Vi sono opere che appartengono alla giovinezza di uno scrittore e che, proprio perché precedono la piena maturità, posseggono una singolare virtù rivelatrice. Sono luoghi originari in cui prendono forma immagini e conflitti destinati a ritornare per tutta la vita. È il caso di Tristano (1902), Tonio Kröger (1903) e La morte a Venezia (1912), tre racconti che, letti in successione, lasciano seguire la lenta sedimentazione dell’immaginario di Thomas Mann. Questi ci appaiono come capitoli di un unico itinerario interiore attorno alla figura del creatore artistico moderno, al privilegio della sensibilità e al prezzo segreto che essa comporta.
Il titolo di questo percorso potrebbe essere quello di una camera oscura: come la fotografia raccoglie la luce e la converte in immagine, questi testi catturano memorie familiari e inquietudini giovanili per trasfigurarle in figure letterarie. Spinell, Kröger e Aschenbach non sono alter ego dello scrittore, ma variazioni di una medesima inquietudine: il desiderio di elevarsi attraverso la forma e, insieme, la nostalgia di una vita più immediata. E vi ritorna un interrogativo carsico in tutta l’opera manniana: che cosa accade all’uomo quando una coscienza troppo acuta gli preclude di abbandonarsi pienamente alla vita?
L’artista di Mann possiede una lucidità che è dono e, al contempo, condanna, scorge la complessità là dove altri colgono solo la superficie, immagina molte vite possibili ma stenta ad abitarne pienamente una. I tre racconti disegnano un movimento preciso: Spinell è la tentazione, Tonio la coscienza e Aschenbach il destino. Nel primo Mann guarda ancora con ironia l’esteta che rischia di sostituire la realtà con la bellezza; nel secondo riconosce in quella ferita il proprio mestiere di scrivere; nel terzo conduce la contraddizione fino al suo esito tragico.

Composto mentre Mann elabora ancora l’architettura dei Buddenbrook, Tristano è il primo laboratorio della sua riflessione sulla coscienza creatrice. Detlev Spinell, fragile, artefatto, incapace di misurarsi con la concretezza dell’esistenza, si desta soltanto dinanzi alla bellezza, che per un istante restituisce senso a una vita altrimenti priva di energia. Crede di difendere la purezza dell’arte, ma finisce per sottrarsi proprio all’esperienza che dovrebbe alimentarla, nel tentativo di custodire un ideale assoluto, perde il contatto con la materia umana da cui ogni autentica creazione dovrebbe nascere.
L’acume di Mann sta nel non ridurlo mai a caricatura, dietro il sorriso dell’autore affiora una domanda più inquietante: può l’artista custodire l’assoluto senza condannarsi alla sterilità? Il confronto con Anton Klöterjahn, che possiede corpo, azione, radicamento nel mondo, non produce un vincitore: anche la sua vitalità si rivela incompleta, priva di quella dimensione interiore che rende inquieta la coscienza creatrice. Da questa impossibilità di scegliere fra spirito e vita nascerà l’intera opera successiva di Mann. Anche il sanatorio anticipa uno dei grandi luoghi simbolici della sua narrativa, uno spazio sospeso in cui la malattia è un’altra forma di conoscenza, intuizione che troverà pieno compimento nella Davos de La montagna incantata.
Quando Spinell persuade Gabriele Klöterjahn a suonare Tristano e Isotta, il racconto tocca il proprio vertice simbolico: la musica offre ciò che la realtà nega, la fusione che oltrepassa i confini dell’individuo ma, come nella tragedia wagneriana, l’estasi reca con sé il richiamo della dissoluzione. La bellezza per Mann non è mai innocente, può elevare l’uomo o sottrarlo al mondo. Spinell inaugura così la figura del creatore che insegue l’assoluto e rischia per ciò stesso di smarrire la vita.
Se in Tristano il creatore era ancora osservato con distanza ironica, in Tonio Kröger quella condizione si fa ferita personale: Tonio è il luogo in cui lo scrittore riconosce e interroga la propria scissione interiore. Figlio di una famiglia borghese anseatica, cresce con la sensazione di essere straniero nel mondo che lo circonda; mentre gli altri vivono con naturalezza il ritmo del ceto sociale, egli osserva, cerca significati reconditi. La sua intelligenza nasce insieme alla sua solitudine e la sensibilità creatrice non è soltanto facoltà di vedere più lontano, ma condanna a non poter più abitare il mondo nella sua immediatezza. La coscienza diviene soglia: consente di comprendere, ma impedisce di abbandonarsi.
Hans Hansen è l’immagine di tutto ciò che Tonio non possiede: la bellezza, la salute, la capacità di appartenere al mondo senza doverne interrogare il senso. Tonio non lo ama perché gli somiglia, ma perché ne è l’opposto, riconoscendo in lui una naturalezza anteriore alla coscienza, smarrita nel momento stesso in cui l’uomo della sensibilità ha preso a guardare la realtà attraverso il filtro del pensiero. L’anima artistica non desidera soltanto distinguersi dagli altri, spesso rimpiange ciò da cui si è separata.
Rivelatore è l’invito rivolto a Hans a leggere il Don Carlos di Schiller: come accadrà spesso nei personaggi manniani, la letteratura diviene il luogo della parola impossibile. La scelta di Filippo II, sovrano solo e potente che dietro l’autorità cela un bisogno di amore, non è casuale, la sua frase «non ho un amico» riflette la condizione di Tonio, ricco di interiorità ma incapace di farsi raggiungere da alcuno. Il legame con i Buddenbrook è qui manifesto: Hanno, con la sua sensibilità musicale inadatta ai valori pratici della famiglia, è il fratello ideale di Tonio. Con questo racconto Mann riconosce che quella frattura appartiene alla propria identità e si convince che l’arte nasce da una mancanza ma proprio quella ferita può farsi forma privilegiata di conoscenza.
Con La morte a Venezia il percorso raggiunge il proprio compimento tragico. Gustav von Aschenbach raccoglie in sé la tentazione estetica di Spinell e la coscienza dolorosa di Tonio: ciò che nei racconti precedenti era ancora ricerca qui si fa destino. Scrittore della forma compiuta e della disciplina, Aschenbach ha trasformato il dominio di sé in morale dell’esistenza. Tuttavia dietro la figura pubblica celebrata vive un uomo consunto dalla propria perfezione. Il viaggio a Venezia non è mera fuga, è semmai la ricerca inconsapevole di ciò che è stato rimosso: la città lagunare, sospesa fra terra e acqua, splendida e decadente, riflette la condizione di un uomo che ha speso la vita a costruire confini e ora avverte il bisogno di oltrepassarli.
Tadzio è il ritorno della grazia, della spontaneità, della dimensione corporea che Aschenbach aveva escluso, presenza che mette in crisi l’intero sistema di valori su cui aveva edificato la propria identità. Ma anche dinanzi al desiderio che ritorna, Aschenbach reagisce da artista: muta l’esperienza in contemplazione, la passione in ideale estetico. È proprio questa trasfigurazione a condurlo alla rovina: non è sconfitto dal desiderio, ma dall’impossibilità di riconoscere una parte di sé rimasta troppo a lungo nell’ombra. La peste che Venezia tenta di occultare diviene lo specchio della sua anima: ciò che la città dissimula corrisponde a ciò che Aschenbach ha represso per l’intera esistenza.
Letti in successione, i tre racconti sono tre momenti di una medesima esplorazione interiore, dalla leggerezza ironica del primo alla tragedia dell’ultimo, un’anatomia dell’uomo diviso fra il bisogno di appartenere e la necessità di trasformare la propria inquietudine in conoscenza. Da questa matrice nasceranno le grandi figure della maturità manniana: Hans Castorp erediterà il tema della sospensione e della metamorfosi interiore, Adrian Leverkühn condurrà all’estremo il dramma del creatore disposto a sacrificare la vita all’opera. Ma il pregio di questi racconti risiede nel mostrare l’istante in cui le grandi ossessioni di Mann sono ancora ferite aperte: la malattia come conoscenza, la musica come linguaggio dell’indicibile, la bellezza come promessa e minaccia, l’ironia come ultimo argine contro ogni assoluto.
In un tempo in cui il libro rischia di essere affidato alla velocità della novità editoriale, questi racconti rammentano che la letteratura nasce da un movimento più lento: dalla capacità di trasformare un conflitto interiore in una forma capace di attraversare le epoche. I grandi libri non sono quelli che meglio raccontano il proprio presente, ma quelli che custodiscono una domanda destinata a ritornare. Nella camera oscura di Mann la luce perduta non svanisce, resta in attesa e proprio perché non può essere trattenuta direttamente trova la propria forma più duratura nell’immagine.
Ma se scrutassimo oggi il panorama di chi scrive, in quella camera oscura potremmo ancora scorgere le tre figure che Mann aveva intuito più di un secolo fa. Nuovi Spinell: scrittori che fanno della bellezza un programma, che inseguono l’effetto e la frase memorabile ma celano, dietro la celebrazione dell’assoluto estetico, una povertà di esperienza, prigionieri dell’immagine costruita dopo il successo improvviso di un primo libro. Nuovi Tonio Kröger: scrittori solitari e inquieti, ardui da collocare, per i quali la scrittura non è posa ma necessità interiore, appartenenza paradossale, giacché proprio attraverso la parola finiscono per essere separati dal mondo che cercano di comprendere. E nuovi Aschenbach: autori consacrati, sorretti dalla propria immagine, che dopo il vertice della riconoscibilità si trovano dinanzi al rischio più grande, ossia trasformare anche la propria crisi in un nuovo atto di rappresentazione. Perché quando la vita non alimenta più la scrittura, può accadere che sia la scrittura a cercare nella vita un ultimo spettacolo.
Forse la provocazione più profonda di Mann è questa: ogni scrittore deve misurarsi, prima o poi, con il rischio di ridursi a mera figura. La vera letteratura nasce quando l’uomo trova ancora il coraggio di attraversare la propria ombra. Perché nella camera oscura di Thomas Mann la luce non serve a creare un’apparenza. Serve a rivelare ciò che, senza quell’oscurità, non potrebbe mai essere visto.
Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.


Ottima analisi. Ho letto i tre libri e tutta l’opera di Thomas Mann. “Tonio Kröger” è uno squisito romanzo breve, amato, non a caso, dalla poeta Antonia Pozzi. “Morte a Venezia” è nei fatti autentico come risulta da una lettera della figlia Erika Mann. Thomas Mann pensava nel 1911 di scrivere un racconto o un romanzo sulla imbarazzante vicenda dell’ultimo amore (non ricambiato) a Marienbad dell’anziano Goethe per la giovane Ulrike (a cui aveva fatto una proposta di matrimonio) ma la presenza di un adolescente polacco a Venezia distolse Mann dal progetto. Il nucleo della sua opera è sempre il dissidio tra vita d’artista e vita borghese, nel primo egli vide un abisso e una nostalgia e dietro di esso appare il tema della “scelta” tra omosessualità e eterosessualità che lo riguardava personalmente, la dissoluzione dei valori ottocenteschi dei Buddenbrook e gli altri da te ben descritti.
La musica ha un grande peso nella sua opera perché egli avrebbe voluto essere un musicista.
(Personalmente i suoi libri che preferisco sono questi tre più “Giuseppe e i suoi fratelli” e “La Montagna incantata”).