“Il bacio di una morta” di Carolina Invernizio (il romanzo d’appendice), di Sonia Di Furia

Nel secondo Ottocento il romanzo diviene anche in Italia il genere più diffuso e più amato dai lettori. Il pubblico letterario è quasi essenzialmente composto da lettori di opere narrative. Il romanzo soppianta così la lirica, che nel primo Ottocento, nonostante la comparsa del nuovo genere, era ancora considerata il genere letterario più alto e prestigioso. Perciò il disprezzo in cui era tenuto il romanzo, giudicato inferiore per ragioni retoriche e moralistiche, è ormai del tutto superato. Anzi, gli scrittori lo considerano il genere per eccellenza della nuova età, lo strumento migliore per esprimere le esigenze artistiche attuali. Le ragioni del trionfo del romanzo sono evidenti: poiché è l’espressione più tipica della civiltà borghese e non può mancare la sua piena affermazione nell’età in cui anche l’Italia si avvia a uno sviluppo moderno; il romanzo, per argomenti, meccanismi compositivi, linguaggio, è il genere che meglio risponde alle esigenze del pubblico dei lettori comuni, che si è venuto sempre più ampliando, rispetto alla prima metà del secolo; in un’età che tende al realismo, a dare un quadro globale della realtà attraverso rigorosi parametri conoscitivi, che ha fiducia nella possibilità di interpretare il reale chiudendolo in ferree impalcature concettuali, il romanzo si offre come strumento espressivo più adatto. Esso permette infatti di rappresentare vaste porzioni di realtà sociale e di ordinarle in architetture rigorose mediante la costruzione di complessi intrecci.

Nel corso dell’Ottocento compare un fenomeno culturale nuovo, che era ignoto alle epoche precedenti, la letteratura di consumo, effetto dell’allargamento del pubblico a ceti tradizionalmente esclusi dalla letteratura, della nascita dell’industria editoriale, del giornalismo, del mercato letterario. La letteratura non è più solo godimento estetico di alto livello per élites, ma può essere anche un mezzo di intrattenimento per masse di lettori comuni di basso livello culturale, e di conseguenza prodotto destinato ad essere venduto su larga scala. Prima vi poteva essere letteratura buona o cattiva, ma essa si situava a un unico livello, e aveva un unico tipo di destinatario. Ora si creano ambiti distinti: la letteratura autentica, che nasce dalle esigenze espressive dell’artista, e la paraletteratura, destinata al semplice consumo popolare, costruita per così dire in serie. 

Antecedenti europei di questo tipo di narrativa erano stati, nel Settecento, i romanzi sentimentali di Samuel Richardson, “Pamela e Clarissa” tra i tanti, o i romanzi gotici della Radcliffe e di Monk Lewis, nel primo Ottocento, i romanzi storici di Scott.  In Francia Balzac scrive romanzi con caratteristiche simili, come “Splendori e miserie delle cortigiane”, ma i veri iniziatori del genere furono Sue, con “I misteri di Parigi” e Dumas, con “I tre moschettieri” e il “Conte di Montecristo”. Nella letteratura italiana l’avvisaglia del fenomeno si era avuta, nella prima parte del secolo, con i romanzi storici di Guerrazzi, D’Azeglio, Grossi, Cantù, o con le novelle in versi e le ballate.

Ora il canale privilegiato per questo tipo di paraletteratura è l’appendice. Il termine indica, propriamente, la sezione di una pagina di giornale, quella inferiore, in genere, in cui si pubblicavano, a puntate, opere narrative. Il termine italiano traduceva il francese feuilleton. Però opere destinate al consumo, o con caratteristiche in tutto analoghe a quelle dei romanzi d’appendice, potevano uscire direttamente in volume, come “I miserabili” di Hugo; viceversa, nelle appendici potevano apparire anche opere di livello “alto”, come quelle di Zola o D’Annunzio: il “Trionfo della morte” cominciò a essere pubblicato inizialmente nelle appendici del quotidiano La Tribuna. La destinazione del romanzo d’appendice ne condiziona necessariamente le caratteristiche, sia per i temi sia per le strutture narrative e il linguaggio. Essendo un prodotto destinato ad essere venduto su larga scala, doveva soddisfare i gusti di un pubblico poco raffinato culturalmente. Doveva quindi colpire fortemente l’immaginazione con intrighi complicati, fatti sensazionali, amori sublimi e sventurati, scene di intensa pateticità o di estrema truculenza, misteri tenebrosi. La curiosità doveva essere tenuta costantemente desta, mediante colpi di scena, capovolgimenti imprevisti, indizi premonitori, rivelazioni clamorose e risolutive. Fondamentale a tal fine era il meccanismo delle puntate: la narrazione si interrompeva sistematicamente nel punto culminante, quando l’attesa dei lettori diventava spasmodica. Di puntata in puntata la trama poteva dilungarsi all’infinito, inventando di volta in volta svolgimenti e soluzioni, senza un piano preordinato. Ma questo era possibile perché la narrazione seguiva schemi fissi, stereotipati, che si ripetevano sempre identici. 

In Italia i rappresentanti più significativi di questo genere furono Francesco Mastriani, autore di “La cieca di Sorrento”, “I misteri di Napoli”, “La sepolta viva”, che si richiamava a Sue, che mescolavano l’intrigo tenebroso con l’impegno di denuncia sociale; Luigi Natoli, autore dei “Beati Paoli”; Giuseppe Garibaldi, “Clelia, o il governo dei preti”, di violenta intenzione anticlericale; Carolina Invernizio, con titoli ad effetto come “Il bacio di una morta”, “La sepolta viva”, “Anime di fango”.

Di particolare interesse è “Il bacio di una morta”, del quale si prende in considerazione l’edizione di OMBand D.E. L’opera presenta i temi e le strutture tipici del romanzo d’appendice. Al centro si colloca la famiglia, i cui valori vengono all’inizio infranti e alla fine ricomposti. Motore della vicenda è l’adulterio, a causa di donne fatali e perverse che soggiogano gli uomini. All’interno della famiglia si compiono i riti più crudeli, indispensabili presupposti al trionfo del bene, come l’assassinio violento. Questi motivi garantiscono l’interesse morboso delle vicende e la presa sul pubblico. Tornano costantemente motivi macabri e terrificanti, l’ossessione della morte, i luoghi bui e appartati, cantine, soffitte, dove si compiono efferati delitti e si occultano cadaveri. Attraverso questi motivi morbosi trovano sfogo gli impulsi inconfessabili di una sessualità repressa del pubblico. L’interesse per essi è affine a quello per la cronaca nera, avidamente letta proprio sulle pagine dei giornali, su cui uscivano anche le appendici della Invernizio. 

Al gusto morboso poi si accompagna il sentimentalismo populistico, che suscita facile commozione e fa leva sulle frustrazioni di un pubblico in massima parte popolare, che si immedesima nelle ingiustizie e nelle sofferenze patite dai personaggi romanzeschi e trova risarcimento fantastico alle proprie miserie nell’inevitabile lieto fine. La struttura narrativa è meccanicamente ripetitiva, come stereotipati sono i personaggi. Tutto è finalizzato alla suspense, equivoci, rivelazioni sensazionali, scambi di persona, travestimenti, oppure al forte shock e all’identificazione emotiva. Anche il linguaggio è rozzo e banale, contesto di frasi fatte enfatiche e goffe. Eppure questo romanzo ai suoi tempi fu letto avidamente da migliaia di persone, e costituisce pertanto una radiografia di eccezionale interesse di bisogni, istinti repressi, fantasie, terrori, aspirazioni di larghi strati della popolazione italiana di quegli anni, e delle condizioni sociali che li alimentarono. Si noti il gusto macabro, che sconfina decisamente nella necrofilia, e la sensazione sconvolgente davanti alla morta che rivive; il motivo della donna fatale, perversa e divoratrice di uomini, che è un tema largamente presente anche nella letteratura “alta” di Verga, D’Annunzio, Fogazzaro, Flaubert, Wilde, Huysmans, ma che qui è degradato a stereotipo, per il consumo immediato di un pubblico “basso”. Naturalmente, obbedendo al cliché, la donna fatale ha i capelli neri; la conclusione è sempre sensazionale e ha la funzione di confermare i valori partecipati dal pubblico e di ricostruire i valori familiari violati. 

La letteratura della Invernizio, come di tutti gli autori di romanzi d’appendice, è fondamentalmente conservatrice e favorisce l’immobilismo mentale dei lettori, la loro acquiescenza a stereotipi e luoghi comuni. La psicologia dei personaggi è elementare, con una netta bipartizione di bene e male. Il contrasto si regge per lo più sul tema della persecuzione di angeliche fanciulle. Il lettore è indotto a palpitare e a piangere per l’eroina perseguitata, a esecrare il malvagio persecutore o traditore. Gli effetti narrativi e la costruzione schematica presuppongono e riproducono un pubblico totalmente passivo: il lettore è indotto a un’identificazione ingenua con personaggi e situazioni, senza alcun distacco critico. Il meccanismo narrativo tende a prefabbricare le sue reazioni emotive, gioia, commozione, indignazione. Il meccanismo poi sfocia inevitabilmente nel lieto fine, in una distribuzione di premi ai buoni e di condanne ai cattivi, ristabilendo l’ordine compromesso dall’infrazione dei personaggi negativi, che hanno dato l’avvio all’intreccio. La costruzione narrativa ha un fine consolatorio, compensando fantasticamente le frustrazioni provate dal lettore nella vita reale, e inducendo in lui fiducia nella positività dell’esistente. La stessa ripetizione meccanica che domina intrecci e motivi si ha a livello del linguaggio: esso è rudimentale, approssimativo, stereotipato, pieno di frasi fatte e di formule ricorrenti, con un vocabolario povero e banale, e al tempo stesso gonfio ed enfatico. Ciò si ha perché si rivolge a un pubblico di poca cultura, ma anche perché mira a effetti immediati ed elementari, infine perché confezionato in fretta, secondo le leggi di una produzione “in serie”, per soddisfare rapidamente le esigenze del consumo.

Vicina alla letteratura di consumo è la produzione romanzesca di alcune scrittrici, come Neera (Anna Radius Zuccari) autrice di “Il castigo”; Marchesa Colombi, autrice di “In risaia” e  “Un matrimonio in provincia” che nutre le vicende delle sue eroine di propositi femministi, nel senso che denuncia con intelligenza la condizione di inferiorità sociale della donna e la sua  soggezione all’uomo. Un notevole livello di consapevolezza ideologica e di dignità letteraria presenta anche “Una donna” di Sibilla Aleramo.

Se la tendenza e i modelli che agiscono sul romanzo italiano in questa età sono le grandi costruzioni del realismo europeo, concentrato sui problemi sociali, psicologici, morali della contemporaneità, si è visto come la produzione narrativa si articola poi in forme molto varie, talora divergenti rispetto all’indirizzo generale. Scompare quasi completamente il romanzo storico e, quando si ripresenta, adotta forme ormai diversissime da quelle del primo Ottocento. La narrativa degli Scapigliati, negli anni Settanta- Ottanta, è un vero crogiolo di sperimentazioni, che spesso anticipano forme destinate ad affermarsi più tardi: introduce la narrativa fantastica e nera, sulle orme di Hoffmann e Poe, di Tarchetti, Arrigo e Camillo Boito; inaugura un’attenzione per le psicologie abnormi e patologiche, che sarà ereditata dal Verismo e, al tempo stesso, costruisce impianti simbolici, che saranno ripresi dal romanzo decadente; si avventura  in esperimenti di forzatura espressionistica del mezzo linguistico con Dossi e Faldella. 

Con gli anni Novanta il romanzo veristico e realistico, che ama dare ampi quadri sociali, collegando organicamente le psicologie individuali agli ambienti, comincia ad entrare in crisi, e viene poco a poco soppiantato dal romanzo psicologico: non interessa più l’ambiente sociale, o la mentalità di creature primitive ed elementari, e l’attenzione si concentra esclusivamente sulla psicologia complessa di personaggi di alta condizione sociale, considerata solo in se stessa. Una posizione emblematica, di passaggio, occupa “Il piacere” di D’annunzio, che esce nel 1889, lo stesso anno del più tipico romanzo verista italiano, Mastro- don Gesualdo: da un lato il romanzo dannunziano ha ancora un legame col romanzo realistico, nell’indugio a ricostruire il quadro dell’aristocrazia romana vuota e corrotta, ma dall’altro si incentra ormai prevalentemente sulla psicologia tormentata di un personaggio d’eccezione, l’esteta conte Andrea Sperelli Fieschi d’Ugenta. 

Si trasformano sensibilmente anche le strutture e le tecniche narrative. Schematizzando, il codice narrativo del romanzo del primo Ottocento era quello fissato dai Promessi Sposi, il cui racconto era affidato a un narratore onnisciente, controfigura dell’autore stesso, che dominava dall’alto la materia, intervenendo a spiegare, motivare, commentare. Un tratto tipico del romanzo del secondo Ottocento in generale è invece “l’eclisse dell’autore”, per usare un’espressione verghiana, cioè il ridimensionamento o la scomparsa totale del ruolo di questa voce narrante. Più avanti, con Pirandello, si affermerà un’altra forma narrativa, quella in prima persona, in cui è il protagonista a raccontare la sua storia, a confessarsi, ad analizzarsi, a esprimere le sue riflessioni sul mondo.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Tomaso Montanari: “Per Gaza” (Feltrinelli), di Amedeo Borzillo

Un libro che commuove.
Un libro per Gaza.
Non solo perchè i ricavi delle vendite saranno devoluti ad ONG palestinesi, ma perchè serve a tenere acceso il riflettore sul genocidio, che continua seppur rallentato.
La Palestina non è diventata una causa centrale solo per compassione per le sofferenze del suo popolo. È diventata la bussola morale del mondo perché il mondo comprende che ciò che accade in Palestina non è affatto limitato ai suoi confini. Se i leader globali permettono che un genocidio trasmesso in diretta streaming avvenga senza conseguenze, allora non c’è motivo di aspettarsi che i diritti umani vengano rispettati in nessun’altra parte del mondo.
Montanari in questo piccolo libro sensibilizza, richiama la nostra attenzione sia con le parole sia con gli splendidi disegni di Marco Sauro, che vien voglia di ritagliare e farne quadri.


Questi libro è l’ideale strenna natalizia, per chi crede che un certo Gesù nacque in Palestina e per chi vuole che cessi la strage di civili e vinca la pace in quella terra martoriata.
“Chi potrà perdonarci di avere vissuto in questo tempo? Come è possibile pensare che un bambino debba vivere o morire a seconda della nazione a cui appartiene?
Norberto Bobbio ci insegna: non lasciamo il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza.”

Se Gaza muore, muore l’umanità. Per questo dobbiamo salvare Gaza. Perchè è Gaza che salva noi.

Tomaso Montanari (Firenze, 15 ottobre 1971) è uno storico dell’arte e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena dal 2021.

Amedeo Borzillo 

Keanu Reeves e China Miéville: “Il libro dell’altrove” (minimum fax, 2025), di Valeria Jacobacci

Qualche citazione dal testo per approfondire “Il libro dell’altrove”pubblicato da Minimum Fax, e cosa esprimono, con molta sofferenza, i due autori, il fascinoso attore Keanu Reeves e il fantasioso fumettista China Miéville: “ Meglio l’insubordinazione che l’indipendenza” e “La storia ha fatto su e giù moltissime volte” e anche “Tutto quello che succede è già successo”. Vera protagonista è l’Entropia, come in tutti i romanzi distopici che si rispettino, una tendenza al Caos molto ben descritta e drammaticamente affrontata dalla coppia Unute, l’immortale che vuole morire, e Diana, la bella scienziata che tenta di salvarlo e di carpirne il terribile segreto. Davvero penosa l’esistenza di entrambi, circondata da soldati invulnerabili e scenari apocalittici, bestie umane e uomini bestiali, perpetuamente sporchi di sangue e lamentosamente cinici.

Salti mortali nell’epica e nelle religioni di tutti i tempi e risvegli in brevi scene di vita quotidiana con una donna che lava i piatti e si asciuga le mani nello strofinaccio. “Non voglio morire” cerca di spiegare l’eterno Unute, “Voglio la mortalità”, c’è una differenza! Diana comprende ma ha un dovere da compiere perché non è solo una scienziata ma un ufficiale dell’esercito del Governo, con tutta probabilità degli Stati Uniti d’America, ma non è specificato. Lo scopo del Governo è quello di tenere la situazione sotto controllo, Unute può infatti diventare un problema se l’immortalità si diffonde a partire da lui: che senso ha uccidere se chiunque muoia torna poi inopinatamente in vita? La guerra rischia di diventare ancor più problematica, un’estenuante opera di devastazione senza fine!

Ma perché Unute vuole morire? In realtà muore spesso ma ogni volta risorge da una sorta di uovo primordiale. “Professore, per favore, dica lei, è nato prima l’uovo oppure la gallina? Che figura! Il professore non lo sa!” cantava Natalino Otto sulla base di un boogie-woogie: il mistero resta irrisolto e Unute non ne può più di rinascere continuamente! Intanto, se vuole morire è altrettanto vero che vuole vivere, non è questo l’eterno dilemma dell’umanità? Purtroppo, fra gli innumerevoli  riferimenti alla letteratura di tutti i tempi, dagli Egizi, alla Bibbia, a Pinocchio e a Frankenstein, con accenni a Dorian Gray e a Osiride, fatto a pezzi dispersi ovunque e pronti a ricomporsi, gli autori non hanno pensato a Dante e alle acque del Lete, il fiume della dimenticanza. Il problema è proprio questo: senza dimenticare le vite precedenti, magari dopo aver fatto una nuotata in quel fiume, l’eroe Unute, che conta ottantamila anni, non sopporta più la vita, e questo è un problema.

L’umanità però ha un programma eutico, molti eroi, simili a Berserk, sono alla ricerca della verità. La bella Diana è decisa a venirne in qualche modo a capo, aiutata nell’impresa da altri volenterosi. Molti ostacoli si oppongono nel percorso, nessun mostro preistorico si è estinto, sono tutti presenti con i loro enigmi, niente è risolto, il brodo primordiale schiuma sempre più e ne emerge un cinghiale immortale, (in realtà muore e risorge anche lui, come Unute, con il quale ha un conto in sospeso, come accade a creature dello stesso genere, e lo insegue da millenni per ucciderlo) simile al Minotauro ma con caratteristiche dei Tre porcellini, si scompone e ricompone sanguinando, appunto, come al mattatoio. Urge almeno una teoria per dare un senso alla vicenda, ed eccola:  ”Dobbiamo spezzare una dipendenza. La nostra cultura è dipendente dalla negatività, e questo significa avere una dipendenza dalla morte. E’ una cultura della morte . Ecco cosa dobbiamo spezzare.“  Lo afferma un amico della bella Diana dando una svolta alla narrazione. Ed ecco la verità: Unute l’immortale è in realtà la morte stessa. E’ lui che bisogna uccidere per uccidere la Morte, l’unica vera immortale. Per questo il Governo ha messo a punto un progetto, Diana lo porta avanti, è il Life Project.  Unute è vicino a realizzare il suo proposito di porre fine alle innumerevoli vite, la conclusione è vicina. All’ultimo momento, l’Uovo primordiale si fa avanti. Unute e il cinghiale immortale non hanno più voglia di collaborare. Babirussa il cinghiale e Unute l’immortale ritornano ognuno nel suo uovo e tutto ricomincia.

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

“Da Wotan ad Atreju: miti impoveriti e responsabilità negate”, di Vincenzo Franciosi

Da Wotan ad Atreju non è soltanto una traiettoria simbolica, ma la misura di un impoverimento. Il passaggio da un mito tragico, ambiguo e colto a un evento politico-mediatico contemporaneo segnala una trasformazione profonda dell’immaginario dell’estrema destra: non più appropriazione, per quanto distorta, di tradizioni complesse, ma consumo di immagini semplificate, moralmente rassicuranti, funzionali all’innocenza.

Il neofascismo contemporaneo non ha più bisogno di divinità complesse né di fondazioni mitiche esigenti. Ha bisogno di innocenza. Un’innocenza preventiva, armata, impermeabile alla storia e alle sue categorie fondamentali: colpa, complicità, responsabilità. È in questo orizzonte simbolico degradato che vanno lette non solo le scelte culturali, ma anche le reazioni politiche più recenti, incapaci di distinguere tra atto materiale e responsabilità strutturale.

Il recente episodio che ha visto il ministro della Difesa Guido Crosetto reagire con veemenza all’accusa di complicità in crimini contro l’umanità, dichiarando di non aver “mai ucciso nessuno” e minacciando querele contro chi parlava di genocidio, è rivelatore non tanto per il tono, quanto per la struttura concettuale che mette in luce. Una questione giuridica e politica viene ridotta a un’offesa personale, così da poter essere respinta come diffamazione. L’accusa non viene discussa, ma deformata; non viene confutata, ma sostituita con un’altra, più facile da smentire.

Eppure, nel diritto internazionale, la complicità non coincide con la commissione materiale del crimine. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio include l’obbligo di prevenzione e la punibilità della complicità; la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che uno Stato può essere responsabile anche per assistenza, sostegno o omissione, quando contribuisca alla prosecuzione di crimini gravi in un contesto di rischio noto. Richiamarsi all’assenza di un coinvolgimento diretto non risolve il problema: lo elude. Ma questa elusione non è soltanto giuridica. È mitologica.

Il neofascismo storico, pur nella sua violenza ideologica, si muoveva ancora entro un orizzonte simbolico relativamente complesso. La mitologia norrena, largamente sfruttata (e già allora semplificata) nella Germania nazista, non era un repertorio elementare. Politeista, tragica, attraversata dal destino, dal sacrificio e dalla colpa, essa non offriva alcuna innocenza facile. Wotan non è un dio puro, ma una figura ambigua, ingannatrice, sapiente e colpevole, destinata alla sconfitta; il Ragnarök non promette redenzione, ma rovina. È un universo che non assolve.

Tutto questo è oggi impraticabile. Non perché sia stato superato, ma perché è troppo complesso. Richiede lettura, interpretazione, familiarità con il tragico e con il limite. I neofascisti contemporanei non hanno alcun rapporto reale con questo patrimonio: l’Edda poetica e l’Edda prosaica sono loro del tutto ignote; Snorri Sturluson è un nome senza contenuto, quando non del tutto sconosciuto. A stento il loro orizzonte simbolico arriva a Edda Mussolini in Ciano: non una tradizione mitologica, ma un album di famiglia.

Anche il mito di Roma risulta oggi inutilizzabile. Roma implica diritto, istituzioni, conflitto civile, integrazione dello straniero, universalismo imperiale. Non è un mito di purezza, ma di contaminazione. Il fascismo storico ne fece una scenografia; il neofascismo contemporaneo non è più nemmeno in grado di sostenerne la complessità simbolica.

Questa regressione trova una rappresentazione quasi paradigmatica in una figura pubblica assunta qui come  compendio di un neonazifascismo macchiettistico. Il riferimento a immaginari estremisti ridotti a gesto, travestimento o provocazione, fino a episodi pubblicamente documentati di mimesi esplicita di simbologie delle SS (pur nella consapevolezza della sua natura provocatoriamente goliardica), non rinvia a una mitologia, neppure deformata, ma alla sua caricatura. Non c’è profondità simbolica né mito fondativo, ma soltanto la riproduzione superficiale di segni svuotati, buoni per il consumo mediatico e per l’identificazione “tribale”. È il punto terminale dell’impoverimento: quando il mito non viene più strumentalizzato, ma semplicemente indossato. A questo svuotamento simbolico si aggiunge un ulteriore passaggio decisivo: dalla lettura alla visione. Molti non leggono più neppure Tolkien o Ende (unici autori citati dagli attuali neofascisti); ne consumano le versioni cinematografiche. Il film elimina ambiguità, accelera il conflitto, estetizza la violenza e riduce la complessità morale a una contrapposizione binaria. Resta un mito già digerito, emotivamente rassicurante, politicamente innocente. Epica senza responsabilità, mito senza pensiero. Un universo perfetto per chi rifiuta la storia reale, fatta di corresponsabilità e di colpa.

È in questo contesto che si comprende il ricorso ossessivo alle cosiddette “radici giudaico-cristiane”. Non come tradizione teologica, infinitamente più complessa e problematica, ma come teologia politica semplificata: elezione, terra promessa, nemico assoluto, violenza sacralizzata. Qui il mito diventa finalmente funzionale. Non c’è tragedia, non c’è ambiguità, non c’è colpa. C’è un popolo “innocente” per definizione, una violenza sempre preventiva, un nemico disumanizzato. È un immaginario che consente di esercitare il potere violento sentendosi moralmente puri. In questa cornice, lo “Stato ebraico” di Israele diventa un modello simbolico per l’estrema destra occidentale: Stato etnico, militarizzato, fondato sull’apartheid, legittimato da una narrazione sacra e perennemente assolto in nome della sicurezza. Non si tratta di adesione storica o culturale, ma di identificazione immaginaria: ciò che il neofascismo vorrebbe essere, senza dichiararlo apertamente.

La dichiarazione di Crosetto ad Atreju si iscrive perfettamente in questo quadro. “Non ho mai ucciso nessuno” non è una difesa: è una dichiarazione di innocenza mitica. È il rifiuto stesso della categoria di complicità, che presuppone responsabilità indiretta, consapevolezza del contesto, partecipazione strutturale. Quando un’accusa giuridica viene trasformata in un’offesa personale e il confronto sui fatti viene sostituito dalla minaccia giudiziaria, non siamo di fronte a un equivoco, ma a una strategia culturale: cancellare la complessità per preservare l’innocenza.

Il percorso che va da Wotan ad Atreju non racconta una continuità, ma una perdita. Perdita della tragedia, della complessità, della consapevolezza che il potere non è mai innocente e che la violenza, anche quando delegata, genera sempre responsabilità. Il neofascismo contemporaneo non vive di miti antichi, ma vive della loro riduzione. E proprio per questo non produce tragedia, ma assoluzione; non responsabilità, ma vittimismo; non politica, ma moralismo armato.

Miti impoveriti e responsabilità negate: non come slogan, ma come diagnosi.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Fëodor Dostoevskij: “Umiliati e offesi” (Feltrinelli), di Lavinia Capogna

Fëodor Dostoevskij (1821 – 1881) è, come si sa, uno dei grandi autori della letteratura russa del 1800 e mondiale. Ebbe una gioventù molto difficile, sua madre morì di tisi quando lui aveva solo 16 anni, suo padre, un medico militare e possidente terriero, venne ucciso, probabilmente da uno o più servitori l’anno seguente (tragedia che si ritrova trasfigurata nell’ultimo romanzo, “I fratelli Karamazov”). 

Dostoevskij, che era in collegio, quando lo seppe ebbe un attacco epilettico. Fu il primo della malattia che lo tormenterà per tutta la vita e che avrebbe descritto in quel meraviglioso personaggio che è il principe Myskin nel romanzo “L’idiota”, nello squilibrato Kirillov ne “I demoni” e nella traumatizzata Nelly di “Umiliati e offesi”. 

Ventenne, solo perché frequentava un circolo che si ispirava alle idee socialiste di Charles Fourier, venne condannato a morte . 

Il 29 dicembre 1849 lui (che aveva 28 anni) e gli altri furono bendati e con i fucili del plotone di esecuzione puntati addosso attendevano disperati che venisse dato l’ordine di far fuoco: allora arrivò la notizia che lo zar aveva concesso loro la grazia. Anche questa fu un’altra esperienza terrificante. 

Venne poi condannato a quattro anni di carcere che avrebbe descritto nello splendido “Memorie da una casa di morti” (1861).

Fu la letteratura che lo salvò: il pubblico amava le sue storie che parlavano di personaggi reali, spesso di povera gente come suona il titolo del suo primo romanzo, di sentimenti profondi, speranze sovente tradite, intrise di un sincero misticismo cristiano (specie nelle ultime opere), di violenze e di aspirazioni al bene, di pulsioni inconscie ben prima che fosse scoperto l’inconscio. 

La sua opera, annota Stefan Zweig, è composta di ben ventimila pagine.

Sembra che egli fosse affetto da una ludopatia, tema centrale del romanzo “Il giocatore” ma anche dalla necessità di guadagnare incessantemente del denaro perché aveva preso su di sé l’onere di mantenere i suoi numerosi ed esigenti parenti allargati oltre che la sua famiglia.

Si sposò due volte ed ebbe alcuni figli. La sua seconda moglie, Anna Grigor’evna Dostoevskaja, ha lasciato un prezioso libro di memorie intitolato “Dostoevskij, mio marito”. 

Egli dedicò gli ultimi vent’anni di vita alla stesura dei suoi grandi romanzi e ai viaggi all’estero, tra cui un lungo soggiorno in Italia. Morì pochi mesi prima di compiere 60 anni, nel 1881.

Dostoevskij descrisse i lati più oscuri ed insensati degli esseri umani (Raskolnikov in “Delitto e castigo”, Rogozin in “L’idiota”, Stravogin ne “I demoni” , Smerdjakov ne “I fratelli Karamazov”) ma anche quelli più puri (la delicata Sonia in “Delitto e castigo”, il principe Myskin, Aleksej Karamazov, il sognatore di “Le notti bianche”). 

“Umiliati e offesi” (in russo: Униженные и оскорблённые) pubblicato nel 1861, quando lo scrittore aveva 40 anni, è un bellissimo romanzo, meno noto in confronto agli altri. È il sesto dei suoi quattordici romanzi. 

Come in tutte le sue opere, fin dalle prime righe egli trasporta subito i lettori nel vivo della storia, senza alcun vano preambolo o prolissa descrizione, e in modo così convincente che immediatamente prendiamo a cuore le vicende di Vanja, il protagonista. 

Vanja è un giovane nobile d’animo, pieno di speranze nonostante un’incipiente malattia e grandi ristrettezze economiche. 

Ha composto un romanzo che ha attratto l’attenzione: un critico assai stimato lo ha recensito positivamente (nota 1) e sta tentando di scriverne un secondo. 

Vanja è un orfano cresciuto con due coniugi che lo avevano generosamente preso con loro: due fantastici personaggi che lo scrittore descrive accuratamente nell’arco della storia. 

Essi avevano già una figlia, Natascia, più giovane di lui di tre anni, del quale Vanja si innamora. Viene fatta tra di loro una vaga promessa di fidanzamento ma Natascia si innamora invece di Aloscia, il figlio del principe Valkovskij, tanto da andare a convivere con lui, fuggendo di casa e perdendo così i suoi genitori e la rispettabilità sociale. 

Se l’amore di Vanja per Natascia è tenero, sognante, quello di Natascia per l’immaturo e sventato Aloscia illustra invece la follia dell’amore, come perdita di razionalità, annullamento di sé, sacrificio. 

Se Jean Jacques Rousseau nel 1761 nel romanzo epistolare “Julie o la nuova Héloïse” aveva messo a contrasto l’amore passione (il bel Saint- Preux) e l’amore ragione (il noioso Wolmar), in “Umiliati e offesi” Dostoevskij narra invece l’amore che viene sublimato nella dedizione fraterna (Vanja), l’amour fou (Natascia), l’amore incoerente (Alioscia), l’amore platonico ed adolescenziale (Nelly), l’amore egoista ma sincero (Katja). 

Natascia è uno dei personaggi femminili più notevoli creati dallo scrittore: rinnegata dal padre, bella, innocente, sovente pensierosa, con le braccia conserte. Ella dice a Vanja, che è il suo grande amico fraterno: “In qualche modo bisognerà conquistare la nostra felicità futura con tanta sofferenza; acquistarla al prezzo di chissà quali nuovi tormenti. La sofferenza purifica ogni cosa… Oh, Vanja, quanto dolore c’è nella vita!”.  

Tuttavia in questo romanzo in cui l’amore ha un ruolo così determinante esso non è il tema dominante. Il tema dominante è la lotta etica tra il potere e il non potere, tra coloro che opprimono e gli oppressi (nota 2). 

Il potere trova qui un suo perfetto rappresentante nel principe Valkovskij, nei suoi inganni e in un torbido segreto del passato: cinico, sprezzante, manipolatore (illuminante la scena sulle scale al buio quando Vanja lo sente imprecare come “un vetturino”), avvenente, dotato di un’abile dialettica, egli si rivela in alcuni furtivi sguardi: “avrebbe forse voluto avere uno sguardo dolce e gentile, ma i raggi dei suoi occhi sembravano sdoppiarsi, e tra quelli dolci e gentili ne baluginavano altri, duri, diffidenti, indagatori, cattivi…” – scrive Dostoevskij. 

Servi del potere sono la terribile Boblova, il criminale pedofilo, e tutti gli aristocratici (eccetto Katja) – ricchi e poveri. 

Stanno in una zona più” grigia” il vecchio amico di Vanja alcolizzato e traffichino (che avrà un ruolo determinante nel romanzo) e l’anziano padre di Natascia. 

Il libro è una raffinata, avvincente, commovente (ma non retorica) opera psicologica a sfondo sociale in cui emerge una società variegata che è un bizzarro miscuglio tra occidente e oriente. 

Ha qualcosa in comune con certi romanzi francesi più impegnati (Dostoevskij aveva tradotto “Eugénie Grandet” di Balzac) e nel personaggio di Nelly vi è un chiaro riferimento (e non un plagio) a Charles Dickens anche nella scelta del nome (nota 3).

Scritto in modo semplice, diretto, senza una riga di troppo, con numerosi dialoghi e acute intuizioni ha un ritmo incalzante. A far da sfondo alle febbrili vicende dei personaggi, c’è la città di Pietroburgo ma non quella degli splendidi palazzi dorati o dei lungofiumi sulla Neva ma quella delle strade più dimenticate con case fatiscenti tra il fango e la pioggia. 

……….

Nota 1) La vicenda è autobiografica: dopo che Dostoevskij aveva pubblicato il suo primo libro ovvero “Povera gente” il noto critico Belinskij aveva bussato in piena notte alla sua porta e, abbracciandolo, lo aveva chiamato “il nuovo Gogol”. Gogol era considerato il padre della nuova prosa russa e Dostoevskij avrebbe detto “tutti noi siamo usciti dal cappotto di Gogol”. 

(“Il cappotto” è uno dei racconti più famosi di Gogol del 1844).

Nota 2) Nell’ampia postfazione dell’edizione Feltrinelli scritta da Serena Prina, ella, tra l’altro, ci segnala una cosa importante e cioè che gli aggettivi al plurale in russo non hanno maschile e femminile e quindi il titolo originale potrebbe anche essere “Umiliate e offese”. 

Ed effettivamente le persone ‘umiliate ed offese’ nel romanzo sono Natascia, la signora Smith, Nelly e la madre di Natascia (repressa nei suoi sentimenti materni): tutte donne. 

Nota 3) Nelly o Little Nelly è una bambina/adolescente tra i personaggi principali di “La bottega dell’antiquariato” (The Old Curiosity Shop) di Charles Dickens, pubblicato in Inghilterra nel 1841.

Una curiosità: Dostoevskij e Tolstoj, pur ammirandosi reciprocamente letterariamente e nonostante le loro mogli si conoscessero, non si incontrarono mai personalmente. 

Bibliografia:

Dostoevskij 

Umiliati ed offesi (Feltrinelli)

Anna Grigor’evna Dostoevskaja “Dostoevskij, mio marito” (Bompiani) 

George Steiner 

Tolstoj o Dostoevskij (Garzanti)

Stefan Zweig  

Dostoevskij (Castelvecchi)

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.