Ricordo di Mauro Giancaspro nell’anniversario della scomparsa, di Giuliana Leone

Quando l’amica Bianca Miraglia del Giudice mi ha chiesto se volessi scrivere un breve ricordo di Mauro Giancaspro in occasione dell’anniversario della scomparsa, ho prontamente accolto l’invito: tante sono le immagini che mi sono immediatamente affiorate alla mente, inevitabilmente congiunte all’opera amorevole a lungo prestata per i papiri ercolanesi da Mauro Giancaspro nelle sue funzioni di Direttore della Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele III’ di Napoli, dove i preziosi rotoli sono conservati, ma anche indissolubilmente legate al mio indimenticabile Maestro Marcello Gigante, che dei papiri ercolanesi è stato definito “il Signore” indiscusso. 

Di Gigante, scomparso il 23 novembre del 2001, lo stesso Giancaspro ha scritto un commosso ricordo nel volume Contributi alla Storia della Officina dei Papiri Ercolanesi, 3, pubblicato nel 2003 a cura dell’amico Mario Capasso, per un beffardo destino anch’egli sottratto alla vita alla fine del 2023. Proprio con Mario Capasso Giancaspro, laureatosi in Lettere classiche, ricordava di avere condiviso «con trasporto» – cito le sue parole –, nel 1969, la frequenza delle affascinanti lezioni di Gigante nelle aule dell’Università di Napoli in via Mezzocannone 16: queste lezioni segnarono – come lo stesso Giancaspro riconosceva – «il nostro primo approccio con la figura e l’opera di Filodemo di Gadara» e con le «sensazionali acquisizioni consentite dalle scoperte sul circolo epicureo di Ercolano che lo studio dei papiri svolti aveva avviato». 

Il rapporto con Gigante aveva conosciuto una nuova fase a partire dal 1995, quando Giancaspro, dopo una brillante carriera di funzionario nella biblioteca Universitaria di Napoli prima e poi nella Biblioteca di Cosenza, era arrivato alla Direzione della Biblioteca Nazionale di Napoli: Gigante, che nel 1969 aveva fondato il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi – oggi a lui intitolato –, «da professore, il primo professore dell’Università, era diventato . . . un amico, premuroso e, all’occorrenza, severo nella cogestione del patrimonio dei papiri». Giancaspro ricordava che da allora il suo rapporto con Gigante fu «sempre intenso e coinvolgente, di grande intesa, non priva di momenti di contraddittorio, anche vivace»: infatti, non potevano non scontrarsi, da un lato, lo studioso appassionato che desiderava aprire al mondo la conoscenza dei papiri ercolanesi, scavalcando in qualche modo regole che frenavano, o quanto meno ritardavano, il progresso degli studi, e, dall’altro, il conservatore fedele al proprio spirito di servizio e suo malgrado vincolato dalle pastoie della burocrazia ministeriale, il quale lucidamente avvertiva «quanto sia coinvolgente e impegnativa la responsabilità enorme di essere custode di una importantissima memoria storica unica al mondo, come quella di antichi manoscritti e soprattutto dei papiri», in cui egli riconosceva «forse la più preziosa, importante e, perché no, emozionante» delle tante inestimabili collezioni della Biblioteca Nazionale. 

Io stessa ricordo bene come Gigante trovasse incomprensibili e irritanti gli indugi che Giancaspro inizialmente oppose al suo progetto di portare nell’Officina dei Papiri Ercolanesi una équipe americana della Brigham Young University di Provo, nello Utah, per applicare ai papiri ercolanesi la tecnica di riproduzione multispettrale digitale già sperimentata sui papiri carbonizzati di Petra. Infatti, dopo i primi esperimenti effettuati con successo nel marzo 1999, su sollecitazione di Gigante era stata predisposta una bozza di convenzione tra la Biblioteca Nazionale di Napoli e la Brigham Young University, che prevedeva l’applicazione della nuova tecnologia all’intera collezione ercolanese: tuttavia, nel 2000 l’équipe americana fu costretta a rimanere inattiva a Napoli per alcuni mesi a causa di vari problemi burocratici, e solo la nota tenacia di Marcello Gigante, unita allo spirito di fattiva collaborazione e alla pari determinazione di Mauro Giancaspro di risolvere quei problemi ineludibili, permise di arrivare, finalmente, alla firma della convenzione, che portò alla piena realizzazione del progetto nel 2002. Purtroppo, Gigante, scomparso da pochi mesi, non potette vederne la conclusione: ma, come ricordava ancora Giancaspro, «in qualche modo abbiamo aggirato la malevolenza del destino, nel presentare in biblioteca l’ultima realizzazione del processo di digitalizzazione lo stesso giorno in cui si è svolta la cerimonia di intitolazione … della nostra Officina dei Papiri» a Marcello Gigante. Era il 7 giugno 2002: si realizzava così una promessa che lo stesso Mauro Giancaspro aveva formulato con slancio all’indomani della morte di Gigante, raccogliendo il consenso unanime della comunità scientifica internazionale.

Da quel giorno, Mauro Giancaspro ha continuato a prodigarsi con energia e convinzione nel sostenere e spesso ospitare nelle più belle sale della Biblioteca Nazionale le iniziative promosse dal Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi ‘Marcello Gigante’, di cui faceva parte, a favore della valorizzazione e della fruizione della collezione ercolanese. Posso ricordare, tra le sue innumerevoli presentazioni o partecipazioni a eventi di rilievo, quella tenuta in occasione della prima proiezione del video Salvata dalla cenere, sulla biblioteca della Villa dei Papiri, tenuta nell’ottobre 2003 presso la Biblioteca Nazionale e ancora nel febbraio 2004 presso la Villa Ruggiero di Ercolano, nonché, nel gennaio del 2006, la presentazione del Catalogo Multimediale dei Papiri Ercolanesi Chartes, a cura di Gianluca Del Mastro, per il quale nutriva un particolare affetto; fu inoltre Giancaspro, come membro del Comitato scientifico, ad accompagnare a Madrid nel 2013, in occasione della grande mostra “Villa dei Papiri” ivi curata da Carlos García Gual e Nicola Oddati, cinque papiri ercolanesi destinati all’esposizione, tra cui, per la prima volta, un preziosissimo papiro della Retorica di Filodemo, il cosiddetto ‘papiro lungo’, l’unico che vanta una  lunghezza  di  circa tre metri.

Ma, soprattutto, Giancaspro ha avuto un ruolo di primo piano nel proseguire la strada aperta da Gigante verso la sperimentazione di nuove tecnologie applicate ai papiri ercolanesi, sia pure con le necessarie assicurazioni e cautele per la sicurezza dei materiali: penso alle immagini RTI dei nostri papiri realizzate nel 2014 da Kathryn Piquette in collaborazione con l’Università di Colonia; o, ancora, all’applicazione della tomografia a contrasto di fase su tre papiri ercolanesi conservati in Officina a Napoli, presso il Sincrotrone Europeo di Grenoble, nel febbraio 2016 – Giancaspro era da poco in quiescenza, ma era stato lui ad avviare e seguire la lunga procedura burocratica che aveva permesso il trasporto e l’esposizione ai raggi dei fragili papiri –. Sotto la sua Direzione, inoltre, negli anni 2010-2012 era stato avviato dalla Biblioteca Nazionale il progetto di digitalizzazione e di messa online dei preziosi disegni sette-ottocenteschi dei papiri ercolanesi custoditi in Officina insieme agli originali.

La cura e la preoccupazione di Mauro Giancaspro per i papiri ercolanesi non vennero meno dopo la fine del suo mandato di Direttore della Biblioteca Nazionale: nel 2022 egli unì la sua voce autorevole a quella di molti cittadini e degli stessi dipendenti della Biblioteca contro la proposta dell’allora Ministro della Cultura Franceschini di spostare la Biblioteca Nazionale a Palazzo Fuga, facendo presenti, tra i vari elementi a sfavore, proprio i rischi rovinosi di un trasloco di massa dei fragili papiri. 

Mi sia consentito, infine, un breve ricordo personale legato alla pubblicazione nel 2012 della mia edizione critica del II libro Sulla natura di Epicuro, restituito dai soli papiri ercolanesi: grande fu la soddisfazione allora espressa da Mauro Giancaspro, che pubblicamente, nel corso di un Consiglio del Centro tenutosi presso la Direzione in Biblioteca, elogiò il mio lavoro con parole che mi sono rimaste nel cuore. Grazie per questo e per tutto, Direttore. 

Giuliana Leone

Professore Ordinario di Papirologia

Università degli Studi di Napoli Federico II

Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi ‘Marcello Gigante’ 

Marguerite Yourcenar a Capri, di Cristiana Buccarelli

Nella mia ricerca costante di notizie sulla vita e sull’opera letteraria di Marguerite Yourcenar, ho avuto qualche tempo fa la fortuna di imbattermi nella preziosa ricostruzione di Dominique Gaborè-GuiselinAlla ricerca di Adriano – Marguerite Yourcenar in Italia e a Capri’ (Edizioni La Conchiglia 2014)che si riferisce in particolare alla permanenza della scrittrice per due anni a Capri tra il ’37 e il ’38, con la sua compagna di vita Grace Frick. Si tratta di un saggio in cui Gaboret-Guiselin richiama in maniera assai dettagliata le influenze italiane e capresi nell’opera letteraria della grande scrittrice. Il rapporto della Yourcenar con l’Italia è stato infatti intenso e continuo, dalla gioventù fino agli ultimi anni della sua vita e le influenze letterarie italiane sono evidenti in varie sue opere, non solo in ‘Memorie di Adriano’ per il quale sono noti i ripetuti ritorni dell’autrice a Tivoli a Villa Adriana, ma anche ne La moneta del sogno’ e in ‘Caprèe un’opera giovanile e forse poco conosciuta ispirata a Tiberio, e inoltre il romanzo ‘Il colpo di Grazia’ verrà scritto proprio in quei due anni di soggiorno a Capri.

<<Su di un’isola si ha la sensazione di trovarsi su uno spazio di frontiera, in bilico tra l’universo e il mondo umano>> dice l’a. e a parte le isole greche è in particolare Capri ad attrarla, la considera diversa, speciale, anche per essere stata la residenza imperiale dell’imperatore Tiberio. Vive sull’isola in una casa in affitto chiamata La Casarella; una piccola dimora situata alla fine di una impervia salita, lungo la strada che conduce poi alle rovine di Villa Iovis dell’imperatore Tiberio. Quindi si può immaginare quanto tempo possa aver trascorso tra quelle rovine ad ascoltare i racconti sulla storia di Tiberio, nutriti non solo dalla tradizione latina (come i testi di Svetonio) ma anche dall’immaginario popolare degli isolani. Il suo poema giovanile Caprèe, pubblicato per la prima volta sulla rivista francese ‘’Revue Bleue’’ nel ’29, quindi nove anni prima del soggiorno a Capri (dove però era già stata con il padre nei suoi viaggi giovanili), si apre con un confronto tra la conformazione particolare dell’isola e la scelta di solitudine volontaria dell’Imperatore.

’Sulla cima più alta del più remoto dei promontori / Prostrato dall’angoscia, il disgusto, il furore, le vittorie/ Avvoltoio imperiale, da lontano, alla ricerca del suo nido/ Tiberio ha voluto vivere là dove finisce la roccia/ In alto aprendosi il cielo, in basso allagandosi l’onda/ 

Durante i due anni sull’isola, esattamente tra il maggio e l’agosto del ’38, l’autrice ha invece la ferma intenzione di scrivere un romanzo, e realizza in tempi molto brevi alla Casarella, una prima stesura de Il colpo di Graziail quale tuttavia, come è noto, evoca un episodio di guerra civile in Curlandia tra il ’19 e il ’21 tra le forze armate tedesche e il regime bolscevico, con un dramma che si svolge tra tre personaggi, legati da vincoli di sangue, di amicizia e d’amore non corrisposto, ma non ci sono connessioni con personaggi o eventi italiani. Questo piccolo romanzo, che può considerarsi un capolavoro nel panorama della letteratura europea al pari di Opera al nero e di Memorie di Adriano, sarà concluso definitivamente in quella stessa estate a Sorrento, dove la scrittrice sarà costretta a spostarsi per qualche tempo per motivi di salute. 

C’è poi un altro lavoro narrativo giovanile della Yourcenar (di molto precedente alla sua permanenza a Capri), ed è La moneta del sogno;  quest’opera, forse troppo poco conosciuta, è totalmente ambientata in Italia, e a differenza delle sue più importanti opere successive in cui il proscenio è sempre di personaggi maschili, questi racconti sono tutti relativi a personaggi femminili: si tratta di un libro assolutamente politico, ambientato in epoca fascista e che rappresenta una sua critica molto forte a quello che sta avvenendo in Italia in quegli anni particolari con il trionfo di Mussolini.       

Ma viene da chiedersi e se lo chiede anche Gaboret- Guiselin che cosa spinga l’autrice a vivere due anni a Capri con la sua compagna Grace fra il ’37 e il ’38. Verosimilmente il fatto che l’isola, come scrive lo stesso Gaboret-Guiselin: <<in quegli anni era alla fine di un periodo che aveva registrato vani i tentativi del fascismo di normalizzare una ‘località’, che dagli inizi del Novecento, si era trasformata in una babele di culture, di lingue…ma anche in uno straordinario laboratorio politico culturale>>, anche se, aggiungerei, è molto probabile che Marguerite Yourcenar conducesse una vita appartata.

 <<Ho sempre amato le isole. Ho amato Egina e ho amato Capri che è assai meno turistica di quanto si pensi, quando la si vive in qualche angolo sperduto. Ogni isola è un microcosmo, un vero e proprio universo in miniatura>>, dice questa nostra grande scrittrice europea, a mio avviso una vera e propria stella polare nella letteratura dell’Occidente. 

Per ripercorrere in una forma assai originale il suo vissuto e la sua opera può essere interessante leggere anche un romanzo molto recente, mi riferisco a ‘Marguerite è stata qui’ di Eugenio Murrali (Neri Pozza 2023) che permette di entrare in punta dei piedi nel mondo di Marguerite.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Bohumil Hrabal? L’ho conosciuto ad Altilia, di Antonio Corvino

Avevo Conosciuto Bohumil Hrabal attraverso il suo romanzo “Ho servito il re d’Inghilterra” in cui un piccolo cameriere di un famoso hotel si trova ad attraversare, nella capitale dell’allora Cecoslovacchia, da spettatore prima e da protagonista poi, tutte le stagioni sociali e politiche che la  storia del primo novecento aveva in serbo per Praga. 

Dalla caotica eredità dell’Impero Austroungarico all’infatuazione capitalista, dalla repubblica nata dopo il primo conflitto mondiale all’occupazione nazista, dalla liberazione sovietica all’avvento del  regime comunista che dileguò le attese  di ogni ritorno liberal borghese.

Fu Felice Mortillaro, un economista che non aveva rinunciato ai piaceri della letteratura, nonostante la sua fede nello sviluppo capitalistico che non poteva  che venire dal meraviglioso incedere dell’industria metalmeccanica occidentale nel mondo, a parlarmi per primo di Bohumil Hrabal e del suo “Ho servito il re d’Inghilterra”.

Eravamo a pranzo ed allora anch’io ero schierato dalla parte industriale, sia pure senza il suo entusiasmo, anzi con più di qualche riserva per un mondo capitalistico che in Italia badava a capitalizzare relazioni, politiche e sociali, lecite o meno, più che investimenti ed innovazioni. 

Rimasi assai colpito da quel riferimento letterario in un contesto assolutamente refrattario che comportava l’ostracismo per tutto quanto non fosse oggetto di proficua, se non proprio tronfia, esibizione. 

Dal disinteresse dei commensali rimasti silenti e imbarazzati era evidente che a nessuno interessava nulla del Re d’Inghilterra e di Hrabal, a parte me. 

Corsi in libreria e mi divorai quel romanzo. 

L’ironia di Hrabal nel raccontare le  vicende storiche europee filtrate dallo sguardo di un piccolo cameriere che era diventato capitalista con la repubblica post bellica ed era tornato cameriere con il regime comunista era davvero  esilarante. E mi innamorai di Bohumil Hrabal o meglio del  suo cameriere che aveva servito il re d’Inghilterra e che  proprio non gli riusciva di andare in depressione nonostante umiliazioni e rovesci ne mettessero a dura prova la resistenza. Egli trovava comunque nella vita il piacere dell’esistenza. Nel sesso, nell’amicizia, nell’amore, nella lotta, nelle sfide, nel gioco a mettere a nudo i potenti, mai cedendo alla rassegnazione, alla depressione o alla lamentazione gratuita. 

Era davvero una grande metafora dello spirito di un popolo che resta libero e padrone del suo destino a dispetto della storia, di ogni storia.

E questa metafora la ritrovai in tutti i suoi libri, nessuno escluso.

Il mio interesse per Bohumil Hrabal si rinnovò, e questa volta per non venir mai più meno, allorché ebbi modo di conoscere Eva,  un’intellettuale praghese trapiantata in Italia, comunista convinta ma con il vizio insopprimibile dell’aspirazione alla libertà, lo stesso di Bohumil.

Fu lei a far tornare in superficie il mondo di Bohumil, allorché mi parlò di uno scrittore praghese controcorrente che non aveva mai voluto lasciare Praga nonostante le limitazioni cui egli era sottoposto dal regime che mal sopportava la sua indisciplina intellettuale e che difendeva la sua libertà facendo ogni tipo di lavoro manuale cui era costretto per vivere non essendo riconosciuto come scrittore di regime. 

“Stai parlando di  Bohumil Hrabal” le dissi, travolto da un rigurgito di emozioni emerse dalla mia antica lettura del Re d’Inghilterra e sollecitate dalla più recente lettura de “L’uragano di Novembre” in cui Hrabal, con un ragionamento pacato ma inflessibile che nasceva dal suo spirito profondamente ancorato alla dimensione primordiale della vita ed ai suoi valori ancestrali, affermava per sé il dovere di restare nel luogo dove la gente, il popolo, amici e conoscenti, colleghi di lavoro e familiari, erano costretti a rimanere non potendo beneficiare dei privilegi dell’intellettuale, chiamato e addirittura invocato dall’estero e volentieri lasciato partire dal regime.

Per parte mia io avevo fatto in tempo ad avvertire i profumi di libertà che arrivavano dalla primavera di Praga ed avevo avvertito anche i brucianti riverberi del rogo cui si immolò lo studente Jan  Palak su piazza San Venceslao per urlare il suo rifiuto alla normalizzazione sovietica.  

Era logico per gli europei dell’Occidente contrapposti agli Europei dell’Est, stare dalla parte di chi fuggiva, soprattutto se chi fuggiva era un mostro sacro della letteratura praghese come Mikan Kundera.

Kundera aveva raccontato  la sua fuga in uno con la sua nostalgia e l’amore per la terra lasciata, in quel monumento letterario dal titolo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Roba da lasciarci gli occhi ed il cervello insieme all’anima.

Poi lessi “L’uragano di Novembre” e rimasi fulminato dalla prosa, questa volta impastata di rabbia, di dolore e di fatica, di Bohumil Hrabal. 

Una prosa che poteva nascere solo da un profondo, insopprimibile, sentimento di appartenenza, che come un fiume impetuoso,  trovava origine nelle vette della dimensione primordiale e che si nutriva dei valori ancestrali radicati nelle viscere più profonde dei popoli oltre che degli individui. 

Per Hrabal partire significava ostruire quella sorgente, prosciugarne il flusso vitale e sancire il tradimento verso sé stessi, la propria terra ed il proprio popolo. 

Decidere di andare alla deriva senza alcuna possibilità di ritorno e lasciare anche che il tuo Paese vi andasse per suo conto.

Quell’intellettuale praghese che mi parlava di Praga e della sua nostalgia che teneva insieme, senza risolverle, le contraddizioni comuniste e l’amore per la libertà, mi riportò a Hrabal. 

Quelle contraddizioni andavano sciolte in casa, aveva sostenuto Hrabal, patendo l’emarginazione e la fatica di vivere se necessario e adoperando la propria vita perché ciò succedesse. 

Come dargli torto. 

Un gigante della letteratura del secondo novecento per me ed un testimone dei presupposti irrinunciabili dell’identità dell’Umanità in qualsiasi luogo del pianeta.

Bohumil Hrabal aveva lavorato come ferroviere all’epoca dell’occupazione nazista ed aveva insieme ai suoi colleghi sabotato i “Treni strettamente sorvegliati” diretti al fronte con armi e munizioni, come raccontò nel suo intenso libro da cui fu ricavata la sceneggiatura per un film che nel 1966 ad Hollywood vinse l’Oscar come miglio film straniero. In seguito aveva lavorato come addetto al macero dei libri di cui salvava  l’anima mandando a memoria dei frammenti di ciascuno volume che veniva  ridotto in inermi striscioline, come raccontò in quel piccolo capolavoro dal titolo “ Una solitudine troppo rumorosa” ed aveva lavorato nelle fabbriche di birra di Praga ed aveva bevuto quella birra presso la birreria “ Svoboda” parola che tradotta significa libertà, ed aveva continuato a coltivare patate e ogni altro ortaggio possibile nel suo orto, in un impegno etico e morale per affermare il suo essere salvaguardando, magari, anche qualche spicchio dell’anima degli altri.

E tutto questo non poteva essere barattato con l’espatrio.

Da ultimo avevo letto il suo romanzo “Le nozze in casa”. Una lunga storia dedicata all’amore della sua vita, la moglie troppo presto scomparsa, ed alla rievocazione del mondo in cui quell’amore era nato, tra la fatica e la gioia di vivere che animavano il tempo riempiendolo di allegria, di solidarietà, di gusto per l’esistenza, di appartenenza e identità che proprio nella forza della quotidianità trovava la sua ragione di essere. 

Hrabal era consapevole che quel mondo andava a morire. 

Moriva nella omologazione che sarebbe sopravvissuta al comunismo, nella fine della cultura e della civiltà della solidarietà che sopravviveva nelle campagne e nella gente di città legata al mondo del lavoro operaio e che rimaneva  strettamente legata a quanti la vita dovevano costruirsela e difenderla ogni santo giorno con l’aggravante di dover conservare in fondo al cuore anche il desiderio di essere liberi ed essere sé stessi. 

Ma Bohumil Hrabal aveva la certezza che non vi fosse salvezza al di fuori di quel mondo. Certo la deriva andava in direzione opposta. E non era questione di comunismo o capitalismo. Era la rinuncia al mondo primordiale, era la cancellazione dei valori ancestrali che stavano condannando il mondo verso il degrado ma egli era convinto che se il mondo avesse voluto salvarsi, se un giorno avesse  voluto tornare sui suoi passi era lì che doveva guardare. 

Come il suo cameriere che aveva servito il re d’Inghilterra ed aveva attraversato la storia senza mai perdere il gusto di ricominciare.

Per questo Bohumil non partì e all’indomani della fine della primavera praghese, del crollo di ogni speranza, rimase al suo posto. Perché bisognava ricominciare, aspettare il tempo per ricominciare. E questo vale per tutti i tempi e per tutti i luoghi,  per tutti gli individui  e tutti i popoli. A condizione che da qualche parte qualcuno mantenga viva la memoria da tirar su come una cima cui, seppur invisibili, sono legati, come reti copiose, i valori primordiali custoditi in fondo al mare o al cuore.

Questo pensiero mi invase allorché in un pomeriggio estivo di settembre di qualche anno fa, entrammo in Altilia, la città romana costruita sui luoghi, sui tratturi e sui ricoveri per le mandrie  e le  greggi dei Sanniti Pentri ormai sconfitti.

Eravamo partiti da Boiano, una delle antiche capitali dei Sanniti Pentri, senza fretta. Il tratto Boiano-Altilia non era particolarmente lungo e nemmeno duro. Avevamo camminato lungo i tratturi della transumanza ed avevamo attraversato un lungo falsopiano ricoperto di macchia mediterranea, di boschi e ricco di fonti. Avevamo incrociato famiglie di cinghiali ed in lontananza  qualche cerbiatto curioso. Poi il tratturo aveva preso a disegnare una curva assai ampia al termine della quale ci apparve, come un visione mitologica, una città cinta da mura rese leggiadre dall’opus reticulatum. 

In esse si  apriva una grande porta che aveva tutta l’aria  voler essere anche un arco di trionfo tanta era la grandiosa bellezza dei bassorilievi, delle iscrizioni e dei telamoni dalle fattezze di prigionieri germanici che la  ornavano. 

Era Altilia. 

La attraversammo con stupore e religioso silenzio. 

Oltre le mura si disponeva il tessuto urbano con i decumani ed i cardini, il teatro,  il foro e la   basilica, il mercato e le terme, le domus e le botteghe. 

Era una visione fuori dal tempo.

La attraversammo tutta, in preda ad un rapimento. 

Era deserta. 

In fondo al  decumano principale un’altra porta maestosa immetteva sull’antico tratturo della transumanza in direzione di Sepino, l’antico Saipinz sannitico, divenuto Saepinum con i Romani ed, oggi, rimasto un piccolo, delizioso, quanto spopolato, borgo sulle montagne del Matese, in Molise. 

A metà strada, in corrispondenza dell’incrocio con il cardine che intersecava il decumano, ci giunsero dei suoni e dei canti che arrivavano da Porta Tammaro, dal nome del fiume che segna l’intera vallata  intorno ad  Altilia.

Il 17 aprile Antonio Corvino sarà a Praga, all’Istituto Italiano di Cultura, per parlare del suo Cammini al Sud e di Bohumil Hrabal

Un organetto, di quelli che usavano i contadini intorno alle aie nei momenti di riposo o di festa, ed un tamburello, dettavano i ritmi e le melodie delle danze in cui erano impegnati uomini e donne, ragazzi e ragazze, bimbi e bimbe, lì riuniti per festeggiare un matrimonio.

Eravamo capitati nel bel mezzo di una festa popolare e familiare che magicamente era sopravvissuta alla debordante smania consumistica del villaggio globale che tutto aveva omologato ed appiattito, comprese le più intime espressioni di sé, un tempo legate alla vita stessa di uomini e donne, famiglie e comunità e gelosamente custodite proprio in quanto tali.

Per un miracolo imprevisto, ad Altilia, il tempo sembrava essersi fermato. 

La dimensione primordiale ed i valori ancestrali attraversavano l’anima di quella gente che danzava e festeggiava lì davanti a noi.

Ci sedemmo in un tavolo appartato e ci gustammo quello spicchio di  umanità sopravvissuta.

Fu in quel momento che mi venne in mente Bohumil Hrabal e presi a raccontare del suo libro “Le nozze in casa”. 

Antonio Corvino

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni. 

Lorenzo Marone: Sono tornato per te (Einaudi), di Bernardina Moriconi (foto di Ciro Orlandini)

Se mi fosse dato di descrivere  con una parola “Sono tornato per te”, l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone per Einaudi, quella parola sarebbe profondità: la profondità del bene e del male, della saggezza e della fede religiosa di quei semplici che nulla hanno degli umili manzoniani ma che pure comprendono e applicano nella prassi quotidiana, anche in modo inconsapevole, il messaggio di Cristo; e, ancora, la profondità degli affetti – domestici, amicali e soprattutto dell’amore -, la profondità della rabbia e della capacità di resistere e, grazie a questa, di continuare a esistere. 

Tutto questo mi pare, infatti, ottimamente rappresentato attraverso una narrazione ricca di eventi al punto che, come spiega lo stesso autore nella postilla conclusiva, l’opera sembrerebbe contenere  due romanzi scissi, a sé stanti, se non fosse per la brevissima introduzione, in cui incontriamo Cono Trezza, il protagonista, intento a tirare pugni e a schivare quelli dell’avversario in improvvisati e appassionanti incontri di boxe all’interno del Lager nazista in cui si trova prigioniero: una premessa che fa diventare tutta la successiva prima parte del romanzo una lunga analessi, attraverso la quale viene raccontata adolescenza e prima giovinezza di Cono in un paesino di poche case a ridosso del fiume Tanagro, nella zona del Vallo di Diano. Soprattutto, questa parte della narrazione ci mostra in fieri il formarsi di una salda coscienza nutrita di dignità e coraggio che gli derivano in primis dall’esempio domestico e presto anche dall’amore per Serenella, che sarà la motivazione forte a tornare, a non essere sopraffatto nell’inferno del campo in cui il giovane protagonista resta internato per un anno e più e che costituisce incandescente materia narrativa della seconda parte dell’opera.

Un romanzo quindi articolato e che si snoda su due piani tematici distanti eppure consequenziali. Nella parte iniziale lo scrittore napoletano ci trasporta in una realtà rurale e povera della seconda metà degli anni Trenta: un mondo che ricorderebbe un po’ il Verga novelliere, per quei soprannomi più significanti dei nomi di battesimo, per il contatto diretto, costante, a volte affettivo con le bestie che diventano parte della famiglia, per la ruvidità di una esistenza di ristrettezze e di fatica quotidiana subordinata ai cicli atmosferici e alla volontà dei padroni e anche per una certa ineluttabilità della sorte umana cui è difficile scampare: “la storia è un carnaio, a qualcuno va bene e a qualcuno va male, e di tutte le strade percorribili da quella sera Cono imboccò la più disgraziata”. Eppure, in Marone il rapporto con l’ambiente naturale del luogo -i campi, il fiume, l’intero paesaggio che avvolgi con lo sguardo – conserva un tratto se non bucolico certo rigenerante e vivificante, addirittura poetico se cogliamo i rimandi sparsi qui è lì al  Montale di “Meriggiare pallido e assorto”, al Cardarelli di “Autunno”, addirittura al Leopardi della “Quiete dopo la tempesta”:  il tutto, accentuato dal contrasto con la grigia realtà dei tempi in cui gli aspetti più truci del regime trovano modo di affermarsi anche in un piccolo centro di campagna apparentemente lontano dai grandi eventi storici che precipitavano vorticosamente verso la catastrofe.

Nello stesso tempo, proprio in forza di quella permessa iniziale, il lettore non può fare a meno di domandarsi cosa possa accadere al protagonista, quale successione di eventi di lì a poco lo renderanno un prigioniero costretto ad assistere e a sperimentare la ferocia degli aguzzini nazisti.

Ed è in questa successiva sezione del romanzo che Marone conferma una ormai pienamente matura capacità di padroneggiare la materia narrativa. Perché il racconto del viaggio nei treni piombati e quindi l’esistenza, ch’è poi una sopravvivenza, dei prigionieri nel campo tedesco implica per noi lettori l’inevitabile raffronto con le tante (ormai troppe) narrazioni letterarie e cinematografiche che ci parlano dei crimini nazisti. Eppure, giusto per restare nell’ambito letterario più recente, oltre – ma per altri aspetti – al romanzo “Che cosa c’è da ridere” di Federico Baccomo, mi sembra che pochissimi autori siano riusciti al pari di  Marone a trattare con tanta “medietas” argomenti cosi agghiaccianti, senza cedimenti retorici ma con un tratto di esemplare delicatezza e con la capacità di coinvolgere emotivamente il lettore grazie anche alla vividezza dei personaggi che l’autore ci fa incontrare e diventare via via familiari: ciascuno di essi col proprio bagaglio di ricordi rimpianti speranze illusioni e disillusioni ad accompagnarli nella nudità psichica e fisica con cui macerano quel poco di esistenza che giornalmente viene loro concessa dagli aguzzini: è questo il piccolo mondo di amicizie tenaci e disperate che ruota intorno a Cono. E, ancora una volta, è la profondità, questa volta degli affetti nuovi e imprevedibili, a farla da padrona e a fornire a Cono la forza,  di volontà più che fisica, di inventarsi pugile per sopravvivere e per riscattare con l’esultanza momentanea delle vittorie l’orgoglio dei sommersi. 

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Lorenzo Marone: Il bosco di là (Aboca), di Bernardina Moriconi

Con Il bosco di là, romanzo uscito nel 2021 per i tipi dell’Aboca,  Lorenzo Marone sembra aderire perfettamente al progetto editoriale di far raccontare a scrittori tra i più rappresentativi del panorama attuale una storia partendo dall’ambiente campestre e addirittura da un albero. Lo scrittore napoletano appare infatti a proprio agio nell’immergersi in un universo quasi naturalistico, dove a comunicare e a intessere relazioni sono animali, piante e agenti atmosferici, riprendendo quasi quel percorso di immersione nella natura, nei suoi misteri e nei suoi prodigi, avviato con il suo precedente romanzo La donna degli alberi (Feltrinelli).

Marone con gusto che sembra rimandare al Virgilio bucolico, per quella trasfigurazione dell’ambiente rurale in un luogo mitico e partecipe delle vicende umane, ci racconta una storia senza storia, come quella dei racconti mitologici e fiabeschi. Ma proprio come quelli, i fatti hanno spesso un’origine tutta terrena e umana. La storia del presente, cioè quella di Matteuccia, ormai vecchia e segnata nel corpo e nello spirito, si intreccia continuamente con le vicende che hanno attraversato la sua infanzia e la prima giovinezza: gli anni della guerra e della lotta partigiana, cui la ragazza  aveva dato il suo contributo con l’entusiasmo e l’ingenuità dell’adolescenza, quando la paura non la conosci e per questo più facilmente essa ti agguanta. Matteuccia porta con sé un segreto e un dolore profondo legato a quei tempi e che l’hanno allontanata dal consorzio umano del paese, il quale la considera pazza o stralunata anche per quel mutismo in cui si è chiusa. Il suo mondo di relazioni si è estinto con la morte dei suoi pochi e forti affetti familiari: il padre partigiano, la mamma e i nonni. Ora cerca conforto nel bosco che si trova oltre la valle, il bosco di là, appunto: e in quel breve avverbio di luogo c’è tutto il senso di distacco, separazione e incomprensione della gente pensante e parlante. E’ con le piante che la proteggono, gli animali che la ascoltano e i venti, ora gentili ora tempestosi, che l’accompagnano, che la vecchia Matteuccia intrattiene un dialogo intenso e misterioso. 

Marone con questo breve romanzo offre ai lettori un testo struggente e delicato, andando a scovare con gusto quasi alessandrino miti meno o poco noti, soffermandosi in particolare sul mondo delle ninfe boschive e acquatiche, svelandoci che nell’epoca del consumo rapido ed effimero di modi gusti finanche affetti, il mondo campestre ancora conserva tratti arcaici e durevoli  e che, trovando il suo cantore, anche la realtà attuale può essere narrata in forma di mito: basta allontanarsi di poco, nel bosco di là, e ascoltare le sue voci.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.