Per incontrare Alessandra Saugo nei suoi frammenti di vita — scritti alle soglie della diagnosi del male incurabile che nel 2017, nell’arco di quattro anni, l’avrebbe portata alla morte —, abbiamo una sola vera possibilità: leggerla e ascoltarne la voce letteraria custodita nei suoi quaderni.
Il 16 settembre scorso gli editori Wojtek (dal nome della mascotte polacca dell’orso guerriero sorridente) — Leone, Marino e Corduas, di casa a Pomigliano d’Arco —, hanno pubblicato un nuovo Orso Bruno nella loro collana dedicata alla letteratura italiana contemporanea, indocile, trasformativa e rischiosa, ça va sans dire: l’edizione integrale de I giardini Salvi, la terza opera postuma di Alessandra Saugo (1973–2017) a cura di Emiliano Peguiron e con la prefazione di Massimo Recalcati.
L’incontro tra noi e la Saugo è andato ben oltre i limiti della semplice lettura. L’abbiamo frequentata dal 28 agosto 2007 al 29 settembre 2013, l’abbiamo ascoltata in tutte le modulazioni della sua voce e abbiamo vissuto con lei, con le sue figlie e con il suo compagno, oltre che all’interno della sua rete sociale e familiare, ovunque si sia mossa e dislocata in quegli anni. Questa raccolta dei suoi Quaderni ci ha chiesto di essere abitata, navigata, nuotata come quando una marea ti coglie all’improvviso e a cui puoi sopravvivere solo se sai nuotare.
Alessandra Saugo – di cui ancora poco leggiamo e conosciamo rispetto alla sua esuberante natura di artista visiva, performer e scrittrice -, superando e attraversando i marosi avversi dell’editoria italiana, ci aveva già svezzati in vita con Bella pugnalata (Effigie, 2010) e Metapsicologia rosa (Feltrinelli, 2017), e poi, grazie a Wojtek, con gli scritti postumi Come una santa nuda (2023) e La custodia dell’angelo (2025). Ora, in un mese tutt’altro che neutro per l’autrice, settembre, è stato pubblicato un volume di oltre novecento pagine che rappresenta il compimento naturale della sua voce radicale.

Composto da tredici quaderni originariamente cartacei – scritti tra l’agosto 2007 e il 29 settembre 2013 e ricopiati a computer dall’autrice stessa negli ultimi anni della sua vita, il testo ci è apparso cangiante e trasformativo nel suo attraversare forme e stili di scrittura diversi: nella lettura ritroviamo il ritmo nel diario, la prosa poetica, il ritratto psicologico e anche la vena polemica contro il sistema editoriale. Assistiamo e partecipiamo alle sue trasformazioni nella vita domestica, attraverso le tre gravidanze, immergendoci nella sua depressione e scorgendo la trama familiare che lei tratteggia, ignara dei drammi che verranno (il suicidio della madre, la separazione dal marito, la sua malattia e poi la morte). La sua scrittura è un universo emotivo, carnale, sensoriale, dall’impatto fonetico e vocale dirompente, capace di esplorare ogni forma del possibile. L’andamento che seguiamo leggendola e ascoltandola è tutt’altro che prevedibile, seppur snodato lungo una sequenza diacronica.
Ci ritroviamo infatti in una vera e propria vertigine temporale quando poi ci accorgiamo che il mese di settembre rappresenta per la Saugo una sorta di meridiano di Greenwich, una longitudine immaginaria che traccia il confine tra il prima e il dopo: il 16 settembre 2007 nasce la prima figlia, Maria; il 22 settembre 2017 Alessandra muore ad appena 44 anni per una malattia incurabile; il 16 settembre 2026 i suoi diari vedono infine la luce nella loro forma compiuta arrivata sino a noi.
Prima ancora di addentrarsi nelle sue tematiche e riconoscerne i variegati nuclei ricomposti con la lingua, I giardini Salvi esige un atto di fede, di coraggio e di concentrazione per attraversarne la natura formale complessiva — una sorta di pratica di pirobazia, una camminata sui carboni ardenti. Percorrere le 927 pagine viventi dei 13 quaderni significa imbattersi in una scrittura destrutturata e algebrica, che rappresenta le relazioni e i vissuti dell’Autrice attraverso codici linguistici e sonori che spaziano dall’astratto al logico, dal materico al corporeo.
Di pagina in pagina, di giorno in giorno, di luogo in luogo si procede per giustapposizione e disgregazione. Come se il pensiero non riuscisse a contenere l’eccesso dell’esperienza e dovesse frantumarlo, la Saugo — e noi insieme a lei — va sbriciolando la realtà in catene di parole-tessere e patchwork sintattici.
Dire dove e in quale giorno dei Quaderni abbiamo incontrato una Saugo imparentata letterariamente con Raymond Queneau e Georges Perec richiederebbe di trasformare questa recensione in una severa analisi del testo. Ma fidatevi: non è stato possibile rinunciarvi nel corso della lettura, perché i rimandi erano e sono fin troppo evidenti. Vi invitiamo a seguire questa pista tra le altre, per fare scoperte e rinvenimenti di lezioni compositive à la façon de. Ne sono prova le descrizioni a mosaico e i cataloghi ossessivi del reale che la Saugo alterna con un’attitudine di costante amorevolezza e distacco nel contemplare le figlie e le cose umili, attingendo qui alla grazia che conosciamo dell’Autoportrait au radiateur — il diario di Christian Bobin in cui l’autore non si protegge dalla propria perdita dell’amata.
Le pagine dei Quaderni di Saugo funzionano come palline di mercurio: si sgranano in mille sfere lucenti per poi ricomporsi all’improvviso attorno a un dettaglio o a un’evocazione lirica. Al lettore sono concesse ed evocate esperienze sulla soglia tra l’opera d’arte e il reperto psichico: la presenza-assenza del partner, i phenomena di derealizzazione e la sintassi interrotta sfiorano la struttura di stati dissociativi e frammentazioni traumatiche. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a un caso clinico, ma a una suprema forma di resistenza estetica. A chi parla, dunque, quest’opera? Chi può leggerla? Non il lettore in cerca di rassicurazione o di un idillio consolatorio, ma chi accetta di smarrire le coordinate della logica tradizionale per porsi in ascolto di una lingua primaria, liquida, che rasenta il limite del visionario.
La forma revisionata di questo diario stratificato porta la firma dell’arte filologica e del sacro rispetto di Emiliano Peguiron. Il curatore ha decifrato la trascrizione fatta da Saugo a partire dai suoi 13 quaderni cartacei originari, scegliendo di preservare l’anomalia sacra di questa lingua (neologismi, espressioni infantili, variazioni cronologiche, frasi sospese). Peguiron ci consegna un testo perfettamente fruibile ma autentico nella sua voluta incompiutezza, dove l’errore o il refuso sono l’impronta digitale di una voce viva.
Ed è per tutto questo — e per il molto altro che lasciamo scoprire ai lettori — che questa nostra recensione qui si apre e si tras-forma in una cassetta per 13 chiavi di lettura, capaci, crediamo, di accompagnare chi legge nell’attraversamento delle maree della Saugo. Ad ognuna delle chiavi che siamo riusciti a ricavare dalla lettura dei 13 Quaderni abbiniamo qui una etichetta che i lettori potranno o no condividere o sostituire con quelle altre che li ispireranno.
13 chiavi di lettura per attraversare I giardini Salvi
1. Per l’invenzione della lingua originaria (La langue lacaniana e neologismi)
La scrittura di Saugo rifiuta le convenzioni del lessico adulto per immergersi nella lingua primitiva, in una sintassi biologica e neologica. In un continuo impasto di registri alti e bassi, nascono espressioni affettive uniche: musagnetha, uon ciangottini, popipallina, dove le parole tornano a essere materia sonora, pulsione e balbettio primario.
2. Per fare l’esperienza del Parler-Femme
Nel solco del pensiero di Luce Irigaray, la prosa di Saugo rifiuta la distanza e l’astrazione del discorso fallocentrico. Compie invece un’esplorazione liquida e viscerale con cui tenta di smantellare il discorso maschile sulla femminilità e sulla donna per trovare un modo linguistico e comportamentale di parlare come soggetto del discorso. E lo fa a partire dalla contiguità con il margine della provincia, dalla corporeità della gestazione e dalla presenza materica delle cose sfiorate e accudite.
3. Per la dimensione thalassica, i problematici nessi tra corpo e psiche e la complessità della materia vivente
Attraverso una nostra intuizione che si riallaccia alla teorizzazione psico-bio-analitica della genitalità di Sándor Ferenczi in Thalassa, la scrittura dei Quaderni è attraversata da una costante spinta utero-marina (la gonna che diventa l’onda, la casa trasformata in bolla subacquea). Il mare e i fluidi corporei non sono semplice paesaggio, ma prolungamenti dell’utero e barriera di protezione dal freddo del mondo esterno.
4. Per la carne ferita e la verità sul corpo materno
Dalla memoria del cesareo alla fatica dei parti ravvicinati, Saugo non nasconde la cicatrice e la ferita chirurgica. La carne ce la fa vedere come luogo di usura e di trasformazione, un trauma dell’essiccamento dei fluidi vitali che trova riscatto solo nell’abbraccio immediato e nello scambio di calore con le neonate. Un cortocircuito che trova la sua conferma nella lettura folgorante de Le cose fondamentali di Tiziano Scarpa, in cui l’autrice riconosce l’indicibile verità della propria esperienza: l’amore genitoriale non come idillio spirituale, ma come servitù felice della carne, fatta di fluidi, febbre, vigilanza e terrore della fragilità.
5. Per la diagnosi sul difetto di fabbrica dell’esistenza
Nessun idillio o consolazione pastorale addolcisce la quotidianità: le zampate che la vita ci riserva ne conservano la gravità costituzionale, spesso ingiusta: La mia scarsissima voglia di “vivere”, organica, costituzionale, il vero difetto di fabbrica. È un’ombra senz’alibi che si getta sulle luci della vita, eppure l’autrice l’affronta senza mai cedere al cinismo o all’abbandono egoico.
6. Per il cortocircuito tra la carne felice e la rabbia della scrittura soffocata
I Quaderni mettono in scena la frattura dolorosa tra la totale dedizione materna e la rivendicazione urlata della vocazione letteraria. Di fronte ai treni persi della carriera, all’isolamento nella provincia e al confronto con l’incontenibile desiderio sempre a palla di Molly Bloom, Saugo oppone la forza eruttiva del proprio corpo: io per via vaginale anzi per via di parete addominale erutto fuori tre persone in quattro anni a dire che c’è vita […] anche se scrivere… scrivere cazzo scrivere cazzo. Non senza dubitare di star facendo ciò che potrebbe rivelarsi punitivo e irreparabile: e io invece cosa sto facendo? Mi sto seppellendo vivamente, forse sto esagerando e qua in fondo a questo troppo non volere mi toccherà incontrare una punizione.
7. Per l’etica della stanzialità ovvero la militanza dell’Home Sweet Home
Di fronte al nomadismo del sistema dell’arte e alle convenzioni borghesi, l’Autrice sceglie la clausura domestica come forma di resistenza e trincea. Reclamando la sua identità Non sono una casalinga, sono una scrittrice, un’artista, Saugo trasforma la casa in un perimetro d’oro in cui difendere le figlie dal disincanto e proteggere se stessa.
8. Per il rifiuto della psicopedagogia dogmatica
In uno degli scatti più critici dell’opera, Saugo reagisce con fierezza alla rozzezza delle teorie pedagogiche di maniera: frullate nel dozzinale, nel calcinculo della psicopedagogia più letale […] macellaia delle sfumature e delle differenze. All’imposizione autoritaria del distacco dei figli dai genitori, oppone l’ascolto fine della sensibilità e dei tempi di crescita unici di ogni singola figlia.
9. Per il calcolo delle sorsate contate e la fisica dell’allattamento
L’atto del nutrire al seno è esaltato dai picchi di poesia corporea e psicanalitica, descritto dalla Saugo come un’intima trasfusione attraverso condottini cristallini e la pelle piena di succo buono. Quando sopraggiunge la necessità medica di interrompere l’allattamento, il distacco per lei si fa calcolo aritmetico e doloroso: le sorsate contate (venti per parte, contarle, assurdamente), trasfigurando la fine del contatto fisico in memoria e profumo.
10. Per l’epifania dei Giardini Salvi e l’incanto del quotidiano
Come un flâneur di provincia, Saugo sa scorgere il numinoso nei micro-ambienti di Vicenza e dei luoghi del quotidiano: le botteghe del centro, il banco del macellaio, le passeggiate con le bimbe, fino al prato dei Giardini Salvi dove il 24 ottobre 2012 raccoglie il suo primo quadrifoglio. Il sacro non abita le grandi astrazioni, ma si rivela nelle piccole cose salvate e custodite.
11. Per la scelta di non pesare
Di fronte alle proprie crepe interne, alla fatica e alla tentazione della rinuncia, Saugo fa prevalere l’etica della cura formulando la sua promessa materna più commovente: trattenere l’angoscia per non farla ricadere sulle figlie: quanto sempre trattenendo tutto il peso come fosse il respiro […] per neanche lontanamente sfiorarvi oh povere care non sia mai […] io trattengo tutto il peso dentro e distendo la mia vita sulle vostre come se fosse solo luce.
12. Per il coraggio della lingua incompiuta e delle sospensioni
Tutti i Quaderni rivendicano la propria forma imperfetta e frammentaria. Frasi spezzate, parole sospese senza punto fermo e reticenze si fanno cifra stilistica: il pudore della scrittura riconosce che gli stati d’animo più profondi non possono essere del tutto addomesticati dalla sintassi logica.
13. Per il passaggio del testimone e per la sua eredità
Nell’atto finale dell’opera, di fronte alla paralisi provata nella bellezza minerale della rimpianta e mai veramente posseduta Venezia (nonimmediavo… non ci riuscivo), l’Autrice affida la possibilità del futuro alla figlia Angela (Angela, cuore mio, continua tu, comincia tu…). E chiude i sei anni di scrittura vivente, il 29 settembre 2013, nel lettone sotto il temporale d’autunno, con le parole che portano l’impronta, il senso della sua eredità e del suo tanto cercato riparo: Dormivi nel buio di penombra, un forte acquazzone iniziava, non lo sentivi amore che fuori arrivava l’autunno, lo portava il vento, scompigliava le chiome degli alberi, pioveva, tutto si bagnava, si raffreddava, tu dormivi rannicchiata anche addosso a me, oltre che supina, respiravi amore, vivevi quieta, protetta, infinitamente amata.
Proporre ai lettori randagi questa cassetta di chiavi per attraversare I giardini Salvi risponde a una nostra precisa responsabilità critica: permettere a chi legge di riconoscere ad Alessandra Saugo il posto che le spetta nella letteratura contemporanea. Attraverso questi tredici accessi, i Quaderni rivelano di non essere un semplice diario di bordo o un catalogo di minuzie domestiche, ma un’opera d’arte complessa e radicale – il dispositivo con cui una voce incontaminata e senza alibi resiste all’omologazione del linguaggio e al disincanto della vita.
Attraversare i sei anni di questa scrittura vivente insieme a lei ci costringe a fare i conti con la fragilità della materia umana e con l’ansia del tempo che fugge. Entrare nei Giardini Salvi non è mai stato per noi de il Randagio un esercizio di contemplazione passiva, ma un atto di immedesimazione profonda dentro un nitido contrasto termico ed emotivo. Da una parte abbiamo visto l’irrigidirsi della vita e della società: una duplice freddezza che si manifesta sia nel rigore delle gabbie esterne – le regole e le gerarchie sociali, le logiche escludenti dell’editoria e il dogmatismo della psicopedagogia – sia nella gravità naturale dell’esistenza, fatta di fatica organica, scorrere del tempo e depressione. Dall’altra parte, opposto a questo gelo, abbiamo sentito il calore invincibile del corpo e della cura materna.
Sebbene negli anni dei Quaderni l’Autrice ignorasse ancora la diagnosi imminente, per noi lettori quel freddo che incalza da fuori preannuncia la stagione buia del dramma a venire. È qui che si compie il miracolo etico della Saugo: di fronte all’inverno del mondo, la sua parola agisce come una barriera termica. La sua è una lingua biologica ed erotica: biologica perché radicata nella fisiologia della materia viva — nei fluidi, nell’allattamento, nella carne ferita — ed erotica perché mossa da un Eros profondo, spinta incoercibile di vita, desiderio e passione letteraria che si oppone a ogni disincanto. Attraverso le parole-tessere che compongono i tredici Quaderni fissando in fermo immagine i frammenti dell’esistenza, la Saugo compone un mosaico d’oro per tenere al caldo chi ama, proteggendolo e custodendolo nell’esperienza di vivere e sentirsi infinitamente amato.
Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

