Theodor Kallifatides: “Madri e figli” (Voland, 2026, trad. Carmen Giorgetti Cima), di Dino Montanino

Tra ricordi, carciofi alla polita e kourambiedes

Madri e figli è un romanzo familiare scritto da Theodor Kallifatides nel 2024 e pubblicato in traduzione italiana da Voland nel gennaio del 2026.  Quando pensiamo alle saghe familiari ci vengono subito in mente opere corpose: I BuddenbrookMenzogna e sortilegio.

Madri e figli, al contrario, è un romanzo breve; eppure Kallifatides, in meno di duecento pagine, riesce a narrare le vicende della sua famiglia attraversando più di un secolo di storia. Il racconto è in prima persona, è un racconto autobiografico. All’età di sessantotto anni Theodor decide di andare ad Atene a trovare la madre novantaduenne. Il protagonista, scrittore affermato, vive in Svezia dai tempi dell’università, è sposato con una donna svedese e da poco è diventato nonno. La madre Antonia, vedova da molti anni, vive sola. Ad Atene è rimasto Stelios, il fratello maggiore di Theodor, che si occupa di lei.

Theodor decide di andare a trovare la madre perché vuole scrivere un libro su di lei. In passato ha scritto due libri sul padre, quando il padre era già morto. Ma Theodor non è più giovane e si rende conto che non può aspettare. “Ormai siamo vecchi tutti e due e il tempo comincia a stringere, se davvero voglio fare ciò che da tempo desidero fare: scrivere di lei. Non volevo scrivere di lei finché era in vita. Adesso però mi sembra di non avere altra scelta. La morte si avvicina per entrambi. E non si sa chi dei due morirà per primo. Devo scrivere di lei e tenere conto del fatto che lei lo leggerà”. E che libro sarà quello che Theodor intende scrivere? Sarà il libro di cui vi sto parlando e che ho letto tutto d’un fiato. Un libro nel quale, tra i tanti temi che lo abitano, affiora di continuo quello della scrittura e dello sguardo dello scrittore. Theodor vuole scrivere della madre ma è consapevole che sarà difficile tenere a bada il demone che avvolge ogni scrittore. Lo scrittore vuole “ricamare, divertirsi, abbellire o imbruttire, esagerare, fare di una gallina un fagiano e di un fagiano una gallina”. Sarà in grado di liberarsi dalla tentazione, connaturata in ogni scrittore, di fuggire dalla realtà? Forse potrà aiutarlo un manoscritto, il lungo testo autobiografico che il padre di Theodor ha scritto all’età di ottantadue anni. Non lo ha scritto per pubblicarlo ma unicamente a beneficio del figlio per conoscere “l’origine della nostra famiglia, vale a dire della famiglia Kallifatides”. Il manoscritto paterno, che Theodor ha portato con sé nel suo viaggio verso Atene, costituisce un elemento chiave di Madri e figli. Da un lato c’è il libro da scrivere sulla madre, il libro che nasce dal breve soggiorno ad Atene a casa di lei, il breve romanzo familiare denso di ricordi, di riflessioni, di emozioni quotidiane; dall’altro il libro già scritto dal padre, di cui Kallifatides ci consente di leggere molte pagine. L’incrocio di questi due scritti, il “libro scritto” e il “libro da scrivere”, generano una struttura narrativa labirintica, apparentemente disorganica e caleidoscopica che, lentamente, trova un suo ordine e ci consente di conoscere a fondo le tormentate, e a tratti rocambolesche, vicende che segnano la storia della famiglia Kallifatides.    

La storia del padre di Theodor è la storia di un uomo che nasce in una famiglia greca che vive in un villaggio vicino a Trebisonda, sul Mar Nero. Molti greci, al tempo dell’Impero ottomano, vivevano nelle regioni dell’attuale Turchia e furono costretti, come avviene per la famiglia Kallifatides, a riparare in Grecia a seguito degli accadimenti che portano alla disgregazione dell’Impero e alla nascita della Turchia moderna. Il padre di Theodor avrà due mogli e tre figli e la sua vita sarà segnata dai tragici eventi della Storia: Grande guerra, esodo dei greci dalla Turchia, Seconda guerra mondiale e invasione italo-tedesca della Grecia, guerra civile greca, dittatura dei colonnelli, ritorno alla democrazia. La vita che ci viene raccontata è una vita di perenne resistenza, è la storia di un uomo probo, che ha dedicato la sua esistenza al mestiere di insegnante, all’educazione dei figli, all’amore per la famiglia. E noi lettori, seguendo le vicende presenti nel manoscritto e ribadite dai racconti della madre di Theodor, abbiamo l’opportunità di conoscere aspetti della storia greca sconosciuti o poco noti. Continuo a pensare, ma forse è una mia ossessione, che uno dei grandi meriti della letteratura sia proprio l’opportunità di venire a contatto con la Storia attraverso le vicissitudini, individuali o collettive, di personaggi che sono costretti a scontrarsi con eventi che travolgeranno la loro esistenza. Una Storia che da racconto specialistico, analisi dettagliata, attenta individuazione di nessi di casualità, diventa esperienza quotidiana, tragico confronto con qualcosa di più grande di noi che, molto spesso, non avremmo mai voluto incontrare. Il padre di Theodor è una vittima della Storia; deve orientare tutta la sua vita a resistere senza mai rinunciare alla sua integrità etica. Una vita condivisa per più di cinquant’anni con Antonia, la sua seconda moglie molto più giovane di lui che nel romanzo, sin dalle prime pagine, assume il ruolo indiscusso di protagonista.

Theodor si tratterrà a casa della madre per sette giorni. Un soggiorno caratterizzato dalla malinconica convinzione che potrebbe essere il loro ultimo incontro. Giorni pieni di ricordi condivisi e di zone d’ombra da rivelare. Giorni segnati dal bisogno di Antonia di cucinare per il figlio. 

Partiamo dai ricordi. Nella casa ritrovata, quando resta solo sul divano letto, Theodor ritrova suo padre, ha la sensazione di sentirlo, di vederlo. Si convince “che non siamo noi a scegliere i nostri ricordi, ma sono loro a scegliere noi”. Vuole “essere” i suoi ricordi. E i continui dialoghi con la madre accavallano storie su storie che si aggrovigliano nei meandri della memoria familiare. E il racconto di quei dialoghi diventa la cornice narrativa per dare spazio al bisogno di Theodor di ritrovare il tempo perduto con l’avidità tipica dello scrittore. La madre asseconda il desiderio del figlio e diventa una sorta di anziana Sherazade, una affabulatrice che, con i suoi racconti orali, fa da contrappunto alla narrazione scritta del padre di Theodor. Una affabulatrice che non esita a intrecciare il bisogno di evocare i ricordi con il desiderio di vestire i panni della pensatrice in grado di dispensare riflessioni profonde. “Diventare anziani è avere troppo poco da fare e troppo da ricordare”. “Prima eravamo affamati e adesso siamo costipati. Eravamo magri e adesso siamo grassi. Lavoravamo molto e adesso siamo pigri. Amavamo le nostre famiglie e adesso amiamo noi stessi. Fortuna che sono così vecchia! Così non farò in tempo a vedere troppe altre follie”. 

Ma Antonia non è solo un’affascinante affabulatrice-filosofa innamorata dei ricordi che desidera a tutti i costi evocare. Antonia è una cuoca raffinata che, nei sette giorni che scandiscono il tempo del racconto, ritrova il suo ruolo di madre desiderosa di accudire il figlio riproponendo sapori che, in terra di Svezia, Theodor ha inevitabilmente smarrito. Il romanzo, tra le altre suggestioni, ci offre un repertorio succulento di preparazioni gastronomiche, una piccola enciclopedia della cucina greca, quella vera, quella quotidiana che, quando ci capita di andare in Grecia come turisti, difficilmente possiamo incontrare. Si comincia dal capretto al forno, un piatto che Theodor, da bambino, faceva fatica a mangiare. Ma questa volta il capretto è celestiale perché la carne è “croccante fuori e morbida dentro, senza la minima traccia dell’odore un po’ acre che ha di solito la carne di capra”. Come ha fatto Antonia a raggiungere un risultato simile? “Strofino la carne con mezzo limone. Quindi ci verso sopra il succo, ma lo faccio penetrare strofinando”. Dopo pranzo, una lunga riflessione sul caffè. Il tipo di caffè “che i greci chiamano greco e i turchi turco”. Prepararlo è un’arte e le numerose varianti, dolce, molto dolce, medio, forte senza zucchero…, raccontano tanto sul carattere della persona che lo beve. Sarà Theodor a preparare il caffè per la madre, l’unica incombenza domestica che la madre concede al figlio perché “preparare il caffè per qualcuno non fa parte delle incombenze domestiche ma delle leggi non scritte della premura e del calore, dell’intimità e della vicinanza. Tazzine di caffè al posto di abbracci, molto semplicemente”. 

Il secondo giorno è caratterizzato dalla preparazione dei “carciofi alla polita”. Neanche la madre è in grado di spiegare cosa significhi “alla polita” ma sa come preparare quella pietanza, “soprattutto sa come mescolare uova e limone in modo che ne risulti un gusto armonioso nel quale non spicchino né il limone né l’uovo, ma proprio la loro combinazione”. La ricetta dei carciofi è l’occasione per una piccola lezione di cucina sulle diverse modalità di cottura dei cibi. “Le verdure devono cuocere brevemente a fuoco vivo, la carne a lungo e a fuoco dolce, il pesce non deve cuocere ma restare solo immerso per alcuni minuti in acqua bollente salata”. Theodor vorrebbe annotare sul suo taccuino i suggerimenti della madre e Antonia, immediatamente, capisce le intenzioni del figlio: vuole scrivere un libro su di lei. Lo faccia pure, basta che non ci siano sesso e imprecazioni… Lei ha un’idea precisa della cucina: la cosa più importante è “amare le persone per cui si cucina”. E poi bisogna “danzare per la pentola. I cuochi infelici sono la causa più comune del cibo cattivo”. Anche nel suo ruolo di cuoca Antonia non può fare a meno di confermare il suo bisogno di costruire suggestive massime filosofiche. 

Il terzo giorno fanno la loro apparizione le polpette di carne e una torta di spinaci. “Mamma compone le sue torte salate come se fossero dei dolci sontuosi. Diversi strati di ripieno: feta, riso, prezzemolo, cipolla, e dosi massicce di olio d’oliva. Alla fine ne risulta una torta che di scioglie in bocca”.

Il quarto giorno Antonia prepara due pesci al forno che ha portato il figlio maggiore. Resta anche lui a pranzo.

Il quinto giorno Theodor, Antonia e tutta la famiglia del fratello vanno a mangiare al ristorante. La cena è l’occasione per assaggiare tzatziki, insalata di melanzane, uova di pesce, tortini di formaggio, olive, feta e spicchi di patate fritte. E poi capretto alla griglia. E poi ricordi che, lentamente, orientano la conversazione in direzione degli anni bui della dittatura dei colonnelli.

Il sesto è dedicato ai kourambiedes, dolcetti alle mandorle che verranno preparati affinché Theodor possa portarli in Svezia. La preparazione è lunga e accurata e, al termine delle operazioni, l’appartamento “era pervaso di un profumo delizioso”. 

Il cibo, le pietanze, i dolci che Antonia prepara per il figlio sono costantemente incrociate con i ricordi passati spesso poco felici. La necessità di nutrire le persone che si amano non può non essere connessa alla memoria della fame patita negli anni della Seconda guerra mondiale e poi della guerra civile; la dolcezza e il profumo dei kourambiedes non può essere scisso dalle pagine del memoriale paterno nelle quali si racconta delle torture subite quando era prigioniero dei tedeschi. E, nonostante quel memoriale, restano tanti dubbi sulla vita di un uomo che, anche dopo la guerra, continua a essere perseguitato dai fascisti. Perché? Era davvero stato comunista come sostenevano i suoi nemici? “Quei segreti lo seguirono nella tomba e non avrebbero comunque potuto spiegare l’odio selvaggio che avvelenò gli anni che gli rimanevano”. Di quel tempo Theodor ricorda il viaggio a bordo di un caicco quando, in compagnia del nonno materno, viaggiava verso Atene dove la famiglia si era rifugiata per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti. Il mare era burrascoso e tutti vomitavano. Poi “dopo una lunga notte raggiungemmo l’isola di Poros, dove per la prima volta nella mia vita assaggiai lo yogurt con il miele. È da allora che cerco invano di ritrovare quel gusto”. Ricordi e sapori: la chiave narrativa di questo romanzo   

Arriva il settimo giorno, quello della partenza e dell’addio. In macchina, mentre vanno all’aeroporto, il fratello Stelios dice: “Siamo fortunati ad averla” riferendosi alla madre. E Theodor pensa che sia vero e gli torna in mente una frase che sua madre ha pronunciato sul balcone poco prima del loro addio. “Una frase che non trascriverò adesso. Non sarà la fine di questo libro, ma l’inizio del prossimo. È questo che vuol dire, avere una madre. Si porta sempre con sé un inizio”.           

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

L’autore sul lettino: Leonardo Mendolicchio per “Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità” (Mondadori, 2026), di Rita Mele

L’AUTORE SUL LETTINO

Sostare tra le parole.

Esistono libri che leggiamo per trovare conferme e libri che, invece, agiscono come atti analitici: ci pongono domande che non sapevamo di avere. La rubrica de Il Randagio nasce per accogliere gli Autori con le loro opere su un metaforico ‘lettino analitico’ in uno spazio di sospensione e ascolto. Non una recensione quella che proponiamo ai nostri lettori, ma una scansione: un modo per guardare tra le righe, oltre la trama.

Cercando cosa?

Vogliamo rintracciare il desiderio che pulsa sulla pagina, nella scrittura dell’autore. Un libro, per noi, non è un oggetto inerte ma un corpo vivo. Sotto la superficie della carta e l’eleganza della forma, batte la spinta vitale che ha portato l’autore a scrivere: quel misto di urgenza, paura e speranza che spesso sfugge persino a chi tiene la penna in mano o usa la tastiera. Noi de Il Randagio cerchiamo quel battito, il punto in cui la scrittura smette di essere mestiere e diventa ‘esserci’, ‘raccontarsi’.

In questo spazio randagio, l’Autore non viene per spiegare, ma per testimoniare. Lo invitiamo ad accomodarsi e a rallentare, lasciando che le parole emergano con il loro peso autentico. A seconda del libro e dell’autore che presenteremo, cambieremo la lente della nostra indagine — oggi cominciamo col prendere in prestito quella di Lacan, domani ricorreremo a quella Freud, poi di Jung e via così — perché ogni verità raccontata richiede lo strumento di analisi più appropriato.

L’AUTORE

Leonardo Mendolicchio è medico psichiatra e psicoanalista di orientamento lacaniano. Membro della Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP) e della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi (SLP), è attualmente Direttore dell’Unità Operativa Complessa per la Riabilitazione dei DCA presso l’Istituto Auxologico Italiano di Piancavallo. Noto al grande pubblico per la sua partecipazione alla docuserie di Rai3 Fame d’amore, ha saputo portare la profondità del pensiero analitico nel cuore del dibattito sociale contemporaneo.

Percorso Bibliografico:

La produzione di Mendolicchio traccia un movimento preciso: parte dall’indagine sull’Amore e sul Corpo per approdare oggi alla questione della Legge e della Parola. Sposta cioè il focus dalla cura del “guasto” fisico alla ricostruzione del legame simbolico: indagare come il limite posto dalle figure genitoriali (la Legge) permetta al figlio di smettere di subire il proprio corpo e iniziare finalmente ad abitare il proprio desiderio.

  1. Il resto dell’amore (2010)
  2. Bisogna pur mangiare (2017)
  3. Prima di aprire bocca (2018)
  4. Il peso dell’amore (2021)
  5. Nella tana del coniglio. Quando la lotta con il cibo diventa un’ossessione (2023)
  6. Fragili. I nostri figli, generazione tradita (2023)
  7. L’amore è un sintomo (2024)

Perché abbiamo scelto di ricevere sul nostro lettino Leonardo Mendolicchio:

In questa prima scansione della nostra rubrica ‘L’Autore sul lettino’ analizziamo l’opera n. 8, Diventerai uomoCrescere un figlio oltre il mito della virilità (Mondadori, 2026). È il libro della maturità clinica e paterna, dove lo sguardo si sposta dal corpo sintomatico alla parola che fonda l’identità dell’individuo. Qui l’autore interroga la possibilità di una ricostruzione, cercando nel rapporto tra padri e figli quella bussola simbolica che sembra essersi smarrita nel caos della contemporaneità.

Seduta n. 1: Leonardo Mendolicchio

Il caso: DIVENTERAI UOMO

L’atmosfera di oggi: L’ascolto del limite e della legge sotto la lente Lacaniana

Si accomodi.

Lasciamo fuori il rumore delle presentazioni ufficiali e della saggistica clinica. 

Partiamo da un titolo che è un’ingiunzione, ma che è insieme una promessa e un confine: Diventerai uomo.

Sostiamo un momento tra queste parole. Come unica regola, la invitiamo a dire tutto ciò che le passa per la testa in libera associazione con le nostre domande suggestive, lasciando emergere il ‘discorso profondo’ che percorre la sua nuova prova di scrittura.

I. Il Tempo del Vedere: Il “No” che fonda l’uomo

In ottica lacaniana, la funzione del padre è quella di introdurre un “No” necessario, quella Legge che separa il figlio dalla simbiosi totale per proiettarlo nel mondo del linguaggio. Dicendo a un ragazzo “Diventerai uomo”, non si corre il rischio di offrirgli un comando del Super-io, una corazza per coprire un vuoto che invece andrebbe abitato? Diventare uomini oggi significa imparare a obbedire a una legge o avere il coraggio di tradirla per incontrare sé stessi?

Mendolicchio:

Il titolo Diventerai uomo può sembrare un’imposizione, quasi una formula scolpita su una lapide o su una targa appesa in salotto accanto alla foto del nonno in divisa. In realtà, se lo si guarda bene, è una frase fragile. È al futuro. Non dice “Sei un uomo”, ma “Diventerai”. E il futuro, si sa, è sempre un po’ tremolante. Quando parlo del “No” paterno, non penso a un padre con il sopracciglio alzato e la cintura pronta — quella è caricatura pedagogica, non funzione simbolica. Il “No” lacaniano non è una punizione morale, è un atto di separazione. È ciò che permette al figlio di non restare incollato al desiderio materno come una figurina mal attaccata. Oggi però accade qualcosa di curioso: abbiamo meno Legge e più Super-io. Meno parola che orienta e più comando invisibile che incalza. Non c’è più il padre che dice “Non puoi”, ma c’è l’algoritmo che sussurra “Devi essere perfetto, performante, desiderabile, possibilmente addominali compresi”. Allora il rischio non è che “Diventerai uomo” sia troppo severo. Il rischio è che sia l’unica frase che ancora prova a indicare un orizzonte in un mondo dove tutti ti chiedono di essere tutto, subito e senza crepe. Diventare uomini, oggi, significa accettare che non saremo mai tutto. E sembra poco sexy, lo so. Ma è strutturalmente liberatorio.

II. Il desiderio della Madre e l’ombra del “femminile”

Nella clinica lacaniana, la Madre è il primo Altro, il luogo dove il bambino cerca il segno del proprio valore. Crescere davvero significa però scoprire che la Madre non è “tutta” per il figlio, che lei ha un desiderio che punta altrove. In un’epoca in cui la fragilità maschile è così esposta, come può una madre oggi sostenere la crescita di un figlio maschio senza castrarne l’aggressività vitale, ma aiutandolo a trasformarla in forza creativa?

Mendolicchio:

Quando parliamo della madre, dobbiamo stare attenti: non è un individuo in carne e ossa con grembiule e senso di colpa incorporato. È una funzione. È il primo specchio in cui il bambino cerca di capire se esiste davvero o se è solo un accessorio del soggiorno. Il problema non nasce dall’amore materno, ma dalla sua eventuale totalità. Se la madre è “tutta” per il figlio, il figlio rischia di non trovare mai un altrove. E senza altrove non c’è desiderio, c’è solo simbiosi. Che poeticamente suona bene, ma clinicamente produce disastri. In un’epoca in cui la fragilità maschile viene esibita, discussa, analizzata, medicalizzata e talvolta anche spettacolarizzata, il punto non è “rendere i maschi più forti” o “più sensibili”. Il punto è permettere loro di attraversare la separazione senza viverla come una mutilazione. L’aggressività, ad esempio, non è il demonio né la soluzione. È energia. Senza parola diventa violenza. Con la parola può diventare iniziativa, creatività, capacità di costruire. Il problema non è che i ragazzi sentano pulsioni. Il problema è che spesso non hanno un linguaggio per abitarle. E qui la madre non deve castrare né idolatrare. Deve accettare che il figlio non le appartiene. E credimi, questa è la vera rivoluzione silenziosa.

III. Il Tempo del Comprendere: La violenza come fallimento del Simbolico

Sostiamo ora su una parola dura: violenza. Assistiamo a un’aggressività maschile che sembra un urlo senza sintassi. Se il “No” del Padre è evaporato, il vuoto non è stato riempito dalla libertà, ma da un’onnipotenza fragile. La violenza verso le donne è forse il segno che noi adulti abbiamo fallito nel trasmettere che essere uomini significa, prima di tutto, accettare di non poter possedere l’Altro? Che la virilità non è dominio, ma accettazione della propria “mancanza”?

Mendolicchio:

Quando assistiamo a episodi di violenza maschile, la tentazione è sempre quella di cercare una spiegazione rapida: cultura patriarcale, repressione emotiva, testosterone impazzito. Tutto vero, in parte. Ma rischiamo di fermarci alla superficie. La violenza è spesso il segno di un’incapacità di tollerare la mancanza. Un ragazzo che non accetta il rifiuto non è un tiranno in miniatura: è qualcuno che non ha mai imparato che l’Altro non è un oggetto a disposizione. Se il “No” paterno evapora, non nasce la libertà. Nasce l’onnipotenza fragile. E l’onnipotenza fragile è pericolosa: perché basta un rifiuto, un “non ti amo più”, un “non ti voglio”, per far crollare l’intero edificio narcisistico. Essere uomini — parola pericolosa, lo so — non significa dominare, ma sopportare di non possedere. Accettare che l’Altro abbia un desiderio che non coincide con il nostro. E questo, nel tempo dell’iperconsumo

IV. Il Tempo del Concludere: L’uomo come resto incalcolabile

Spesso i ragazzi che incontra cercano il “niente” per sfuggire a una società che li vuole sempre pieni e performanti. Arrivati all’ultima pagina del percorso che propone, cosa resta a quel figlio? Una rassicurante mappa su come stare al mondo o il coraggio di accettare che essere uomini significa essere, fondamentalmente, irrisolti? E cosa trovano i padri e le madri nel suo libro che possa divenire, da subito, attrezzo per crescere il proprio figlio?

Mendolicchio:

Molti ragazzi oggi oscillano tra il tutto e il niente. O performano fino allo sfinimento o si ritirano in un “non me ne importa nulla” che è spesso una difesa elegante contro l’angoscia. Viviamo in una società che chiede pienezza continua: devi essere motivato, realizzato, appagato, possibilmente felice e fotografabile. Chi non regge questo ritmo cerca il “niente” come anestesia. Nel libro non offro mappe rassicuranti — non sono un navigatore satellitare simbolico. Offro una postura. Restituire alla parola il suo peso, al limite la sua dignità, al tempo la sua lentezza. Diventare uomini, forse, significa accettare di restare un po’ irrisolti. Non come fallimento, ma come condizione umana. Spinoza direbbe che comprendere è meglio che giudicare. Lacan aggiungerebbe che il desiderio nasce dalla mancanza. Pasolini probabilmente ci guarderebbe storto e direbbe che abbiamo già perso qualcosa di essenziale. Io, più modestamente, penso che il compito degli adulti non sia produrre figli perfetti, ma figli capaci di stare al mondo senza doversi mascherare da supereroi o da vittime permanenti.

Il Taglio della Seduta

(Note di redazione)

La seduta con Leonardo Mendolicchio si ferma qui. Non perché non ci sia altro da dire, ma perché il senso abita proprio in questo silenzio finale. Diventerai uomo ci suggerisce che la nuova virilità non risiede nel mito della forza, né nel rifugio materno, ma nella capacità di restare umani laddove il linguaggio vacilla, nell’educare e educarsi a “saperci fare” con i propri sintomi e con la propria esistenza, trasformandoli in qualcosa di creativo e personale.

La seduta è tolta.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Bianca Pitzorno: “La sonnambula” (Bompiani, 2026), di Cristiana Buccarelli

 Un romanzo storico dal sapore fiabesco.

Considero Bianca Piztorno una delle più grandi scrittrici italiane viventi e il suo ultimo lavoro narrativo, La sonnambula (Bompiani 2026), è un romanzo storico originalissimo e delicato che unisce i fatti documentati alla narrazione immaginaria con un’impostazione fatalista, ironica e romantica che si discosta volutamente da un totale realismo: come nella sua migliore tradizione l’autrice dona alla sua opera  un’essenza fiabesca.

”Da sempre il mio metodo di scrittura è questo – dice Bianca Pitzorno – : scegliere un personaggio con determinate caratteristiche e porlo in una situazione anomala, chiedendomi e chiedendogli come ne potrà uscire. Nel caso della sonnambula, non mi è stato difficile individuare quali potessero essere le difficoltà e le insidie poste lungo il cammino di una giovane donna armata solo della sua fierezza e intraprendenza in un mondo maschilista e regolato da rigide divisioni sociali com’era la provincia italiana di fine Ottocento. La città da cui parte la storia è in realtà Sassari, che però come faccio spesso nei miei romanzi, chiamo col nome di Donora. Questo romanzo mescola dunque fatti storici realmente accaduti – che in parte ho pescato tra le memorie della mia famiglia o da altri ritagli di giornale, e in parte derivano dallo straordinario lavoro d’archivio dello storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), a cui La sonnambula è dedicato. Lo stile che ho scelto è quello dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento di cui sono appassionata lettrice, ma interpretato con un filo di allusioni ironiche alle mode letterarie di quegli anni”.

Come è noto alla fine dell’Ottocento la parola sonnambula non indicava una donna che agiva durante il sonno, ma una sensitiva o una medium, cioè una persona che venendo interrogata da qualcuno, cadeva in trance e attraverso le parole pronunciate o attraverso la scrittura prediceva il futuro. 

Ofelia Rossi, è la sonnambula protagonista di questa narrazione, che dopo aver vissuto una serie di traversie coniugali e non, connesse anche ai suoi presunti poteri da sensitiva (sulle quali ora non mi soffermo), si sposta sotto falso nome dalla sua città di origine Vibrona, a Donora; è dunque un personaggio in fuga, che si reinventa una vita e che utilizza la sua intelligenza per crearsi un mestiere ed essere realmente indipendente da tutto e da tutti. L’autrice, come lei stessa ci riporta in nota, trae spunto per il suo personaggio da un ritaglio di giornale conservato da sua nonna a Sassari a fine Ottocento, infatti in un numero de L’Isola del maggio 1894 appare un annuncio della “Rinomata Sonnambula” che esercita la sua attività a Sassari con il nome di Elisa Morello e dà consulti di presenza e per corrispondenze per tutti gli argomenti possibili…’’

Anche se spesso finge per sbarcare il lunario, a volte Ofelia è realmente presa da vertigini e visioni misteriose, ma non crede in alcuna forma di superstizione, e riesce con forza dignità e coraggio ad affrontare la vita in un mondo in cui una donna sola, la cui origine e collocazione sociale non sono chiare, non ha un’esistenza facile, soprattutto in una provincia come Sassari-Donora alla fine dell’Ottocento. 

In buona sostanza Ofelia è una donna che guarda, che ascolta, che vede oltre e che soprattutto sperimenta la vitaPer molto tempo accoglie nel suo appartamento in via del Fiore Rosso n. 7 per cinque liremoltissime donne e qualche uomo che richiedono il suo intervento profetico in relazione a speranze, dolori ed eventi futuri, ma la sua è in realtà una forma di profonda empatia nei confronti degli esseri umani.

Tra le storie degli svariati postulanti mi ha colpito particolarmente quella di Carolina Prandi, figlia di un ricco commerciante, alla quale viene impedito dal padre di studiare la matematica in quanto donna e che invece, incitata dalla sonnambula, riuscirà a studiare per conto suo e in seguito a mantenersi come insegnante, mentre l’azienda del padre fallirà miseramente per non avere quest’ultimo ascoltato i calcoli della figlia relativi a un suo investimento sbagliato e avendo designato come unico erede della sua attività il figlio maschio.    

Attraverso la storia di Ofelia Rossi, l’autrice esalta il potere della mente e dell’empatia umana e ci ricorda che chi ha forza d’animo, volontà e ricchezza interiore può costruire liberamente il proprio destino. 

È una narrazione delicata, dove i sentimenti stessi della protagonista sono volutamente accennati con delle pennellate leggere e al tempo stesso capaci di far emergere una ricca dimensione interiore e dei sentimenti potenti con il tocco di una vera narratrice quale è Bianca Piztorno. 

Si tratta di una vicenda umana a lieto fine, sulla quale non mi soffermo per non togliere a chi la leggerà il gusto di scoprirla in prima persona, ma voglio dire che tale narrazione è capace di spalancarci davanti agli occhi un mondo e di farci comprendere quanta strada abbiano dovuto percorrere le donne riguardo alla loro indipendenza in poco più di un secolo.

C’è poi l’elemento surreale e originalissimo che la Piztorno inserisce nel romanzo attraverso lo spirito guida con cui manifesta sé stessa nelle sembianze di una ragazzina che appare molto spesso in sogno a Ofelia ma anche a volte alla sua cliente più affezionata, Angelica Soro, cugina dell’ingegnere Corrado Laudati, di cui si innamorerà poi la sonnambula. L’autrice stessa sottolinea con arguzia, come tale spirito guida rappresenti sé stessa e la forza della letteratura: “in questo romanzo, inoltre, mi diverto a rompere la parete invisibile che separa l’autore dalla sua storia e da chi la legge, ed entro in scena io stessa, nei panni onirici di una ragazzina che tiene al guinzaglio un gallo dalle piume colorate… Quelle piume simboleggiano la scrittura, le sue infinite sfumature e possibilità. Sono convinta che la letteratura sia lo strumento più potente per dimostrare che nessuna vita è insignificante o banale: ciascuna esistenza, se letta con occhi curiosi ed empatici, rivela pieghe straordinarie. Non tutte le vicende della sonnambula, delle sue clienti e di tutti i suoi compagni d’avventure sono esistenze a prima vista straordinarie, ma proprio per questo credo che i lettori potranno riconoscervisi e, attraverso di esse, dare un significato speciale al proprio stesso destino ”.

Infine la nostra Bianca Pitzorno nella nota finale si rivolge per ringraziarle anche alle sue quattro bisnonne, personaggi che inserisce in questo romanzo e che lei non ha mai conosciuto.

‘’Ringrazio le mie quattro bisnonne Marietta Paolin, Ignazia Delitala, Maria Giuseppa Toreno e Raffaellina Oggiano, qui ritratte nelle quattro signore che ricevono dalla sonnambula un unico responso per loro incomprensibile. È anche grazie a loro che io sono qui e ho potuto scrivere questa e molte altre storie’’

Tutte queste signore, di cui la Piztorno ci racconta brevemente la vita, riceveranno dalla sonnambula un responso per loro incomprensibile e per il quale Ofelia Rossi cadrà in una reale forma di trance e, condotta dallo spirito guida (cioè la stessa Bianca che entra così come personaggio nel suo romanzo), scriverà a ognuna su un foglio diverso: ‘’ho scritto con quattro penne di gallo di colori diversi’’, parole  per loro incomprensibili, ma che in realtà indicano il fatto che si erano incontrate, conosciute e  riunite attorno a un tavolino da tè le quattro bisnonne dell’autrice.

Un altro personaggio de La sonnambula che voglio ricordare in particolare è quello di Corrado, il quale, a differenza di altri, rappresenta la bella figura maschile di un uomo maturo emotivamente, che non esiterà ad abbandonare tutto un mondo provinciale di cui è un’esponente alto borghese per scegliere una nuova forma di vita comunitaria e paritaria (chi legge saprà quale) ed essere così vicino a Ofelia, la donna che ama.

‘’Tornare a Donora era poi necessario? Gli sarebbe costato tanto rinunciare a quella vita piena di pregiudizi e di ipocrisie? (……) Perché non doveva sforzarsi di cambiare lui? Cosa avrebbe perduto? Il suo prestigio di miglior ingegnere cittadino? Ma valeva la sua infelicità, la sua solitudine?(….)

’Ho deciso di rimanere con te…Naturalmente se mi vorrai. Ma ti supplico di volermi’’. 

Bianca Piztorno, a mio avviso, stimola a interrogarsi sul fatto che possa esistere un filo che lega insieme tutto quello che accade, qualcosa che verosimilmente unisca in un unico disegno passato presente e futuro, ciò che viviamo, ciò che immaginiamo e ciò che spesso si ammanta intorno alla nostra dimensione onirica.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Stefan Zweig, un gentleman viennese, di Lavinia Capogna

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo uno studente diciannovenne, Gavrilo Princip, nazionalista serbo, sparò due colpi di pistola contro l’Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia. 

Entrambi morirono. Lui era l’erede al trono.

Un mese dopo, inaspettatamente, scoppiò la prima guerra mondiale.

Nel patriottismo enfatico delle nazioni in guerra, tra le fanfare e articoli assai retorici si levarono voci contro quella follia: tra di loro quella dello scrittore austriaco Stefan Zweig. 

Progressista, pacifista convinto fino al 1939, Zweig era già uno scrittore noto anche se la sua fama crescerà negli anni successivi fino a diventare l’autore di lingua tedesca più letto e tradotto insieme a Thomas Mann.

Assai riservato, di modi gentili, distinto Zweig era nato nel 1881. Suo padre era un ricchissimo industriale tessile dedito però ad una vita sobria e amante del pianoforte.

Sua madre discendeva da una famiglia di banchieri ed era nata ad Ancona.

Erano ebrei ma fortemente contrari al sionismo. E Zweig fu un europeista e un fautore dell’unione europea. 

Alcuni suoi libri saranno bruciati nel rogo nazista di Berlino nel 1933.

Fin da adolescente manifestò una passione per la letteratura e il teatro.

Non voleva essere l’erede della ditta paterna che lascerà al fratello, si laureò in filosofia e trascorse la giovinezza viaggiando, scrivendo moltissimo, soggiornando in rinomate località, frequentando bohémien, non avendo mai una fidanzata ma passeggere amanti, sartine, operaie, aspiranti artiste finché nel 1912 non ricevette una lettera da una sconosciuta: una sua ammiratrice letteraria che l’aveva intravisto un paio di volte a Vienna, capitale del multietnico e cosmopolita impero austro ungarico, dove vi era una vivace vita culturale, caffè con orchestrine e verdissimi parchi.

La lettera colpì Zweig che scoprì infine che lei si chiamava Friderike Maria von Winternitz. Era una giovane donna intelligente, scrittrice, infelicemente sposata con un funzionario statale aristocratico. Proveniva da una colta famiglia ebrea ma era diventata cattolica e aveva due figlie piccole. 

Adorava la letteratura francese e aveva studiato pedagogia e psicologia 

Tra di loro nacque un’amicizia e poi una relazione sentimentale ma si poterono sposare solo nel 1920, dopo il divorzio di lei.

Nel 1922 lui aveva scritto un racconto che aveva avuto un gran successo, intitolato “Lettera da una sconosciuta (Brief einer Unbekannten)”.

Era una storia che coglieva l’atmosfera dell’epoca: quella di una ragazza povera che si innamora di un uomo che ha dodici anni più di lei. Tutto li separa: lei è un’adolescente sognatrice e timida che indossa un abito di sua madre rattoppato, lui uno scrittore venticinquenne affascinante, garbato e bon vivant.

Ma la forza del racconto risiede non solo nello stile assai scorrevole e coinvolgente o nella descrizione di una ossessione amorosa ma bensì nel tema del “non essere visti”. Nonostante le tre notti d’amore che trascorreranno insieme quando lei sarà adulta, lui non la “vede”: non le chiede neppure il nome, non sa nulla di lei e non gli interessa saperlo.

E probabilmente fu questa la ragione del grande successo del racconto oltre alla trama scandalosa, egli aveva colto una sofferenza diffusa: quante (e quanti) si sono sentiti “non visti” da qualcuno a cui tenevano? 

Nel racconto “Ventiquattro ore nella vita di una donna” (1927) egli narrava invece di un gruppo di turisti cosmopoliti che si annoiano sulla costa francese finché non giunge inaspettamente un bellissimo ragazzo. Gentile, affabile in due giorni egli sconvolge il cuore di una signora borghese, sposata con uno sbiadito capitalista e fuggono insieme.

Su di lei ricade lo stigma sociale.

Solo un distinto giovanotto – l’io narrante – la giustifica.

Ciò attrae l’attenzione di un’anziana donna inglese, garbata e riservata che lo sceglie come “presenza”, in privato, per raccontargli una storia accaduta trent’anni prima.

Ella non ha bisogno di un interlocutore ma soltanto di qualcuno che la ascolti.

Il racconto della donna inglese non è solo una vicenda accaduta in un lontano giorno di pioggia, uno sconquasso del cuore, un senso di colpa mai lenito ma la storia di quanto un segreto possa corrodere l’anima e di quanto potere possa acquistare “il non detto”.

E questa ritrosia a farsi conoscere sarà anche un tratto caratteristico dello scrittore. Si vede anche nel suo sguardo, immortalato dai fotografi, qualcosa di trattenuto. 

Stefan Zweig aveva periodi di scoraggiamento e di “umor nero” in cui era sostenuto emotivamente da Friderike e si gettava a capofitto nel lavoro. 

Conobbe ed ebbe anche una corrispondenza epistolare con Sigmund Freud che abitava a Vienna e qualcuno ha fatto l’ipotesi che Zweig fosse stato un suo paziente, anche se non ci sono documenti storici per affermarlo.

Spesso al centro dei suoi racconti vi è un episodio sessuale che causa sentimenti ed emozioni contrastanti, rompe un equilibrio fittizio, costringe a guardare in faccia la verità, fa esplodere un conflitto tra il Super Io e l’Es. 

Zweig non ha nulla di morboso, scrive con grande abilità e maestria, senza mai scadere di tono. Descrive stati d’animo, piccoli dettagli, coinvolge il lettore nella vicenda che narra.

Sovvertimento dei sensi” (Verwirrung der Gefühle) è un racconto lungo del 1927 e il più bello scritto sull’omosessualità maschile. In realtà il titolo originale significa “Confusione dei sentimenti” ed è molto più appropriato.

Un giovane ingenuo e scapestrato, Roland, viene mandato a studiare in una cittadina del centro della Germania. Qui rimane ammaliato dalla capacità di trasmettere il sapere di un maturo professore appassionato di Shakespeare. 

Roland lo mitizza: Zweig segue con grande sensibilità gli stati d’animo mutevoli del ragazzo e del professore. 

Il professore ha una moglie per certi versi irritante, sarcastica.

Roland percepisce che dietro ai comportamenti dell’uomo si cela un segreto. Anche qui torna il tema di un segreto che solo un elemento inaspettato e decisivo (spesso di natura amorosa) può far emergere.

La cosa che colpisce è che Zweig si avvicina al tema dell’omosessualità con una comprensione e naturalezza diversa dagli accenni precedenti di André Gide, Proust, Musil e Thomas Mann che erano pervasi da un opprimente senso di colpa. 

Bruciante segreto” (Brennendes Geheimnis) è invece un racconto di una sessantina di pagine ambientato nel 1911 in una località alpina della Svizzera. Un bambino dodicenne, Edgar, sensibile e di fragile costituzione salva la madre dalla corte serrata di uno sgradevole barone. Il racconto è anche un atto di accusa verso il modo in cui erano trattati i bambini: la grande severità, l’ipocrisia degli adulti, le loro menzogne, i loro silenzi.

La scena in cui il bambino fugge e prende il treno ritrovandosi in una carrozza di terza classe anziché di prima, circondato da muratori italiani esausti e povera gente, acquisendo coscienza che esistono altri mondi oltre al suo è una delle pagine più belle scritte da Zweig.

Egli fu uno dei molti intellettuali che si opposero al nazismo. Klaus Mann gli propose di collaborare ad una rivista letteraria antifascista da lui fondata ad Amsterdam: Die Sammlung” (La Raccolta) finanziata dalla scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach.

Zweig accettò ma poi venne sconsigliato da varie parti. Per la rivista scrissero Benedetto Croce, Bertolt Brecht, Ernest Hemingway e altri.

Zweig sperava nella pace oltre ogni ragionevolezza. Klaus Mann era più lungimirante di lui come dimostrano i suoi bellissimi articoli politici. 

Rimasero sempre amici e Mann lo citò nel saggio del 1939 “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil” (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio).

Anche Joseph Roth era amico di Zweig e lo aveva avvertito fin dal 1933 in una lettera: “Tutto porta ad una nuova guerra. Io non do più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda”.

Zweig sembrava il più “fortunato” tra gli autori di quella che sarà chiamata “letteratura dell’esilio” (Exilliterature).

Gli artisti tedeschi e austriaci erano guardati ovunque con diffidenza, sospetto, non riuscivano a far pubblicare i loro libri che erano proibiti nel Terzo Reich, vivevano in povertà. Jacob Wassermann, Ernst Toller, il filosofo Walter Benjamin si suicidarono. E, nel dopoguerra, anche Klaus Mann.

Stefan Zweig era amico anche di Hermann Hesse, autore del famoso “Siddharta”, che dal 1919 aveva scelto di vivere in Svizzera, più interessato alla spiritualità indiana e alla psicoanalisi.

Aveva conosciuto anche il poeta Rainer Maria Rilke, Franz Werfel, Albert Einstein, Gustav Mahler, Maksim Gorkij, lo scultore Rodin, il poeta Paul Valéry e quando era dodicenne Johannes Brahms lo aveva simpaticamente salutato dandogli un colpetto su una spalla.

Nel tempo Zweig si dedicò a scrivere, oltre che racconti, romanzi, commedie e poesie, anche numerose biografie storiche accurate e piacevoli su Stendhal, Balzac, Montaigne, Kleist, Hölderlin, Dostoevskij ma anche Maria Antonietta, Casanova e altri.

Collezionava centinaia di manoscritti, libri pregiati, spartiti autentici di Mozart, Beethoven, Schubert.

Aveva acquistato una grande villa vicino a Salzburg in Austria ma a metà anni ’30 il matrimonio con Friderike andò in frantumi. Non si sanno le ragioni ma nel 1938 otterranno il divorzio pur rimanendo sempre amici.

Nel 1946 Friderike pubblicò un libro autobiografico intitolato “Sposata con Stefan Zweig”.

Nel 1940 egli aveva sposato Lotte Altmann, nata nel 1908 a Kattowitz (oggi Katowice in Polonia) ma allora facente parte dell’Impero tedesco. 

Lotte era una ragazza di famiglia borghese che viveva a Londra, ex segretaria dello scrittore. Sembrava una ragazza fragile ma al tempo stesso instancabile, ammalata di asma. A Friderike parve che aveva qualcosa delle donne di Dostoevskij e i lettori sanno quanto imprevedibili esse siano.

Con lei Zweig visse a Londra, viaggiò negli Stati Uniti ed infine si rifugiarono a Pétropolis, una città nel sud del Brasile a più di 800 metri di altezza.

La sua situazione economica, avendo lasciato l’Europa, era cambiata in peggio.

Zweig ascoltava alla radio, sempre più oppresso, le vittorie tedesche: ora molti temevano, a ragione, la fine dell’Europa.

La prima sconfitta tedesca sarebbe arrivata solo nell’estate del 1943 a Stalingrado (oggi Volvograd) in Unione Sovietica.

La “Novella degli scacchi (Schachnovelle)”, ultima opera dello scrittore nel 1941, narra di un partita, decisa casualmente su una nave da crociera, tra il campione del mondo di scacchi, un ex contadino presuntuoso e limitato, e un distinto viennese. Egli era stato prigioniero dei nazisti, in isolamento totale. Aveva rubato un libro dalla tasca del cappotto di un militare, era un manuale sul gioco degli scacchi. Lo aveva imparato a memoria e poi aveva organizzato, per sopravvivere alla disperazione, partite a scacchi mentali “contro sé stesso” in cui cioè giocava sia per i bianchi sia per i neri. Un metodo “schizofrenico”, scriveva Zweig.

Il 22 febbraio 1942 egli scrisse una gentile, affettuosa lettera a Friderike dove faceva comprendere che non sarebbe vissuto a lungo.

Il 23 la domestica trovò lo scrittore e Lotte deceduti, distesi sul letto. Lui indossava una camicia, dei pantaloni e una cravatta, lei una veste da camera.

Lei lo abbracciava. 

Come accertato dal medico, Zweig era deceduto prima di lei. Lui non aveva ucciso la moglie. Avevano ingerito insieme un farmaco, che, ad alte dosi, era assai tossico.

Si pensò anche ad un doppio omicidio compiuto da sicari di Berlino ma lui aveva lasciato una lettera di congedo.

In un’altra chiedeva che i loro vestiti fossero dati ai poveri e che la cameriera fosse pagata per altri due mesi. 

Le macabre fotografie dei loro corpi fecero il giro del mondo.

Lui aveva 60 anni, lei solo 34.

Non mancavano precedenti simili: dal poeta e drammaturgo di talento ma assai labile emotivamente Heinrich von Kleist (sul quale Zweig aveva scritto una biografia) che in un freddissimo giorno d’inverno del 1811 si era suicidato insieme alla delicata ed ammalata Henriette Vogel innamorata di lui al famoso “dramma di Mayerling” del 1889 nel quale si era suicidato il bel arciduca Rodolfo D’Asburgo – Lorena, erede al trono austriaco e tossicomane insieme alla baronessina Maria von Vetsera.

Due giorni dopo Thomas Mann da Santa Monica in California scrisse ad un’amica che temeva che dietro al suicidio Zweig ci fosse uno scandalo sessuale e che lui “era vulnerabile da questo punto di vista” (nota 1).

Non è noto a cosa Thomas Mann potesse alludere.

Eppure la frase di Thomas Mann acquista un senso leggendo “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” il testo autobiografico ma anche sociologico che Zweig aveva composto nel 1940 e che venne pubblicato postumo.

Nonostante i dolori vi emerge un umanista non vinto, il suo stile è scorrevole, sobrio, le sue idee, sensate e razionali, non collimano con un doppio suicidio tanto disperato.

Sembra davvero che un elemento nuovo e disturbante, oltre al resto, potesse aver turbato i due coniugi tanto da condurli all’autodistruzione. 

Angoscia esistenziale, una forte depressione, le dittature, l’esilio, lo spaesamento, la seconda guerra mondiale, problemi privati, folie à deux – tutto è stato preso in considerazione per spiegare questo doppio suicidio che resta un mistero.

Ma al di là di ogni cosa, la tragica fine di Zweig e Lotte non può non suscitare compassione. 

…….

Nota 1) Lettera di Thomas Mann a Agnes E.Meyer (1942) in “Thomas Mann, Agnes E.Meyer: Briefwechsel 1937 – 1955”.

Klaus Mann raccontò di aver incontrato Zweig a New York pochi mesi prima del suicidio: aveva un aspetto insolitamente trasandato, lo sguardo distratto, la barba non rasata. 

Lo aveva avvicinato e lo scrittore: “aveva sussultato come un sonnambulo che sente chiamare il proprio nome. Un secondo dopo si era ricomposto ed era di nuovo in grado di sorridere, chiacchierare e scherzare, affabile e vivace come sempre: l’uomo di lettere urbano ed elegante, un po’ troppo mellifluo, un po’ troppo accattivante, che parlava con l’accento nasale dei viennesi (…)”.

Bibliografia:

Zweig I capolavori (ed.Garzanti)

Varie novelle in edizioni Adelphi

Varie biografie storiche scritte da Zweig edizioni Castelvecchi

Sono stati pubblicati recentemente vari epistolari di Zweig.

Oliver Matuschek Three Lives. A biography of Stefan Zweig (London).

Klaus Mann e Erika Mann Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (ed.tedesca) 

Nota:

Su Zweig e l’Italia si può consultare liberamente sul web un testo interessante: “Zweig italiano, Italia zweighiana. Studi e prospettive recenti” di Diana Battisti (Università degli Studi di Firenze).

Su di lui sono stati realizzati due film: “Lost Zweig” regia di Sylvio Back (Brasile 2002) e

“Vor der Morgenröte” (Prima dell’alba), conosciuto anche come “Farewell to Europe”, diretto da Maria Schrader.

Nel 1948 il regista austriaco Max Ophüls realizzò un film a Hollywood dal racconto “Lettera da una sconosciuta” interpretato da Joan Fontaine e Louis Jourdain. 

Anche su altre novelle di Zweig sono stati realizzati dei film.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Niviaq Korneliussen: ‘’La valle dei fiori’’ (trad. F. Turri, Iperborea), di Claudio Musso

Groenlandia: posologia, istruzioni per l’uso e avvertenze

Ho incontrato un romanzo che non si limita a rappresentare una crisi generazionale ma la inscrive in una forma, la costringe dentro un dispositivo narrativo che è già, in sé stesso, una presa di posizione etica. La tripartizione dell’opera, con le sezioni scandite da un numero decrescente, non è un artificio strutturale, è la traduzione formale di un conto alla rovescia collettivo e individuale. L’aritmetica qui non ordina ma consuma e ogni cifra sottratta è un nome che rischia di svanire.

Nella prima parte la sequenza dei tanti suicidi di giovani groenlandesi, registrati con asciuttezza quasi burocratica, produce straniamento: la morte, che è preferire il non vivere, diventa dato e l’eccezione si trasforma in statistica. La seconda sezione sposta impercettibilmente il baricentro perché non è più soltanto l’atto a essere evocato ma l’eco che lascia nei vivi. Il numero continua a scendere ma la distanza si accorcia, l’elenco si incrina, lascia filtrare memoria, relazione, trauma. Infine, nell’ultima parte, la voce si interiorizza, gli inserti assumono la forma di appunti, frammenti, notazioni con il passo del diario, amaro e digradante, ad alta voce con la propria coscienza. Non siamo più di fronte a un censimento del dolore ma al suo attraversamento e il conto alla rovescia non riguarda più soltanto una comunità, diventa il ritmo di un ‘io’ che sente avvicinarsi una soglia.

Al centro di questa architettura intessuta si staglia una protagonista senza nome che vive e respira la Groenlandia. L’anonimato non è sottrazione ma coerenza con un mondo in cui le tombe più recenti del cimitero ‘La Valle dei Fiori’ non portano più un nome ma un numero. Se la numerazione rischia di cancellare, la scelta di non nominare espone una fragilità ulteriore, l’identità come spazio precario mai definitivamente garantito. L’aspirante antropologa parte per la Danimarca con l’intenzione di studiare culture, osservarle, comprenderle. Ma la traiettoria si rovescia: mentre si forma allo sguardo analitico, diventa essa stessa oggetto di sguardo, di diagnosi, di interpretazione clinica dai danesi. La disciplina che prometteva distanza critica si converte in prossimità dolorosa.

È in questo spazio di soglia, che assume sempre più fattezze da baratro, che si innesta la sua appartenenza all’ambiente queer: non scandalo né conflitto ma vulnerabilità costante, esposizione sottile. In Groenlandia la rete familiare appare compatta, affettivamente operante, capace di integrare senza teatralizzare. Lì i rituali domestici, una cena, un compleanno, una tazza di tè condivisa, costituiscono microcosmi di protezione sui quali non è esente la diffidenza verso l’esterno e il passato coloniale. Eppure proprio quella compattezza può trasformarsi in pressione: la protezione rischia di farsi recinto, l’intimità di diventare saturazione per la giovane protagonista che preferisce il buio alla luce. In Danimarca invece lei sperimenta una solitudine più rarefatta, meno visibile ma non meno corrosiva. In entrambi i casi permane un’irrequietudine di fondo, un costante “sentirsi morire dentro” che non trova un lessico, ma si deposita nei gesti, nei silenzi, nelle pause.

A questa irrequietezza interiore si aggiunge la figura del qivittoq, evocata nel romanzo, colui che si ritira volontariamente, e non senza una certa rabbia, dal vivere civile nelle caverne. Non è un protagonista ma riferimento mentale, una possibilità di sottrazione radicale a cui la protagonista pensa. Egli incarna l’idea di una fuga estrema, l’ipotesi di esistere ai margini senza rete sociale, immerso nella durezza della natura. La giovane inuit non lo segue concretamente, rimane sospesa tra centro e periferia, tra Danimarca e Groenlandia, tra integrazione e desiderio di sparizione.

Ghiaccio e eccessivo peso corporeo dialogano nel testo come figure di una stessa impossibilità di leggerezza: il primo scorre lentamente e può schiacciare, il secondo diventa gravità psichica che trova correlato fisico. In questo intreccio irto il corpo della protagonista parla della distanza e dell’isolamento, della vulnerabilità e della marginalità. Ne risente la scrittura di Korneliussen che è tesa, nervosa, immediata: rifiuta enfasi e consolazione, rifiuta il lirismo paesaggistico. «Il folle sole di mezzanotte non mi darà mai tregua, continua ad arrostirmi lentamente le viscere», scrive, e con queste parole diventa evidente che la luce, il paesaggio, la chiarezza non salvano ma consumano.

Parallelamente Korneliussen costruisce una denuncia sociale sottile ma ferma: l’assenza di dati aggiornati sui suicidi in Groenlandia, la sua terra, la carenza di strutture di supporto psicologico per prevenirli e l’uso ossessivo dei social, Facebook e Messenger, che emergono come strumenti di connessione e di accorciamento delle distanze e, insieme, di controllo. La rete diventa filo vitale fragile, illusione di prossimità: sapere che qualcuno è online non garantisce comprensione né protezione ma, al contempo, ha il suono sinistro di un censimento di chi è effettivamente rimasto.

La valle dei fiori (Blomsterdalen, 2020), pubblicato da Iperborea nella miniaturistica traduzione di Francesca Turri, che nell’utile postfazione inquadra una delle più accreditate scrittrici groenlandesi del panorama letterario con la materialità delle sue immagini proposte, non racconta solo una periferia geografica ma la trasforma in specchio critico. Il qivittoq suggerisce la possibilità radicale di sottrazione, la protagonista testimonia quanto sia impossibile sottrarsi completamente alla memoria, alla lingua, alla comunità. Korneliussen non offre risposte. Ci obbliga a sostare in una domanda: se la fuga estrema è un’illusione e l’integrazione piena un miraggio, quale spazio resta per un’esistenza che non sia mera sopravvivenza? E ancora: se non ci interroghiamo sul vuoto, se non ascoltiamo le sue voci, anche quelle che non chiedono nulla se non di essere viste, non rischiamo di scoprire troppo tardi che ogni comunità, compresa la nostra, può riconoscersi nei suoi numeri e ogni lettore di fronte al libro può realizzare di non essere esente dal conto alla rovescia?

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.