Isabel Allende: “Il mio nome è Emilia del Valle” (Feltrinelli, 2025 – trad. Elena Liverani), di Cristi Marcì

Il potere della parola quale strumento per salvarci di fronte al silenzio

Ambientato agli albori della prima guerra civile cilena scoppiata nel lontano 1891, la protagonista di questo splendido romanzo si fa portavoce di una delle pagine più cruente della storia sudamericana, dove il rispetto per la vita e l’amore nei confronti della propria terra segnano un profondo divario non solo all’interno del popolo cileno bensì fra gli alti esponenti di una politica sempre più corrotta.

Disposta a reprimere la voce della nazione in nome di un folle e assurdo amore: quello per la guerra.

Attraverso l’indomito coraggio della fiorente scrittrice Emilia del Valle il Cile assume negli articoli della giovane ed emergente reporter la forma di una lingua di terra violentata dalla cupidigia dell’Io e deturpata dalla brutalità dell’essere umano.

Rispetto ai quali sia il profumo del mare che le immense catene montuose possono soltanto piegarsi dinanzi alla logica di un’indicibile e inaudita violenza.

Impregnate di storia ma soprattutto di un florido desiderio di riscatto, ciascuna di queste pagine assume pian piano i contorni di una mappa dove la geometria dei sogni rivela le nebulose costellazioni di un viaggio pronto a rinnovarsi capitolo dopo capitolo.

La scrittura e ancor più le parole acquisiscono via via le sembianze di una creatura in grado tanto di raccontare quanto di imprimere quelle emozioni e quelle speranze che soltanto la guerra tenta spesso di dissolvere nella polvere da sparo, denunciando oltremodo le barbarie perpetrate dalle forze del Congresso cileno contro il governo dittatoriale dell’allora presidente Josè Manuel Balmaceda.

La nota autrice e giornalista cilena Isabel Allende offre dunque ai suoi lettori uno spaccato della propria terra d’origine dove la curiosità e il forte richiamo all’indipendenza di Emilia si traducono in un viaggio degno di essere vissuto, dove l’amore e la scoperta delle rispettive origini la porteranno in un luogo ricolmo di mistero: inaccessibile finanche alla cupidigia dell’uomo e ai suoi futili strumenti di morte.

Quello che maggiormente contraddistingue questo meraviglioso romanzo non è soltanto quel terribile amore per la guerra di cui parlava il noto psicoanalista americano James Hillman bensì la crescente presenza di un conflitto che sulle labbra e ancor più tra le mani dell’uomo si tramuta in legge assoluta: in una nuova norma.

Nondimeno quanto viene proposto lungo queste pagine è la descrizione di quello che purtroppo al giorno d’oggi siamo ormai abituati a vedere, a leggere e a sentire: rendendo il conflitto con il proprio simile l’unica legge vigente rispetto alla quale, per assurdo, l’essere umano rischia di identificare sempre più il valore della propria esistenza.

Se da un lato i governi dittatoriali hanno da sempre macchiato di sangue interi capitoli della storia dell’uomo dall’altro quest’ultimo, proprio attraverso le parole può gradualmente tornare a fiorire, facendo della scrittura nonché della narrazione il solo strumento con cui restituire alla vita di ogni giorno una dignità di fronte alla quale l’odio e il conflitto prima o poi esauriranno le proprie cartucce.

Il Cile quale terra ricca di analogie e preziose radici da riscoprire 

Il linguaggio analogico riflette quella dimensione simbolica grazie alla quale prendere le distanze da ciò che è ormai razionale e carico di significati ormai collaudati. 

Un vero e proprio strumento che garantisce l’accesso presso quell’apparato immaginativo e metaforico con cui riscoprire uno o finanche più dialoghi. 

Pertanto proprio attraverso questo graduale distacco si ha la possibilità di prendere coscienza circa l’esistenza di ulteriori forme di espressione, nuove modalità comunicative e soprattutto di un mondo inconscio che a nostra insaputa fiorisce dentro di noi. 

Quest’ultimo infatti sembra custodire al suo interno non tanto semplici contenuti quanto una vera e propria sequenza di materiali che se sotto il profilo onirico non tardano a presentarsi viceversa dal punto di vista linguistico sono pronti a tradursi in una trama, a volte indefinita e per questo del tutto originale.

Le parole dunque possono acquisire quella incerta fisionomia che alla stregua dei sogni altro non attendono se non di guidarci verso orizzonti lontani; pronte a comunicarci non solo qualcosa di nuovo bensì a mostrarci quella via grazie alla quale oltrepassare quei significati che spesso e volentieri rischiano di restringere il campo della nostra simbologia inconscia.

Nel corso dei secoli la letteratura si è sempre fatta portavoce di un qualcosa di nuovo, di inaspettato e spesso e volentieri di scomodo per la ragione ordinaria e abitudinaria. 

Nondimeno la struttura e gli stili che adornavano il contenuto di quanto riportato in forma scritta riflettevano il ponte di unione tra la dimensione cosciente e quella all’apparenza invisibile. 

Se le parole permettevano un trampolino di lancio verso la nostra interiorità ad oggi questa possibilità non sempre la si riscontra facilmente. 

In quanto difficilmente si è disposti a lasciarsi guidare da quanto di più misterioso e indecifrabile risiede entro gli anfratti della nostra anima. 

Tuttavia la lettura di questo romanzo riflette proprio l’invito a prendere contatto, nonché a riscoprire, quelle radici che se accolte sono in grado di svelare i volti di un percorso grazie al quale raggiungere mete lontane e che tuttavia non sapevamo di custodire nel nostro più intimo bagaglio.

Tantomeno di raccontare con la sola parola possibile: Viaggio.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Pablo Neruda (12 luglio 1904 – 23 settembre 1973) – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Pablo Neruda, cileno, è stato uno tra i poeti più importanti e famosi del Novecento. Premio Nobel per la Letteratura nel 1971, la sua opera spazia dalle liriche amorose alle poesie di impegno civile, celebrando, nelle prime, le passioni e la libertà; e rappresentando, nelle seconde, una visione della pace e della giustizia sociale quanto mai attuale nei nostri tempi sgangherati. Figura emblematica dell’intellettuale “impegnato”, “poeta del popolo”, Neruda negli anni Trenta aderisce al Partito Comunista e si schiera contro i fascisti nella Guerra Civile Spagnola, durante la quale scrive le poesie di “Spagna nel cuore”. Del 1950 è “Canto General” che consolida la sua convinzione che la poesia, unendo amore e rivoluzione, passione e impegno, possa essere un’arma per i diseredati del mondo e un motore di cambiamento politico e sociale. Dopo un lungo periodo di esilio, torna in patria per sostenere il governo di Salvador Allende e morirà pochi giorni dopo il golpe militare di Pinochet dell’11 settembre 1973. I suoi funerali assumono un profondo significato politico diventando una grande manifestazione contro il regime, purtroppo l’ultima tollerata in terra cilena per numerosi anni.

Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su “Pablo Neruda”.

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Hannah Crafts: ‘’Memorie di una schiava’’ (Edizioni Clichy, 2025), di Claudio Musso

Questo è un libro che arriva a noi con un ritardo che fa rumore. 

Scritto a metà Ottocento da una donna afroamericana fuggita dalla schiavitù, il manoscritto rimane nascosto per oltre un secolo e mezzo, senza trovare lettori, senza ricevere ascolto. Nessuno lo pubblica o può confrontarsi con quella voce non mediata, non corretta da editori o accademie, che conserva intatto lo stupore, la rabbia, la grazia di chi ha molto vissuto e che poco ha potuto dire. 

Fino al 2002 quando, grazie alla scoperta di uno studioso, quelle pagine sono diventate leggibili. Particolarissima è la capacità di questa donna di osservare il mondo in modo obliquo, silenzioso, come se la comprensione più profonda non passasse per l’evidenza, ma per la vibrazione sotterranea delle cose. Lo sguardo di Hannah, la narratrice di queste pagine, è affinato dalla necessità: non potendo studiare sui libri, legge volti e gesti; non potendo esprimersi liberamente, impara a distinguere le intenzioni nei toni della voce, nei silenzi, nei movimenti impercettibili.

Questa voce scrive per testimoniare, per esistere, per usare finalmente parole che le sono sempre state negate. Scrive con urgenza, con lucidità, con il desiderio profondo di raccontare ciò che vede e ciò che intuisce, pur sapendo che forse nessuno avrebbe mai letto quelle pagine. Proprio questa condizione originaria, quella di un libro nato senza lettori, lo rende oggi così prezioso. Leggerlo significa colmare una mancanza, restituire spazio e ascolto a una coscienza silenziata.

Hannah non lavora nei campi, non conosce direttamente la brutalità delle piantagioni, ma la osserva da vicino. È una schiava “privilegiata”, se così si può dire: una cameriera personale, una donna di servizio al fianco di diverse padrone bianche, impiegata negli interni delle grandi case del Sud schiavista. Vive negli spazi del potere, ascolta conversazioni, osserva relazioni, impara a leggere i segni dell’autorità e della finzione morale. Dalla soglia su cui si trova, può vedere tutto ciò che si muove sopra e sotto di lei: la rigidità razziale, la fragilità dei rapporti, la crudeltà dissimulata dietro l’eleganza e il benessere dei bianchi. Vede anche le baracche dove vengono stipati gli altri schiavi, l’indigenza, la fatica. Non li vive, ma li intuisce, li respira. E ne porta il peso sulla pagina.

Colpisce il fatto che il vero oggetto del suo sguardo, e forse anche il vero protagonista del libro, sia il mondo bianco. ‘Memorie di una schiava’ più che un racconto, con risvolti autobiografici, della sofferenza nera è una radiografia della società bianca che si nutre di schiavi ma è schiava essa stessa, delle ricchezze, del pettegolezzo, delle carriere pubbliche, di una posizione a tutti i costi. Hannah osserva i suoi padroni con un’intelligenza silenziosa ma impietosa: ne coglie la generosità artefatta, ma anche la complicità con un sistema che considera lo schiavo come proprietà e oggetto. Crafts inoltre non descrive solo la schiavitù fisica, quella delle catene, dei bastoni, delle fughe. Ci mostra piuttosto un sistema che incide nell’interiorità: nel modo in cui una schiava deve reprimere pensieri, sogni, desideri. L’ordine imposto infatti richiede obbedienza ma anche l’abolizione del sé. Ci sono padroni che amano sondare il dolore fino alla soglia della tortura: non per sadismo gratuito, ma per esercitare un potere che si misura anche nella capacità di spegnere una coscienza, non solo un corpo. Anche i personaggi più “benevoli”, che pure ci sono, sono travolti da un generale ottundimento dei valori, da un’inerzia morale che svuota ogni gesto di fattiva umanità. Il risultato è un ritratto penetrante di una classe dominante che ama raccontarsi civile e cristiana, tra costituzioni e bibbie, ma pratica la disumanizzazione, anche di sé, come norma.

In questo paesaggio confuso, dove nulla è saldo e tutto può cambiare in base a un ordine o a un capriccio, l’unico punto fermo per Hannah resta la Bibbia anche quando il mondo a più riprese le volta le spalle. Le Sacre Scritture, lette di nascosto, sono la sua unica bussola morale. In assenza di affetti stabili, di protezione o di diritti, la fede diventa rifugio e àncora. La parola divina, a differenza di quella degli uomini, non tradisce, non viene piegata dal potere o almeno così spera. Questo legame profondo con il testo sacro attraversa tutto il romanzo, fornendo alla protagonista una lingua alternativa per pensare sé stessa, per resistere, per credere che la libertà sia possibile.

La scrittura di Hannah Crafts è viva, urgente, attraversata da una tensione continua tra espressione e contenimento. È una lingua nutrita da letture — si sentono echi di Dickens, delle sorelle Brontë e del gotico vittoriano — ma che conserva una tonalità personale, immediata, mai pretenziosa. Ci sono travestimenti, misteri, fughe, segreti: elementi che testimoniano una notevole consapevolezza narrativa, pur con qualche ingenuità strutturale. Non è un romanzo secondo i canoni estetici della forma compiuta, ma è un’opera di valore per la sua carica umana, politica, etica. La sua forza non sta nell’ambizione letteraria ma nella necessità con cui è stato scritto.

La recente traduzione italiana di Giada Diano e Giulia Facchini, curata con attenzione da Edizioni Clichy, restituisce con efficacia questa urgenza e questa misura, offrendo finalmente anche al pubblico italiano la possibilità di accostarsi a un testo dimenticato, rimasto troppo a lungo in silenzio. La lettura è sorprendentemente scorrevole, coinvolgente, mai pesante: è un testo che si legge con interesse genuino, con partecipazione crescente, anche grazie alla sua struttura narrativa che alterna osservazione sociale, introspezione e tensione drammatica.

Leggere oggi questo libro è un gesto di ascolto e di restituzione. Significa raccogliere una voce che ha parlato nel vuoto, e che continua a parlarci, con delicatezza ma anche con fermezza. Significa accettare di essere guardati da uno sguardo che ci analizza senza odio, ma senza illusioni. ‘Memorie di una schiava’ non è solo un documento storico o letterario: è una forma di resistenza silenziosa, un atto di scrittura che custodisce la dignità, la coscienza e la memoria di chi non ha mai avuto il diritto di raccontare. È un testo ‘in presa diretta’ che smaschera il vero male della schiavitù: non è solo nel corpo incatenato, ma nell’anima ferita, spezzata, ridotta al silenzio. Il peggio è vedersi negare perfino il diritto al desiderio. La libertà non è solo fuggire: è poter immaginare, poter sentire, poter volere. Per questo ‘Memorie di una schiava’ non è solo il racconto di una fuga, ma il tentativo di restituire dignità al pensiero stesso. Alla parola. Alla memoria. 

E ci mostra che persino una donna nata nella schiavitù, senza istruzione, può diventare cronista del suo tempo – in cui non solo una certa America ma anche tutto l’Occidente è sul banco degli imputati – , ritrattista impietosa e delicata, e narratrice capace di restituire luce, nonostante l’ombra.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Joseph Roth: “Ebrei erranti” (Adelphi, trad. Flaminia Bussotti) – Maurizia Maiano

Uno sguardo al passato per leggere il presente!
Joseph Roth nasce a Brody in Ucraina il 2 settembre 1894 nell’oblast’ di Leopoli, “enclave” mitteleuropea dell’impero austro – ungarico. E’ lui il grande cantore della “Finis Austriae”, della dissoluzione dell’impero austro-ungarico che aveva riunito popoli di origini disparate con lingue, religioni e tradizioni diverse. Un “piccolo mondo in fieri” della nostra contemporaneità. Leopoli vive acute tensioni e non solo tra le varie nazionalità. All’università c’erano scontri tra studenti polacchi e ruteni e all’interno del mondo ebraico, a cui Roth apparteneva, fra chassidismo, movimento di rinnovamento spirituale attraverso l’esperienza mistica, l’haskalah o illuminismo ebraico, che promuoveva l’integrazione nella società secolare e l’uso della ragione nella interpretazione della Torah, e il movimento sionista che stava diventando sempre più forte. A Leopoli la lingua ufficiale era il tedesco, ma dal 1871 il polacco divenne lingua d’insegnamento nelle scuole e nelle università.


Questa può essere la ragione per cui Roth, che vedeva la sua patria letteraria nella letteratura
tedesca, decise di lasciare Leopoli e di iscriversi per il semestre estivo del 1914 all’Università di
Vienna. Conosce la realtà viennese proprio allo scoppio della guerra, l’anno dell’assasinio di
Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia. L’Austria-Ungheria, questo inusuale Vielvoelkerstaat, Stato multinazionale, nell’epoca in cui si affermano i nazionalismi, è l’impero in cui il suo imperatore, Franz Joseph, si rivolge ai suoi sudditi dicendo: “Meinen Voelkern”, “ai miei popoli”, riconoscendo con questa espressione l’identità nazionale di ogni popolo del suo impero. E Roth, da buon figlio di quell’Austria-Ungheria, si interrogava sul sionismo divampante tra gli ebrei.

Nel 1927, nel saggio “Ebrei erranti”, Roth si chiedeva perché anche gli ebrei volessero essere una nazione, loro che lo erano già stati tanti secoli addietro e più degli altri sapevano quanto sangue costasse una nazione, quanto pericolo si nascondesse verso questo pur umano desiderio che significa identità. Perché ritornare in una terra che per loro era ormai diventata estranea?

Gli ebrei erano vissuti in occidente e non solo; c’era l’ebreo spagnolo, francese, tedesco, polacco, i sefarditi, che avevano assimilato la cultura dell’europeo occidentale, e gli askenaziti, ortodossi e vissuti nell’Europa orientale, materialisti e concreti i primi ed ascetici e fortemente legati alla tradizione i secondi, tanto che un askenazita, come scrive Canetti nella “Lingua Salvata”, non avrebbe mai potuto sposare una “todesca”. Vecchi vizi che si ritrovano ovunque, in ogni gruppo sociale, in ogni etnia, categorie che sembrano andare al di là del tempo e dello spazio eppure in essi ben radicati. Differenze e gruppi che ritroviamo oggi ancora presenti ed anche più numerosi nelle loro sfumature identitarie nell’attuale Israele. Il problema era che ogni nazione austriaca si appellava alla terra che le apparteneva, solo gli ebrei non si potevano appellare ad un proprio suolo, zolla, come si diceva, e l’antisemitismo era vivo nei polacchi, nei ruteni, cechi, magiari, rumeni. Per questo, scrive Roth, si sono fatti coraggio e si sono riconosciuti in una sola nazionalità che era quella ebraica e, non possedendo una zolla in Europa, compensarono questo desiderio con un anelito verso una patria palestinese e diventarono una nazione in esilio.

Joseph Roth e Stephan Zweig

La terra ritrovata non ha eliminato o anche solo attenuato le differenze, ancora oggi la società di Israele è molto divisa al suo interno: ebrei laici, religiosi, haredim cioè gli ultraortodossi, e gli ebrei arabi. Viene meno l’immagine mitica dell’”ebreo errante”, dell’ebreo della storiella ebraica di Saint-Exupéry: “Vai dunque laggiù? – Come sarai lontano! – Lontano da dove?” L’ebreo diventa il simbolo della condizione esistenziale dell’uomo di ogni tempo, il transfert attraverso cui avviene la consustanziazione o la transustanziazione, per dirla in termini luterani e cattolici. Accadde così che un pensiero che non riesce ad astrarre da una contingenza si lascia trasportare dalle mode del momento. Scrive ancora Joseph Roth: “Erano stati sempre uomini in esilio. Ora diventarono una nazione in esilio. Inviarono rappresentanti ebreo-nazionali nel parlamento austriaco e incominciarono a lottare per i diritti e le libertà nazionali prima ancora di aver ottenuto il più elementare riconoscimento dei diritti umani “Indipendenza nazionale” fu il grido di battaglia europeo intorno al quale si raccolsero. Il trattato di pace di Versailles e la Società delle Nazioni si impegnarono a riconoscere anche agli Ebrei il diritto a una propria “nazionalità”. Oggi, in molti stati, gli ebrei sono una “minoranza nazionale” e sono ancora ben lontani dall’avere ciò che vogliono, ma molte cose le hanno già: scuole proprie, il diritto a esprimersi nella propria lingua e, inoltre, alcuni di quei diritti con i quali si è convinti di far felice l’Europa. Ma anche se gli ebrei in Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania, nell’Austria tedesca riuscissero ad ottenere tutti i diritti che sono di una “minoranza nazionale” sorgerebbe pur sempre l’interrogativo che gli ebrei non siano molto di più di una minoranza nazionale di tipo europeo; che non siano qualcosa di più di una Nazione di come la si intende in Europa; se, rivendicando i diritti nazionali, non rinuncino a una pretesa assai di più importante”. Questo l’insegnamento che ci viene da Roth: non è sui diritti della Nazione che dobbiamo lavorare ma sui diritti della persona e dei gruppi sociali minoritari all’interno di essa per favorirne la convivenza. Questo lo Stato-Nazione che si prospetta per tutti. Nazioni multiculturali, multilinguistiche, multireligiose e mutietniche. Roth morirà solo qualche mese prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, nel maggio del 1939. Aveva visto, il 30 gennaio 1933, Hitler divenire cancelliere del Reich. Roth lasciò la Germania. In una lettera a Stefan Zweig mostrò una sorprendente chiarezza di vedute ed un assoluto rifiuto del nazismo: “Intanto le sarà chiaro che ci avviciniamo a grandi catastrofi. A parte quelle private – la nostra esistenza letteraria e materiale è annientata – tutto porta a una nuova guerra. Io non dò più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda. L’Inferno comanda”. Sempre nel 1933, scrisse ancora a Stefan Zweig: “La Germania è morta. È stata solo un sogno, apra gli occhi, la prego!” Il suo impegno contro l’ideologia nazionalista si spiega con il suo utopistico progetto che mirava al ritorno degli Asburgo a Vienna insieme alla critica al sionismo. Dopo un articolo apparso il 6 luglio del 1934 dal titolo “Das Dritte Reich, die Filiale der Hölle auf Erde”- Il terzo Reich la filiale dell’inferno sulla terra – i suoi libri furono dati alle fiamme e Roth ritorno’ a Parigi.

Il 24 febbraio 1938, pochi giorni prima dell’Anschluss, andò a Vienna con lo scopo di persuadere il cancelliere austriaco Kurt Schuschnigg a dimettersi in favore di Otto d’Asburgo. Il progetto forse non era così illusorio come appare a posteriori; in ogni caso Roth non ebbe successo: non riuscì a parlare con Schuschnigg e il ministro di Polizia di Vienna gli consigliò di tornare subito a Parigi.
Scriverà così: “ Una crudele volontà della storia ha frantumato la mia vecchia patria, la monarchia austro-ungarica. Io l’ho amata, questa patria, che mi ha permesso di essere contemporaneamente un patriota e un cittadino del mondo, un austriaco e un tedesco fra tutti i popoli austriaci. Ho amato le virtù e i pregi di questa patria, e amo oggi, che è morta e perduta, anche i suoi errori e le sue debolezze. Ne aveva molti. Li ha espiati con la sua morte. È passata quasi immediatamente da una rappresentazione da operetta all’orrendo teatro della guerra mondiale” In una lettera scritta a Stefan Zweig il 6 aprile 1933 dall’Hotel Foyot a Parigi, una delle sue residenze abituali, scrive: […] “Io sono un anziano ufficiale austriaco. Amo l’Austria. Ritengo vile non dire oggi che è venuto il tempo di provare nostalgia per gli Asburgo. Voglio riavere la monarchia, e voglio dirlo.”

    Maurizia Maiano*

    *Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

    Intervista a Alessandra Minervini per “Stellario” (Revolver Edizioni, 2025), di Gabriele Torchetti

    Oggi abbiamo il piacere di conoscere un po’ più da vicino Alessandra Minervini, che da pochi giorni è in libreria con il suo ultimo lavoro “Stellario“, pubblicato da “Revolver”, interessante e coraggiosa realtà editoriale del gruppo “Tabula Fati”. “Stellario” è una raccolta di diciassette racconti dove, come lei stessa dice, “l’aspetto più in comune tra tutti è la manifestazione dell’impossibile nel quotidiano”. Alessandra Minervini, editor e critica letteraria per Repubblica Bari, tiene corsi di scrittura e ha alle spalle un’ampia attività, che va dal romanzo “Overlove” del 2016 ai manuali “Scrivere Storie Fantastiche” (2023) e “Una storia tutta per sé” (2021), nonché ad una guida su Bari del 2020 e ad un volume “A Bari con Lolita Lobosco” (2024) della fortunata collana “Passaggi di dogana” proposta da Giulio Perrone. L’intervista da cui emerge il ricco bagaglio culturale e creativo di Alessandra Minervini è di Gabriele Torchetti.

     Sotto tutto questo sporco il pavimento è davvero pulitissimo”, Stellario inizia con questa citazione di Lydia Davis, come mai questa scelta così specifica? 

    Questa citazione è “palindroma” rispetto al carattere dei personaggi. È una frase che tutti loro potrebbero pronunciare nei racconti e sembrare tutti credibili. Ma non solo. È una citazione “palindroma” nel senso che tutti i personaggi possono rappresentare lo sporco sotto cui il pavimento è pulito. Ovvero, i personaggi di Stellario non sono positivi o negativi in maniera unilaterale, sono contradditori, sono fragili e sono una cosa e il suo contrario. Sono punti di vista sulle relazioni umane e in quanto tali passano dalla sporcizia alla pulizia senza accorgersene. Poi, senza dubbio, il motivo per cui amo questa citazione è perché amo senza ritegno Lydia Davis, maestra americana contemporanea delle storie brevi sull’umanità. Inarrivabile. Il mio è un omaggio esplicito al suo talento.

    In Stellario l’oggetto sacro a forma di stella diventa una potente metafora dell’incontro – e talvolta dello scontro – tra umano, divino, disumano e impossibile. Quello che colpisce è come la tensione emotiva accomuni esistenze così diverse, qual è il filo invisibile che collega i protagonisti tra loro?

    Il filo invisibile è appunto invisibile. Le situazioni dei racconti sono sempre molto diverse. Forse l’aspetto più in comune tra tutti è la manifestazione dell’impossibile nel quotidiano. Penso a Il venerdì sono sempre innamorata oppure Superlife. Racconti sull’infanzia “impossibile” eppure più diffusa di ciò che sembra. Tutti i racconti sono immersi nella realtà ma chi li abita è un ospite inatteso e surreale della stessa. La realtà è reale intorno a loro ma i loro sono fuori dal comune. A me interessa tutto ciò che è fuori dal comune. Questa natura anticonvenzionale dei personaggi di Stellario, tragica e divertentissima, unisce i fili delle loro vite.

    “Il blues cambia forma nella bocca di chi ascolta il blues. Nella mia sa di mandorla” è il bellissimo incipit del racconto Femminile Futuro. Ma il blues è anche una musica che racchiude denuncia e dolore, qual è il ritmo che hai voluto dare a questa storia? 

    Il non detto. Questo racconto in particolare, ma non solo anche Dillo a tua sorella oppure Dall’altra parte del mare, sono racconti la cui prima apparenza è l’incompiutezza. Non incompletezza, però. Le storie brevi sono incompiute ma non incomplete. Chi dice tutto in una storia breve rompe il patto con il lettore. Nessuno che io sappia porta a compimento le storie brevi che scrive. Chi lo fa? Carver non lo fa, Salinger non lo fa, Paley non lo fa. Lydia Davis non lo fa. La scrittura breve è la manifestazione, attraverso il simbolico, del non detto. In Femminile Futuro racconto il dolore di due ragazze che si trovano in maniera grottesca a combattere contro la violenza in città a scapito: un dolore del genere che “compiutezza” può avere? Io credo che l’immagine di una percezione sensoriale sia l’unica cosa che possa mostrare l’orrore delle violenze che le due hanno subito. Vivono in un continuo contrasto con il ritmo naturale della vita quotidiana, dove tutto perfino i sapori più semplici sono alterati per sempre.

    Il protagonista del racconto La puzza di lavoro vorrebbe che la sua esistenza somigliasse al film Lost in translation di Sofia Coppola, puoi dirci qualcosa in più?

    Quando ho pensato ai personaggi e alla storia di questo racconto, che in una prima versione si intitolava RogerMoore, l’emozione che provavo nel processo creativo, che mi ha obbligato a metterla a confronto diretto con i personaggi, è l’introversione. Volevo scrivere una storia dove due personaggi si amano dentro un’introversione patologica, determinata a volte da congiunture drammatiche altre da una vita troppo facile. Lost in translation è uno dei film più belli di Sofia Coppola, nel cui cinema l’introversione è spesso un tema preminente manifestato dall’opposto: un eccesso di istrionismo che svela un profondo disagio percettivo. I due protagonisti del film e del mio racconto sono in modi diversi lost in translation, si amano senza una reale affinità, almeno non percepibile a livello superficiale. C’è una lingua segreta che li unisce come siamesi destinati a restare uniti anche nella distanza siderale della paura di non riuscire a capirsi mai davvero.

    Nel libro ci sono scene di sesso esplicito, è difficile per un’autrice scrivere liberamente di sessualità? Hai avuto reticenze o dubbi durante il processo creativo?

    Mi ricordo che quando frequentavo la Scuola Holden mi dissero che ero molto brava a scriverne e quindi smisi praticamente all’istante di farlo. Probabilmente perché mi vergognavo. Poi è accaduto altre volte, ma non ho mai fatto leggere nulla. Poi è arrivato Stellario. Credo sia il punto più alto della percezione sessuale del corpo e del godimento, che ho raggiunto scrivendo. Me ne sono resa conto soltanto a processo creativo finito. E invece di cancellare, per certi versi senza volerlo, ho proseguito cavalcando il desiderio dei personaggi. Cosa è cambiato? Non lo so. Adesso viene facile citarla, ma io come lettrice devo molto a Modesta de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Cosa sarebbe quel romanzo senza il piacere dei corpi narrati? Fu proprio leggendo lei, 20 anni fa, sempre alla Holden, che non mollai tutto quando mi dissero che scrivevo in maniera troppo esplicita di corpi. Fu grazie a lei che pensai: esistono altre strade per raccontare l’universo femminile e io voglio percorrerle. Tantissimi anni dopo ho divorato i libri di Winterson, Yuknavitch e ho sempre avuto a portata di mano i romanzi di Rossana Campo che, senza che io potessi mai immaginarlo, oggi la considero la dea ex machina dei racconti di Stellario (compresi i più espliciti). Del resto il corpo scrive le storie più di quanto crediamo. Specie se scriviamo di sentimenti. E io scrivo e voglio scrivere d’amore, compresa la sua assenza.

    Il Randagio è una rivista letteraria, rimaniamo in tema: Stellario contiene dei racconti nati in forma embrionale per altre riviste (Effe Rivista, Cadillac, Crack Rivista, Risme, Progetto Apri). In Italia la lettura è in calo, come pensi possano evolvere le riviste letterarie? Hanno ancora un impatto significativo sulla scena culturale e sui potenziali lettori?

    Se dovessi atteggiarmi a scrittrice matura, cosa che ovviamente non mi sento e mai mi sentirò, ti risponderei come una scrittrice matura. E cioè che io provengo dalle riviste letterarie, per cui sarei stupida a dire che non sono importanti per chi legge. E in parte è così. Se non avessero selezionato un racconto dal titolo “Dove chi entra urla” per la storica rivista Colla, non avrei più mandato niente per chissà quanti anni. Perciò le riviste letterarie sono importanti nel momento in cui, senza alcun interesse personale, danno spazio a chi ha qualcosa da dire con una voce se non unica, certamente personale. Guai se le riviste letterarie diventassero come la maggior parte delle case editrici italiane, attente solo al livellamento delle storie pubblicate. È importante quindi il lavoro, nella maggior parte dei casi volontario, che fanno queste redazioni. La possibilità di far incontrare ai lettori storie che altrove fanno fatica a essere pubblicate. Quelle da cui provengo, e non solo, hanno il merito di concedere a chi legge e a chi scrive prospettive diverse, punti di vista mai per forza univoci. Le riviste letterarie di impatto sono quelle che fanno parte di una riserva indiana dove ancora contano il talento e la passione.

    Lavorare da editor richiede competenze specifiche e un occhio critico nei confronti dei testi. Hai mai difficoltà nel trovare un equilibrio tra visione critica e libertà creativa?

     La mia difficoltà viene dalla mia vita di lettrice. Leggo tanto e bene, inutile fingere che non sia così. E spesso il confronto con quel bene è parecchio autosabotante. Invece, il lavoro di editor ha più a che fare con l’essere che con il divenire. Molto più che scrivere, probabilmente. Ho visto autori e autrici fiorire e diventare scrittori e scrittrici. Difficilmente succede il contrario per chi fa l’editor. L’editor è. Editor si nasce. Questo vuol dire che esistono delle competenze primigenie (fiducia, attenzione e cura del prossimo) che facilitano senz’altro la ricerca di un equilibrio. Sono abilità connaturate. Posso stare senza scrivere, anzi senza pubblicare, ma non senza curare le storie altrui. È come avere un arto in più che ha bisogno di attivarsi sempre. Attivarlo, poi, su me stessa è solo il vantaggio finale. È vero che io sono molto critica con me stessa, ma è anche vero che soltanto così quando consegno un testo a qualcuno perché lo pubblichi so che è l’unica versione possibile dello stesso. Per cui è estenuante, ma dopo tanti anni è un privilegio naturale a cui sono grata.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.