Fabrizio Coscia: “Suicidi imperfetti” (Editoriale Scientifica), di Rita Mele

Ammettere l’imperfezione già nel titolo della propria opera fa pensare immediatamente di star incontrando un autore capace di stare in equilibrio tra la perfezione e l’imperfezione, che, come Sally di Vasco Rossi, sa bene che ‘la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia’. Nella sua raccolta di racconti di suicidi famosi, prima che imperfetti, Fabrizio Coscia, napoletano, scrittore e critico letterario e teatrale, accoglie e porge al lettore, con ammirazione e rispetto, le vite interrotte di diciannove artisti amati per motivi diversi, come ci anticipa nell’introduzione. Per non rompere l’incantesimo – che sta tutto nell’idea e nell’architettura del libro – con la rivelazione dei loro nomi, più o meno noti al grande pubblico dei lettori, vi anticipiamo solo che l’imperfezione cui allude l’autore sta tutt’una con il dubbio che sarebbe bastato un nonnulla a evitarli, con l’incertezza che si incunea tra la scelta di morire e la casualità, tra la determinazione e la distrazione di chi si è suicidato.

A dire di più, l’imperfezione messa in copertina è stata per noi de Il Randagio il pungolo a leggere questo nuovo libro di Coscia, e il sospetto che si trattasse di uno dei suoi lavori più vicini alla sua fenomenologia dell’esistenza ha trovato conferma in ognuno degli affreschi di vita e di morte di Suicidi imperfetti. Ma anche in quegli altri di cui avrebbe voluto scrivere, come si capisce dalla dedica amichevole a dodici nomi, attraverso i quali, in filigrana, ci sembra di scorgere, i cognomi e le vite interrotte di Vitaliano Trevisan, Sergej Esenin, Luigi Tenco, Sylvia Plath, Lucio Magri, Walter Benjamin, Kurt Cobain, Violeta Parra, Guido Morselli, Stig Dagerman, Primo Levi, Amelia Rosselli. Dunque, suicidi compiuti, falliti, pensati, immaginati, vagheggiati e mai perfezionati, rappresentano comunque per noi che leggiamo e riflettiamo sulle parole di Coscia, storie che ci parlano e che ci fanno pensare a come la vita ma anche la morte succedano e che entrambe siano degli esperimenti di provvisorietà o esperimenti, in quanto tali, provvisori, di felicità e di infelicità.

Di Suicidi imperfetti ci è piaciuta proprio la cura con cui Fabrizio Coscia affresca il suo polittico letterario di profili esistenziali nei quali raffigura minuziosamente dettagli esistenziali che concorrono a comporre l’immagine finale in cui ci fa vedere quando e come quegli artisti divengono autori della propria morte.

Quella di Fabrizio Coscia è una narrazione a pezzi di storie di vita spezzate, è una narrazione per storie in cui l’autore prova emozioni e condivide il suo sentire. Ci fa stare con lui quando, leggendo, avvertiamo che insieme a lui stiamo provando a sperimentare di reggere il peso di quei suicidi narrati. Il modo in cui lo fa e ce lo fa vivere è quello dell’artigiano che tornisce ogni singola vita esitata poi nell’imperfezione suicidaria.

Più volte e in più riprese nel corso della lettura di Suicidi imperfetti ci è tornato alla mente il monito poetico di Pablo Neruda ‘E ricorda. Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.’, quasi possa funzionare come fattore di protezione per dirottare verso la trasformazione vitale davanti al bivio vita-morte.

Gli artisti che si sono dati la morte e che vivono per noi lettori nel libro di Coscia ci interrogano su quale avrebbe potuto essere l’elemento cruciale, accidentale, casuale, apparentemente insignificante che avrebbe potuto dare scacco alla morte, come nel classico del cinema mondiale, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman del 1957, dove è proprio la Morte che acconsente alla sfida a scacchi lanciatagli da Antonius Block, il cavaliere crociato che chiede e ottiene di poter avere ancora del tempo da vivere, foss’anche che per continuare la sua angosciosa ricerca di Dio.

Nei suicidi imperfetti, scolpiti dalle parole di Fabrizio Coscia nei minimi dettagli della vita quotidiana dei diciannove protagonisti, la domanda che riecheggia in noi lettori è ‘che cosa non li ha salvati?’ e non solo ‘perché si sono dati la morte?’. Senza anticiparne la loro nota identità, lasciandola scoprire tra le pagine del libro, quello che abbiamo trovato capitolo dopo capitolo è un catalogo di motivi per suicidarsi: banali coincidenze, assenze, malinconie, morte intesa come unica verità sperimentabile, ombra incombente del fallimento sul gioco della vita, bellezza ineffabile dell’Amore e il coraggio di uccidersi, istinto di autodistruzione e avidità di non essere, dilemma libertà-infelicità, morti eroiche di coppia, amori incombenti e mimetici, futuri senza speranza, suicidio senza voglia di morire, suicidio come ultimo viaggio, vita come ultimo atto di fiducia prima del buio della morte, mute grida d’aiuto che guardano la morte dritta negli occhi, poetici naufragi e amori spodestati, disvelamenti apocalittici, sopravvivenza all’amaro assenzio e voglia di non essere.

La varietà dei motivi ci spiazza, ci fa sospettare che in ognuno dei protagonisti si celasse un assassino interiore che non aspettava altro che il momento buono per il delitto perfetto, premeditato. Cosa voleva l’assassino interiore da ciascuno di loro: da tutti la stessa cosa o per tutti una cosa diversa?

Perché si commette il suicidio e perché no? Perché non l’hanno fatto gli altri personaggi delle storie familiari dei suicidi descritti da Coscia? È dunque il suicidio un problema che riguarda la vita e la morte insieme. A noi sembra che l’autore, da una parte faccia luce sugli aspetti ombra dei diciannove suicidi e allo stesso tempo ci fa fare delle ipotesi e ci fa dubitare, intravedere, immaginare, intuire, interrogarci.

In più momenti della lettura ci è sembrato di vedere l’autore che, nell’atto di scrivere, si disponeva nella posizione di apertura alle ragionevoli spiegazioni del gesto finale, come se fosse quello il vertice di osservazione perfetto senza peraltro mai giungere a liquidarlo, etichettandolo con la follia.

L’autore, nei racconti, sembra muoversi verso la morte con i suicidi quando ne mette in chiaro l’ombra per tentare di restituirceli audacemente perfetti per sempre, apertamente e senza angoscia.

Lo abbiamo sentito partecipe a un mistero, in modo particolare a quello della mente e del cuore dei personaggi che ci presenta. Racconta senza giudicare e senza giustificare il suicidio.

La preoccupazione che si avverte seguendolo negli specchi delle vite descritte ci appare essere ciò che di vivo o di morto c’era già nell’esistenza di quelle persone e di quelli a loro vicini. Sembra piuttosto invitarci a indagare su cosa abbia ammalato l’anima di quelle persone, ad ascoltare piuttosto la voce, più volte inascoltata nel corso delle vite, di ciò che in esse si stava ammalando ancor prima che la morte prendesse la forma del suicidio. 

La riscrittura di quelle vite a cui si è dedicato Fabrizio Coscia, a noi lettori de Il Randagio arriva come il tentativo umano postumo, seppure imperfetto, di innescare la relazione, forse quella mancante e mancata in vita, mediante l’adesione profonda della sua personalità e delle nostre a quella dei personaggi che fa rivivere in Suicidi imperfetti. Senza ansia di redenzione, o di fallimento nell’aiuto e nella prevenzione del gesto suicidario. Piuttosto ricordandoci o lasciandoci scoprire altro non è se non quell’esperimento nel corso del quale, procedendo per prove ed errori, ci è solo dato di tendere alla perfezione. E che il corpo che ci fa compagnia e che sta nella relazione con l’altro può essere distrutto da una mera fantasia, da una mancata elaborazione dell’esperienza, anche la più banale, la più approssimativa, la più imperfetta.

Coscia, con la sua scrittura lieve e appassionata, ci coinvolge guidandoci in un viaggio letterario attraverso vite affascinanti e complesse, cattura la nostra attenzione e ci accompagna in una caleidoscopica riflessione sulla condizione umana.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

La poesia prometeica di Feruglio (“Figli di un’antica vendemmia”), di Eloisa Ticozzi

Il libro “Figli di un’antica vendemmia “, è scritto dal poeta Nicola Feruglio, edito da Edizioni Croce, della collana “Fuori Collana” diretta dal grande poeta Antonio Veneziani, (collana che si occupa di quei testi transitanti tra generi letterari differenti, esattamente come quello di Feruglio, caratterizzato da una continua oscillazione tra prosa e poesia), prima edizione novembre 2024. Una pagina viene dedicata a un amico, molto importante e guida autorevole per l’autore. Il libro introduce immediatamente all’apparente contrapposizione fra lo spirito apollineo e lo spirito dionisiaco, il primo considerato espressione della creatività e dell’istinto, del sesso e della spregiudicatezza; il secondo imponeva regole morali, schemi comprensivi razionali. Nell’antichità il Dio Pan veniva consacrato nei riti antichi iniziatici, i riti eleusini. La grande Opera si svolgeva proprio nell’orgia, in cui la sessualità veniva trasmessa con riti scanditi in tempi stabiliti. Le due tradizioni esoteriche per eccellenza, riviste in Narciso e Boccadoro (1930) di Hermann Hesse, si contrappongono nell’incarnazione dei due protagonisti. La via della mano destra è la via della preghiera e dell’ascetismo; la via della mano sinistra è la via del sesso tantrico e di pratiche occulte più immediate e veloci per la trascendenza: entrambe ricercano una dimensione spirituale che sfugge alla realtà più comune.

Il poeta fa un riferimento importante alla Beat Generation nel libro, nel quale vengono proposte idee rivoluzionarie contro la violenza, la propensione alla sperimentazione di droghe, di musica innovativa e di esperienze anche mistiche: Jack Kerouac (1922-1969), ha teorizzato, come fondatore, la poesia “on the road”, (in italiano: “sulla strada”), esperendo in prima persona viaggi e nuove connessioni creative. La corrente gnostica eretica dei Cainiti (Feruglio in ogni suo testo manifesta una particolare attenzione alle correnti gnostiche), evidenza come Giuda, sia stato, non traditore nel senso più semplice del termine, ma come elemento chiave che innescherà la morte di Cristo, e quindi, la sua resurrezione per la salvezza del mondo intero. Cristo, pensato come emanazione migliorata del Padre, si è voluto incarnare in un uomo, vivendo prove terrene, con un dolore assoluto denominato Passione. Anche la Teoria dei Neuroni-specchio (Giacomo Rizzolatti – anni ’90), prova scientificamente che l’empatia è insita in noi, nel nostro sistema nervoso. Quando ci connettiamo con qualcuno, si attivano le stesse aree cerebrali della corteccia dell’altro (simulazione incarnata): si potrebbe definire in filosofia un’armonia musicale e una sincronia fra due o più viventi. Il cristianesimo è un’innovazione sia in termini religiosi che in termini antropologici e culturali. Cristo rettifica le leggi antiche ebraiche filtrandole con compassione, empatia e misericordia. La Grande Opera degli gnostici forgia l’anima con la mente e il corpo, proprio come Cristo, unendoli in una vera congiunzione alchemica. La potenza cosmica cristiana è formata da Dio, Cristo, il Dio-figlio compenetrato in una dimensione coinvolgente l’umanità, e lo Spirito Santo, inteso come possibilità di creare il mondo, l’elemento unificante Padre e Figlio.

La poesia “L’insurrezione ecosofica” comunica la sofferenza della terra e del creato; il richiamo al panteismo di antichissime civiltà ci ricorda gli Indiani d’America, che sentivano la natura e gli animali gemere di spirito. Il poeta Feruglio ci definisce metastasi nel corpo di Gaia, qualcosa che si stacca e cresce dalla madre terra, qualcosa che viene nutrita da essa ma soffre. L’agricoltura biodinamica descritta dal teosofo Rudolf Steiner, si incentrava su un’etica di coltura e di sviluppo della terra, sia nella fauna che nella flora. Oggigiorno si affacciano nuovi scenari in cui i diritti degli animali verranno sempre più sostenuti con compassione e coraggio, sperando uno scenario così aderente. La poesia “I gemelli della mia preesistenza” indica una connessione fra fratelli, defunti o meno, che sia scevra della mera biologia, ma che appartenga a un progetto più ampio di umanità. La poesia “L’iniziazione balcanica” è un grido contro le guerre, celebrando lo spirito universale dei popoli, contro le sopraffazioni e la crudeltà. Oggigiorno il mondo è ancora in ginocchio per gli scenari geopolitici instabili che hanno causato dei veri e propri genocidi. La poesia “Versi riconoscenti per Allen” è una poesia dedicata alla Beat Generation e ad Allen Ginsberg (1926-1997), alla ribellione contro schemi e concetti precostituiti, all’insurrezione per la guerra del Vietnam di quel periodo, alla conquista parziale per i diritti di afroamericani, omosessuali, di diversa religione o etnia. Si fa riferimento anche al demone (daimon) della creatività e dell’immaginazione onirica, della poesia come spazio intimo dell’uomo, un rifugio sensibile e libero, lontano dal quotidiano. Ho apprezzato in particolar modo un piccolo riferimento a “Saluto e Augurio” di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), (La Nuova Gioventù ,1975), una sorta di testamento paradossale scritto in friulano (nelle prime pagine è un tributo del poeta Feruglio). Pasolini, figura autorevole come Socrate, capisce che la nuova sinistra rifiuta la tradizione in quegli anni, quindi, paradossalmente, cerca di trasmettere la sua conoscenza a un giovane fascista, consapevole che i loro valori sono e saranno per sempre agli antipodi. Tuttavia, egli ricerca il nemico, la persona ostile, per essere liberato di quel fardello di conoscenze troppo alto e supremo anche per lui, perché anziano e stanco. La terra, la tradizione, i campi, sono lo spazio spontaneo e puro; il greco e il latino hanno fondato l’Italia in quanto lingue di cultura. La madre rappresenta la tradizione e dentro essa si situa la Repubblica che dovrebbe inglobare i poveri, gli afflitti e i dimenticati; si tratta della trasposizione laica dei vangeli e degli insegnamenti di Cristo. Ritornare feti nella madre, per Pasolini, significherebbe abbracciare valori antichi, costruendo una civiltà che protegga l’umile, il povero e il diverso. Il ragazzo fascista dalla camicia grigia deve compiere la rivoluzione nel sonno, non nella realtà, essere “il soldato senza violenza”. Il sonno nel quale ogni poeta e artista rifugge per creare e poter pensare a un mondo diverso e più puro. Amleto paragona la morte a un lungo sonno “Dormire, dormire, nient’altro. Sognare, forse. Ma questo è il punto: quali sogni?”; la morte è un sonno eterno del quale non si conoscono ancora la sostanza e il contenuto che rimangono dubbi e misteriosi.  Il dio Dioniso è inteso come divinità primitiva, dal sapere antico, radicato alle viscere della terra e della natura. L’etimologia del nome significa “nato due volte”, in grembo a Semele, la madre, e dalla coscia di Zeus, quindi una doppia origine paterna e materna, una divinità dalla provenienza ermafrodita e alchemica. Inoltre, il nostro daimon risvegliato da Prometeo che ruba la conoscenza, il fuoco eterno, a Zeus, in un atto altruistico per l’umanità, può essere accostato in senso più moderno all’avvento di Cristo, che ruba anch’esso la vita eterna dal Padre per donarcela. Il testo di Feruglio quindi, attraverso il rincorrersi di poesia e prosa, si colora di molteplici suggestioni culturali, esistenziali e autobiografiche, tutte orientate verso l’orgia spirituale intesa come unico antidoto al tecno-totalitarismo, verso l’oltrepassamento estatico del soggetto e della visione storicistica del mondo, verso un poetare prometeico capace di tras-mutare la vita stessa, verso una nuova ed antichissima vendemmia dionisiaca… che come risuona nel sottotitolo del libro, va rimessa in scena qui ed ora.

Eloisa Ticozzi

Nicola Feruglio , scrittore e presidente di Antropologia Terzo Millennio, Venerdì 7 febbraio 2025 (dalle ore 15:00 alle ore 20:00), presso il Conference Center Ecomap di Roma (Sala da Feltre) in Via degli Orti di Trastevere numero 6, realizzerà il Seminario aperto al pubblico dal titolo: “AUTO-REALIZZARSI NELL’EPOCA TRANSUMANISTA” – Il confronto gnoseologico tra tecniche totemiche e tecniche neuro-politiche.

*Il seminario nasce come una delle possibili ramificazioni e applicazioni dei corpi teorico/pratici del Convegno Nazionale di Antropologia Terzo Millennio, intitolato “Guarigioni totemiche”, realizzato il 4 dicembre del 2021, presso Palazzo Falletti a Roma.

Video- promo Seminario :

Per Informazioni e Prenotazioni

rivolgersi a:

segreteria@atmgnosi.org

www.atmgnosi.org

“Prigionieri del tempo”, un racconto di Letizia Vicidomini per il Giorno della Memoria

Un mese di vacanza al mare è lungo, molto lungo. Specialmente se sei una donna giovane e sola, dal lunedì al venerdì sera, e con due bambine da accudire. Certo, nel week end diventa tutto più bello, la famigliola si ricompone e io sono felice. Lo sono anche le piccole pesti, che si arrampicano sul povero papà, distrutto da una settimana di lavoro e due ore di viaggio per raggiungerci. Abbiamo ragionato molto sulla necessità di questa separazione forzata, arrivando alla conclusione che fosse necessaria per il benessere delle nostre figlie, Martina soprattutto, affetta da una perniciosa asma bronchiale che le toglie il fiato. Fatti i dovuti conti, che non tornano mai, abbiamo preso in affitto questa bella casetta sulla spiaggia, una villetta unifamiliare che mi consente di non dover usare la macchina per portarle al mare. La zona non è di quelle turistiche per giovani leoni, e non ha molte attrattive neppure per gli stranieri, però il mare è pulito e l’aria è tanto tersa e salmastra da pizzicare il naso, la mattina presto. Quella è l’ora giusta per portare le bambine a salutare il mare, come le ho insegnato, spiegando che ci si va quando non c’è molta gente perché lui, il mare, ama il silenzio. 

 

Anch’io lo amo, ma è decisamente molto più divertente quando in spiaggia c’è almeno qualche bagnante con cui scambiarsi un sorriso e un buongiorno. A volte siamo talmente sole che le bambine si riaddormentano, stese sulle stuoie all’ombra, cullate dal respiro del mare, ed io mi ritrovo a non sapere cosa fare del mio tempo. Leggo, tantissimo. Ascolto musica in cuffia per ore. Penso tanto, all’importanza del tempo e alla sua duttilità, che lo fa adattare ai nostri stati d’animo, alle stagioni della vita, all’intensità dei sentimenti. Rifletto sul fatto che siamo un po’ suoi prigionieri, del tempo, intendo, che diventa padrone dei nostri spazi, delle esistenze stesse.    

Mi guardo intorno, mettendo a fuoco mille dettagli, per impegnare i lunghi intervalli tra la colazione e il pranzo, tra la merenda e la cena. Proprio di fronte all’ombrellone che pianto sempre nello stesso punto, in linea d’aria con la nostra casa ma leggermente più a destra, c’è un’altra costruzione bassa, a due piani. E’ certamente una casa molto più vecchia di quella che abitiamo, anche se tenuta bene, e proprio per questo motivo c’è un particolare che ha colpito la mia attenzione dal primo momento. La terrazza del piano superiore, quasi interamente circondata da piante belle e rigogliose che ne assicurano la riservatezza, è letteralmente dominata da un grande orologio che si vede persino dalla spiaggia. Il quadrante è rotondo e bianco, mentre la cornice e le lancette grosse e puntute sono nere. Somiglia ad un classico orologio da stazione e molte volte al giorno, in modo automatico lo sguardo corre a consultarlo, rimanendo invariabilmente delusa. Sì perché, ed è questa l’anomalia, l’orologio è fermo ad un’ora che è sempre la stessa, le 10 e 25, di mattina o di sera non è dato sapere. In una casa bella e curata come quella è un dettaglio stonato, un pugno in un occhio, e tante  volte ho pensato di dirlo ai proprietari, appena ne incontro qualcuno. In effetti c’è un bel po’ di gente che anima la casa sulla spiaggia, durante il giorno e la sera, ma nessuno di loro esce mai a fare la spesa in paese o una passeggiata sul bagnasciuga. Probabilmente lo fanno in orari diversi dai miei, comunque sulla terrazza c’è sempre movimento.

Durante le mie minuziose osservazioni ho notato anche un curioso alternarsi degli occupanti, una sorta di turnistica che ho scoperto essere sempre uguale. Dopo tre settimane di permanenza sono certa di aver individuato una rotazione fissa: di mattina giovani, di sera anziani, mai tutti insieme. Al principio pensavo fosse un caso, dopotutto non è che stavo a guardare il terrazzino di continuo. Ne ho parlato anche con Paolo, mio marito, ma lui si è messo a ridere, poi ha detto che era un fatto normalissimo. I giovani vanno al mare, hanno voglia di sole e di fare casino in spiaggia, le persone anziane se ne stanno in casa e la sera cenano al fresco. Mi è sembrato tutto sommato realistico, anche se ricordando le mie estati da ragazzina mi viene in mente qualcosa di diverso. Noi la mattina volevamo dormire, dopo aver fatto le ore piccole, e quindi scendevamo al mare a mezzogiorno, mentre i miei genitori erano in spiaggia alle sette del mattino, per prendere il sole migliore. Allora mi sono messa d’impegno ad osservare la strana famiglia “dell’orologio”, così come l’ho battezzata. Ho contato, di mattina, sette giovani occupanti del terrazzino, quattro maschi e tre femmine, tutti sui diciotto/vent’anni. Al riparo del mio ombrellone, li ho visti ogni giorno apparire e sparire tra le piante messe a protezione della loro privacy. Belli, biondi e castani, ben vestiti, forse solo un po’ classici per i nostri giorni, mai in costume da bagno. Stanno lì forse un’oretta, poi rientrano in casa e non li vedo più sino alla mattina successiva. Per scorgere altro movimento mi tocca aspettare la sera, dopo le dieci, quando sul terrazzo bagnato dalla luce morbida di alcune lampade, arrivano gli adulti. Sarebbe meglio dire i vecchi, se mi si passa il termine rude. Sono anche loro sette, a pensarci bene. Quattro uomini e tre donne, anziani. Raffinati, discreti, sempre perfettamente abbigliati, come dovessero andare ad una cena importante.  Invece stanno lì, parlando a bassa voce e cenando. Si sentono solo i rumori lievi dei piatti che si toccano, il tintinnio dei bicchieri e qualche sommessa risata, ogni tanto. Stanno insieme poco: un’ora, un’ora e mezza al massimo, poi si ritirano in casa. Li rivedo la sera successiva e tutto si ripete. Il mese di villeggiatura è quasi passato, e questo è l’ultimo fine settimana nel quale Paolo ci raggiungerà per poi riportarci a casa. Finalmente, penso io. E’ stato un mese lunghissimo, buono solo per preparare la piccola ad un inverno meno complicato e regalarci un colorito uniforme e sano. Io ho sofferto enormemente la solitudine, e ho già deciso che, da oggi in poi, le vacanze si fanno tutti insieme e basta.

L’unico diversivo è stata l’osservazione della famiglia “dell’orologio”, che però non sono riuscita a conoscere. Allora mi prende un puntiglio che stenta a lasciarmi, una fissazione che non passa. Non posso andarmene senza aver chiesto ai vicini di casa perché non rimettono in funzione il grande orologio del terrazzo. Magari è un reperto storico, magari non sanno chi possa andare ad aggiustarlo, magari è un oggetto d’arredamento ed è proprio così che dev’essere, fermo alla stessa ora per sempre. Ho deciso, vado a bussare alla casa. Prendo le bambine, una per mano e l’altra nel passeggino, e mi dirigo verso la villetta. Suono al campanello, già quasi pentita dell’impulso irrazionale che mi ha preso, ma non mi risponde nessuno. Sono le sei del pomeriggio e forse sono tutti fuori. Faccio una passeggiata, come tutte le sere, e mi dirigo verso il centro del piccolo paesino che ha ospitato la mia solitaria vacanza, per passare nell’unico bar dell’unica microscopica piazza e prendere un caffè. La signora Rosa, la proprietaria con la quale scambio volentieri qualche chiacchiera gentile non c’è, stranamente. Mi accoglie una signora grassoccia, con i capelli biondo platino, che dice di essere la cognata. Racconta di una sciatica violenta che costringe la signora Rosa a letto, e si lancia in una filippica infinita sulla presunta incoscienza dell’assente, rea di non avere troppa cura di sé. Tra elenchi di medicinali e digressioni sui suoi, di dolori, riesco finalmente ad incuneare una domanda. “Mi sa dire qualcosa della famiglia che abita nella casa vicino alla nostra?” –  “Perché?” mi chiede con gli occhi sgranati.       

Io rimango un po’ spiazzata, non mi sembra di aver chiesto qualcosa di tanto strano.  “Volevo salutare qualcuno dei ragazzi, oppure le signore che vedo la sera sul terrazzo, ma ho bussato e non mi ha risposto nessuno …” dico un po’ imbarazzata dalla sua espressione che continua ad essere attonita. Finalmente, dopo un minuto che mi sembra eterno, la vedo riaversi e guardarmi ancora, stavolta dubbiosa.  Forse riflette sul mio stato mentale, considerato quello che mi racconta subito dopo. Al rientro sono ripassata davanti alla casa, ho provato a bussare il campanello ripetutamente e senza speranza, ancora incredula per le parole della signora del bar, che si chiama Iole ed è molto chiacchierona. Quello che mi ha detto, con un sorriso complice, sembra inventato, ma ormai sono sicura che sia la verità. Non credo che lo racconterò a nessuno, ecco perché lo scrivo, mentre cerco una spiegazione che non c’è. Io, però, sento di essere stata spettatrice di qualcosa di speciale. Forse l’unica, e chissà per quale scopo. Ripenso alla storia che mi è stata raccontata con un brivido.

La famiglia che abitava la casa dell’orologio era composta, sessant’anni prima, da tre sorelle e quattro fratelli, oltre ai genitori. Erano stati proprio loro a chiudere in cantina i figli, dopo averli storditi con del sonnifero, per nasconderli ai tedeschi che stavano rastrellando ebrei. Non avrebbero mai permesso che portassero via i ragazzi, piuttosto prendessero loro, avevano pensato. Così era stato, erano stati fatti prigionieri e portati via, con uno dei treni ormai tristemente famosi. 

I figli si erano risvegliati nella cantina buia e ancora piena di scaffali sui quali, un tempo, venivano conservate le bottiglie di vino pregiato che il padre teneva come reliquie. Avevano cercato di uscire, scoprendo con orrore che la porta non si apriva dall’interno. Forse avevano gridato sino allo sfinimento, chiedendosi perché, mille volte perché, fino a quando la morte li aveva presi, uno dopo l’altro. Li avevano trovati molto tempo dopo, al termine della guerra, e la spiegazione dell’accaduto era stata offerta da un bigliettino lasciato dai genitori sulla credenza. Poche righe nelle quali dicevano ai figli che al loro risveglio non li avrebbero trovati, ma che preferivano morire, piuttosto che vederli nelle mani dei nazisti. Loro dovevano vivere e divertirsi, perché erano giovani e avevano una vita da vivere. Mai avrebbero pensato che il destino fosse tanto beffardo, e che se li prendesse tutti, con una zampata sola.

Mi giro e rigiro nel letto, e non riesco a prendere sonno, in questa ultima notte al mare. Paolo russa piano, non ha intuito nulla del mio stato d’animo, forse è troppo stanco per guardarmi con attenzione.  Allora esco fuori, e mi dirigo sulla spiaggia silenziosa e buia. Prima esito, ma poi mi giro e guardo in su, verso la terrazza e verso l’orologio fermo sempre alla stessa ora, quella che ha determinato la fine di sette giovani vite che avevano tutto il futuro davanti. Avrebbero vissuto fino a diventare vecchi e saggi, così come li vedevo la sera, nelle infinite e pacate cene, dopo essere stati giovani e spensierati, come mi si presentavano alla luce del sole. Il tempo li ha fatti prigionieri, e li tiene legati da qualche parte. Sempre uniti, eternamente insieme. Volevano che qualcuno lo sapesse e hanno scelto me. Forse dovrei sentirmi orgogliosa, penso, mentre dietro le piante sul terrazzo vedo una mano agitarsi, in un saluto. Ricambio, commossa, e me ne ritorno a letto. 

Letizia Vicidomini

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma raggiunge Napoli da vent’anni per lavoro, e ne ha fatto lo scenario privilegiato delle sue storie.

E’ stata speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice e e voce pubblicitaria. Alcuni suoi scritti sono diventati pièce teatrali ad opera dell’attrice e regista Ramona Tripodi.

La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo “Nella memoria del cuore” edito da Akkuaria, così come “Angel”, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, “Il segreto di Lazzaro”, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni.

Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica “La poltrona di seta rossa”e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa al noir con “Nero. Diario di una ballerina”. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio “Garfagnana in giallo 2015” e Menzione speciale al Festival Giallo Garda. La “trilogia dei colori” si completa con “Notte in bianco” (2017), di nuovo finalista in Garfagnana. Nel 2019 pubblica, sempre per Homo Scrivens, “Lei era nessuno”. Ad aprile 2021 Homo Scrivens ripubblica “Il segreto di Lazzaro” in una versione aggiornata e rivista, che vince il Premio Internazionale Giallo Garda, VII Edizione.

Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali “Una mano sul volto” e “Diversamente amici” , curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), “Napoli in cento parole” e “Napoli a tavola in cento parole” (Perrone Editore), “Free Zone” (Echos) e “Il bivio” (Oakmond Publishing), “Attesa. Frammenti di pensiero“, “Un giorno per la memoria” (Homo Scrivens). Pubblica nella collana di Mursia Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano, “La ragazzina ragno” che trionfa nell’edizione 2021 del Garfagnana in giallo, in finale anche al Premio Misstery legato al Festival del Giallo a Napoli. A novembre 2022 esce “Dammi la vita” con la stessa casa editrice, che entra nuovamente nella cinquina votata dai lettori del Premio Misteri.

A marzo 2023 pubblica per SetteChiavi il thriller “Salvami“, racconto lungo che apre la collana Passepartout curata da Diego Di Dio, che si piazza sul podio della X edizione di Giallo Garda. Viene menzionata da Ciro Sabatino nella “Storia del giallo a Napoli” (Homo Scrivens 2024) tra le rappresentanti di spicco della “scuola napoletana” capeggiata da Maurizio de Giovanni.

A ottobre 2024 pubblica “Non si uccide il passato. Il male sporca Napoli” (Mursia Editore), che riceve immediatamente riscontri positivi da blog e lettori.

Il conte di Montecristo, opera aperta? di Francesca Chiesa

Lunedi 13 gennaio RAI Uno trasmetterà la prima puntata di una nuova  miniserie dedicata a Il Conte di Montecristo.

Siamo a 180 anni esatti dalla pubblicazione in feuilleton dell’ultimo capitolo del capolavoro di Alexandre Dumàs: a quell’epoca, 1845, il romanzo aveva già richiesto al suo autore un anno e mezzo di fatiche.

L’ultima puntata della fiction televisiva andrà in onda il tre febbraio e la fine della storia sarà quella che tutti conosciamo.

Un mese da trascorrere con Edmond Dantès, dunque, il che mi sembra un’ ottima occasione per accennare a un interrogativo rimasto fino a ora senza risposta: Alexandre Dumàs ha mai ideato un seguito a Montecristo

Secondo Claude Schopp – massimo esperto dell’opera di Dumàs – anche nel caso di quest’opera pare che Alex (come lui amava firmarsi)  abbia durato gran fatica a separarsi dal personaggio con cui aveva convissuto per lungo tempo, …a lasciarlo scomparire dietro la linea dell’orizzonte mediterraneo.

Schopp ci presenta tre fatti e nessuna risposta: 

– l’ultima nota dell’ultimo capitolo della edizione originale del romanzo: L’editore si ripropone di pubblicare prossimamente un epilogo che l’autore sta attualmente rifinendo. Siamo nel 1845, gennaio come abbiamo detto;

–  successivamente, nel marzo del 1851, il nostro romanziere scrive ad Auguste Maquet – il suo principale collaboratore – esortandolo a pensare a un possibile finale alternativo per Montecristo.: per Claude Schopp Dumas si riferirebbe qui a un adattamento teatrale del romanzo, dal titolo Villefort : drame en cinq actes et dix tableaux;

–  il 16 dicembre del 1853, quasi una decina di anni dopo la pubblicazione dell’ultimo capitolo del suo capolavoro,  Alex Dumàs e l’editore Alexandre Cadot firmano un contratto dal quale risulta chiara la volontà di dare un seguito a Il conte di Montecristo. Vediamo l’articolo 2: “Le parti si riservano di stabilire un contratto speciale per il seguito di Montecristo, che non è compreso nei presenti e di cui, al rifiuto di monsieur Cadot, monsieur Dumas potrà trattare con altri etc…”

Dopo di che il silenzio sembra calare sull’ipotesi di una diversa conclusione, o addirittura di un seguito, per Il Conte di Montecristo. 

Emersioni

La sezione Libri del motore di ricerca Google è un ricettacolo di meraviglie. 

L’altro giorno ne stavo scorrendo i titoli in cerca di qualche periodico del 1859 che desse notizia del passaggio di Alexandre Dumàs a Hermoupolis, capoluogo di Syros, isola delle Cicladi dove vivo da circa cinque anni.

Durante la ricerca mi è passato sotto gli occhi il frontespizio di una pubblicazioncina ottocentesca: “Il conte di Villefort ed il conte di Montecristo dramma in cinque atti e nove quadri di A. Dumas ed A. Maquet”.

Se non fosse stato per quei due nomi che attiravano l’attenzione, vale a dire il Maestro e il suo principale ghostwriter, l’insieme non attirava certo alla lettura ma me la sono ugualmente sobbarcata.

Ricevendo alla fine la mia ricompensa che riporto così com’è, di poche parole.

SCENA ULTIMA,

Massimiliano, Monte Cristo e Valentina.

(Una figura coperta da un velo scende dalle rocce e s’ avvicina lentamente alzando il velo. È Valentina coronata di bianche rose).

Mas. Dio! il cielo s’ apre per me e ne discende un angelo …. esso assomiglia a quello che io ho perduto.”

Val. Massimiliano! Massimiliano! 

Mas. Valentina! Valentina! 

Val. Mio adorato Massimiliano! 

Mon. Valentina, ora più non avete il diritto di separarvi da colui che vi ama ….. da colui che se io non era si sarebbe ucciso sul vostro cadavere. lo bo reso l’uno all’ altra: la mia missione è compiuta: ho punito i colpevoli, ho ricompensato i buoni. Dio mio! se mi sono ingannato abbiate misericordia di me! e nel giorno finale ponete sull’infallibile vostra bilancia tutto quel poco di bene che avrò operato.

Fine”

Confrontando questa scena con il capitolo CXVII/Il 5 ottobre che conclude Il conte di  Montecristo, risulta evidente che non c’è corrispondenza: niente di male, salvo che gli autori di questa ultima scena sono gli stessi di quell’ultimo capitolo, che la precede di circa sei anni.

Il dato più eclatante è che nella pièce teatrale, più recente rispetto al romanzo, non troviamo traccia della dolce schiava greca Haydée, innamorata da sempre di Montecristo. 

Potrebbe trattarsi di un primo abbozzo per una conclusione diversa da quella consegnata? Quella che evidentemente non soddisfaceva l’autore anche perché, a voler dire le cose come stanno, non sembra essere stata frutto di una scelta meditata e consapevole. 

Ce lo racconta lo stesso Dumas che, da istrione qual era, nel suo Grande dizionario di cucina, ci presenta il bozzetto di una festa di matrimonio in cui il testimone della sposa, che è poi il grande scrittore in persona, circondato da convitati allegri e ridanciani afferra una penna e in pochi minuti consegna ai presenti in festa le pagine finali  di Montecristo

Fosse stato presente Rossini, suo grande ex-amico per questione di maccheroni, avrebbe sicuramente ammirato la scarsa serietà professionale con cui Alex abbinava i piaceri della scrittura a quelli della gola. Chissà, com’è andata davvero! 

Strutture

Non si può negare che il veliero lontano sulla linea dell’orizzonte, che scompare portando con sé il Vendicatore placato e la sua giovane pupilla, sia e sia stato per molti l’immagine-simbolo della vicenda di Edmond Dantès, emblema di  un certo tipo di successo che sicuramente ha affascinato anche Dumàs, uomo dalle mille concubine come lo definisce Schopp. Potere, ricchezza, fascino e la donna ideale al proprio fianco: giovane, bella, esotica e soprattutto schiava. 

Ma Alexandres Dumàs – figlio di Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie detto “il Generale Dumas” e nipote di Alexandre Antoine Davy, marquis de La Pailleterie – è un’ altra cosa, è uno scrittore di rango.

Ovvero, uno scrittore che conosce gli schemi classici e li applica a contenuti fortemente innovativi, come nel caso di Montecristo, la cui vicenda può essere parzialmente sovrapposta a quella dell’Ulisse omerico. 

In sintesi: Ulisse, perseguitato da un dio che gli impedisce di tornare in patria a causa di un peccato di hybris/orgoglio, non può ribellarsi ma solo cercare di resistere e superare le difficoltà; diventa eroe quando distrugge gli uomini che si sono impadroniti della sua casa e della sua donna e riconquista il suo stato di re.

Montecristo si presenta ugualmente colpevole, peccando d’orgoglio nel momento in cui si sente invulnerabile e non riconosce i nemici da cui è circondato.

Per punizione gli viene tolto tutto quello che ama – padre, donna, famiglia – ma lui dimostra di essere ingrado di resistere alle prove che deve affrontare: carcere, auto-formazione, fuga. 

Tornato nel mondo, distrugge – come Ulisse – coloro che lo avevano privato della sua vita. 

A questo punto le storie divergono, apparentemente a causa del diverso comportamento delle due donne in attesa, Penelope e Mercedes. Ma è proprio così?

Si tende spesso a dimenticare, quando si parla della fedelissima Penelope, che Ulisse si ripresenta a corte proprio nel momento in cui la sua sposa si è convinta ormai di essere la sua vedova e ha indetto una gara di tiro con l’arco tra i suoi pretendenti: il vincitore otterrà la regina in moglie.

Non molto diversa è la situazione della catalana: sfiancata dall’inutile attesa e dalla povertà, si rivolge allo spasimante che le sta da sempre accanto. Quello che a Dantes appare come tradimento è un cedimento, riprovevole ma non colpevole: soprattutto e prima di tutto, Mercedes non smette mai di amare Edmond. 

Amor, che traverso fortune, non intermette dall’essere eterno.

L’abbiamo provato in molti.

La ricerca continua

Se le cose stanno così, se Alex Dumas ha infisso nel cuore del personaggio Mercedes l’ amore per Edmond, se non ha cancellato dal cuore di Dantes il volto di colei che era stata la sua promessa sposa, perché non li riunisce? Perché non lo fa finalmente celebrare, questo matrimonio mancato?

Forse perché non è un cantore errante ma un uomo dai gusti dispendiosi, amante della buona cucina e delle belle donne?

Perchè Haydée la greca rappresenta l’ideale esotico del suo tempo?

Perché la fuga dell’uomo maturo con la giovane innamorata è tema più attraente, e quindi far vendere di più rispetto a un ritorno al vecchio amore che è quasi una moglie?

Eppure abbiamo visto che, in fin dei conti, Dumàs non era soddisfatto: forse perché quella scelta gli appare per quello che di fatto è, un ripiego. 

Un eroe non si rassegna a perdere la donna amata, perbacco!

Allora?

Mercedes è a Marsiglia, non spera nulla ma c’è.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

David Diop: “Fratelli d’anima” (trad. Giovanni Bogliolo – Neri Pozza) – Guerra, follia e identità perduta, di Gigi Agnano

Durante la prima guerra mondiale, l’esercito francese arruolò nelle colonie circa duecentomila soldati da destinare al fronte europeo. “Fratelli d’anima“, dell’autore franco-senegalese David Diop, ci trascina nella mente tormentata di uno di questi giovani: Alfa Ndiaye, strappato dalla vita del suo villaggio rurale in Senegal e gettato negli orrori della guerra di trincea. Il titolo stesso dell’opera racchiude il nucleo della narrazione: il legame profondo tra due amici d’infanzia, Alfa e Mademba, un legame destinato a spezzarsi nelle trincee della Grande Guerra con conseguenze devastanti.

Il romanzo si apre con la brutale morte di Mademba Diop, il “più che fratello” di Alfa: durante un assalto, un soldato nemico lo sventra con una baionetta. Nella sua lunga agonia, disteso tra le braccia dell’amico, Mademba lo supplica tre volte di porre fine alle sue sofferenze. Alfa, paralizzato dal rispetto delle leggi ancestrali del suo villaggio, si rifiuta. Questa scelta, apparentemente morale, si rivelerà l’inizio del suo tormento interiore:

Non sono stato umano con Mademba, il mio più che fratello, il mio amico d’infanzia. Ho lasciato che fosse il dovere a imporre la mia scelta. Gli ho offerto soltanto dei cattivi pensieri, pensieri imposti dal dovere, pensieri raccomandati dal rispetto delle leggi umane, e non sono stato umano.

La morte dell’amico innesca in Alfa una trasformazione inquietante. Consumato dal desiderio di vendetta, sviluppa un macabro rituale: dopo ogni assalto, mentre i commilitoni rientrano nelle trincee, si intrufola al buio nelle linee nemiche e, fingendosi morto, uccide un soldato per mozzargli una mano con il machete.

Inizialmente i compagni celebrano il suo coraggio, trasformando questi trofei in un grottesco gioco. Ma dopo la terza mano, il terrore prende il sopravvento: Alfa viene considerato uno stregone, un dëmm, un portatore di sventure. Alla settima mano, il capitano lo allontana dalla prima linea, inviandolo all’ospedale militare.

È qui che la mente di Alfa sprofonda definitivamente nel delirio. Tra ricordi strazianti del villaggio natale e la desolante realtà dell’ospedale militare, il romanzo procede verso un finale enigmatico e perturbante, in cui realtà e allucinazione si confondono inestricabilmente.

Diop costruisce il suo racconto con una prosa essenziale e ipnotica, che riecheggia l’oralità della tradizione letteraria africana. La scelta linguistica riflette perfettamente lo spaesamento del protagonista: Alfa, che a malapena parla francese, si ritrova coinvolto in un conflitto tra potenze europee di cui non comprende le ragioni. Non a caso, i nemici vengono sempre descritti come “quelli dagli occhi azzurri”, mai come “tedeschi”, sottolineando l’estraneità del protagonista al mondo in cui è stato catapultato.

Il romanzo affronta temi universali – la guerra, l’amicizia, il senso di colpa – attraverso una prospettiva inedita: quella di un soldato coloniale, doppiamente estraneo alla guerra che combatte, sia come africano che come essere umano. Diop racconta magistralmente come la violenza della guerra possa dissolvere non solo la sanità mentale, ma anche l’identità culturale di chi la subisce.

Non sorprende che “Fratelli d’anima” abbia conquistato importanti riconoscimenti internazionali, tra cui lo Strega europeo, il Goncourt des Lycéens e l’International Booker Prize. È un’opera che arricchisce la letteratura di guerra con una voce originale e potente, offrendo uno sguardo nuovo sulla Grande Guerra attraverso gli occhi di chi fu costretto a combatterla senza comprenderne le ragioni.​​​​​​​​​​​​​​​​

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.