forme più frante e ospitali per la contraddizione. Il romanzo Malina resta il punto più alto e vertiginoso di questo percorso mentre Il libro Franza testimonia una scrittura che fa dell’incompiutezza la propria verità più profonda.

Svandrlik mostra con acume come questa centralità della scrittura non abbia nulla di salvifico. In Bachmann la lingua è da sempre compromessa perché attraversata dalle sedimentazioni della storia, della violenza e dell’ideologia. Le parole non sono innocenti: conservano tracce di dominio, automatismi percettivi, residui di coercizione. Dopo il Novecento, scrivere significa entrare in conflitto con la lingua stessa. La scrittura autentica non si limita ad aggiungere significati ma disarticola: spezza formule irrigidite, incrina i cliché, interrompe i dispositivi del discorso automatico. Non rende il reale più enigmatico ma più esposto nelle sue contraddizioni rimosse e qui molti lettori si ritroveranno.

In questa prospettiva assume un ruolo decisivo la tensione tra chiarezza e oscurità che Svandrlik restituisce senza ridurla a formula critica. «Più ci esprimiamo chiaramente e più saremo poetici»: in questa affermazione si condensa una delle intuizioni più fertili di Bachmann. La chiarezza non è semplificazione ma precisione etica opposta all’opacità ideologica del linguaggio. Tuttavia la lucidità non elimina l’oscurità, ne registra piuttosto l’inesauribilità. «Sul fondo l’oscurità non manca, come non manca l’indicibile»: la scrittura nasce esattamente da questa frizione irrisolta tra necessità del dire e impossibilità dell’esaurire. Poesia, racconto, radiodramma, romanzo, lettera, anche quella non spedita ma comunque scritta: ogni forma di parole autentiche diventa esercizio di resistenza contro la paralisi del linguaggio e contro la rimozione del dolore storico. La modernità si configura così come rinvio permanente in cui ogni compimento viene differito e sottratto.

Da questa concezione deriva anche l’idea del rapporto con il lettore. Ogni scrittura si costituisce come apertura verso un “tu”, anche quando il destinatario resta indeterminato o irraggiungibile. La letteratura non è mai monologo ma esposizione all’altro. Scrivere significa tentare una relazione fragile attraverso la parola, accettandone la vulnerabilità. Il testo non è autoespressione ma forma irta di transitività. Non è un caso che Bachmann sia stata definita «selvaggia», irriducibile a ogni addomesticamento teorico, né che Christa Wolf la descriva come colei che «con la mano bruciata scrive della natura del fuoco», immagine che dice con precisione come la scrittura non osservi il trauma ma lo incarni.

È dentro questa stessa logica che Bachmann legge la violenza. Come insiste Svandrlik, il fascismo non è una parentesi storica conclusa ma una forma mentale che continua a operare nei linguaggi, nelle relazioni, nelle gerarchie invisibili del quotidiano. La guerra inoltre non finisce mai: muta forma, si deposita nei gesti, si insinua nelle strutture affettive e nei dispositivi del dominio. Date queste amare premesse, la scrittura diventa allora un’autopsia della civiltà occidentale e un’esposizione delle sue continuità sotterranee. La barbarie non è un residuo del passato, è una grammatica ancora attiva del presente.

In questo orizzonte si comprende anche il rapporto con Paul Celan che Svandrlik sottrae tanto alla mitizzazione romantica quanto alla riduzione psicologica. Il loro incontro non è una storia d’amore ma il punto in cui la letteratura europea è costretta a confrontarsi con la propria rovina: come può ancora esistere la poesia dopo Auschwitz e chi ha il diritto di pronunciarla? Da una parte Celan, ebreo che ritorna nella lingua dei carnefici; dall’altra Bachmann, formata nel paesaggio morale del nazismo austriaco. La loro vicinanza è intensa e necessaria ma attraversata da una frattura che nessuna intimità può colmare. Non è incomprensione privata ma irruzione della storia nel cuore dell’esperienza: due soggettività segnate dalla stessa catastrofe e tuttavia collocate su lati inconciliabili della memoria europea. In questo senso la loro relazione diventa paradigmatica: il tentativo di una lingua comune là dove la storia ha già distrutto le condizioni della comprensione.

Questa impossibilità riemerge anche nei personaggi femminili di Bachmann. Le sue figure non sono individui psicologici, piuttosto soggettività spezzate, eccentriche rispetto a sé stesse, esistenze in disallineamento permanente. Vivono la propria esperienza in modo obliquo, come se tra coscienza e vita si aprisse una fenditura non ricomponibile. Non vi è coincidenza tra ciò che sentono, ciò che possono dire e ciò che il mondo consente loro di essere. In questa disgiunzione la scrittura intercetta una verità decisiva della condizione femminile nel secondo dopoguerra europeo: una soggettività esposta, eccedente rispetto alle forme simboliche che la definiscono. La frase di Max Frisch, altra tappa della parabola esistenziale di Bachmann, «la lingua della tua audacia esatta», coglie il paradosso di una scrittura insieme rigorosa e ferita, lucidissima e sempre prossima alla rottura.

Anche la geografia dell’esistenza di Bachmann (Carinzia, Vienna, Monaco, Zurigo, Roma, il Sud italiano) si trasforma da sfondo biografico in configurazione simbolica. Roma, in particolare, non è un altrove salvifico ma una sospensione percettiva della storia: il luogo in cui si tenta una continuità interiore dentro la frammentazione, senza mai sottrarsi davvero al conflitto. La luce mediterranea, quel Sud tanto amato dall’area germanofona, non annulla l’ombra ma la rende soltanto temporaneamente sopportabile, aprendo tuttavia lo spazio minimo, fragile, provvisorio e sovversivo, in cui la scrittura può ancora accadere.

Dal lavoro critico di Svandrlik emerge allora un’idea della letteratura come resistenza percettiva, una pratica capace di incrinare la superficie compatta del reale. La scrittura non salva il mondo, non lo redime, non ne ricompone le fratture. Può tuttavia impedire che l’esistenza si chiuda definitivamente dentro linguaggi esausti, formule del potere e automatismi dell’obbedienza. Scrivere significa attraversare la ferita senza guarirla, sapendo che la vita prende forma dentro la parola e non prima di essa. La letteratura non coincide con la verità, ne è un movimento instabile, un inseguimento che apre fenditure nel linguaggio e nelle sue pacificazioni simulate. È la ricerca di una «controparola», fragile ma comunque necessaria, contro i discorsi dell’autorità e dell’assuefazione. In Bachmann la lingua non può essere un rifugio ma una soglia esposta, con gli occhi dritti nel sole. Lo scrittore non consola, espone: conduce su un crinale di parole dove ogni passo è rischio.

Ed è forse questo il punto più radicale che il libro di Svandrlik consegna: la scrittura di Bachmann non offre mai riparo ma sottrae attivamente ogni possibilità di pacificazione. La parola non è neutra, la lingua non è innocente: ogni enunciato arriva così già attraversato da forze, attriti, colpe che lo precedono e lo eccedono. Scrivere diventa allora gesto d’esistenza e insieme esposizione estrema, senza garanzie né protezioni, come un essere gettati fuori da ogni idea di sicurezza. E chi legge non approda a una patria linguistica, ma a una verità più scomoda e meno consolante: non esiste un fuori sicuro del linguaggio. Non si tratta di “abitare” l’incertezza, formula ormai addomesticata, ma di restarvi esposti fino in fondo, senza schermi, sapendo che ogni forma può incrinarsi e ogni senso rovesciarsi proprio nel momento in cui sembra stabilirsi. La letteratura non consola, non pacifica, non chiude: espone e lo fa senza chiedere il permesso. E ciò che resta non è una patria, nemmeno fragile, ma il suo rovescio più radicale: l’impossibilità di ogni dimora stabile. Anche quella della lingua. E proprio qui si apre la sfida: non essere protetti dal linguaggio ma attraversarlo senza illusioni, fino a restarne trasformati…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.