Schivo, elegante, raffinato, uno squisito scrittore e letterato: Nico Orengo, di Stefano Pignataro

Schivo, elegante, raffinato, esponente di spicco di quella Letteratura che ben ha amalgamato l’impegno letterario con la professione giornalistica, Nicola Orengo detto “Nico” ( per meglio dire il Marchese Nico Orengo, titolo mai adoperato ne’ ostentato), lo scorso febbraio avrebbe compiuto ottant’anni.

Ottant’anni di cui esattamente cinquanta fa, con la pubblicazione de “Motivi per canzoni popolari,” per  Farigliano, Nicola Milano, 1964) furono dedicati alla Letteratura. Orengo, scomparso a Torino nel 2009, fu inserito di diritto nella Storia Europea della Letteratura italiana diretta dal Prof. Alberto Asor Rosa (con la collaborazione di Lucinda Spera e Monica Cristina Storini) pubblicata da Le Monnier Scuola. Asor Rosa, in questa opera monumentale, oltre ad una precisa analisi scientifica ed accademica delle opere di ottocento anni di storia letteraria, si prefiggeva di “far emergere il tessuto  di relazioni e di renderle evidente”, un progetto in cui “il dare e l’avere talvolta si sono contrapposti secondo equilibri e squilibri mutevoli”. Orengo, secondo il critico letterario scomparso da poco, spingeva la sua tecnica narrativa con squisita eleganza, memoria letteraria e memoria familiare si fondevano e si intrecciavano in maniera magistrale. Asor Rosa, in questa critica, si rivolgeva in ultima analisi al penultimo libro pubblicato, Hotel Angleterre (Einaudi, 2007), in cui lo scrittore compiva un reportage dalla Russia arrivando a conngiugere i due poli come San Pietroburgo e Sanremo in un filo di racconti e ricordi familiari (il tema della memoria) che unisce l’amore di Pushkin e Natalja con i ricordi di sua nonna che formava il futuro scrittore con le  fiabe che avevano come oggetto le  stravaganze della zarina e della sua corte sul lungomare.

Orengo era tutto questo: era memoria, era cultura, era attenzione al mondo della scrittura ed alle novità editoriali (per vent’anni fu Responsabile dell’inserto “Tuttolibri” de “La Stampa”, era lo scrittore attento a quella freschezza della Letterautura dell’infanzia; “A-ulì-Ulè”, quel libricino che nel’72 ebbe un notevole successo con le storie di Crapa Pelata e Tonio Romito associate a geniali ed orecchiali filastrocche che strizzavano l’occhio al nonsense ed al limerik.

In Orengo, il giornalismo andava di pari passo con la Letteratura come molti scrittori della sua generazione, una generazione che non aveva conosciuto la guerra personalmente e che fanno dello “scrivere bene” il tratto distintivo del loro stile.  Lo scrittore colto immette anche nei suoi “quadri di vita” (riprendendo una descrizione del prof. Asor Rosa). Scrittori come Claudio Magris, Vincenzo Cerami, Antonio Tabucchi, Daniele Del Giudice, che in una narrativa libera ed inventiva cercavano la loro opera.

Per Orengo, torinese ma ligure di origine, la sua Liguria era un topos letterario;sovente  i suoi romanzi sono ambientati nella amata riviera di Ponente, La curva del latte e La guerra del basilico sono tra questi o  o nella  Langhe (Di viole e liquirizia). Uno scrittore anche politico e sociale; Ne “Gli spiccioli di Montale” affrontò il tema della speculazione edilizia rea di aver rovinato quelle zone, quella stessa speculazione che recentemente e’ tornata alle cronache dopo la scoperta di un inedito dello stesso poeta genovese ad opera della  professoressa Ida Duretto, docente di Letteratura italiana all’Università di Kyoto ed ex alunna della Scuola Normale Superiore di Pisa, che, nell’archivio del Centro Manoscritti (Università di Pavia) ha rinvenuto una poesia scritta dal poeta  nel 1975 – in cui il poeta futuro Premio Nobel si scaglia contro l’Hotel Fuenti, primo “ecomostro d’Italia”.

Il giornalismo di Nico Orengo era come la sua scrittura, elegante ed a tratti anche sfuggente. Memorabile rimane la sua intervista ad un altro scrittore perennemente legato alla Liguria (e, forse non sarà un caso, anche autore di un volume dedicato alla speculazione edilizia) quale Italo Calvino. In questa intervista televisiva risalente al 1979, la conversazione portata avanti da Orengo verso l’autore della trilogia “dei Nostri antenati” nell’anno della pubblicazione de “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e’ costituita da domande semplici, forse anche banali all’occhio di uno spettatore disattento e superficiale; “Che mestiere fai? “Come ti chiami” “Dove sei nato”? “Da bambino con che cosa e con chi giocavi?”, domande, al contrario, sagaci, profonde che costituirono terreno fertile per lo scrittore, come da suo stile che Orengo conosceva bene, per addentrarsi in percorsi di stile e di vita a lui tanto cari. Osservatore e defilato, Orengo era forse un insieme di tutti i suoi personaggi. Enigmatico ed a tratti inperscrutabile come la signora Waal, protagonista del suo libro pubblicato sempre per Einaudi in cui questa anziana olandese, vedova, racconta alle signore del Paese la sua vita che quasi si trascina mentre nel suo giardino si affollano storie su storie che non hanno bisogno, forse, di essere identificate. 

Recentemente, chiunque avesse desiderio di acculturarsi sull’opera di Nico Orengo può fare capo all’Università di Torino a Famiglia Orengo ha donato all’Università di Torino  dove tutto il patrimonio librario (quasi 7.000 volumi tra manoscritti, documenti, acquerelli e scritti artistici e per l’infanzia) ha costituito l’omonimo fondo del Centro studi “Guido Gozzano – Cesare Pavese ” a disposizione di studiosi ed appassionati.

“Si tratta di un archivio molto vasto – ha spiegato la Prof.ssa Mariarosa Masoero, del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino – considerata anche tutta la produzione dello scrittore: 20 romanzi, decine di raccolte di poesie, traduzioni, prefazioni, curatele e libri per l’infanzia. È un archivio molto composito che andrà tutto riordinato, condizionato in faldoni appositi, catalogato e messo infine a disposizione di studiosi e studenti, si pensa già da subito di portare avanti delle tesi di laurea magistrale e di dottorato”.

Stefano Pignataro  

Stefano Pignataro (Salerno, 25 Gennaio 1994). Diploma di maturità classica presso il Liceo “Torquato Tasso” di Salerno, Laurea triennale in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Salerno con una tesi sul confronto letterario e storico su Pier Paolo Pasolini. Laurea Magistrale in Filologia moderna presso lo stesso Ateneo con una tesi su Carlo Levi. Consigliere di Facoltà dell’Università degli studi di Salerno, Presidente del Consiglio degli studenti del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università degli studi di Salerno. Iscrizione all’Albo dei Giornalisti pubblicisti presso l’Ordine regionale dei Giornalisti della Campania ed editorialista alla cultura di diverse testate giornalistiche regionali e nazionali. Idoneità Dottorato di ricerca in studi Letterari Dipartimento di studi umanistici. Collaborazione riviste letterarie universitarie di italianistica. Docente di Letteratura italiana contemporanea.

Materia, mistero e realtà nella scrittura folgorante di Flannery O’ Connor, di Cristiana Buccarelli

‘’Se uno scrittore vale qualcosa’’, ha detto Flannery O’Connor, ‘’ciò che crea avrà la propria fonte in un reame assai più vasto di quello che la sua mente cosciente può abbracciare, e sarà sempre una sorpresa maggiore per lui di quanto non potrà mai esserlo per il suo lettore’’.

Secondo la grande scrittrice statunitense la narrativa e quindi lo scrivere delle storie riguarda tutto ciò che è umano, e noi siamo fatti di polvere, quindi se si disdegna di impolverarsi non si può realizzare sul serio una narrazione.

Ciò significa che ogni persona che scrive deve entrare liberamente dentro una storia e lasciarsi immergere nei chiaroscuri, nelle bellezze e nelle mostruosità umane: essere in questa posizione di libertà significa avere il coraggio di sporcarsi le mani, e questo avviene solo se si è capaci di porsi in ascolto della realtà di ciò che ci circonda.

A Flannery O’Connor era inoltre assolutamente chiaro che le emozioni non devono mai essere descritte ma suscitate. E così l’autrice, con la sua capacità di far percepire direttamente al lettore e con il suo realismo preciso, che verosimilmente subisce l’influenza di William Faulkner, ci trascina nell’America del Sud, nella Bible belt degli Stati Uniti, nella cosiddetta fascia della Bibbia, in cui soprattutto verso la metà del Novecento, la religione aveva un ruolo di primo piano. E in questo contesto l’autrice ci narra di personaggi colti in una loro realtà spesso inesorabile e brutale, a volte spinti da veri e propri automatismi; si tratta quasi sempre storie di decadenza, di case fatiscenti, di esseri umani deprivati, di paesaggi scarni e desolati. 

Per esempio nel bellissimo racconto La vita che salvi può essere la tua, all’interno della raccolta Il giorno del giudizio e altri racconti (Il sole 24 ore) si legge:

‘’Lo sguardo pallido e acuto del signor Shiflet aveva già passato in rivista tutto nel cortile – la pompa all’angolo della casa e il grosso fico sul quale tre o quattro galline si preparavano ad appollaiarsi per la notte – e si era spostato su un capanno dal quale spuntava la parte posteriore di un’automobile, quadrata e rugginosa. <<Le signore guidano?>> domandò, <<quella macchina non va da quindici anni >> rispose la vecchia, <<il giorno che mio marito è morto, ha smesso d’andare>>.

In questa storia Flannery O’Connor ci racconta una realtà nuda e cruda; il signor Shiftlet persuade una vecchia signora a sistemarlo nella sua stalla, a farlo dormire nella macchina che era stata di suo marito, a dargli in moglie la figlia ritardata, a dargli tutto ciò che ha e a  farli partire con la macchina che ha rimesso a posto per il viaggio di nozze… in realtà vuole esclusivamente impossessarsi della vecchia automobile e trova il modo di abbandonare la ragazza, ma il racconto non finisce qui.        

Un altro racconto della stessa raccolta che lascia, a mio avviso, un segno fortissimo è Incontro tardivo con il nemico, in cui ci sono i due personaggi del centenario generale Sash e di sua nipote Sally Poker Sash di sessantadue anni. Lui riesce a parlare solo di donne ed è una specie di essere umano mummificato dal tempo, lei è una donnetta noiosa e petulante, la quale aspetta solo di portare il vecchio agghindato per presenziare al suo diploma. Ma il giorno della festa, mentre il generale viene spinto in carrozzina da un nipote di Sally, verrà dimenticato sotto il sole da quest’ultimo per farsi una coca cola. In questa narrazione c’è tutto lo spirito sferzante e disincantato della O’ Connor nel descrivere alcuni aspetti della natura umana. 

’lui se ne infischiava totalmente del suo diploma ma non aveva mai dubitato che sarebbe vissuto fino ad allora. Era talmente abituato a vivere da non riuscire a concepire un’alternativa’’  

E infine: ‘’C’era un lungo dito di musica, nella testa del generale, e frugava in molti punti che erano parole, e vi lasciava cadere un po’ di luce, aiutandole a vivere. Le parole cominciarono ad avanzare verso di lui, e lui disse <<Che Dio vi fulmini, ve lo proibisco!>>’’   

C’è molto spesso nei racconti della O’Connor una realtà quasi agghiacciante ma sempre pervasa da un senso del mistero e di rivelazione di uno stato di grazia; infatti lei stessa ha sostenuto: ‘’Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero, naturalmente può darsi che lo riveli a sé stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche darsi che non riesca a rivelarlo nemmeno a sé stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza’’.

Infatti Flannery O’Connor aveva ben chiaro come i due elementi della materia e del mistero non siano per nulla in contrasto: è proprio attraverso il suo realismo puntuale che la scrittrice pervade le sue storie della dimensione del mistero e così chiede indirettamente ma maniera decisa una predisposizione nell’accogliere questo mistero, attraverso lo svelamento della parola. 

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Intervista ad Antonio Monda, di Francesco Neri

25 aprile 2024. Siamo a New York City e abbiamo incontrato Antonio Monda, scrittore, critico cinematografico, docente alla NYU ed ex direttore artistico della Festa del cinema di Roma.

                                                                                                       

Buongiorno Antonio e bentornato a New York. Tu sei arrivato in America e in particolare a New York circa trent’anni fa. Come mai hai scelto l’America e proprio New York come luogo in cui vivere? Cosa ti ha spinto e ti ha attratto qui?                                                                                   

Sono arrivato in America, a New York, trent’anni fa precisi: a marzo 1994. Era ed è un paese che mi è sempre piaciuto, mi ha attratto fin da quando ero piccolo.                                                                                                     

Le tue grandi passioni, Antonio, sono fondamentalmente due: la letteratura e il cinema: Le hai sempre avute fin da bambino oppure sono maturate in età più adulta, subito dopo l’adolescenza? Come sono nate?                                                                                                  

Ho sempre amato il cinema, in particolare quello americano, soprattutto quello della fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta. E di New York mi ha sempre affascinato il fatto che fosse la città più popolosa del mondo. Anche se oggi non lo è più, il fatto che fosse la capitale del mondo. In quel periodo, una trentina d’anni fa, stavo preparando un documentario su Isaac Singer e quindi letteratura e cinema sono passioni che ho sempre coltivato. Ho perso mio padre quando ero un ragazzino di quindici anni e l’amore per il cinema e per la letteratura nascono dall’amore che avevo per mio padre che mi portava spesso al cinema. Continuare a occuparmi di letteratura e di cinema è stato un modo per continuare a celebrare mio padre.                                                                                                              

Ho letto che all’università quando eri studente in Italia hai fatto giurisprudenza e non lettere o lettere con indirizzo storia del cinema. Eri destinato a una carriera da avvocato che però non amavi particolarmente e per la quale  non avevi la vocazione?                                              

All’università ho fatto giurisprudenza su consiglio di mia madre: mio padre faceva l’avvocato e quindi c’era lo studio avviato in famiglia. 

                                                    

Tre registi, non necessariamente italiani o italoamericani, che apprezzi molto e tre che non ami particolarmente.                    

La mia trilogia sicuramente è composta da Federico Fellini,  Charlie Chaplin e John Ford. Quelli che non amo molto sono  Jean Luc Godard, Michelangelo Antonioni e Alain Resanis. Invece i miei tre scrittori preferiti sono Isaac Singer, Ernest Hemingway e Jorge Louis Borges.         

Ti va di dirmi tre cose che ti piacciono dell’America e di New York?  

Dell’America e di New York mi piacciono soprattutto le cose che non ci sono in Italia e a Roma, il fatto che sia un set naturale: la sensazione per chiunque vi arrivi per la prima volta di conoscerla già. L’architettura e quindi i moltissimi grattacieli che non ci sono in Italia. E poi l’energia che pervade la città e che è sempre presente.                                                       

Il tuo ultimo romanzo Il numero è nulla è il nono romanzo di una saga – potremmo dire – composta da dieci volumi in ognuno dei quali tu hai raccontato l’America. Come ti è venuta l’idea di questo progetto? Possiamo dire che tutti questi dieci volumi poi alla fine compongono un unico grande volume sull’America con molte storie che si intrecciano?      

I miei dieci romanzi su New York e sull’America sono e compongono un unico grande romanzo come hai detto tu: un unico grande volume composto da dieci libri ognuno dei quali rappresenta un capitolo.                

In uno dei tuoi primi libri La magnifica illusione, Fazi 2003, che non manca nella mia biblioteca, ti soffermi, tra gli altri, su due film che hanno avuto molto successo ma che sono stati molto controversi e suscitarono molte polemiche quando uscirono: La passione di Cristo e Fahrenheit 9/11La passione di Cristo, di Mel Gibson 2004, dalla cui uscita in sala sono passati vent’anni, forse ancora oggi è l’opera religiosa sul grande schermo più controversa e più discussa che ci sia mai stata. Ricordo che Furio Colombo scrisse: “è un film pornografico che dovrebbe essere vietato ai bambini…che si segnala più alla storia della psichiatria che a quella del cinema…” Un film che fu definito da Furio Colombo oltrechè pornografico anche blasfemo. “Blasfemo soprattutto in questo: invece di lavare i peccati del mondo, in questo film la interminabile tortura di Cristo serve a elencare a una a una le colpe degli ebrei e la loro inevitabile condanna…”   Per quanto riguarda invece il film Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, uscito nel 2004, si tratta, forse, di una pellicola che ha cambiato il modo di fare cinema, almeno per quanto riguarda gli action movies nell’uso delle immagini, delle inserzioni, dei ralenti.                                                                                                    

Per quanto riguarda The Passion sicuramente bisogna dire che è costruito mettendo in evidenza la sola sofferenza fisica. Poi capisco la critica di Furio Colombo perché in effetti Mel Gibson dopo il film pronunciò frasi francamente antisemite. Per quanto riguarda Michael Moore bisogna dire che ha sempre avuto uno sguardo critico sulla società americana ed è sempre stato un regista provocatorio.                                                             

In questi giorni ci sono manifestazioni di studenti in tutte le università, anche alla Columbia University. A novembre ci saranno le elezioni per il Presidente. In genere gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti in queste circostanze prendono posizione e organizzano iniziative. Come si sono organizzate e quali iniziative stanno facendo “le voci del dissenso” – per usare un’espressione di Fiamma Arditi di qualche tempo fa in un suo libro Fazi – Le voci del dissenso – che in genere sono voci non allineate che raccontano un’altra America, quella creativa, desiderosa di pace e che cerca di combattere con l’arte e con l’impegno civile quello che una volta veniva definito l’imperialismo di molti suoi governanti?                                                 

Io credo che sia importante dare voce a qualunque tipo di dissenso, che si possa criticare senza problemi il governo di Benjamin Netanyahu, ma non accetto l’idea che dalla critica al governo Netanyahu si passi antisemitismo.                                                                                       

Grazie Antonio. Alla prossima!

                                                                                                  Francesco Neri

Francesco Neri è giornalista professionista dal 2002. Ha frequentato la scuola di giornalismo della Luiss di Roma. Ha lavorato come redattore per la casa editrice Editalia, per il quotidiano Il Manifesto, per Il Diario della settimana di Enrico Deaglio, per le pagine romane del quotidiano La Stampa, per l’agenzia Adnkronos. Collaboratore della rivista online Transizione.net. Docente a contratto presso l’università La Sapienza. E’ stato direttore responsabile del giornale POLIZIA E DEMOCRAZIA, versione cartacea e online. Ha lavorato e lavora per la RAI, Giornale radioUnomattinaBallaròLa Grande StoriaCaterpillar estate, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. E’ inoltre autore Rai, televisivo e radiofonico, e conduttore delle trasmissioni della Rai  Passioni  e  Vite che non sono la tua  in onda su Rai Radio Tre. Ha curato il volume Dal nostro inviato, uscito da Editori Riuniti e ristampato da Bulzoni. Ha firmato, insieme al magistrato Catello Maresca, il libro uscito da Garzanti  L’ultimo bunker, la storia della cattura del capo dei capi del clan dei Casalesi Michele Zagaria, successivamente raccontata in televisione dalla trasmissione  La tredicesima ora di Carlo Lucarelli e dalla fiction televisiva di Rai Uno Sotto copertura 2.

“Jeunesse d’amour”, di Roberto di Alicudi

‘ Jeunesse d’ amour ‘ nasce come chiusura di un cerchio. Devo, con la mente, ritornare molto indietro nel tempo, ad un me stesso bambino, per individuare il momento in cui la parola ‘ Isola’ divenne perno intorno a cui cominciò a girare la mia vita. Fu l’idea stessa di un luogo staccato dal mondo ad attrarmi, l’isola mi sembrò fin da subito non solo un luogo geografico denso di fascino ma anche un obiettivo di vita. Il perché di questo desiderio di fuga credo fosse dovuto sia ad un’infanzia assai infelice ma soprattutto alla romantica bellezza di Capri. Ci sono persone che restano folgorate davanti ad un Caravaggio e, da lì in poi, fanno dell’ Arte il loro campo di ricerca, altre che scoprono di amare le macchine con i motori potenti e diventano piloti o collezionisti di Ferrari, a me è successo di sentire una corrispondenza d’ animo con l’isola azzurra, con gli scogli circondati dal mare, con le navi in porto, le scalinate segrete, il rumore del proprio respiro mentre si arriva al mare.

Ecco quindi Capri e Alicudi, due luoghi che sembrano lontani ma che, invece, nascondono la stessa anima ombrosa, gemelli dizigoti uniti dall’ essere montagne marine, alternanza di abissi e pause di respiro.

È sull’isola azzurra che ho appreso il valore del silenzio, precisamente lungo via Tragara: ” leggi cosa c’è scritto qui: il silenzio e la pulizia sono indici di civiltà, rispettiamoli “, mi invitava a notare mia madre ogni qual volta diventavo troppo rumoroso. E funzionava. Da quelle passeggiate lungo una delle vie più affascinanti del mondo compresi che la bellezza merita rispetto ed il rispetto è spesso legato all’ ascolto e al silenzio. 

Da quel momento, il silenzio è diventato un valore centrale della mia esistenza ed è forse la caratteristica principale dell’isola che ho poi scelto come casa d’ elezione: Alicudi.  Questo è il percorso segnato da un filo azzurro di mare: Capri, Isole del tirreno, Alicudi. Un lungo peregrinare durato anni per cercare dove l’idea dell’ esilio potesse avere una moderna applicazione. E fu sempre da Capri che partì questo percorso, più precisamente dalle pagine di un libro che fu colpo di fulmine , ‘ L’ esule di Capri ‘ di Roger Peyrefitte. Fu la compianta Ausilia Veneruso a farmelo scoprire e fu sempre lei a presentarmi il sarcastico autore, con il quale intrecciai una delirante romantica corrispondenza. Il libro su Fersen aveva pagine complesse e una storia che mi affascinava non tanto per i suoi risvolti scandalosi ma soprattutto per la scelta: Fersen infatti sceglie, individua un angolo di mondo dove inventare una vita e quell’ angolo di mondo non poteva non essere un’isola e quell’ isola fu necessariamente Capri. 

Incontrai, alcuni anni dopo, Ausilia: ” finalmente! Sei tornato a Capri!” mi disse sorridendo

” Cara Ausilia, solo di passaggio. Ora la mia isola è Alicudi. Ti piacerebbe, ha la stessa anima drammatica ed anarchica di Capri “

” Deve essere bellissima, tu le isole le capisci da quando eri ragazzino. Però ricordati, questa (Capri) resta l’isola più isola di tutte.” E, come al solito, aveva ragione.

Ed ora questa mostra si propone come gioco di specchi, due isole a confronto, Donna Capra e Donna Ericusa, mineralogicamente diverse eppure unite da uno stesso sguardo enigmatico sul mondo. Entrambe sono luoghi estremi, verticali, montagne dove il mare è spesso uno sfondo sul quale si muovono sirene e poeti, pirati e amanti della solitudine. 

Mi sembra che la mia strada debba ripartire da queste rocce bianche, da questa realtà che guardo con occhi che la trasfigurano. Non vedo nulla di quello che mi circonda, colgo solo i particolari che riconosco, le tracce che non sono svanite.

Ma, del resto, a chi piace la realtà? A me no.

Roberto di Alicudi

Roberto di Alicudi

Jeunesse d’Amour

dipinti su vetro

a cura di Valentina Rippa

opening sabato 8 giugno alle 18.00

Villa Lysis |Fumeria d’oppio| Capri

in occasione dell’apertura della mostra è prevista la performance site specific della 

 Compagnia Virgilio Sieni 

Sabato 8 giugno 2024 inaugura a Capri nelle stanze della fumeria d’oppio di Villa Lysis la mostra personale dell’artista Roberto di Alicudi, a cura di Valentina Rippa. La vernice sarà accompagnata da una performance di danza site specific ideata dalla Compagnia Virgilio Sieni.

Un corpus di circa cinquanta opere divise in due nuclei tematici mettono in risalto la coerenza espressiva dell’artista, il suo interesse per il genius loci, inteso come anima dei luoghi, il mito, e l’amore incondizionato per le due isole: Capri e la Sicilia.  

Sebbene la mostra sia fortemente ispirata dalle suggestioni legate a Villa Lysis e alla vita del Barone e poeta Jacques d’ Adelsward Fersen, che scelse Capri per il suo esilio volontario da Parigi nel 1903, parte della mostra è altresì dedicata alle isole Eolie patria d’adozione per Roberto di Alicudi.

Tassello dopo tassello, prende forma un mosaico colorato in cui si intrecciano da un lato leggende e personaggi a metà tra il sacro e il profano strettamente legati alla tradizione eoliana e dall’altro gli aneddoti frivoli della mondanità caprese e i paesaggi iconici. Ritroviamo la marchesa Casati Stampa con il fidato leopardo e un pavone blu, il sadico De Sade, la temeraria principessa Pignatelli nel severo costume rosso cupo e altri viveurs dell’epoca. Matermania, i Faraglioni, la piazzetta con l’orologio, il bar Tiberio, Casa Malaparte, la grotta azzurra, Punta Tragara ed altri luoghi universalmente famosi che non potevano sfuggire alla virtuosità dell’artista.

 “Roberto di Alicudi – riportando le parole della curatrice – predilige una simbologia allusiva ed ironica, rifacendosi ad uno stile pittorico buffonesco, reinterpretato nel gesto e nel pensiero, con una grazia antica. In ogni sua opera si riconosce la cura, nel dettaglio, nella devozione per il Silenzio, a cui è dedicata un’intera parete delle sale espositive di Villa Lysis, nell’attenzione amorevole alla natura e alle sue creature. La sua è una rilettura originale e poetica del retaggio culturale di un luogo e dei suoi abitanti che restituisce un insieme di opere dall’estetica vivace e dall’anima nostalgica. Nostalgica come la tecnica minuziosa su vetro con cui realizza tutte le opere ispirandosi all’arte dei Pincisanti radicata nei borghi remoti e nelle piccole isole della Sicilia.”

I dipinti sono di piccole dimensioni, caratterizzati da un particolare uso della luce e del colore ad olio che viene steso su vetri originali d’epoca; anche le cornici utilizzate sono frutto di una attenta ricerca da brocante, pertanto una è diversa dall’altra.

Roberto di Alicudi – Contessa di Alicudi 

Felicemente napoletano, Roberto Longo in arte ‘ Contessa di Alicudi Schifanoja ‘ (@roberto_di_alicudi su IG) ha scelto Alicudi come casa e il Mediterraneo come inesauribile fonte d’ispirazione . Dopo la laurea in Storia dell’arte e il debutto come pittore alla Biennale d’arte di Filicudi nel 2017, ha esposto a Parigi presso la galleria 3M2 di Palais Royale, seguito poi dalla galleria Amanei di Salina fino alle ultime esposizioni a Palazzo Riso di Palermo e a Lecce in qualità di unico artista invitato dalla Fondazione Sylva nell’ ambito della manifestazione ‘ Artigianatod’Eccellenza ‘. Nel 2022 ha inaugurato una sua personale alla galleria Amanei di Salina con il titolo di ‘ Camurrìa‘ seguita dalla collaborazione con l’azienda dolciaria de Stefano. Nell’ Aprile 2023 ha organizzato a Palermo la sua mostra personale di dipinti su vetro intitolata ‘ Hotel Patria ‘, con un intervento coreutico della Compagnia Virgilio Sieni sul tema del Silenzio. Ha poi realizzato alcune opere utilizzate per manifesti cinematografici ( “La terra dentro” di Cosimo Terlizzi presentato al festival del cinema di Torino nel 2019 ) e per copertine di libri ( l’ultimo libro di Catena Fiorello ‘Amuri’ edito da Giunti editore, prossima uscita Stefania Aphel Barzini, ‘ L’ isola che mi amava ‘ ed Ponte delle Grazie ) e dischi ( ‘ La Comitiva ‘di Erlend Oye & la Comitiva ). Altra collaborazione importante è quella in via di commercializzazione con Massimo Alba, per la realizzazione di una serie di foulard.

Nel corso del tempo ha affinato ulteriormente la conoscenza della pittura su vetro, una tecnica pittorica estremamente complessa e poco diffusa ( già Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni definiva questa pittura “ scomparsa”) e alcune sue opere sono entrate in prestigiose collezioni private italiane ed estere.

La deriva letteraria di Milan Kundera e Bohumil Hrabal, di Antonio Corvino

Perché Milan Kundera se ne andò da Praga? E perché Bohumil Hrabal invece restò? Quale fu il discrimine, l’elemento scatenante? E qual è il rapporto di Praga e dei Praghesi con Kundera e con Hrabal oggi? Indifferenza? Amore? Rancore? Rabbia? E la letteratura, la poesia di Kundera e di Hrabal dove nascevano e dove si alimentavano?
Ho girato in lungo ed in largo Praga nel mio ultimo soggiorno. Sono andato in cerca dei luoghi di Kundera e dei luoghi di Hrabal.
Cercavo la magia, questa volta la magia della poesia, della letteratura e con essa anche qualche risposta a tutti quei quesiti.
E vi era ancora, latente dentro di me, un altro quesito che finalmente lasciai salire in superficie: perché tutto questo mio interesse per le storie contrapposte dei due scrittori? Non potevo fermarmi alla loro poetica? Al confronto dei loro paradigmi letterari e poetici? O meglio ancora non potevo accontentarmi di leggere le loro opere e gustarle fino in fondo come si fa quando ti trovi davanti ad un’opera d’arte? Goderla per il suo contenuto estetico, emozionale e amen?

Il murales di Hrabal


Il fatto é che Praga dissemina la sua magia ovunque: nell’aria che respiri, nelle guglie delle sue chiese, nelle Sinagoghe, nei vicoli di Staré Mesto, la vecchia città, quella raccolta tra il Ponte Carlo e la piazza dell’Orologio, in Mala Strana, la piccola città con il Castello e la Cattedrale, il vicolo degli alchimisti, nel muro dipinto dell’isola di Campa (Lennon Wall) e nella vena creativa dei suoi poeti e scrittori. Mi son fatto l’idea che questi ultimi traggano da quella magia la loro forza, la loro immaginazione.

Perché alla fine il mistero che ti avvolge a Praga e che respiri a pieni polmoni è la magia della dimensione primordiale dell’Umanità, i suoi valori ancestrali. Niente altro. Certo ogni poeta, ogni scrittore possiede una cifra letteraria, creativa, immaginifica che lo differenzia da tutti gli altri ma qui a Praga ciascuno alimenta quella cifra direttamente nella magia che rende unica questa città. E se te ne allontani quella magia la perdi e diventi qualcun altro.

É quello che successe a Milan Kundera allorché se ne andò o fuggì da Praga.
Cessò di essere un poeta ed uno scrittore legato alla magia, alla dimensione primordiale ed ancestrale di questa terra. Cessò di essere un poeta e scrittore praghese. Semplicemente.

Bohumil Hrabal si rifiutò di andarsene o di fuggire e restò immerso sino alla fine in quella magia. Perché tu puoi essere diverso da chiunque altro ma la magia in cui ti muovi é la stessa per tutti.

Tereze, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” a cui Milan Kundera affidò i sentimenti per la sua ormai ex città, la sente ancora, prepotentemente, la magia di Praga. Ella si sarebbe voltata una , due, dieci, cento volte a guardare Praga mentre si allontanava salendo lungo i viottoli della collina di Pettrin. La città le si mostrava, la chiamava, la inondava di tristezza e di nostalgia, avrebbe voluto trattenerla, ma sapeva che lei non si sarebbe fermata nonostante la guardasse e la invocasse come la più bella di tutte le città del mondo. Quel Romanzo scritto nel 1984 a nove anni dalla partenza o fuga da Praga è ancora intriso di bellezza primordiale, di emozioni e sentimenti che scavano nei valori ancestrali più profondi. Gli stessi che aleggiano, seppur violati, traditi e oscurati dal regime che nega persino, anzi prima di tutto, la libertà individuale, ne “Lo scherzo” il primo romanzo praghese di Kundera del 1967 per nulla apprezzato dall’onnipresente regime.
Poi via via la scrittura di Kundera si stacca dalla dimensione primordiale che dà vita alla magia della più bella città del mondo e diventa altra cosa. Diventa pensiero raffinato, diventa ricerca intima e razionale del proprio essere e divenire sino a sfociare nel pensiero disincantato seppure pervaso di quella stessa tristezza e malinconia di Tereze sulla collina di Pettrin.

Molte scelte, potendo disporre del sapere necessario o magari delle conoscenze, sensibilità acquisite strada facendo, forse non le avremmo fatte, comunque sarebbero state diverse, sembra confessare Kundera nel suo ultimo scritto francese “La festa dell’insignificanza”.

Ma è qui che si erge, in tutta la sua forza, la scelta di Bohumil Hrabal.
Perché Hrabal non fuggì, non scappò e preferì tenersi stretta la magia della sua terra, una magia che a sua volta si alimentava della volontà della gente letteralmente decisa a vivere nonostante tutto.
Certo Il panorama urbano che poteva osservare Bohumil era diverso rispetto a quello in cui era immerso Milan.
Il quartiere Liben in cui abitava Hrabal era un quartiere popolare dove giravano operai e contadini, uomini e donne alle prese con una quotidianità dura. Le case erano povere case, le piazze erano spiazzi invasi da erbacce, le trattorie erano poca cosa e a pranzo la gente andava in una specie di grande mensa allestita dal regime da cui si portava via qualcosa da mangiare frettolosamente. Il quartiere era in piano e nessuna guglia disegnava l’orizzonte e nemmeno il Castello vi compariva. Solo case basse e le ciminiere di qualche birrificio, i depositi dei rifiuti da mandare al macero compresi i libri non graditi al regime. E ovunque, in ogni istante, la necessità di strappare la vita lavorando in una fabbrica o un’altra, su un cantiere o un altro, cercando di coltivare alla meglio un pezzo di terra, qualche patata, qualche ciliegio o pero o melo. Praga non passava di meglio a Bohumil Hrabal quanto a condizioni di benessere materiale, ma gli consentiva di vivere in una dimensione comunitaria piena e totale fatta di solidarietà e compassione, di amicizia e sentimenti dove l’amore, quando scoppiava, era amore vero e durava una vita intera come il suo amore per la moglie Pipsi. E non è che Bohumil non se ne rendesse conto. Certo la fatica al termine della giornata lo sfiancava, come tutti. Certo trovava nelle birrerie il conforto a giornate piene di fatica. Ma egli si muoveva consapevole della sua condizione e di quella di tutta la gente che viveva lì. E sapeva che in quella gente vi era la fonte della sua poesia e della sua magica creatività ironica e sarcastica, malinconica e pugnace.
E scelse di non andarsene.
Perché egli sapeva di potersi e doversi specchiare in quella gente così come quella gente si specchiava in lui. Era un intellettuale Hrabal, aveva fatto l’università, la facoltà di giurisprudenza.
Non era nato da una famiglia borghese o aristocratica né tanto meno la sua famiglia si era riciclata nei quadri della nomenclatura del partito comunista.
Era nato per caso, frutto dei tentativi di una madre che provava a raddrizzare la vita che andava per conto suo, ossia male.
E aveva fatto un sacco di lavori, e tutti manuali, per raddrizzare anche la sua vita, ma sempre guardandola dritto negli occhi che poi erano gli occhi di quanti gli vivevano intorno e che dovevano andare avanti nel bene e nel male, lavorando, in un contesto difficile come poteva essere difficile il dopo guerra che aveva segnato la fine dell’impero austroungarico in quella che allora era la Cecoslovacchia e che egli brillantemente descrisse con sarcasmo ed ironia impareggiabili nel romanzo “Ho Servito il Re d’Inghilterra” da lui ambientato nello straordinario, elegante nelle sue fioriture liberty, ed esclusivo Hotel de Pariz, sempre a ridosso di Staré Mesto e dove chiunque può, come ho fatto io con la mia amica praghese Eva, estimatrice ella pure di Hrabal, andare, ancora
oggi, a fare colazione o prendere un aperitivo o pranzare a prezzi assolutamente normali.

L’Hotel de Paris a Praga

Poi era seguita l’occupazione nazista e la guerra e l’avvento del regime sovietico che per un ventennio, dal 1948 al 1968 avrebbe stretto in una morsa di silenzio il Paese intero concedendo privilegi a pochi e miseria intrisa di violenza a tutti gli altri. E lui decise di rimanere dove gli altri erano costretti a stare. Anche dopo la drammatica fine della primavera praghese del 1968 che riportò nuovamente il paese sotto il calcagno della dittatura sovietica.

Avrebbe potuto andar via. Certo che avrebbe potuto.
Hrabal era uno scrittore noto in patria ed all’estero.
Dal suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” era stato tratto un film con sceneggiatura da lui firmata che aveva vinto l’oscar come miglior film straniero, appena qualche anno prima, nel 1966.
In seguito capi di stato esteri, con il poeta e drammaturgo praghese Václav Havel, presidente della Cecoslovacchia finalmente libera, e Bill Clinton presidente degli Stati Uniti in visita a Praga lo vollero incontrare e si recarono addirittura a trovarlo nella birreria da lui frequentata, da “U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro).

“U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro)

Egli era il riflesso dell’anima praghese, l’interprete della sua magia. Colui che salvava il sapere dei libri mandati al macero dal regime e che perpetuava la dimensione primordiale ed i valori ancestrali dell’umanità violati dalla dittatura comunista praghese teleguidata dal Cremlino. Colui che salvava la magia di Praga e la custodiva per i tempi a venire.

A Praga tutti amano Hrabal.
Lo sentono come l’espressione del loro stesso essere.
Sono andato in giro, con la mia amica praghese Eva, per il suo quartiere, il quartiere periferico n. 8.
Della sua casa al n. 24 della via Liben é stata salvata la facciata insieme a quella di altre casette vicine, tutte trasformate in un murale di oltre duecento metri a lui dedicato, prima di far posto alla metropolitana.
Bohumil vi appare insieme ai suoi gatti, alla sua macchina da scrivere, con il suo viso da adolescente caparbio ed anche un po’ ingenuo, con il viso che gli ride mentre gli occhi scrutano tutto ciò che esiste intorno a lui.
Brani dei suoi romanzi sono riportati nelle intercapedini dei muri.
Tutto intorno non c’è più nulla, solo una enorme ed anonima piazza, ma lo spirito di Bohumil vi aleggia integro. E lo si incontra nel Teatro Pod Palmovkou e nelle trattorie del quartiere che spesso prendono il suo nome.
Nel vecchio mulino sulle sponde del vicino canale che confluisce nella Moldava,
trasformato di recente in centro culturale, ho visitato una mostra a lui dedicata. Un gruppo di artisti ungheresi l’ha organizzata per lui, a Praga, nel suo quartiere a due passi dalla sua vecchia casa.
Lo stesso amore non lo trovi per altri scrittori. Almeno a me non è capitato di intercettarlo.
Il centenario della nascita di Kafka è passato invano a Praga.
La casa natale di Kafka in Staré Mesto fu demolita per far posto ad un nuovo palazzo.
All’angolo di esso un piccolo busto ricorda il grande scrittore mentre una scultura sotto forma di spirale attorcigliata su stessa ne ricorda l’opera sulla vicina piazza. Scriveva in tedesco Kafka e questo lo ha escluso dalla magia praghese. Celebrato nel mondo qui é pressoché ignorato.

È la stessa sorte toccata a Mikan Kundera.
Anch’egli, una volta partito, smise di scrivere in ceco e prese a scrivere in francese. Oggi viene addirittura considerato uno scrittore francese.
Della magia praghese é rimasta la nostalgia ed il rimpianto forse nascosti dentro alla sua ultima opera “La festa dell’Insignificanza”.
Kundera partì da Praga nel 1975. Sette anni dopo la fine della primavera praghese stroncata violentemente dai carri armati sovietici.
Milan era un privilegiato, viveva nella Nuova Città, quella attaccata a Staré Mesto ed a Mala Strana con l’isola di Campa a due passi e la collina di Pettrin a far da sfondo. Il teatro dell’opera e la facoltà di lettere e cinema da lui frequentata in gioventù erano da quelle parti, lungo la Moldava. Anche l’elegante caffè Slavia era sulla stessa strada. Mi ci sono recato, con Marisa, la mia amica italiana trapiantata a Praga, grande estimatrice di Kundera. È grande il caffè Slavia. L’arredamento retrò ti rimanda piacevolmente indietro nel tempo. Il personale è gentile, i prodotti di qualità. Qui ci venivano gli intellettuali,
durante il regime comunista. Era una specie di zona franca, sempre che qualcuno non raccontasse alla polizia politica cosa si diceva lì dentro.
Alle pareti le foto di scrittori, musicisti, poeti, intellettuali.
È antico il caffè Slavia ed elegante. Di fronte il teatro dell’opera frequentato dalla famiglia Kundera.
Ci andava anche Kafka in quel caffè e pure Bohumil, ogni tanto, che ci incontrava i suoi colleghi compreso Milan.
Il regime comunista era stato lieve per la famiglia Kundera. Il padre era direttore del Conservatorio musicale e, si sa, l’appartenenza alla nomenclatura riservava privilegi tra i soviet ma imponeva anche obbedienza e totale allineamento.
Come Bohumil ed altri intellettuali, sarebbe potuto restare e vivere la vita di quanti erano rimasti. Certo il prezzo che il regime gli avrebbe imposto sarebbe stato caro. Magari avrebbe comportato anche l’impegno alla delazione per denunciare gli intellettuali ribelli.
Scelse di andarsene a Parigi.
E probabilmente il suo capolavoro “L’insostenibile leggerezza dell’essere” fu l’ultimo riflesso della magia di Praga che, allungatasi sino a lui attraverso la tristezza di Terese, è forse sopravvissuta in fondo al suo animo per scomparire allorquando egli tagliò definitivamente il cordone ombelicale rinunciando alla stessa sua lingua.
Sono stato al caffè Slavia per respirare l’atmosfera raffinata ed elegante cui era abituato Kundera e sono salito sulla collina di Pettrin in cerca di qualche segnale che evocasse il suo spirito senza tuttavia trovarlo.

Caffè Slavia

E mentre nel quartiere Liben ancora oggi tutti amano Hrabal così non è nella Nuova Città.

Quando lessi “L’insostenibile leggerezza dell’essere” mi innamorai di quel romanzo.
La fuga dello scrittore dalla dittatura comunista mi sembrò un’epopea degna di Odisseo.
La lotta di un uomo in nome e per conto dell’umanità intera.
Mi sbagliavo, quella era solo frutto di rievocazione, eco lontana di un mondo scomparso.
Era Hrabal e tutti gli intellettuali come lui rimasti nell’inferno comunista di una Praga tramortita ma non doma, che avevano assunto su di sé la fatica di vivere e custodire la magia.
E tuttavia l’eco di quella magia sopravvisse nella letteratura di Kundera, almeno mi illudo, sino a manifestarsi nella resipiscenza nostalgica de “La festa dell’insignificanza”.
Chissà, in essa, la riflessione dello scrittore forse fa il paio con la nostalgia di Terese che sulla collina di Pettrin proprio non riusciva a staccare gli occhi dalla più bella città del mondo.

Antonio Corvino*

* L’articolo è stato scritto dall’autore nel corso del recente soggiorno praghese ospite dell’Istituto Italiano di Cultura dove ha presentato il suo “Cammini a Sud”.

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.