25 aprile 2024. Siamo a New York City e abbiamo incontrato Antonio Monda, scrittore, critico cinematografico, docente alla NYU ed ex direttore artistico della Festa del cinema di Roma.
Buongiorno Antonio e bentornato a New York. Tu sei arrivato in America e in particolare a New York circa trent’anni fa. Come mai hai scelto l’America e proprio New York come luogo in cui vivere? Cosa ti ha spinto e ti ha attratto qui?
Sono arrivato in America, a New York, trent’anni fa precisi: a marzo 1994. Era ed è un paese che mi è sempre piaciuto, mi ha attratto fin da quando ero piccolo.
Le tue grandi passioni, Antonio, sono fondamentalmente due: la letteratura e il cinema: Le hai sempre avute fin da bambino oppure sono maturate in età più adulta, subito dopo l’adolescenza? Come sono nate?
Ho sempre amato il cinema, in particolare quello americano, soprattutto quello della fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta. E di New York mi ha sempre affascinato il fatto che fosse la città più popolosa del mondo. Anche se oggi non lo è più, il fatto che fosse la capitale del mondo. In quel periodo, una trentina d’anni fa, stavo preparando un documentario su Isaac Singer e quindi letteratura e cinema sono passioni che ho sempre coltivato. Ho perso mio padre quando ero un ragazzino di quindici anni e l’amore per il cinema e per la letteratura nascono dall’amore che avevo per mio padre che mi portava spesso al cinema. Continuare a occuparmi di letteratura e di cinema è stato un modo per continuare a celebrare mio padre.
Ho letto che all’università quando eri studente in Italia hai fatto giurisprudenza e non lettere o lettere con indirizzo storia del cinema. Eri destinato a una carriera da avvocato che però non amavi particolarmente e per la quale non avevi la vocazione?
All’università ho fatto giurisprudenza su consiglio di mia madre: mio padre faceva l’avvocato e quindi c’era lo studio avviato in famiglia.
Tre registi, non necessariamente italiani o italoamericani, che apprezzi molto e tre che non ami particolarmente.
La mia trilogia sicuramente è composta da Federico Fellini, Charlie Chaplin e John Ford. Quelli che non amo molto sono Jean Luc Godard, Michelangelo Antonioni e Alain Resanis. Invece i miei tre scrittori preferiti sono Isaac Singer, Ernest Hemingway e Jorge Louis Borges.
Ti va di dirmi tre cose che ti piacciono dell’America e di New York?
Dell’America e di New York mi piacciono soprattutto le cose che non ci sono in Italia e a Roma, il fatto che sia un set naturale: la sensazione per chiunque vi arrivi per la prima volta di conoscerla già. L’architettura e quindi i moltissimi grattacieli che non ci sono in Italia. E poi l’energia che pervade la città e che è sempre presente.
Il tuo ultimo romanzo Il numero è nulla è il nono romanzo di una saga – potremmo dire – composta da dieci volumi in ognuno dei quali tu hai raccontato l’America. Come ti è venuta l’idea di questo progetto? Possiamo dire che tutti questi dieci volumi poi alla fine compongono un unico grande volume sull’America con molte storie che si intrecciano?
I miei dieci romanzi su New York e sull’America sono e compongono un unico grande romanzo come hai detto tu: un unico grande volume composto da dieci libri ognuno dei quali rappresenta un capitolo.
In uno dei tuoi primi libri La magnifica illusione, Fazi 2003, che non manca nella mia biblioteca, ti soffermi, tra gli altri, su due film che hanno avuto molto successo ma che sono stati molto controversi e suscitarono molte polemiche quando uscirono: La passione di Cristo e Fahrenheit 9/11. La passione di Cristo, di Mel Gibson 2004, dalla cui uscita in sala sono passati vent’anni, forse ancora oggi è l’opera religiosa sul grande schermo più controversa e più discussa che ci sia mai stata. Ricordo che Furio Colombo scrisse: “è un film pornografico che dovrebbe essere vietato ai bambini…che si segnala più alla storia della psichiatria che a quella del cinema…” Un film che fu definito da Furio Colombo oltrechè pornografico anche blasfemo. “Blasfemo soprattutto in questo: invece di lavare i peccati del mondo, in questo film la interminabile tortura di Cristo serve a elencare a una a una le colpe degli ebrei e la loro inevitabile condanna…”Per quanto riguarda invece il film Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, uscito nel 2004, si tratta, forse, di una pellicola che ha cambiato il modo di fare cinema, almeno per quanto riguarda gli action movies nell’uso delle immagini, delle inserzioni, dei ralenti.
Per quanto riguarda The Passion sicuramente bisogna dire che è costruito mettendo in evidenza la sola sofferenza fisica. Poi capisco la critica di Furio Colombo perché in effetti Mel Gibson dopo il film pronunciò frasi francamente antisemite. Per quanto riguarda Michael Moore bisogna dire che ha sempre avuto uno sguardo critico sulla società americana ed è sempre stato un regista provocatorio.
In questi giorni ci sono manifestazioni di studenti in tutte le università, anche alla Columbia University. A novembre ci saranno le elezioni per il Presidente. In genere gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti in queste circostanze prendono posizione e organizzano iniziative. Come si sono organizzate e quali iniziative stanno facendo “le voci del dissenso” – per usare un’espressione di Fiamma Arditi di qualche tempo fa in un suo libro Fazi – Le voci del dissenso – che in genere sono voci non allineate che raccontano un’altra America, quella creativa, desiderosa di pace e che cerca di combattere con l’arte e con l’impegno civile quello che una volta veniva definito l’imperialismo di molti suoi governanti?
Io credo che sia importante dare voce a qualunque tipo di dissenso, che si possa criticare senza problemi il governo di Benjamin Netanyahu, ma non accetto l’idea che dalla critica al governo Netanyahu si passi antisemitismo.
Grazie Antonio. Alla prossima!
Francesco Neri
Francesco Neri è giornalista professionista dal 2002. Ha frequentato la scuola di giornalismo della Luiss di Roma. Ha lavorato come redattore per la casa editrice Editalia, per il quotidiano Il Manifesto, per Il Diario della settimana di Enrico Deaglio, per le pagine romane del quotidiano La Stampa, per l’agenzia Adnkronos. Collaboratore della rivista online Transizione.net. Docente a contratto presso l’università La Sapienza. E’ stato direttore responsabile del giornale POLIZIA E DEMOCRAZIA, versione cartacea e online. Ha lavorato e lavora per la RAI, Giornale radio, Unomattina, Ballarò, LaGrande Storia, Caterpillar estate, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. E’ inoltre autore Rai, televisivo e radiofonico, e conduttore delle trasmissioni della Rai Passioni e Vite che non sono la tua in onda su Rai Radio Tre. Ha curato il volume Dal nostro inviato, uscito da Editori Riuniti e ristampato da Bulzoni. Ha firmato, insieme al magistrato Catello Maresca, il libro uscito da Garzanti L’ultimo bunker, la storia della cattura del capo dei capi del clan dei Casalesi Michele Zagaria, successivamente raccontata in televisione dalla trasmissione La tredicesima ora di Carlo Lucarelli e dalla fiction televisiva di Rai Uno Sotto copertura 2.
Pensare che una coreografia sia scaturita da poesia contemporanea è commovente, ancor più quando si comprendono le tematiche per esperienza vissuta, per radici comuni e per il richiamo ancestrale della propria terra, lo stesso che ha ispirato il poeta Vittorio Bodini e il coreografo Fredy Franzutti, direttore del Balletto del Sud. Leccese, da sempre attento alla cultura e alle tradizioni della sua terra e, più in generale, del suo Sud, ha portato in scena la creazione più fortemente intrisa dell’humus delle sue origini.
Si tratta della coreografia “La luna dei Borboni”, ispirata dall’omonima raccolta di poesie, pubblicata nel 1952, del grande scrittore, traduttore, giornalista, poeta Vittorio Bodini, suo conterraneo e fondatore, nel 1932, del “Futurblocco leccese”, vivace movimento futurista locale. La poesia di Bodini parla, in modo struggente e appassionato, di un Sud immobile, indifferente persino all’unità d’Italia, incatenato ai suoi riti e tradizioni, coraggioso nel suo dolore e tenace nella speranza. Un Sud in cui i riti pagani si mescolano e si fondono con una cristianità severa che permea il contesto sociale e condiziona la vita quotidiana. La continua attrazione tematica del sud e la dimensione memoriale allontanano Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza.
Ma l’estremo lembo di terra nel quale il poeta ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti “Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.” Supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante, uno dei più rappresentativi di quella linea meridionale che da molti critici è stata definita una delle intuizioni più suggestive del nostro secondo novecento letterario.
Vittorio Bodini
Ciò che caratterizza la poesia, e più in generale il pensiero di Bodini, è la sua concezione del Sud, con mille contraddizioni, le tante difficoltà, i molteplici limiti, ma anche con l’irresistibile fascino ed il fortissimo richiamo; una sorta di attrazione-avversione, di odi et amo, una denuncia tanto sincera quanto dolorosa della situazione del Sud e della sua gente. E’ una poesia dai forti contrasti, e in ogni verso il poeta mostra l’ambivalenza nei confronti della sua terra e racconta il suo Sud metafisicamente sospeso in una tristezza schiacciata dal tempo che sembra essersi fermato.
“La luna dei Borboni
Col suo viso sfregiato tornerà
Sulle case di tufo, sui balconi.
Sbigottiranno il gufo delle Scalze
E i gerani – la pianta dei cornuti –
E noi, quieti fantasmi,
discorreremo dell’unità d’Italia”
Le stesse suggestioni vengono evocate dalla coreografia di Franzutti, che tramuta in movimento le parole del poeta e dà loro vita mediante il corpo dei ballerini che la realizzano. Per questa produzione che l’artista ha creato in esclusiva per la sua compagnia, “Il balletto del Sud”, il Maestro ha usato il linguaggio moderno della danza contemporanea e del teatro-danza.
Lo spettacolo si apre con la voce fuori campo dell’attore Andrea Sirianni, che recita i versi di Bodini e subito trasporta il pubblico nell’atmosfera dell’epoca. Segue il passo a due dei primi ballerini, Nuria Salado Fusté e Matias Iaconianni, che descrive l’amore in tutte le sue fasi, passando dal romanticismo alla sensualità delicata che si fa via via più accentuata. Non mancano le crisi, le riprese e la frattura, l’epilogo finale dal lirismo potente affidato alle capacità drammatiche del collaudato sodalizio tra i due artisti. La forte teatralità, sebbene importante in una produzione del genere, non prende il sopravvento sulle capacità tecniche dei due protagonisti.
Il racconto muto del coro che li circonda narra la vita di un paese del sud, coi suoi rituali, col suo popolo, a volte entusiasta, a volte disperato, segnato da una vita dura che alterna speranza a rassegnazione. I volti parlano, i corpi comunicano al pubblico un caleidoscopio di sentimenti e sensazioni. E’ evidente nei pezzi dei solisti Ovidiu Chitanu e Christopher Vasquez, che ipnotizzano il pubblico con la loro plasticità. I musicisti dell’ensemble “Brancaleone Project”, Giuseppe Spedicato, Rocco Nigro e Giorgio Distante, sono presenti in scena, sullo sfondo, come unico elemento di un allestimento volutamente scarno come scarno era il sud del dopo guerra raccontato dal poeta. La musica, originale, composta per l’occasione da Rocco Nigro e Giuseppe Spedicato per fisarmonica e tromba, riprende le melodie delle feste di piazza dal sapore antico e nostalgico e delle processioni religiose. Ricordando motivi balcanici, ritmati e sensuali, comuni a tanta tradizione del nostro meridione, alternati da brani dall’atmosfera sognante alla maniera di Nino Rota, a suggerire qua e là elementi futuristi (corrente tanto cara a Bodini).
I linguaggi di poesia, teatro e danza, tenuti insieme dalla musica, si rincorrono tra loro, si intrecciano senza mai sovrapporsi e sono complementari, come ad esprimere la complessità della vita, fatta di tanti elementi uniti dalla forza dei sentimenti e della passione.
Serena Cirillo
Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie
Jesmyn Ward è nata a DeLisle in Mississippi nel 1977. Nella sua biografia si dice che con “Salvare le ossa” le è stato attribuito il National Book Award per la narrativa nel 2011 a soli 34 anni. Incuriosito vado su Wikipedia e trovo che è l’unica donna che dal 1950 l’abbia vinto per due volte, per la precisione il secondo nel 2017 con “Canta, spirito, canta”. Prestigiosi riconoscimenti che non mi sorprendono perché ho appena finito di leggere proprio un bel libro, con l’aura mitologica del “grande romanzo americano”. Le suggestioni infatti sono tante e portano a Faulkner, a Steinbeck, a Jack London, tanto per dire i primi nomi di cui si avverte un’eco.
Innanzitutto, per un dato geografico: Faulkner, classe 1897, veniva anche lui dal Mississippi, da New Albany, cinquecento chilometri più a nord di DeLisle, che invece è sul mare a uno sputo da New Orleans. In particolare, la Ward ha vissuto la sua infanzia in una comunità povera e prevalentemente nera dedita all’agricoltura.
Il romanzo di Faulkner che forse più ricorda “Salvare le ossa” è “Mentre morivo” del 1930, definito da Harold Bloom come “il romanzo più originale del XX secolo”, scritto all’età di 32 anni e pubblicato nel 1930 (sarà un caso, ma coincide anche il dato anagrafico…)
Entrambi si svolgono in luoghi immaginari del Mississippi: As I lay dying nella “contea Yoknapatawpha” (la stessa de “L’urlo e il furore”); Salvage the bones nel “cuore nero” di un’inesistente cittadina dal nome di “Bois Sauvage”.
In “Mentre morivo”, già dal titolo, si fa riferimento all’Odissea, alla discesa agli inferi di Ulisse, dove Agamennone, ucciso dalla moglie Clitemnestra, racconta le circostanze della propria morte. In “Salvare le ossa”, Esch, la protagonista, divora la “Mitologia” di Edith Hamilton, vibrando ammirata per la passione sconfinata di Medea. Esch di fatto riconosce di essere Medea nella sua parte fragile quando dice pensando a Manny, il ragazzo di cui – non corrisposta – è invaghita:
“Secondo me Medea ha provato la stessa cosa per Giasone quando l’ha conosciuto e si è innamorata di lui; forse l’ha visto e ha sentito un fuoco divorante attraversarle il petto, un fuoco che le faceva ribollire il sangue prima di evaporare, caldissimo, da ogni centimetro di pelle.”
Ma di Medea la Ward parla sin dalla prima pagina, nella bellissima dedica iniziale:
“Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.”
Nel romanzo di Faulkner, in una terra che è allo stesso tempo arsa e piovosa, c’è il racconto di un diluvio, di una terribile inondazione, di un fiume che straripa portandosi via i ponti e le case e che rende epico il viaggio della famiglia Bundren. Il romanzo della Ward ha come evento centrale l’uragano Katrina del 2005, forse il più noto e grave abbattutosi sugli Stati Uniti, le cui devastazioni l’Autrice ha vissuto personalmente con i suoi familiari (anche l’uragano simboleggia Medea, che nel mito era tempestosa e devastante).
Non sarà sfuggito che pure “Furore”, il capolavoro di Steinbeck del ‘39, ricco di allegorie bibliche, si concluda sotto una pioggia torrenziale. E come si fa a non pensare a Jack London, in particolare a Zanna bianca, nelle scene del parto della pitbull e soprattutto in quelle tremende dei combattimenti fra i cani?
Dicevamo della protagonista, di Esch, che è anche la narratrice del libro. Ha quindici anni ed è incinta. Vive con i suoi tre fratelli ed il padre alcolizzato in una specie di discarica tra rifiuti, galline e carcasse di camion. Esch parla poco, nasconde la sua gravidanza, legge la mitologia greca immedesimandosi con le sue eroine e fa sesso con tutti gli amici dei fratelli perché è più facile lasciarsi toccare che chiedere di smetterla. Dice: “L’unica cosa che mi è sembrata facile fin dall’inizio, come nuotare nell’acqua, è stato il sesso. Avevo dodici anni. La prima volta l’ho fatto sdraiata sul sedile davanti nel camion di papà, quello col cassone ribaltabile. E’ successo con Marquise, che aveva solo un anno più di me.”
Sono bambini e adolescenti liberi ma abbandonati, con un padre ai margini, poveri e affamati, la cui madre è morta partorendo Junior, il più piccolo della famiglia, che trascorre le giornate scavando nella terra in mezzo alla polvere. I due fratelli più grandi sono Randall, il maggiore, che gioca a basket e spera di prendere una borsa di studi per meriti sportivi e il sedicenne Skeetah, il personaggio centrale del libro, la cui vita ruota intorno a China, la sua pitbull, che partorisce una fragile cucciolata nelle prime pagine del libro (se Esch era la parte vulnerabile di Medea, China ne è la parte brutale e leale).
Prime pagine da cui già emerge una fisicità che sarà presente in tutto il libro: la nausea di Esch, la pelle luminosa dell’amato Manny che l’ha messa incinta e la rifiuta, il vomito del padre incattivito dall’alcol, l’odore di cane bagnato dei ragazzi, il muco rosa di China nello sforzo del parto o gli occhi rossi di Randall che “sembrano schizzargli fuori dalle orbite”, la parvovirosi dei cuccioli, i capelli sciolti di Esch che la fanno sembrare “di un’altra epoca”.
E questa fisicità spesso si trasforma in violenza. Nelle lotte tra i ragazzi nel bosco di querce, nella violenza del padre, nel sesso consumato nella sporcizia di una toilette o nello scheletro di un’auto, nella descrizione terribile e nauseante, ma di assoluto splendore estetico, del combattimento tra i cani… Tutto sembra voler ricordare – anche nella frenesia del ritmo – i miti greci tanto cari alla protagonista.
E, come nelle tragedie greche, il sangue sgorga e pulsa in tutto il romanzo, in un festival di metafore e di analogie. Il sangue “ha odore di terra calda e bagnata dopo un acquazzone estivo”, cade sulla sabbia in una raffica di goccioline luccicanti, si allarga sulla pelle come una medusa … C’è sangue sulle mascelle dei pitbull dopo l’accoppiamento per cui “sembrava che invece di amarsi si fossero azzuffati”. Il sangue disegna: disegna una curva tra le dita fino ai gomiti, disegna sul petto una fascia da miss, disegna una striscia sulla fronte come una bandana, sulla coscia come una giarrettiera cremisi. Il sangue può somigliare a una sciarpa o a una collana o a un nastro. Il sangue si fiuta e si desidera. Esch ricorda la scia di sangue per terra dal letto di casa al furgone lasciata dalla madre l’ultima volta che l’ha vista.
Eppure, a Bois Sauvage non manca la bellezza, che è soprattutto quella che si esprime nel legame fortissimo tra i quattro fratelli che rubano, si sacrificano, litigano per proteggersi a vicenda; o nel senso di protezione e di cura che Esch ha per il fratellino o Skeetah per i suoi pit bull. La Ward sa descrivere l’orrore e la tenerezza in ogni situazione e in ciascun personaggio. Personaggi che mostrano l’intera gamma di emozioni umane, contraddittori e per questo autentici, li riconosciamo e li vediamo vivere pienamente tra le pagine del romanzo.
La storia di “Salvare le ossa” copre i dieci giorni della vita di questa famiglia prima dell’uragano Katrina, il giorno del diluvio e quello subito dopo. Alla povertà estrema, agli sforzi per sopravvivere, alla violenza, agli abusi sessuali, si aggiunge l’arrivo catastrofico della tempesta. Personalmente, prima di questo libro, mi è capitato di leggere un solo romanzo che abbia parlato di Katrina: “Zeitoun” di Dave Eggers, una sorta di saggio narrativo teso più a soffermarsi sui disastri causati dall’uomo, la miopia e l’inettitudine della politica, le incompetenze nell’organizzazione dello stato di crisi, l’abbandono della povera gente. In “Salvare le ossa” non c’è nulla di tutto questo. Il romanzo è una sorta di conto alla rovescia nell’ombra minacciosa della catastrofe, in cui è il padre dei bambini, Claude, che si preoccupa, nei rari momenti di sobrietà, di predisporre un qualche riparo in vista dell’arrivo dell’uragano, il cui passaggio, con venti a 150 miglia all’ora e la conseguente inondazione, farà sì che i nostri protagonisti dovranno lottare per mettere in salvo la pelle, perdendo comunque tutto il poco che hanno.
Il giorno dopo il disastro gli scampati cercheranno di rendersi conto, spaesati, dell’apocalisse che il ciclone ha lasciato nella sua scia. Con gli edifici scomparsi, senza cibo, elettricità, acqua corrente, ecc… l’unica cosa che resta da fare è provare a sopravvivere.
Se si esclude qualche eccesso nelle descrizioni e nelle similitudini, e un’ingenuità nel far coesistere nella stessa ragazzina un linguaggio che passa dal volgare ai riferimenti alla mitologia classica, credo si possa tranquillamente dire che ”Salvare le ossa” è un romanzo che non ti capita di leggere tutti i giorni e che la sua autrice è un talento indiscutibile.
Ben lontano dall’estetica minimalista tanto in voga negli ultimi decenni, la Ward scrive, con un linguaggio altamente lirico, un romanzo di un realismo solo apparentemente tradizionale, ma fresco e moderno, emozionante e credibile.
Come quei cantautori che con pochi accordi compongono grandi canzoni, la Ward è capace di emozionare il lettore, di dargli tensione e magia, sangue e bellezza. E alla fine del libro scopri che quella storia non ti molla e pensi: che altro dovremmo chiedere all’arte e alla letteratura?
“Salvare le ossa” è il primo volume della Trilogia di Bois Sauvage, il secondo è “Canta, spirito, canta”, il terzo “La linea del sangue”, tutti pubblicati in Italia da NN Editore.
Perché Milan Kundera se ne andò da Praga? E perché Bohumil Hrabal invece restò? Quale fu il discrimine, l’elemento scatenante? E qual è il rapporto di Praga e dei Praghesi con Kundera e con Hrabal oggi? Indifferenza? Amore? Rancore? Rabbia? E la letteratura, la poesia di Kundera e di Hrabal dove nascevano e dove si alimentavano? Ho girato in lungo ed in largo Praga nel mio ultimo soggiorno. Sono andato in cerca dei luoghi di Kundera e dei luoghi di Hrabal. Cercavo la magia, questa volta la magia della poesia, della letteratura e con essa anche qualche risposta a tutti quei quesiti. E vi era ancora, latente dentro di me, un altro quesito che finalmente lasciai salire in superficie: perché tutto questo mio interesse per le storie contrapposte dei due scrittori? Non potevo fermarmi alla loro poetica? Al confronto dei loro paradigmi letterari e poetici? O meglio ancora non potevo accontentarmi di leggere le loro opere e gustarle fino in fondo come si fa quando ti trovi davanti ad un’opera d’arte? Goderla per il suo contenuto estetico, emozionale e amen?
Il murales di Hrabal
Il fatto é che Praga dissemina la sua magia ovunque: nell’aria che respiri, nelle guglie delle sue chiese, nelle Sinagoghe, nei vicoli di Staré Mesto, la vecchia città, quella raccolta tra il Ponte Carlo e la piazza dell’Orologio, in Mala Strana, la piccola città con il Castello e la Cattedrale, il vicolo degli alchimisti, nel muro dipinto dell’isola di Campa (Lennon Wall) e nella vena creativa dei suoi poeti e scrittori. Mi son fatto l’idea che questi ultimi traggano da quella magia la loro forza, la loro immaginazione.
Perché alla fine il mistero che ti avvolge a Praga e che respiri a pieni polmoni è la magia della dimensione primordiale dell’Umanità, i suoi valori ancestrali. Niente altro. Certo ogni poeta, ogni scrittore possiede una cifra letteraria, creativa, immaginifica che lo differenzia da tutti gli altri ma qui a Praga ciascuno alimenta quella cifra direttamente nella magia che rende unica questa città. E se te ne allontani quella magia la perdi e diventi qualcun altro.
É quello che successe a Milan Kundera allorché se ne andò o fuggì da Praga. Cessò di essere un poeta ed uno scrittore legato alla magia, alla dimensione primordiale ed ancestrale di questa terra. Cessò di essere un poeta e scrittore praghese. Semplicemente.
Bohumil Hrabal si rifiutò di andarsene o di fuggire e restò immerso sino alla fine in quella magia. Perché tu puoi essere diverso da chiunque altro ma la magia in cui ti muovi é la stessa per tutti.
Tereze, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” a cui Milan Kundera affidò i sentimenti per la sua ormai ex città, la sente ancora, prepotentemente, la magia di Praga. Ella si sarebbe voltata una , due, dieci, cento volte a guardare Praga mentre si allontanava salendo lungo i viottoli della collina di Pettrin. La città le si mostrava, la chiamava, la inondava di tristezza e di nostalgia, avrebbe voluto trattenerla, ma sapeva che lei non si sarebbe fermata nonostante la guardasse e la invocasse come la più bella di tutte le città del mondo. Quel Romanzo scritto nel 1984 a nove anni dalla partenza o fuga da Praga è ancora intriso di bellezza primordiale, di emozioni e sentimenti che scavano nei valori ancestrali più profondi. Gli stessi che aleggiano, seppur violati, traditi e oscurati dal regime che nega persino, anzi prima di tutto, la libertà individuale, ne “Lo scherzo” il primo romanzo praghese di Kundera del 1967 per nulla apprezzato dall’onnipresente regime. Poi via via la scrittura di Kundera si stacca dalla dimensione primordiale che dà vita alla magia della più bella città del mondo e diventa altra cosa. Diventa pensiero raffinato, diventa ricerca intima e razionale del proprio essere e divenire sino a sfociare nel pensiero disincantato seppure pervaso di quella stessa tristezza e malinconia di Tereze sulla collina di Pettrin.
Molte scelte, potendo disporre del sapere necessario o magari delle conoscenze, sensibilità acquisite strada facendo, forse non le avremmo fatte, comunque sarebbero state diverse, sembra confessare Kundera nel suo ultimo scritto francese “La festa dell’insignificanza”.
Ma è qui che si erge, in tutta la sua forza, la scelta di Bohumil Hrabal. Perché Hrabal non fuggì, non scappò e preferì tenersi stretta la magia della sua terra, una magia che a sua volta si alimentava della volontà della gente letteralmente decisa a vivere nonostante tutto. Certo Il panorama urbano che poteva osservare Bohumil era diverso rispetto a quello in cui era immerso Milan. Il quartiere Liben in cui abitava Hrabal era un quartiere popolare dove giravano operai e contadini, uomini e donne alle prese con una quotidianità dura. Le case erano povere case, le piazze erano spiazzi invasi da erbacce, le trattorie erano poca cosa e a pranzo la gente andava in una specie di grande mensa allestita dal regime da cui si portava via qualcosa da mangiare frettolosamente. Il quartiere era in piano e nessuna guglia disegnava l’orizzonte e nemmeno il Castello vi compariva. Solo case basse e le ciminiere di qualche birrificio, i depositi dei rifiuti da mandare al macero compresi i libri non graditi al regime. E ovunque, in ogni istante, la necessità di strappare la vita lavorando in una fabbrica o un’altra, su un cantiere o un altro, cercando di coltivare alla meglio un pezzo di terra, qualche patata, qualche ciliegio o pero o melo. Praga non passava di meglio a Bohumil Hrabal quanto a condizioni di benessere materiale, ma gli consentiva di vivere in una dimensione comunitaria piena e totale fatta di solidarietà e compassione, di amicizia e sentimenti dove l’amore, quando scoppiava, era amore vero e durava una vita intera come il suo amore per la moglie Pipsi. E non è che Bohumil non se ne rendesse conto. Certo la fatica al termine della giornata lo sfiancava, come tutti. Certo trovava nelle birrerie il conforto a giornate piene di fatica. Ma egli si muoveva consapevole della sua condizione e di quella di tutta la gente che viveva lì. E sapeva che in quella gente vi era la fonte della sua poesia e della sua magica creatività ironica e sarcastica, malinconica e pugnace. E scelse di non andarsene. Perché egli sapeva di potersi e doversi specchiare in quella gente così come quella gente si specchiava in lui. Era un intellettuale Hrabal, aveva fatto l’università, la facoltà di giurisprudenza. Non era nato da una famiglia borghese o aristocratica né tanto meno la sua famiglia si era riciclata nei quadri della nomenclatura del partito comunista. Era nato per caso, frutto dei tentativi di una madre che provava a raddrizzare la vita che andava per conto suo, ossia male. E aveva fatto un sacco di lavori, e tutti manuali, per raddrizzare anche la sua vita, ma sempre guardandola dritto negli occhi che poi erano gli occhi di quanti gli vivevano intorno e che dovevano andare avanti nel bene e nel male, lavorando, in un contesto difficile come poteva essere difficile il dopo guerra che aveva segnato la fine dell’impero austroungarico in quella che allora era la Cecoslovacchia e che egli brillantemente descrisse con sarcasmo ed ironia impareggiabili nel romanzo “Ho Servito il Re d’Inghilterra” da lui ambientato nello straordinario, elegante nelle sue fioriture liberty, ed esclusivo Hotel de Pariz, sempre a ridosso di Staré Mesto e dove chiunque può, come ho fatto io con la mia amica praghese Eva, estimatrice ella pure di Hrabal, andare, ancora oggi, a fare colazione o prendere un aperitivo o pranzare a prezzi assolutamente normali.
L’Hotel de Paris a Praga
Poi era seguita l’occupazione nazista e la guerra e l’avvento del regime sovietico che per un ventennio, dal 1948 al 1968 avrebbe stretto in una morsa di silenzio il Paese intero concedendo privilegi a pochi e miseria intrisa di violenza a tutti gli altri. E lui decise di rimanere dove gli altri erano costretti a stare. Anche dopo la drammatica fine della primavera praghese del 1968 che riportò nuovamente il paese sotto il calcagno della dittatura sovietica.
Avrebbe potuto andar via. Certo che avrebbe potuto. Hrabal era uno scrittore noto in patria ed all’estero. Dal suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” era stato tratto un film con sceneggiatura da lui firmata che aveva vinto l’oscar come miglior film straniero, appena qualche anno prima, nel 1966. In seguito capi di stato esteri, con il poeta e drammaturgo praghese Václav Havel, presidente della Cecoslovacchia finalmente libera, e Bill Clinton presidente degli Stati Uniti in visita a Praga lo vollero incontrare e si recarono addirittura a trovarlo nella birreria da lui frequentata, da “U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro).
“U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro)
Egli era il riflesso dell’anima praghese, l’interprete della sua magia. Colui che salvava il sapere dei libri mandati al macero dal regime e che perpetuava la dimensione primordiale ed i valori ancestrali dell’umanità violati dalla dittatura comunista praghese teleguidata dal Cremlino. Colui che salvava la magia di Praga e la custodiva per i tempi a venire.
A Praga tutti amano Hrabal. Lo sentono come l’espressione del loro stesso essere. Sono andato in giro, con la mia amica praghese Eva, per il suo quartiere, il quartiere periferico n. 8. Della sua casa al n. 24 della via Liben é stata salvata la facciata insieme a quella di altre casette vicine, tutte trasformate in un murale di oltre duecento metri a lui dedicato, prima di far posto alla metropolitana. Bohumil vi appare insieme ai suoi gatti, alla sua macchina da scrivere, con il suo viso da adolescente caparbio ed anche un po’ ingenuo, con il viso che gli ride mentre gli occhi scrutano tutto ciò che esiste intorno a lui. Brani dei suoi romanzi sono riportati nelle intercapedini dei muri. Tutto intorno non c’è più nulla, solo una enorme ed anonima piazza, ma lo spirito di Bohumil vi aleggia integro. E lo si incontra nel Teatro Pod Palmovkou e nelle trattorie del quartiere che spesso prendono il suo nome. Nel vecchio mulino sulle sponde del vicino canale che confluisce nella Moldava, trasformato di recente in centro culturale, ho visitato una mostra a lui dedicata. Un gruppo di artisti ungheresi l’ha organizzata per lui, a Praga, nel suo quartiere a due passi dalla sua vecchia casa. Lo stesso amore non lo trovi per altri scrittori. Almeno a me non è capitato di intercettarlo. Il centenario della nascita di Kafka è passato invano a Praga. La casa natale di Kafka in Staré Mesto fu demolita per far posto ad un nuovo palazzo. All’angolo di esso un piccolo busto ricorda il grande scrittore mentre una scultura sotto forma di spirale attorcigliata su stessa ne ricorda l’opera sulla vicina piazza. Scriveva in tedesco Kafka e questo lo ha escluso dalla magia praghese. Celebrato nel mondo qui é pressoché ignorato.
È la stessa sorte toccata a Mikan Kundera. Anch’egli, una volta partito, smise di scrivere in ceco e prese a scrivere in francese. Oggi viene addirittura considerato uno scrittore francese. Della magia praghese é rimasta la nostalgia ed il rimpianto forse nascosti dentro alla sua ultima opera “La festa dell’Insignificanza”. Kundera partì da Praga nel 1975. Sette anni dopo la fine della primavera praghese stroncata violentemente dai carri armati sovietici. Milan era un privilegiato, viveva nella Nuova Città, quella attaccata a Staré Mesto ed a Mala Strana con l’isola di Campa a due passi e la collina di Pettrin a far da sfondo. Il teatro dell’opera e la facoltà di lettere e cinema da lui frequentata in gioventù erano da quelle parti, lungo la Moldava. Anche l’elegante caffè Slavia era sulla stessa strada. Mi ci sono recato, con Marisa, la mia amica italiana trapiantata a Praga, grande estimatrice di Kundera. È grande il caffè Slavia. L’arredamento retrò ti rimanda piacevolmente indietro nel tempo. Il personale è gentile, i prodotti di qualità. Qui ci venivano gli intellettuali, durante il regime comunista. Era una specie di zona franca, sempre che qualcuno non raccontasse alla polizia politica cosa si diceva lì dentro. Alle pareti le foto di scrittori, musicisti, poeti, intellettuali. È antico il caffè Slavia ed elegante. Di fronte il teatro dell’opera frequentato dalla famiglia Kundera. Ci andava anche Kafka in quel caffè e pure Bohumil, ogni tanto, che ci incontrava i suoi colleghi compreso Milan. Il regime comunista era stato lieve per la famiglia Kundera. Il padre era direttore del Conservatorio musicale e, si sa, l’appartenenza alla nomenclatura riservava privilegi tra i soviet ma imponeva anche obbedienza e totale allineamento. Come Bohumil ed altri intellettuali, sarebbe potuto restare e vivere la vita di quanti erano rimasti. Certo il prezzo che il regime gli avrebbe imposto sarebbe stato caro. Magari avrebbe comportato anche l’impegno alla delazione per denunciare gli intellettuali ribelli. Scelse di andarsene a Parigi. E probabilmente il suo capolavoro “L’insostenibile leggerezza dell’essere” fu l’ultimo riflesso della magia di Praga che, allungatasi sino a lui attraverso la tristezza di Terese, è forse sopravvissuta in fondo al suo animo per scomparire allorquando egli tagliò definitivamente il cordone ombelicale rinunciando alla stessa sua lingua. Sono stato al caffè Slavia per respirare l’atmosfera raffinata ed elegante cui era abituato Kundera e sono salito sulla collina di Pettrin in cerca di qualche segnale che evocasse il suo spirito senza tuttavia trovarlo.
Caffè Slavia
E mentre nel quartiere Liben ancora oggi tutti amano Hrabal così non è nella Nuova Città.
Quando lessi “L’insostenibile leggerezza dell’essere” mi innamorai di quel romanzo. La fuga dello scrittore dalla dittatura comunista mi sembrò un’epopea degna di Odisseo. La lotta di un uomo in nome e per conto dell’umanità intera. Mi sbagliavo, quella era solo frutto di rievocazione, eco lontana di un mondo scomparso. Era Hrabal e tutti gli intellettuali come lui rimasti nell’inferno comunista di una Praga tramortita ma non doma, che avevano assunto su di sé la fatica di vivere e custodire la magia. E tuttavia l’eco di quella magia sopravvisse nella letteratura di Kundera, almeno mi illudo, sino a manifestarsi nella resipiscenza nostalgica de “La festa dell’insignificanza”. Chissà, in essa, la riflessione dello scrittore forse fa il paio con la nostalgia di Terese che sulla collina di Pettrin proprio non riusciva a staccare gli occhi dalla più bella città del mondo.
Antonio Corvino*
* L’articolo è stato scritto dall’autore nel corso del recente soggiorno praghese ospite dell’Istituto Italiano di Cultura dove ha presentato il suo “Cammini a Sud”.
Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori.
Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.
In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma nord-atlantico su di essa, dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più compromesso.
Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi di cui “Cammini a Sud” è il primo ad essere stato pubblicato.
Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.
Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.
Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.
Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali. Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo.
Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.
Nella mia ricerca costante di notizie sulla vita e sull’opera letteraria di Marguerite Yourcenar, ho avuto qualche tempo fa la fortuna di imbattermi nella preziosa ricostruzione di Dominique Gaborè-Guiselin ‘Alla ricerca di Adriano – Marguerite Yourcenar in Italia e a Capri’ (Edizioni La Conchiglia 2014), che si riferisce in particolare alla permanenza della scrittrice per due anni a Capri tra il ’37 e il ’38, con la sua compagna di vita Grace Frick. Si tratta di un saggio in cui Gaboret-Guiselin richiama in maniera assai dettagliata le influenze italiane e capresi nell’opera letteraria della grande scrittrice. Il rapporto della Yourcenar con l’Italia è stato infatti intenso e continuo, dalla gioventù fino agli ultimi anni della sua vita e le influenze letterarie italiane sono evidenti in varie sue opere, non solo in ‘Memorie di Adriano’ per il quale sono noti i ripetuti ritorni dell’autrice a Tivoli a Villa Adriana, ma anche ne ‘La moneta del sogno’ e in ‘Caprèe’ un’opera giovanile e forse poco conosciuta ispirata a Tiberio, e inoltre il romanzo ‘Il colpo di Grazia’ verràscritto proprio in quei due anni di soggiorno a Capri.
<<Su di un’isola si ha la sensazione di trovarsi su uno spazio di frontiera, in bilico tra l’universo e il mondo umano>> dice l’a. e a parte le isole greche è in particolare Capri ad attrarla, la considera diversa, speciale, anche per essere stata la residenza imperiale dell’imperatore Tiberio. Vive sull’isola in una casa in affitto chiamata La Casarella; una piccola dimora situata alla fine di una impervia salita, lungo la strada che conduce poi alle rovine di Villa Iovis dell’imperatore Tiberio. Quindi si può immaginare quanto tempo possa aver trascorso tra quelle rovine ad ascoltare i racconti sulla storia di Tiberio, nutriti non solo dalla tradizione latina (come i testi di Svetonio) ma anche dall’immaginario popolare degli isolani. Il suo poema giovanile Caprèe, pubblicato per la prima volta sulla rivista francese ‘’Revue Bleue’’ nel ’29, quindi nove anni prima del soggiorno a Capri (dove però era già stata con il padre nei suoi viaggi giovanili), si apre con un confronto tra la conformazione particolare dell’isola e la scelta di solitudine volontaria dell’Imperatore.
‘’Sulla cima più alta del più remoto dei promontori / Prostrato dall’angoscia, il disgusto, il furore, le vittorie/ Avvoltoio imperiale, da lontano, alla ricerca del suo nido/ Tiberio ha voluto vivere là dove finisce la roccia/ In alto aprendosi il cielo, in basso allagandosi l’onda/
Durante i due anni sull’isola, esattamente tra il maggio e l’agosto del ’38, l’autrice ha invece la ferma intenzione di scrivere un romanzo, e realizza in tempi molto brevi alla Casarella, una prima stesura de Il colpo di Grazia, ilquale tuttavia, come è noto, evoca un episodio di guerra civile in Curlandia tra il ’19 e il ’21 tra le forze armate tedesche e il regime bolscevico, con un dramma che si svolge tra tre personaggi, legati da vincoli di sangue, di amicizia e d’amore non corrisposto, ma non ci sono connessioni con personaggi o eventi italiani. Questo piccolo romanzo, che può considerarsi un capolavoro nel panorama della letteratura europea al pari di Opera al nero e di Memorie di Adriano, sarà concluso definitivamente in quella stessa estate a Sorrento, dove la scrittrice sarà costretta a spostarsi per qualche tempo per motivi di salute.
C’è poi un altro lavoro narrativo giovanile della Yourcenar (di molto precedente alla sua permanenza a Capri), ed è La moneta del sogno; quest’opera, forse troppo poco conosciuta, è totalmente ambientata in Italia, e a differenza delle sue più importanti opere successive in cui il proscenio è sempre di personaggi maschili, questi racconti sono tutti relativi a personaggi femminili: si tratta di un libro assolutamente politico, ambientato in epoca fascista e che rappresenta una sua critica molto forte a quello che sta avvenendo in Italia in quegli anni particolari con il trionfo di Mussolini.
Ma viene da chiedersi e se lo chiede anche Gaboret- Guiselinche cosa spinga l’autrice a vivere due anni a Capri con la sua compagna Grace fra il ’37 e il ’38. Verosimilmente il fatto che l’isola, come scrive lo stesso Gaboret-Guiselin: <<in quegli anni era alla fine di un periodo che aveva registrato vani i tentativi del fascismo di normalizzare una ‘località’, che dagli inizi del Novecento, si era trasformata in una babele di culture, di lingue…ma anche in uno straordinario laboratorio politico culturale>>, anche se, aggiungerei, è molto probabile che Marguerite Yourcenar conducesse una vita appartata.
<<Ho sempre amato le isole. Ho amato Egina e ho amato Capri che è assai meno turistica di quanto si pensi, quando la si vive in qualche angolo sperduto. Ogni isola è un microcosmo, un vero e proprio universo in miniatura>>, dice questa nostra grande scrittrice europea, a mio avviso una vera e propria stella polare nella letteratura dell’Occidente.
Per ripercorrere in una forma assai originale il suo vissuto e la sua opera può essere interessante leggere anche un romanzo molto recente, mi riferisco a ‘Marguerite è stata qui’ di Eugenio Murrali (Neri Pozza 2023) che permette di entrare in punta dei piedi nel mondo di Marguerite.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).