Nadeesha Uyangoda, “L’unica persona nera in una stanza” e “Corpi che contano”, di Gigi Agnano

La concomitanza con l’appuntamento referendario, in particolare con il quesito sulla cittadinanza, offre al Randagio l’occasione perfetta per parlare di Nadeesha Uyangoda e dei suoi libri.

Non mi piace annoiare il prossimo raccontando aneddoti personali, ma per presentarvela, faccio un’eccezione… giurando di non rifarlo più!
Qualche mese fa, durante un viaggio in Indonesia, mi è capitato un episodio che ancora oggi mi fa sorridere con una punta di fastidio. Sono un terrone doc, cresciuto all’ombra del Vesuvio, e quando sei lontano da casa e incontri altri italiani, scatta spesso quella voglia di scambiare due chiacchiere, magari condividere un pezzo di viaggio. Durante un’escursione in barca, mi ritrovo con una coppia anziana di veneti, rilassata, simpatica, persino di centrosinistra. Tutto tranquillo, finché, costeggiando un’isoletta con un villaggio di baracche malconce, tra lamiere arrugginite e legno marcio, il marito guarda la scena e dice alla moglie: “Pensa come stanno messi ‘sti marocchini!” Poi si volta verso di me e aggiunge: “Scusa, eh!”
In quel “scusa” c’era un universo di sottintesi. Non si stava scusando per un’espressione infelice, ma per dirmi che, nonostante la mia napoletanità, non mi considerava – bontà sua – parte di quella categoria marocchina che, nella sua testa, era sinonimo di miseria, arretratezza, ecc…

Un momento imbarazzante, a prenderlo bene anche un po’ comico, che mi ha fatto riflettere su come il pregiudizio possa infilarsi in episodi apparentemente banali. Ci sono infatti occasioni che ti pongono di fronte a piccole espressioni di razzismo che, pur sembrando innocue o dette en passant, sono insopportabili quanto i grandi gesti d’intolleranza. Quelle parole, magari sussurrate, ti ricordano che il pregiudizio può ferire anche senza essere urlato. Talvolta basta un dettaglio, una smorfia, per capire quanto il razzismo sia radicato e difficile da estirpare.

Ma, per fortuna, a me episodi come questo capitano raramente. Mettiamoci invece nei panni di “una persona nera” in un Paese come il nostro, dove le battute insolenti o certi sguardi sono all’ordine del giorno.

È qui che entra in gioco Nadeesha Uyangoda, una voce che dovremmo tutti ascoltare. Nata a Colombo nel 1993, dall’età di sei anni in Brianza, la Uyangoda è una scrittrice italiana di origini singalesi che, con due libri, un podcast e articoli su giornali e riviste prestigiose, racconta l’Italia da una prospettiva che manca ancora quasi del tutto nel dibattito pubblico. La sua forza? Sa parlare di temi seri – a volte dolorosi – con una leggerezza e un’ironia che ti fanno sentire come se stessi chiacchierando con un’amica brillante, sincera, intelligente, mai scontata.

Il suo primo libro, “L’unica persona nera nella stanza” (66thand2nd, 2021), è un reportage sulla quotidianità di chi vive in un Paese dove essere neri può significare soltanto che sei “straniero” e “extracomunitario”, anche se sei nato e cresciuto qui. Non si tratta solo di razzismo esplicito, fatto di insulti o gesti eclatanti. La Uyangoda ci mostra quanto siano insidiose le microaggressioni che non fanno rumore, quei momenti apparentemente innocui che però pesano. Come quando sei l’unica persona nera in un gruppo e tutti ti guardano come se fossi un’eccezione, o ti chiedono “di dove sei veramente?” come se la tua risposta non possa essere “Italia”. Oppure quando vieni invitata a un evento non tanto per le tue idee, ma perché serve una “quota nera” per evitare critiche. L’unica persona nera nella stanza è quella cui l’impiegato di banca si rivolge col “tu”, ritornando al “lei” col cliente successivo; è la bambina cui la maestra dice “Nadeesha, tu la tesina la fai sul tuo Paese”, intendendo ovviamente lo Sri Lanka. L’unica persona nera nella stanza è quella che esce con tuo figlio al quale chiedi “quanto sia scura”. Sono tutti episodi che evidentemente fanno pensare ad un memoir, ma il libro è anche un serissimo piccolo saggio sulla società italiana, che parla di noi tutti, rivelando un razzismo “ordinario” che spesso non riconosciamo nemmeno.

Nel suo secondo lavoro, Corpi che contano (66thand2nd, 2024), la Uyangoda scrive con un registro da saggio del legame tra corpo, sport e identità, confrontando i ricordi d’infanzia legati al proprio corpo con le vicende di atleti razzializzati che hanno trasformato le loro capacità fisiche in una professione. Attraverso queste storie lo sport si rivela un modo per realizzare un riscatto sociale, un mezzo per abbattere muri e preconcetti, ma anche uno strumento di potere politico e controllo culturale. E il corpo dell’atleta diventa un simbolo, il ring sul quale si affrontano pregiudizi, discriminazioni e aspettative della società. È un corpo che viene celebrato, ma anche valutato, mercificato, controllato, politicizzato. L’autrice mette in chiaro quanto il razzismo sia ancora presente nel mondo dello sport e quanti stereotipi continuiamo a portarci dietro quasi per abitudine o per inerzia. Come per esempio l’idea che certi corpi siano “fatti” per alcuni sport e non per altri solo perché appartengono a una certa “razza”, oppure la convinzione ancora molto radicata che esistano sport “da maschi” e sport “da femmine”. Con un tono sempre intelligente e mai pedante, Nadeesha disfa queste narrazioni e ci invita a riflettere.

Ecco quindi perché è il caso di leggere i suoi libri. Perché Nadeesha Uyangoda ci regala una lente nuova per guardare l’Italia, quella delle persone nere o appartenenti a minoranze spesso invisibili. Con i suoi scritti e il podcast “Sulla razza“, sfida pregiudizi, parla di razzismo sistemico e di mancanza di rappresentanza in politica, media e cultura. Come dice lei: “Negli ambienti culturali italiani i neri esistono come oggetto del discorso, quasi mai come soggetto”. I suoi libri non solo informano, ma spingono a interrogarsi e a cambiare, a partire dai piccoli gesti quotidiani.
Se vogliamo quindi capire cosa significhi essere una persona di colore in Italia oggi, iniziamo da Nadeesha. Ci lascerà con tante domande, ma anche con la voglia di fare la nostra parte. Seguiamola sui Social, dove, per esempio, il giorno 6 giugno scrive: “La settimana prossima mi scade il permesso di soggiorno (che non è più illimitato, ma va rinnovato ogni 10 anni). […] L’anno scorso ho iniziato il lungo processo verso la domanda di cittadinanza (ho avuto l’appuntamento per la legalizzazione a febbraio 2025, ad oggi non ho ancora ricevuto il documento). Non raccontiamoci tante storie: il referendum potrebbe portare la concessione della cittadinanza da 13 a 8 anni per gente che vive, lavora, va a scuola e paga le tasse in Italia. Non risolve il divario di potere tra passaporti, non è risolutivo in tema di cittadinanza, non snellisce le pratiche burocratiche. Non è poi molto, ma anche quel poco è importante perché concede in tempi meno incivili i diritti politici a persone che, pur nascendo o crescendo o vivendo in questo paese, non riescono a partecipare alla cosa pubblica.”

IL RANDAGIO SUGGERISCE: ANDIAMO A VOTARE!”

P.S. Non c’entra niente, ma Nadeesha e io tifiamo per la squadra di calcio Campione d’Italia: forza Napoli sempre!

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Cristiana Buccarelli: “Taccuini di viaggio” (Cervino edizioni), di Gigi Agnano

Cara Cristiana,

dopo aver letto i tuoi Taccuini, ho sentito il desiderio di scriverti perché mi sono riconosciuto nella tua stessa inquietudine, quella che ci spinge verso strade lontane alla ricerca non solo di nuovi luoghi, ma anche – in qualche modo – di noi stessi.

Il tuo lavoro è un atlante narrativo di terre diverse, una galleria di panorami culturali e ritratti umani, di paesaggi non solo geografici, ma profondamente esistenziali. Mi hai fatto sentire un compagno di viaggio nelle tappe di un cammino che attraversa un Messico rarefatto, i mercati del Guatemala con la loro densità cromatica abbagliante, fino agli odori e alle voci del Marocco che si presenta come una visione, dove ogni pietra racconta storie e i vicoli sono labirinti nei quali si entra per perdersi. La tua scrittura cattura ogni luogo con una sensibilità che trascende la descrizione turistica, toccando corde ben più profonde.

Sono racconti che evocano un’esperienza sensoriale intensa: sentiamo il calore della giungla di Tikal, la luce mediterranea di Rodi, il “silenzio tenero e compatto” del Sahara. C’è una forma di purificazione nelle esperienze rievocate, come quando la guida Kareem versa acqua sui tuoi capelli e sul corpo, creando un momento tanto tattile quanto spirituale (forse anche sensuale). E attraverso la tua scrittura, anche noi lettori ci purifichiamo bagnati dalla stessa acqua a Chellah come a Rodi, a Tulum o sul Bagmati. Ci immergiamo nella stessa luce e respiriamo la stessa aria, accarezzati o sferzati dallo stesso vento, sia che lo chiami “Meltemi” in Grecia, “forte vento di mare” a Essaouira o semplicemente “folate” a Berlino.

A proposito di Essaouira, immagino abbiano raccontato anche a te la leggenda di Jimi Hendrix che, affascinato dalla bellezza del luogo, nel ‘69 voleva acquistare il vicino villaggio di Diabat per farne una comune hippie. Me ne sono ricordato perché la tua narrazione è intrisa di musica, dai Cure al fado, da Mozart a Vivaldi; e di poesia – quella che citi nei tuoi pellegrinaggi letterari e quella che scrivi tu stessa con delicatezza a chiusura del volumetto.

Per quel po’ che ti conosco, non mi sorprende la tua attenzione all’elemento linguistico: le citazioni dal Popol Vuh, l’arabo, il kalimera a Rodi o il namastè in Nepal, le riflessioni sui culti nordici diventano chiavi per aprire – come scrive Daniela Marra nell’introduzione – “nuove porte percettive” in cerca di un contatto autentico con le tradizioni e le culture incontrate.

Parlando di viaggi, sorrido pensando che torneremo a discutere del tuo libro sulla rivista letteraria che abbiamo voluto chiamare Il Randagio. C’è qualcosa di perfettamente calzante in questo, come se il “randagiare” fosse essenza del nostro essere lettori e viaggiatori. Mi viene in mente Foster Wallace quando diceva: “Un vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” È questo l’invito che il tuo libro porta con sé: viaggiare per guardarsi dentro con occhi rinnovati, più profondi e consapevoli – che, se ci rifletti, è lo stesso invito che noi del Randagio rivolgiamo a chi affronta il viaggio della lettura.

Fabio Stassi, in un’intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa, ha definito il suo “Bebelplatz” un “libro ornitorinco” per la molteplicità di generi che contiene. Credo che questa definizione si adatti perfettamente anche ai tuoi Taccuini, che sono diario di viaggio, raccolta poetica, memoir e reportage insieme. Amo gli autori che sanno districarsi tra spazi fisici e interiori, in particolare mi piacciono quei libri che nascono dall’inquietudine per cui manca sempre un luogo alla geografia personale dell’autore e del lettore.

Grazie per aver condiviso la tua meravigliosa sete di viaggio.

Con stima e affetto

gigi 

 Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

Dahlia de la Cerda: “Bastarde disperate” (trad. Sara Cavarero – Solferino), di Gigi Agnano

In Messico la vita per le donne è perfino più difficile che altrove. “Ogni tre ore e venticinque minuti, una donna muore squartata, soffocata, violentata, picchiata a morte, bruciata viva, mutilata, crivellata dalle coltellate, con le ossa rotte e la pelle livida”.  Le violenze sono perpetrate da organizzazioni criminali, ma anche da bracci armati dello Stato e il 98% dei femminicidi resta impunito. “Essere donne è uno stato d’emergenza”. Il virgolettato è di Dahlia de la Cerda, l’autrice di Bastarde disperate (pubblicato in Italia da Solferino con la traduzione di Sara Cavarero), una raccolta di tredici racconti narrati in prima persona da una varietà di voci femminili accomunate dalla lotta quotidiana per sopravvivere. 

Sono donne di età e orientamenti sessuali diversi, provenienti da contesti sociali e culturali differenti, personaggi fragili ma combattivi che affrontano violenze domestiche, aborti, femminicidi, pregiudizi di classe. L’autrice di Aguascalientes, attivista femminista oltre che scrittrice e giornalista, con un linguaggio incisivo mette a nudo l’umanità di un universo femminile tormentato, alternando momenti di violenza a passaggi di struggente lirismo.

Nel racconto d’apertura, “Prezzemolo e Coca-Cola“, una ragazza sta seduta sulla tazza del water e ha appena orinato sul test di gravidanza che risulta positivo. Studentessa universitaria, orfana e sola in un paese cattolico dove l’aborto è illegale in 20 dei 32 stati, si mette alla ricerca su Google di metodi casalinghi per interrompere la gravidanza: prezzemolo nella vagina, lavande con Coca-Cola, aspirina, zapote nero, tè di ruta, di origano, di anice stellato. Navigando nel web le compare il video di un feto che grida “Ehi! Ehi! La mia gambetta!”. Anziché pungersi l’utero con una gruccia, si procurerà l’aborto da sola, in casa, con pastiglie di misoprostolo, tra tremori, vomito, diarrea e fiotti di sangue. 

I racconti successivi offrono angolazioni diverse della condizione femminile. Yuliana, figlia di un boss del narcotraffico, si ritrova erede di un impero criminale. Constanza, figlia di un deputato, è vittima di un femminicidio che tutti preferiscono mascherare come suicidio. Stefi, minorenne, viene abbandonata con un messaggio WhatsApp da Yandel “il coglione”, col quale ha avuto un figlio.

Giacché queste donne non hanno avuto la possibilità di parlare da vive, molte delle voci di “Bastarde disperate” raccontano le loro storie dall’oltretomba, in una sorta di Spoon River latinoamericano. “Mi sono svegliata molto confusa senza sapere cosa cazzo stesse succedendo. Ho guardato da una parte all’altra e ho emesso un urlo tremendo nel vedere il mio corpo buttato lì in mezzo a un mucchio di spazzatura. Mi sono avvicinata lentamente e ho avuto la conferma ai miei sospetti: ero morta. Quei puttanieri del cazzo mi avevano ammazzata. Ho preso la mia mano insanguinata e ho pianto un po’ per me.”

I racconti sono ricchissimi di rimandi alla musica pop messicana: canzoni tex-mex, ballate, cumbia, rap. Al ritmo di questa colonna sonora le protagoniste bevono, ballano, afferrano l’attimo, anche se le baldorie coincidono sempre con il momento che precede la tragedia. Due amiche vanno a una festa e non sanno, quando si salutano, che quella sarà l’ultima volta che si vedono. In “Regina”, una liceale di buona famiglia balla reggaeton e twerka sognando un fidanzato narcos, ignara che il suo destino è segnato da un proiettile tra gli occhi. 

Sono storie di donne reali, generalmente vittime, ma capaci a loro volta di essere cattive, moralmente grigie. Donne cui la vita non offre altre opzioni, che imbrogliano, ingannano, rubano e uccidono per sopravvivere. Sono forti e bastarde come “La China”, con un passato di violenza domestica, che uccide per soldi, per provvedere alla figlia, e che dice di non fare la puttana solo perché non sa “che prezzo dare alle chiappe”. O come la ragazza che va al Nord  per lavorare nelle “maquilas”, stabilimenti industriali che adoperano manodopera femminile sottopagata, che viene stuprata e uccisa nel deserto da una banda di cinque balordi. È una scena straziante che grida vendetta: “Mi hanno violentata tutti e cinque. Facevano i turni per violentarmi. Mi hanno legato mani e piedi. Mi hanno bruciato con le sigarette, mi hanno colpita finché non si sono stufati. Mi liberavano e poi si divertivano a darmi la caccia. Mi hanno morso i seni. Mi lasciavano andare, io correvo con tutte le mie forze, ma loro erano più veloci e più forti di me. Non appena uno mi raggiungeva, mi afferrava per i capelli, mi buttava sulla sabbia e mi prendeva a calci in faccia, sul petto, con furia.” Il fantasma della ragazza stuprata incastrerà in un autobus gli aggressori che l’hanno uccisa. Per ipotizzare un riscatto contro l’impunità, bisogna ricorrere al sovrannaturale e al fantastico. Il racconto è “Il sorriso”, quello che più di tutti gli altri fa l’occhiolino al genere horror e al gotico messicano. 

Vittime di una violenza e di un’ingiustizia spropositate sono anche le donne trans. Nel caso dei transfemminicidi il tasso di impunità è ancora più elevato, in Messico come altrove. Sono crimini in cui la misoginia si mescola al machismo e le vittime, invece di trovare giustizia, vengono criminalizzate e stigmatizzate. In “Paillettes” una trans, cacciata di casa, si prostituisce e viene violentata e assassinata: “Quando il mio cadavere è stato ritrovato, nessuno mi ha chiamata Julia, è stato come se un pezzetto di plastica con una fotografia valesse più di una vita di trasformazioni.” 

La raccolta si conclude con “La Huesera”, una lettera d’addio, scritta su consiglio dello psicologo, a un’amica vittima di femminicidio: “eccomi qui a scriverti com’è e come è stata la vita senza di te. Dopo la tua improvvisa scomparsa da questo mondo.” Il ricordo è straziante: “Ho la mia top ten delle tue risposte del cazzo. Ancora penso a quella data al tizio che ti aveva detto «Che belle gambe, a che ora aprono?», e tu: «Alla stessa ora di quelle di tua madre, coglione».”

Con uno stile provocatorio e seducente, una scrittura trasgressiva, anarchica e selvaggia, la de la Cerda ci propone un Decamerone adattato ai nostri tempi malati, con il grande pregio di scuotere le coscienze creando un rapporto empatico tra i suoi personaggi e il lettore, che non può restare indifferente all’ascolto.

Libro “politico”, di critica sociale filtrata dalla letteratura, commedia nera che si fa leggere informando, che suscita lacrime divertendo, Bastarde disperate è un debutto grintoso, inquietante e necessario di uno dei più emozionanti nuovi scrittori latinoamericani. E non sorprende che, dopo aver vinto numerosi premi, sia stato inserito nella longlist dei candidati all’International Booker Prize 2025, di cui conosceremo i finalisti il prossimo 8 aprile.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

David Diop: “Fratelli d’anima” (trad. Giovanni Bogliolo – Neri Pozza) – Guerra, follia e identità perduta, di Gigi Agnano

Durante la prima guerra mondiale, l’esercito francese arruolò nelle colonie circa duecentomila soldati da destinare al fronte europeo. “Fratelli d’anima“, dell’autore franco-senegalese David Diop, ci trascina nella mente tormentata di uno di questi giovani: Alfa Ndiaye, strappato dalla vita del suo villaggio rurale in Senegal e gettato negli orrori della guerra di trincea. Il titolo stesso dell’opera racchiude il nucleo della narrazione: il legame profondo tra due amici d’infanzia, Alfa e Mademba, un legame destinato a spezzarsi nelle trincee della Grande Guerra con conseguenze devastanti.

Il romanzo si apre con la brutale morte di Mademba Diop, il “più che fratello” di Alfa: durante un assalto, un soldato nemico lo sventra con una baionetta. Nella sua lunga agonia, disteso tra le braccia dell’amico, Mademba lo supplica tre volte di porre fine alle sue sofferenze. Alfa, paralizzato dal rispetto delle leggi ancestrali del suo villaggio, si rifiuta. Questa scelta, apparentemente morale, si rivelerà l’inizio del suo tormento interiore:

Non sono stato umano con Mademba, il mio più che fratello, il mio amico d’infanzia. Ho lasciato che fosse il dovere a imporre la mia scelta. Gli ho offerto soltanto dei cattivi pensieri, pensieri imposti dal dovere, pensieri raccomandati dal rispetto delle leggi umane, e non sono stato umano.

La morte dell’amico innesca in Alfa una trasformazione inquietante. Consumato dal desiderio di vendetta, sviluppa un macabro rituale: dopo ogni assalto, mentre i commilitoni rientrano nelle trincee, si intrufola al buio nelle linee nemiche e, fingendosi morto, uccide un soldato per mozzargli una mano con il machete.

Inizialmente i compagni celebrano il suo coraggio, trasformando questi trofei in un grottesco gioco. Ma dopo la terza mano, il terrore prende il sopravvento: Alfa viene considerato uno stregone, un dëmm, un portatore di sventure. Alla settima mano, il capitano lo allontana dalla prima linea, inviandolo all’ospedale militare.

È qui che la mente di Alfa sprofonda definitivamente nel delirio. Tra ricordi strazianti del villaggio natale e la desolante realtà dell’ospedale militare, il romanzo procede verso un finale enigmatico e perturbante, in cui realtà e allucinazione si confondono inestricabilmente.

Diop costruisce il suo racconto con una prosa essenziale e ipnotica, che riecheggia l’oralità della tradizione letteraria africana. La scelta linguistica riflette perfettamente lo spaesamento del protagonista: Alfa, che a malapena parla francese, si ritrova coinvolto in un conflitto tra potenze europee di cui non comprende le ragioni. Non a caso, i nemici vengono sempre descritti come “quelli dagli occhi azzurri”, mai come “tedeschi”, sottolineando l’estraneità del protagonista al mondo in cui è stato catapultato.

Il romanzo affronta temi universali – la guerra, l’amicizia, il senso di colpa – attraverso una prospettiva inedita: quella di un soldato coloniale, doppiamente estraneo alla guerra che combatte, sia come africano che come essere umano. Diop racconta magistralmente come la violenza della guerra possa dissolvere non solo la sanità mentale, ma anche l’identità culturale di chi la subisce.

Non sorprende che “Fratelli d’anima” abbia conquistato importanti riconoscimenti internazionali, tra cui lo Strega europeo, il Goncourt des Lycéens e l’International Booker Prize. È un’opera che arricchisce la letteratura di guerra con una voce originale e potente, offrendo uno sguardo nuovo sulla Grande Guerra attraverso gli occhi di chi fu costretto a combatterla senza comprenderne le ragioni.​​​​​​​​​​​​​​​​

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

“Bibliofarmacopea Randagia”: Alessandra, di Rita Mele e Gigi Agnano

“Bibliofarmacopea”: la nuova rubrica del Randagio

IL CASO DI ALESSANDRA

Alessandra è una donna sposata sulla quarantina, vive a Milano con suo marito e suo figlio di 12 anni. Da quando si è laureata in lettere, lavora come segretaria in una casa editrice. Alessandra racconta che da tre anni non sta bene. Dice di “non sentirsi comoda nella sua vita”, che non trova il suo posto, come se, sedendo su una poltrona, continuasse a cambiare continuamente posizione, prima accavallando le gambe, poi adagiandosi a un bracciolo, poi drizzando la schiena e torturando le mani appoggiate sulle cosce. Quello che dice di sé, fa pensare che dietro le quinte ci sia altro che non sarà facile tirar fuori, tanto più che è la prima volta in assoluto che starebbe provando a farlo.

“Sarà una situazione comune a molte donne”, dice Alessandra. “Sono andata avanti, ho sopportato di tutto in questi anni, prima la laurea fuori corso, poi la ricerca del lavoro e la gravidanza, ma non avrei mai immaginato che con mio marito le cose potessero diventare così fredde.”

Il tutto è condito da un senso di vuoto, che a macchia d’olio, arriva a mettere in crisi oltre che la coppia, anche il rapporto con il figlio quasi adolescente.

Alessandra descrive la sensazione ricorrente di non essere più sé stessa. Rimpiange i primi anni della relazione con suo marito, quando passione e complicità la facevano sentire al suo posto e profondamente compresa.

Il rapporto con suo figlio è diventato un’altra fonte di preoccupazione. È un ragazzino introverso e ribelle, che Alessandra sente allontanarsi sempre di più da lei. E questo comportamento la colpevolizza, rimproverandosi di aver commesso degli errori nell’educazione che stanno causando la loro distanza emotiva.

Alessandra fa un cenno alla sua storia personale quando racconta di essere cresciuta in una famiglia tradizionalista, dove il ruolo della donna era principalmente quello di moglie e madre. Ha sempre dato priorità alle esigenze degli altri, sacrificando spesso i propri desideri e bisogni.

È forse qui il nòcciolo del suo problema? Cosa potrebbe trovare Alessandra in un libro? Una chiave per sbloccare la situazione, per scaldare nuovamente la relazione con suo marito? Uno specchio in cui riflettere e riflettersi, per riuscire a rompere il gioco in cui si sente sempre la causa di tutti i mali, suoi e degli altri? Una guida fatta di semplici indicazioni per comunicare con leggerezza i propri sentimenti e il bisogno di sostegno e di attenzione? Un segnale che un’inversione di rotta è possibile?

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Abbiamo scelto quattro libri per rispondere al disagio di Alessandra, romanzi che ci auguriamo forniscano alla nostra amica il giusto grado di leggerezza ma anche elementi di riflessione. I romanzi sono:

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano 

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux 

4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

La sequenza suggerita per queste letture non è casuale. 

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

Iniziare con Francesco Piccolo torna utile per provare a mettere in pausa la spietata autocritica di Alessandra, consentendole di apprezzare quei piccoli momenti di benessere e di piacere che si annidano anche nelle quotidianità più buie. La leggerezza di questa lettura, favorita dallo sguardo ironico dell’autore, è un invito a riconoscere che la vita, nella sua – apparente? – insensatezza, può offrire sprazzi di gioia inattesa, che aiutano a riempire “il senso di vuoto” lamentato.

Visto che “La felicità è un istante che si ripete, ma solo se sappiamo riconoscerlo”, se impariamo a cogliere anche i più piccoli attimi di gioia, contrastiamo il senso di insoddisfazione che a volte ci pervade. “Ci sono piccoli gesti che facciamo senza pensarci, e lì si nasconde una felicità invisibile.” Il libro è uno stimolo a cercare gioie semplici, trascurate nella routine, che aiutano a riscoprire una serenità e una bellezza che danno sollievo ed energia. Scrive Piccolo: “A volte penso che la vita sia tutta qui, nel saper aspettare quei brevi istanti di felicità che arrivano all’improvviso.” 

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano

C’è poi la preoccupazione di Alessandra per il figlio. “Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano, romanzo autobiografico vincitore nel ’69 del Premio Strega, offre una panoramica illuminante sul rapporto tra una madre e il figlio che “sembrano parlare lingue diverse”. La Romano riesce a mostrare come i sensi di colpa materni, spesso, siano più una conseguenza delle aspettative che di reali mancanze: “Le madri conoscono solo una parte dei loro figli, e forse non la più vera, quella che solo loro vedono in sogno.” In un altro passaggio del romanzo scrive: “L’amore per un figlio non basta sempre a spiegare i silenzi che ci separano.” La distanza emotiva e l’introversione del ragazzo non sono frutto di colpe specifiche. L’amore può coesistere con l’incomprensione perchè: “Ogni rapporto, anche il più puro, ha in sé qualcosa di insoddisfatto e irrisolto”. La lettura di questo libro può alleviare le preoccupazioni di Alessandra e aiutarla a considerare la “ribellione” del figlio e il suo “allontanarsi da lei” come tappe di un percorso naturale e complesso di crescita.

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux

“La donna gelata” di Annie Ernaux rappresenta forse il momento più profondo – e spietato – di questa selezione. Con una lucidità inesorabile, l’autrice analizza il processo attraverso cui una donna può perdere gradualmente se stessa nel matrimonio, nella maternità e nella vita familiare. La Ernaux sembra parlare direttamente ad Alessandra quando racconta la cronaca claustrofobica della sua vita matrimoniale in contrasto con l’idillio del fidanzamento. La protagonista, proprio come Alessandra, giorno dopo giorno nel ruolo di moglie e madre, attraverso piccole rinunce quotidiane, finisce per dare priorità alle esigenze degli altri, sacrificando sempre più spesso i propri desideri e bisogni. Ernaux scrive: “Diventavo il riflesso degli altri e, in questo riflesso, la mia immagine sbiadiva.” O ancora: “Accettavo la mia parte, una donna che si spegne poco a poco, un’esistenza gelata dentro l’illusione di servire gli altri.” Il matrimonio, ci dice la scrittrice francese premio Nobel nel 2022, è l’istituzione sociale responsabile dell’oppressione della donna e averne consapevolezza può rappresentare il primo passo verso il cambiamento. Per Alessandra, infatti,“La donna gelata” può rappresentare proprio questa potente presa di coscienza, di essere diventata una “versione frammentata” di sé stessa, persa nel compiacere gli altri, da cui gran parte del suo malessere  (“La mia vita si frantuma in tante vite che non riconosco più”).

 4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

“Chesil Beach” di Ian McEwan è la rappresentazione malinconica delle dinamiche di coppia che Alessandra sta suo malgrado imparando a conoscere. Il romanzo, attraverso la storia di due giovani sposi nella loro prima notte di nozze, tratta il tema dell’incomunicabilità e del non detto: “Non era mai stato detto, neanche immaginato: si erano trovati immersi in un silenzio che nessuno dei due sapeva come rompere”. La scrittura di McEwan permette di osservare come “la freddezza” di cui parla Alessandra si costruisca gradualmente, attraverso frasi inespresse che, col tempo, creano distanze apparentemente incolmabili. “C’era una vergogna reciproca nel riconoscere i propri desideri, come se volessero nascondere le loro anime l’uno all’altro.” Il modo in cui McEwan descrive il disagio fisico dei due personaggi si riflette in quel senso di “scomodità” di cui parla Alessandra, in quel non trovare mai la posizione giusta, metafora di un disagio esistenziale. McEwan pare voler rappresentare il senso di estraneità che Alessandra prova nella sua relazione: “Erano come due esploratori che, sbattuti dalla tempesta, finiscono per approdare su una terra sconosciuta”, Chesil Beach può aiutare Alessandra a esprimere desideri, speranze e aspirazioni, a comprendere l’importanza di aprirsi al partner prima che i silenzi si cristallizzino in una barriera rigida e tagliente. 

Ci auguriamo che attraverso questa selezione di romanzi con stili narrativi e punti di vista diversi, Alessandra possa comprendere i nodi del suo disagio, aiutandola a riflettere su quanto la comunicazione, la comprensione del figlio, la riconquista di sé e la scoperta della gioia siano alla sua portata, pagina dopo pagina.

Avete altri libri da consigliare alla nostra amica Alessandra?

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Gigi Agnano: napoletano, è l’ideatore e uno dei fondatori de Il Randagio