Daniel Mendelsohn: “Un’Odissea” (Einaudi), di Lucio Turchetta

Il libro di cui parlo è scritto con uno stile fluido e scorrevole, come se l’autore fosse appagato dalla “storia” in sé e ne riconoscesse l’oggettiva originalità, uno stile che potrebbe – oso il paragone sfidando le compagini degli ammiratori di Salinger – paragonarsi al realismo magico dello scrittore americano, meno avvertibile in Holden ma più esplicito in alcuni suoi racconti. 

Il paragone con Salinger finisce qui: pur svolgendosi negli Usa entrambi, e più specificamente in un contesto scolastico, i settantacinque anni trascorsi tra i due romanzi non sono soltanto un’era geologica ma li pongono a paradigmi diversi. Si pensi all’ossessione omofoba dell’adolescente Holden e al fatto che Mendelsohn, autore ma anche protagonista del romanzo è “out”(cioè un omosessuale dichiarato) che insegna in un campus ‘Letteratura classica’ cioè qualcosa che riguarda una cultura e un immaginario difficilmente comprendibile ai giovani americani, il mondo dell’Odissea e la Grecia del VII secolo aev [scilicet: ante era volgare], in un solo semestre poi!

L’autore-professore sa che rischi corre: far comprendere un mondo arcaico, con i suoi miti e i suoi eroi, la guerra e il ritorno, insomma tutto ciò che per noi è scontato (o meglio era scontato) e che invece deve riuscire a coinvolgere gli studenti avendo a disposizione due ore a settimana. Ma, come si sa, per rendere interessante una storia è necessario individuare un protagonista in cui identificarsi mentre nell’Odissea, almeno per i primi Libri, il protagonista non è Odisseo ma Telemaco, che peraltro scompare alla fine del Libro quarto. Solo dopo arriva il protagonista, che per sette Libri parla del proprio passato per poi iniziare a lottare, in un racconto che occupa gli ultimi dodici Libri del poema, per riconquistare il proprio regno, aiutato da Telemaco e alla fine da Penelope; come si vede una struttura narrativa sbilanciata, residuo probabilmente di profonde modifiche del testo originale, se mai esso è esistito in forma ‘definitiva’.

Ma in qualche modo molto sottile questa struttura così asimmetrica e apparentemente ondivaga, divagante, corrisponde alla vita di tutti noi e in particolare quella dell’autore, sì perché Mendelsohn permette a suo padre Jay – un insegnante di matematica in pensione – con cui ha un rapporto di cauta, reciproca stima, di assistere alle lezioni e addirittura, l’estate successiva, di viaggiare con lui nei luoghi descritti nel poema omerico. Mendelsohn-Telemaco intraprende il viaggio di ritorno, non alla propria isola ma a un passato che giace nel suo cuore, insieme a Jay-Ulisse, il quale padre però l’eroe omerico non lo sopporta, anzi lo disprezza perché è un bugiardo, un traditore, un truffatore e non si perita di gridarlo in classe ogni volta che mette in atto uno dei suoi trucchi o si abbandona alla seduzione di una donna. Il padre di Mendelsohn, di cui credo che lo scrittore abbia tracciato un ritratto fedele, difende la famiglia, l’onestà, la fedeltà e incarna – in un contesto confuso e caciarone quale dev’essere un gruppo di giovani lontani da casa – un mondo che va scomparendo, pur rivelandosi alla fine del libro tutt’altro che un ingenuo sprovveduto.

Un’Odissea parla del rapporto tra un padre e un figlio, le cui dinamiche si riverberano attraverso i millenni nelle nostre esistenze, ma è un rapporto che non esclude la madre, ma una madre che non vive l’impotenza angosciosa di Penelope, la quale – e non posso essere il primo ad averlo notato – tessendo e sciogliendo la sua tela accompagna e riflette l’intricata vicenda dei viaggi dell’eroe, le cui rotte sembrano avvicinarlo alla meta per poi cambiare e risospingerlo lontano. Oggi chiamiamo le cose con altri nomi magari, e gli dèi sono pallidi ricordi scolastici, ma tutto quello che freme nel petto dei protagonisti: il destino, l’amore e la passione, l’astuzia, la fedeltà, l’audacia e la disperazione, la speranza e l’orgoglio ruotano ancora intorno a noi indomabili, come se l’otre di Eolo si aprisse per scatenare nuove e imprevedibili tempeste.   

                                                                                                          Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

Pier Lorenzo Pisano: “La somma delle cose” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Non dovrebbero esistere i grandi amori

E nemmeno gli amori grandi

Ma quanto ci costa innamorarci? Quanto costa un amore? Voglio dire, non un amore qualsiasi, un’infatuazione di passaggio, poco più di un passatempo. No, no, intendo quegli amori da film, da romanzo. Pier Lorenzo Pisano nel suo romanzo sembra riportarci proprio al centro della questione, al suo cuore. E il cuore, quante ferite ha, dopo? Sono risarcibili? 

Una volta una mia amica evidentemente provata dalla forza abbrutente della fine di una storia, mi ha detto, “Non dovrebbero esistere i grandi amori, e nemmeno gli amori grandi. Sarebbe meglio se ci fossero tutte storielle, almeno quelle non lasciano il segno”. 

Un grande amore, o un amore grande, è una sottrazione. È una lista che viene meno. Sono caselle spuntate, come i prodotti da comprare al supermercato, quelli che alla fine non comprerai mai. 

Ci sono cose che nessuno di noi vorrebbe ricordare, alla fine di un grande amore. Eppure sono le stesse a cui la mente torna, ossessivamente. L’inizio, il durante, la fine. Ma cosa è andato storto? Cerchiamo segnali, indizi che non abbiamo colto, e intanto capiamo che quella canzone non la ascolteremo più, che quel film non lo guarderemo più, che quel romanzo con tanto di dedica – dell’autore, dell’innamorato? – non lo toccheremo più. Che quel mobile ci ricorda il giorno in cui facevano trentamila gradi e per sfuggire dal caldo ci siamo rinchiusi all’Ikea, tanto dovevamo acquistare quel comodino! Ma certo, che grande idea stare tre ore a girare per un centro commerciale con meno venti. E poi l’influenza, il raffreddore, le cure che ci siamo scambiati. No, tu non eri poi così ammalato. Quel mobile su cui hai appoggiato i tuoi libri, i tuoi occhiali, la tua abat-jour, nemmeno quella la riesco più a vedere. Il pigiama sotto al cuscino, i vestiti sparsi per la camera, in bagno, il tuo spazzolino. La fine di un grande amore è come ricostruire la scena del crimine. E, in effetti, è un po’ come morire. 

La conseguenza di tutto ciò è fare i conti, letteralmente, con quella lista. Tirare una linea. Capire che, al di là di essa, non esiste più niente. Non c’è un “noi”, non c’è quel bar in cui ci si è conosciuti la prima volta davanti a un caffè, non c’è soprattutto l’ultimo caffè. Il cerchio non si chiude, la storia è difettosa, è scritta male. Nulla di più oltraggioso per uno scrittore. E questo è lo scontro con la realtà. Fuori dalle parole scritte, da quelle appuntate, fuori dalle liste c’è esattamente quel “noi”, quella polaroid sbiadita, la stessa che forse butterai, o magari conserverai in un cassetto per i momenti nostalgici. È un anfratto, un’intercapedine fra una parete e l’altra, fra il tuo ricordo e quello dell’altro. 

Pisano ne La somma delle cose non solo racconta quell’anfratto buio che, eppure, vorremmo ancora vedere illuminato – un po’ come dice Gazzelle, E non è colpa mia se tutta questa luce non ti illumina più dentro casa mia, no? –, ma, soprattutto, mette in scena la parete, e quindi la separazione, ne descrive l’atto, le fasi. E allora non leggiamo più solo la versione di lui, ma anche quella di lei. La descrizione diventa un dialogo, proprio come l’inizio di un amore, di un grande amore, che coincide con la sua fine. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Le vite sprecate di Marco Lodoli – Leggendo “Solo un giorno” (Einaudi, 2026)

Sono anni che Marco Lodoli ha trovato la sua forma ideale, cioè il romanzo breve. Questo mese è uscito Solo un giorno, un romanzo o racconto di un’ottantina di pagine che secondo me è fra i suoi libri più riusciti. Racconta la storia di un giovane uomo, Scipione, e di quello che dovrebbe essere il giorno della sua laurea, a trent’anni. I genitori si sono indebitati con uno strozzino – il famigerato Zio Porco – per farlo studiare, ma la verità è che Scipione non ha dato nemmeno un esame. Ha studiato, sì, i suoi libri sono “sottolineati da cima a fondo” e i suoi quaderni pieni di appunti, però non ha mai sopportato il giudizio altrui e così ha preferito, dice, “non valere niente”, cioè non laurearsi. Solo che i suoi genitori non lo sanno. 

Qui il lettore affezionato di Lodoli ricorderà forse una comparsa di un altro suo romanzo, Il preside (Einaudi, 2020), nel quale un preside si barrica dentro la propria scuola armato di fucile. La comparsa è un “uomo orrendo” che dà un esame per diventare preside di una scuola ma che poi dice che non intende farsi giudicare “da quattro idioti” e perciò se ne va senza firmare né consegnare i fogli. Il protagonista del libro, il futuro preside in rivolta, prende quindi i fogli al posto suo e li consegna appuntandovi il proprio nome. Lo fa per caso, per gioco, forse per destino, sbadatamente, e così vivrà la propria esistenza, come molti malinconici personaggi di Lodoli che sembrano sempre un po’ fuori posto nella realtà che li circonda, in questo terzo millennio che fugge. 

Nel romanzo precedente a Solo un giorno e successivo a Il presideTanto poco (Einaudi, 2024), Lodoli raccontava dell’ossessione di una bidella per uno scrittore e insegnante che a tratti sembrava assomigliargli. La donna scrive: “Ogni due anni Matteo pubblicava un breve romanzo, storie evanescenti di gente scombinata che forse lo facevano sentire un po’ più libero, un dente fuori dall’ingranaggio. Ma ormai il suo momento d’oro era passato, c’erano altri scrittori, molto più giovani di lui, che sapevano raccontare le sciagure del presente nel modo che piaceva ai giornali, alle televisioni, ai giurati dei premi importanti.” 

Lo scrittore, Matteo, in qualche modo lo stesso Marco Lodoli, continua però a scrivere e a pubblicare, malgrado le recensioni “rare e pallide” ai suoi libri, scritte “per segnalare l’ennesimo velleitario tentativo di raggiungere ciò che non esiste, un viaggio in punta di piedi verso il nulla, angeli balordi, visioni sfocate e una poesia un po’ appiccicosa”, dice la bidella. 

Qui Lodoli scrive davvero di se stesso. E sì, la sua poesia è “un po’ appiccicosa” e forse ci piace proprio per questo, perché nei suoi romanzi ci sono delle metafore che non troviamo altrove e che possono appartenere soltanto ai suoi personaggi – questa, ad esempio, per tornare a Solo un giorno:  “Un dolce tepore mi invade il corpo, come se ogni fibra, dopo essere stata tesa come la corda che solleva il secchio dal fondo del pozzo, ora si rilassasse.” Nei libri di Lodoli ci sono molti come, perfino nella stessa frase, tuttavia la cosa non disturba affatto. Anche questo significa saper scrivere, saper raccontare. 

Scipione dunque non si è laureato e i suoi genitori non lo sanno. Vaga per la città di Roma insieme a Cecilia, d’un tratto diventata la sua ragazza, in un giorno che è anche una finestra aperta sul suo futuro e dunque il suo futuro stesso, una vita vissuta con il passo sciancato di quei fragili malinconici che non si rassegnano a odiare il mondo e chi lo abita, come tanti personaggi inquieti di Marco Lodoli – che scrive romanzi che ci consolano, che sono belli perché ci consolano. 

C’è un brano di Tanto poco che mi è rimasto impresso. Lo scrive la bidella innamorata dello scrittore, e riguarda Rimbaud. Eccolo: “Ricordo un verso, ogni tanto me lo ripeto in francese, alle medie ho studiato proprio questa lingua e la professoressa diceva che me la cavavo benino, ma temo che la mia pronuncia non sia perfetta: «Par délicatesse / j’ ai perdu ma vie». Che meraviglia perdere la propria vita per delicatezza, infinite volte meglio che salvarla con l’arroganza e la volgarità.”

Ebbene, neanche noi intendiamo salvare a tutti i costi le nostre vite, ci sembra molto meglio sprecarle e perderle per delicatezza, in questi tempi volgari in cui regnano dei gradassi che vogliono solo vincere e osannare se stessi. I romanzi di Marco Lodoli sono atti di resistenza umana; sono libri belli e originali che grondano di malinconia e amore. Leggiamoli e commuoviamoci. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Intervista a Anna Mallamo per “Col buio me la vedo io” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 11 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 11 Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io” (Einaudi)

​Lo pseudonimo social di Anna Mallamo, Manginobrioches, da tempo cattura l’attenzione per la sua arguzia, spesso corredata da un sano sarcasmo rispetto a ciò che accade intorno a noi. 

Con il suo ultimo romanzo, Col buio me la vedo io” (Einaudi, vincitore del Premio SuperMondello 2025 e finalista al premio europeo Chambery), l’autrice rivela la sua levatura letteraria.

​Ambientato in una Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, oppressa da una ’ndrangheta che ne delinea i confini fisici e comportamentali, il romanzo colpisce innanzitutto per il suo stile: una melodia incalzante fatta di contrasti estremi.

Il primo contrasto evidente è il linguaggio: il dialetto calabrese è il codice degli adulti usato per tacere o distorcere la realtà, i ragazzi utilizzano invece un registro colto, alternato a dei passaggi in lingua locale che volontariamente devono squassare, intimidire, ferire o utilizzati solo per disobbedire.

Lucia, la protagonista, studentessa di lettere classiche, cerca proprio nella parola la chiave per sollevare il velo di segreti che avvolge la sua adolescenza, mescolando la ricerca della verità con la vendetta personale. Uno stato d’animo incerto, che si muove sul filo della suspence e contemporaneamente sulla trasformazione dei personaggi da ragazzine anonime a “fimmine” attraverso sguardi, carezze, piccoli momenti.

​Il libro è costruito tutto sull’architettura dell’ossimoro: “sopra” e “sotto”, i luoghi in cui si estende proprio quell’incertezza di Lucia; la dicotomia tra Luce (il nome, Lucia) e Buio (il cognome, Carbone). Ne deriva un affascinante ribaltamento prospettico: l’oscurità si fa rivelatrice di verità e legami familiari indissolubili, mentre il bagliore solare agisce come una facciata che nasconde l’omertà e le bugie in una specie di coltre che si taglia con una lama.

​Il ritmo è quello serrato di un thriller psicologico: il lettore viene risucchiato dalla necessità di scoprire fin dove si spingerà l’oscurità di Lucia e se, in questa lotta, la figura di Caino saprà infine cedere il passo a quella di Abele.

​Anna Mallamo affronta nel suo romanzo due tematiche complementari: da un lato, l’incapacità delle famiglie di offrire ai giovani un modello autentico di felicità, lasciando i figli in uno stato di fragilità, amati solo per il fatto di esistere e non per ciò che sono realmente; dall’altro, emerge la complessa “questione femminile”: Lucia è figlia di una stirpe di donne forti, di una forza però distruttiva e letale, una tempra che la corazza, rendendola pronta ad affrontare dolore, solitudine e umiliazione, ma che è radicata in valori arcaici e spesso feroci, che lei rifiuta e combatte con una enorme spinta  verso la libertà sessuale e l’urgenza di affermarsi a proprio modo, affrancandosi in parte dalle sue radici.

“Col buio me la vedo io” è un romanzo che diventa a tratti un’indagine antropologica e a tratti poesia. Anna Mallamo ci trasmette una storia dove la lingua è sostanza reale e dove il riscatto non passa mai per facili consolazioni, ma attraverso l’accettazione coraggiosa delle proprie tenebre. Un racconto dove se sei a metà non vedi l’ora di tornare per sapere come va a finire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Nicoletta Verna: “I giorni di vetro” (Einaudi), di Cristiana Buccarelli

Un romanzo sulla resistenza spirituale in ogni tempo 

Ormai da qualche settimana ho concluso la lettura del romanzo storico di Nicoletta Verna I giorni di vetro (Einaudi 2024), con il quale è stata sbalorditivamente esclusa dalla dozzina del Premio Strega e con cui ha in seguito vinto l’European Union Prize for Literature per gli autori di narrativa emergenti provenienti dall’UE. Questo romanzo mi ha lasciato addosso un’impronta fortissima e sto tutt’ora elaborando quest’esperienza non comune di immersione letteraria.

Innanzitutto c’è l’incisività della lingua della Verna: una lingua poetica e cruda al tempo stesso, intrisa di parole dialettali romagnole come invornita, svettole, scapuzzando, sfulminò, sgumbiati, fare la grassa, matteria, la purina…; una lingua ibrida, variopinta e fantasiosa che racconta un mondo antico di cento anni fa e un modo di sentire la vita. 

Oltre a ciò i personaggi principali di quest’opera sono magnifici e capaci di restare addosso come se fossero persone che abbiamo realmente conosciuto, sono in grado di farci compagnia per lunghissimo tempo e di stratificarsi nella nostra coscienza.

In primo luogo Redenta, protagonista assoluta del romanzo, è indimenticabile nel suo essere una figura così liminare che si muove su una linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 

Il medico stregone Zambutèn, erudito di piante e radici e intrugli, a cui i frati avevano insegnato gli enigmi degli speziali, predice alla madre di Redenta prima che la bambina nasca: ‘’vi nascerà una figlia che avrà addosso la scarogna, ma camperà (…) Non avrà fortuna però avrà pietà. La pietà le farà vedere più cose di quelle che vediamo noialtri. E potrà campare.’’     

Una bimba nata lo stesso giorno del delitto Matteotti a Castrocaro e affetta da polio con una gamba matta e poi una giovane donna, una creatura ostinata e silenziosa, straordinariamente avveduta con il suo sguardo unico e pietoso sul mondo che la circonda e che le permette di resistere con la sua forza spirituale a qualsiasi forma di ferocia umana. 

Una Redenta che vede i fratellini morti prima della sua nascita ogni volta in cui la sua stessa vita è a rischio:

‘’Perché vi vedo?’’ domandai.

  (….)

‘’Quanti perché’’

‘’State a chiedere il perché di ogni cosa, voialtri di là’’

‘’ Perché sei mezza morta e noi siamo stati mezzi vivi’’

‘’Perché ti dobbiamo aspettare’’

‘’Perché è solo una questione di tempo’’

‘’Di là, per voi, è sempre solo una questione di tempo’’

‘’Perché ci vedrai tutte le volte che starai per morire. Verremo ad aiutarti’’  

Una Redenta che s’infila decisamente nell’immaginario di chi legge e lascia un’impronta indelebile, soprattutto per il suo particolare impulso alla compassione, un impulso naturale che è connaturato nell’animo umano, ma che pochi sviluppano in una forma così preziosa. La purina, come viene chiamata in paese e dagli stessi familiari, possiede un mondo interiore semplice e ricco di intima bontà, pregno di pietas e di resilienza, che le permetterà da adulta di resistere a Vetro, il gerarca fascista a cui viene data in sposa e che rappresenta la sua vera e propria antitesi. Amedeo Neri, detto Vetro, è un bellissimo uomo a cui è rimasto un occhio di vetro dopo la campagna in Africa, per la quale ha ricevuto anche una medaglia al valore; dietro la sua maschera di fascino egli è un essere abietto, che ricerca il male assoluto, è un sadico e rappresenta l’incarnazione del fascismo, il quale a sua volta rappresenta nel romanzo la metafora di un mondo inaccettabile, diviene l’elemento simbolico che racconta cosa sia la violenza in ogni tempo. E in tal senso l’autrice non risparmia nulla, si sporca le mani e narra di quali orrori e mostruosità possa essere capace l’essere umano. E tuttavia Redenta, seviziata e bistrattata in ogni modo da Vetro, avrà una forma di pietà anche per quest’ultimo e camperà oltre il male assoluto, inoltre eserciterà la sua forza salvifica su altri due personaggi fondamentali e molto potenti di questa narrazione: Bruno-Diaz e Iris. 

Bruno è un bambino apparentemente orfano (solo verso la fine del romanzo si scoprirà la verità) che viene ospitato insieme ad altri orfani o bastardi dalla Fafina, la nonna infermiera di Redenta e le sue sorelle, con cui Redenta passerà tutto un periodo della sua infanzia.  In quegli anni tra Bruno e Redenta si creerà un legame particolare.

 ‘Ricordava un animale dei boschi o un giovane uccello rapace, sempre all’erta per qualcosa, inquieto. Quando passava il tempo con me, in silenzio, mi dava sollievo, ché di parlare non avevo mai sentito il bisogno. E stavo bene’’

Bruno sin da piccolo è assetato di giustizia e agisce anche per difendere Redenta considerata demente dagli altri bambini, ma in realtà molto avveduta, poi da adulto diventerà partigiano con il nome di Diaz, il suo battaglione sarà fortissimo quasi invincibile e rappresenterà l’avversario assoluto di Vetro. 

Tra Redenta e Bruno ci sarà un amore assoluto sin dall’infanzia, ma quest’ultimo scoprirà che il loro è un amore impossibile perché sono fratellastri.

‘’Pensai in un lampo che mi ricordava il viso di mio padre.

-A cosa ti serve ‘sta matteria Bruno?

Gli sfulminò negli occhi il solito baleno di rabbia.

-A fare giustizia. Cos’ho da rimetterci? Al massimo la vita.

-La vita vale più di un’idea.

-Dipende da quale vita. E da quale idea.’’

E sarà lei a salvarlo dallo scempio dei fascisti, quando Bruno, moribondo, rimarrà l’unico sopravvissuto fra i partigiani, ma con le gambe le gambe squarciate che gli impediscono di fuggire, allora Redenta con un atto estremo di amore e compassione, prima che arrivino i fascisti, lo farà fuori con una pistola, mentre lui la guarderà con l’ombra confortante della riconoscenza, e lei comprenderà quanta crudeltà serva per essere misericordiosi. 

Iris è l’altro personaggio femminile protagonista del romanzo, ed è speculare a Redenta: si tratta di una donna molto bella e volitiva che ha studiato da maestra e s’interroga su tutto. Iris è coraggio e fede nella Resistenza, sarà la compagna di Bruno e sarà disposta a tutto per tener fede ai suoi ideali. 

Ci sarà anche nei suoi confronti un atto di Redenta, un gesto molto forte e salvifico per il quale entrambe saranno redente e con cui l’autrice ci dà il senso della possibilità che si possa sopravvivere alla brutalità, alla violenza e all’orrore. 

Redenta rappresenta questa luce e questa grazia, che permetterà a Iris, sprofondata e poi salvata dall’inferno, di poter sopravvivere e di poter continuare a credere nella sua vita.

Sei Iris?’

Sono io.

Sono viva.

Questo bellissimo romanzo è stato avvicinato per la sua forza narratologica e per i temi affrontati a La Storia di Elsa Morante, a Una questione privata di Beppe Fenoglio e ad altri capolavori di grandi autori che hanno vissuto il Novecento, la guerra e la Resistenza, tuttavia, a mio parere, il lavoro di Nicoletta Verna, nonostante la sua potente vis drammatica non è del tutto accostabile ai romanzi sulla Resistenza scritti nel secolo scorso, ma gode di una sua originalità e particolarità. È stato infatti scritto da una scrittrice di un’altra generazione, nata negli anni 70’, che ha vissuto in un’altra epoca e ciò le ha permesso una visione nuova, molto più moderna e dinamica: la sua narrazione è anche la parabola di una forma di ‘resistenza spirituale’ al dolore e alle avversità che possono subirsi in ogni tempo, e forse soprattutto in questo nostro tempo presente. I giorni di vetro ha la capacità di catapultare il lettore nel momento del fascismo (ricordiamo che il romanzo richiama una vicenda storica di rilievo avvenuta a Castrocaro, dove il 25 settembre 1943 al Grand Hotel Terme ci fu la riunione dei gerarchi fascisti da cui prese le mosse la Repubblica di Salò) e poi della Liberazione e nello stesso tempo è un romanzo molto moderno che racconta una  dicotomia umana tra luce e oscurità, e che nonostante l’atrocità di ciò che avviene lascia la speranza finale che prevalga la luce.    

Come la stessa Verna ha dichiarato in alcune video interviste, ella è originaria dal lato paterno di Castrocaro, un paese in cui andava durante l’infanzia e dunque, attraverso l’ambientazione geografica e la costruzione dei suoi personaggi grandissimi ma immaginari (solo la Fafina è stata ispirata a una donna realmente vissuta, la sua bisnonna che era un’infermiera), vuole anche rievocare una dimensione sommersa di memorie a lei molto cara, che riesce a far tornare in vita in maniera urgente e viva.

In conclusione I giorni di vetro lascia una traccia nella ‘memoria letteraria’ di chi lo legge ed è senza alcun dubbio uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.