Marguerite Yourcenar a Capri, di Cristiana Buccarelli

Nella mia ricerca costante di notizie sulla vita e sull’opera letteraria di Marguerite Yourcenar, ho avuto qualche tempo fa la fortuna di imbattermi nella preziosa ricostruzione di Dominique Gaborè-GuiselinAlla ricerca di Adriano – Marguerite Yourcenar in Italia e a Capri’ (Edizioni La Conchiglia 2014)che si riferisce in particolare alla permanenza della scrittrice per due anni a Capri tra il ’37 e il ’38, con la sua compagna di vita Grace Frick. Si tratta di un saggio in cui Gaboret-Guiselin richiama in maniera assai dettagliata le influenze italiane e capresi nell’opera letteraria della grande scrittrice. Il rapporto della Yourcenar con l’Italia è stato infatti intenso e continuo, dalla gioventù fino agli ultimi anni della sua vita e le influenze letterarie italiane sono evidenti in varie sue opere, non solo in ‘Memorie di Adriano’ per il quale sono noti i ripetuti ritorni dell’autrice a Tivoli a Villa Adriana, ma anche ne La moneta del sogno’ e in ‘Caprèe un’opera giovanile e forse poco conosciuta ispirata a Tiberio, e inoltre il romanzo ‘Il colpo di Grazia’ verrà scritto proprio in quei due anni di soggiorno a Capri.

<<Su di un’isola si ha la sensazione di trovarsi su uno spazio di frontiera, in bilico tra l’universo e il mondo umano>> dice l’a. e a parte le isole greche è in particolare Capri ad attrarla, la considera diversa, speciale, anche per essere stata la residenza imperiale dell’imperatore Tiberio. Vive sull’isola in una casa in affitto chiamata La Casarella; una piccola dimora situata alla fine di una impervia salita, lungo la strada che conduce poi alle rovine di Villa Iovis dell’imperatore Tiberio. Quindi si può immaginare quanto tempo possa aver trascorso tra quelle rovine ad ascoltare i racconti sulla storia di Tiberio, nutriti non solo dalla tradizione latina (come i testi di Svetonio) ma anche dall’immaginario popolare degli isolani. Il suo poema giovanile Caprèe, pubblicato per la prima volta sulla rivista francese ‘’Revue Bleue’’ nel ’29, quindi nove anni prima del soggiorno a Capri (dove però era già stata con il padre nei suoi viaggi giovanili), si apre con un confronto tra la conformazione particolare dell’isola e la scelta di solitudine volontaria dell’Imperatore.

’Sulla cima più alta del più remoto dei promontori / Prostrato dall’angoscia, il disgusto, il furore, le vittorie/ Avvoltoio imperiale, da lontano, alla ricerca del suo nido/ Tiberio ha voluto vivere là dove finisce la roccia/ In alto aprendosi il cielo, in basso allagandosi l’onda/ 

Durante i due anni sull’isola, esattamente tra il maggio e l’agosto del ’38, l’autrice ha invece la ferma intenzione di scrivere un romanzo, e realizza in tempi molto brevi alla Casarella, una prima stesura de Il colpo di Graziail quale tuttavia, come è noto, evoca un episodio di guerra civile in Curlandia tra il ’19 e il ’21 tra le forze armate tedesche e il regime bolscevico, con un dramma che si svolge tra tre personaggi, legati da vincoli di sangue, di amicizia e d’amore non corrisposto, ma non ci sono connessioni con personaggi o eventi italiani. Questo piccolo romanzo, che può considerarsi un capolavoro nel panorama della letteratura europea al pari di Opera al nero e di Memorie di Adriano, sarà concluso definitivamente in quella stessa estate a Sorrento, dove la scrittrice sarà costretta a spostarsi per qualche tempo per motivi di salute. 

C’è poi un altro lavoro narrativo giovanile della Yourcenar (di molto precedente alla sua permanenza a Capri), ed è La moneta del sogno;  quest’opera, forse troppo poco conosciuta, è totalmente ambientata in Italia, e a differenza delle sue più importanti opere successive in cui il proscenio è sempre di personaggi maschili, questi racconti sono tutti relativi a personaggi femminili: si tratta di un libro assolutamente politico, ambientato in epoca fascista e che rappresenta una sua critica molto forte a quello che sta avvenendo in Italia in quegli anni particolari con il trionfo di Mussolini.       

Ma viene da chiedersi e se lo chiede anche Gaboret- Guiselin che cosa spinga l’autrice a vivere due anni a Capri con la sua compagna Grace fra il ’37 e il ’38. Verosimilmente il fatto che l’isola, come scrive lo stesso Gaboret-Guiselin: <<in quegli anni era alla fine di un periodo che aveva registrato vani i tentativi del fascismo di normalizzare una ‘località’, che dagli inizi del Novecento, si era trasformata in una babele di culture, di lingue…ma anche in uno straordinario laboratorio politico culturale>>, anche se, aggiungerei, è molto probabile che Marguerite Yourcenar conducesse una vita appartata.

 <<Ho sempre amato le isole. Ho amato Egina e ho amato Capri che è assai meno turistica di quanto si pensi, quando la si vive in qualche angolo sperduto. Ogni isola è un microcosmo, un vero e proprio universo in miniatura>>, dice questa nostra grande scrittrice europea, a mio avviso una vera e propria stella polare nella letteratura dell’Occidente. 

Per ripercorrere in una forma assai originale il suo vissuto e la sua opera può essere interessante leggere anche un romanzo molto recente, mi riferisco a ‘Marguerite è stata qui’ di Eugenio Murrali (Neri Pozza 2023) che permette di entrare in punta dei piedi nel mondo di Marguerite.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Josephine Johnson: L’isola dentro l’isola (Bompiani Gaia), di Cristina Marra

“E’ semplicemente un bellissimo libro; è un libro sulla natura come lo è Walden. Dovrebbero leggerlo tutti coloro che conservano la capacità di provare qualcosa”, questo estratto di John Leonard del New York Times compare nel retro copertina di L’isola dentro l’isola della scrittrice americana  Josephine Johnson nell’edizione che Bompiani propone nella deliziosa collana Gaia con la traduzione di Beatrice Masini e le illustrazioni di Chiara  Palillo. Vincitrice del premio Pulitzer nel 1935, l’autrice pubblica L’isola dentro l’isola ( The Inland Island. A Year in Nature) nel 1969.

I dodici mesi dell’anno vengono resi in dodici capitoli e diventano il racconto di bellezze naturali straordinarie ma anche di orrori che stanno fuori dalla sua tenuta in campagna in Ohio, dove ambienta le storie, e che invadono il mondo esterno e la toccano nell’animo. La scrittrice racconta, evoca, riporta scene a lei familiari che hanno per protagonisti alberi, vegetazioni, animali e soprattutto uccelli , sono più numerosi loro degli altri animali in questa foresta passata o futura, e un uccello nuovo mi riconcilia con la giornata. Come in un calendario si comincia da gennaio che nello stato dell’Ohio, privo di oceano, privo di monti, temperato dai fiumi, non è un mese furibondo di bufere e poi  febbraio la cui luce bianca non va bene per fissare le cose troppo a lungo, e marzo col suo vento glorioso e pagano. Soffia lontano mille chilometri la polvere della nostra vita. Noi leggiamo la polvere. Se reca un messaggio mortifero sta a noi saperlo e si prosegue tra storie di cottage ricostruiti, incontri con le volpi, paralleli tra il mondo animale e quello umano.

L’autrice spesso si sofferma sulla sua condizione di donna, il desiderio di essere una grande scrittrice a tutti i costi non tornerà. Sono troppo vecchia e il prezzo è troppo alto. Non posso rinunciare a tutto il resto di me, al mio affollato me. A tutto l’indisciplinato, caotico branco di donne e bambine che vivono dentro di me”. La Johnson non si risparmia e urla il suo amore per la natura che diventa un urlo di pace e stanchezza di guerra.  Come avvisa la traduttrice, i nomi di flora e fauna sono spesso lasciati coi nomi scientifici o i nomi comuni originali sono stati tradotti letteralmente perché sarebbe stato un peccato perdere  l’immagine che evocano, il primo sguardo posato su un frullo d’ali o sulla piega di una foglia, le radici native, lo sforzo di trovare nelle parole quotidiane e ordinarie un modo di dire quell’essere, quel fiore.

Il libro è un viaggio, una riflessione, un quadro , un calendario del cuore immancabile nella biblioteca dei randagi

Cristina Marra

Olga Tokarczuk e il grande viaggio di Jakub di Gigi Agnano

Secondo la Kabbalah medievale spagnola «Dio creò le lettere dell’alfabeto, perché avessimo la possibilità di raccontargli la Sua creazione». 

Pubblicato finalmente in Italia da Bompiani a settembre di quest’anno  (il libro è uscito in Polonia nel 2014), il romanzo di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la Letteratura del 2018, ha molti aspetti che lo rendono speciale, a cominciare dalle dimensioni imponenti, 1114 pagine con la numerazione invertita quale omaggio all’uso ebraico. Speciale anche per la tematica di cui s’interessa: una setta di eretici ebrei, i frankisti, che professarono, a metà del Settecento, la pratica degli “Atti contrari” alla religione ufficiale – tra cui l’incesto, la sodomia, la poligamia, mangiare cibi non kosher, ecc… -, con lo scopo di degradare l’umanità e “stimolare” la venuta del Messia.

In particolare, l’autrice racconta, attraverso vari narratori, le vicende di Jakub Joseph Frank (1726-1791), nato in Podolia (attuale Ucraina Occidentale, all’epoca Regno di Polonia), sorprendente e scandaloso mistico nomade anti-talmudista, che fu considerato il Lutero del mondo ebraico e che, dopo essersi dichiarato Messia e aver trascorso 13 anni di carcere per eresia sovversiva, una volta libero, guidò la sua comunità di adepti tra l’Europa Centrale e la Turchia.

Un “romanzo storico sorretto dall’immaginazione”, ricco, erudito, che è costato all’autrice un impegno folle di otto anni di lavoro e di ricerche; un’epopea messianica, a tratti donchisciottesca, capace d’immergere il lettore in quel mondo particolarmente variegato per lingue e culture dell’Europa centrale di metà XVIII secolo, investita dal vento della filosofia illuminista. Di pagina in pagina, se da un lato si sprofonda nelle tragedie del tempo, le guerre, i pogrom, dall’altro si gode dello sfarzo e dell’allegria dei matrimoni di paese, delle descrizioni pittoriche di vecchi e bambini, delle atmosfere di mercati esotici, degli odori delle cucine e dei sapori della selvaggina esposta come in una natura morta.

Un romanzo “vagabondo” (per riprendere il titolo del libro più famoso della Tokarczuk), on the road, che ci porta attraverso strade solitarie e polverose di Ucraina, Polonia, Turchia, Grecia,  Romania, Germania, tra l’Impero Ottomano e l’Asburgico; o per vicoli di grandi città come Smirne, Leopoli, Varsavia, Vienna, o di piccole come Brunn ( la Brno di oggi), Czestochowa, Rohatyn, Busk, Lanckorun, Podhajce, Glinna, Miedzyboz. Dove il cammino è fatica, peripezie, scoperta di luoghi inesplorati, ma anche metafora del diffondersi e dell’avanzare di nuove idee, del passaggio da una vecchia era ad una nuova. Romanzo-esperanto, dove si incontrano e s’intendono il polacco e il rumeno, il tedesco e il ladino o il turco.

Un romanzo-fiume realista ma intriso di magia, sospeso tra storia e finzione, tra letteratura e ricerca mistica; arduo per ampiezza e per i riferimenti alla tradizione yiddish o all’esegesi di testi come il il Talmud, lo Zohar («Libro dello Splendore»), l’Antico Testamento, la Cabala; ma affascinante e originale nella sua capacità di generare riflessioni, dilemmi sull’origine del mondo, sulla genesi del bene e del male, sull’intolleranza e i massacri e le modalità con le quali si sopprimeva e si tende ancora oggi a sopprimere ogni forma di “deviazione”, su come si possano creare in una società le condizioni per l’avvento di nuovi messia.

Un romanzo, che, per quanto stia provando in questi righi a inquadrare in un genere, è difficile anche da riassumere per la complessità della trama e per la quantità dei personaggi coinvolti, figuriamoci se si lascia ingabbiare in un registro letterario!

Un romanzo, infine, che non si fa fatica a considerare come uno dei colossi letterari più sconvolgenti e maturi di questo secolo, per la lingua estremamente poetica, per la ricchezza espressiva e per la capacità di portare in alto e arricchire il lettore dal punto di vista intellettuale, spirituale e letterario.

Gigi Agnano

Intervista a Igiaba Scego di Gigi Agnano

Un libro intimo.

Buongiorno Igiaba, ho finito da poco un romanzo di Jenny Erpenbeck che si chiama Voci del verbo andare, pubblicato da Sellerio, che racconta di un filologo in pensione che entra a contatto un po’ per caso con un campo profughi a Berlino. Il professore ripete a sé stesso una specie di tormentone, dice: “la capitale del Ghana è Accra, la capitale della Sierra Leone è Freetown, la capitale del Niger è Niamey”. Perché noi europei sappiamo così poco dell’Africa?

Sì, lo conosco, è un libro molto bello. L’Africa è un continente enorme – 54 Paesi – con cui l’Europa ha avuto molto a che fare. A volte penso che la non conoscenza da parte dell’Europa sia velata da una colpa, per cui si chiudono gli occhi per non vedere i crimini commessi. Come nel finale di “Tempo di uccidere” di Flaiano, me ne lavo le mani di tutta quest’ Africa che in qualche modo io ho rovinato. Quell’ignoranza è nata dalla storia coloniale che viene rimossa e non solo dall’Italia. In Gran Bretagna, per esempio, un po’ prima della Brexit c’era nostalgia dell’Impero, a dimostrazione di come sia una cosa abbastanza trasversale in Europa. Però io penso che questo debba assolutamente cambiare e che un po’ stia cambiando; c’è voglia di conoscere questo Continente, anche perché Europa e Africa, che erano già vicine in passato, saranno sempre più vicine. Ogni crisi in un posto è crisi anche in un altro, adesso lo vediamo in Sudan. Ma non puoi ignorare l’Africa anche per il futuro che si porta dentro, è uno dei continenti più giovani del mondo, è dinamico… E io, da afroeuropea, mi sento nel mezzo tra le due sponde e cerco di spiegare all’Europa alcune delle dinamiche che ha fatto subire qui a noi afroeuropei, ma provo anche a fare da ponte su alcune tematiche tra lì e qui.

Un tuo libro di qualche anno fa è dedicato allo storico Angelo Del Boca che ha dedicato tutte le sue ricerche al colonialismo italiano. C’è come un fil rouge tra il saggista e la romanziera?

Ci sono tante persone da Del Boca in poi che si occupano di questo lavoro di scavo. È un lavoro collettivo non di un singolo. Ci sono tanti giovani, anche donne, penso per esempio a Leila el Houssi, che è una delle poche ricercatrici afrodiscendenti che abbia l’università italiana. Oltre a Nicola Labanca che è un grande storico, a livello di romanzi penso a Francesca Melandri, a Gabriella Ghermandi… Facciamo tutti parte di un lavoro collettivo, in cui ognuno di noi ha un piccolo tassello che aiuta a chiarire gli altri tasselli. È un lavoro che si fa insieme ad altri. Anche la letteratura per me non è una cosa solitaria, è una conversazione globale.

E comunque nei tuoi libri il colonialismo è un tema centrale.

Sai, in realtà quest’ultimo libro non è sul colonialismo. C’è una “colonialità” di fondo che non manca mai nei miei libri. Io ho fatto libri che vanno dall’800 agli anni ’70 del Novecento e non puoi far finta che la storia coloniale non ci sia, perché permea tutta la storia europea da cinquecento anni a questa parte. Non puoi capire la storia europea anche dei conflitti, anche della stessa nascita delle democrazie, perché la democrazia – come dice Achille Mbembe (africanista e storico camerunense) – ha un lato oscuro che è la piantagione e la colonia, ovvero lo sfruttamento che viene omesso quando si parla di democrazia. Quindi per me è importante sempre tenere a mente questa “colonialità” che permane nella contemporaneità, che permane nelle cose. Cassandra a Mogadiscio parla della guerra civile, del trauma postbellico, della famiglia diasporica e in questo entra la storia del colonialismo e del postcolonialismo. Però il mio ultimo libro attraversa questi temi, ma è un libro intimo, familiare, dove volevo far vedere quanto la Storia con la esse maiuscola possa incidere nelle piccole vite delle persone, nella quotidianità, nella felicità di una famiglia. M’interessava raccontare cosa succede nelle famiglie dei rifugiati, cosa succede dopo venti, trent’anni di esilio, cosa succede a queste persone, qual è la loro identità, qual è il loro equilibrio.

Puoi spiegare a chi non ha ancora letto il tuo libro il titolo “Cassandra a Mogadiscio”?

E’ un doppio riferimento, alla Cassandra della mitologia, quindi a Troia, una città distrutta come Mogadiscio, però è anche un riferimento a una scrittrice che a me piace molto che è Christa Wolf, che la guerra di Troia l’ha raccontata molto bene da un punto di vista femminista.

E il significato della parola “jirro”?

Jirro significa malattia, però nel libro assume tante sfumature come paura, angoscia, trauma. Ma dietro il jirro c’è la cura, perché questo non è un libro pessimista, nel suo ottimismo c’è la consapevolezza di una cura.

Nel libro c’è un mix di lingue, c’è l’italiano ma anche il somalo e un po’ dell’arabo che viene dalla religione. C’è qualcosa che accomuna tutti gli scrittori – fammi dire – “sradicati”, divisi, che hanno un altrove?

Un po’ sì, si è “lost in translation” e un po’ persi tra i mondi, per cui ogni volta si cerca un equilibrio. Io poi nel libro volevo ricreare in forma scritta il lessico famigliare. Queste parole somale mi ancoravano a questa famiglia diasporica che ha dei termini comuni anche se parla lingue diverse. E poi c’è quest’ italiano che ha un retaggio coloniale, che è una lingua che è stata usata per sottomettere, che però poi è anche una lingua rimusicata proprio dai somali. Quindi c’è una lingua piena di contraddizioni e di amore, di ambiguità e di bellezza. C’è Dante e c’è Amir Issaa, c’è la Divina Commedia e un rapper italo-egiziano di Torpignattara.

Racconti poi un aspetto molto intimo che è stato, in un determinato periodo, il tuo rapporto patologico col cibo.

È stata una sovrapposizione tra cibo e armi. Vivevo una sfasatura temporale che mi creava un grande disagio, insostenibile, che non sapevo come gestire. Stavo a Roma, la gente intorno a me viveva in tempo di pace, ma io vivevo in tempo di guerra. La guerra non la vedi, è lontana, ma sai che delle armi, delle bombe stanno colpendo i tuoi cari e ti fa molto male. Ultimamente sono stato in una scuola e un ragazzo ucraino che vive qui m’ha detto di provare le stesse cose. E mi ha molto colpito perché è una cosa che purtroppo riguarda tanti giovanissimi che sono da noi nelle nostre scuole.

Che risonanza ha avuto la tua candidatura allo Strega?

È stato divertente, nel senso che una persona nera lì non c’era mai stata. Quando sono salita sul palco pensavo “ah, ok, non stai salendo tu, stanno salendo le persone che sono uguali a te”. È stato stranissimo, non ho pensato a me stessa, ma al segno di un cambiamento che doveva avvenire prima, non per il Premio, ma per l’Italia. Noi in Italia siamo molto lenti, ma nonostante questa lentezza, i cambiamenti arrivano. E quindi ho pensato “io sto qui, ma domani sarà normale”.

Hai curato un’antologia di scrittori africani (Africana edito da Feltrinelli). Ci dai qualche consiglio di lettura?

Mohamed Mbougar Sarr La più recondita memoria degli uomini, edito da e/o, che ha vinto il premio Goncourt e poi volevo consigliarvi un libro molto divertente La vita segreta delle ragazze di chiesa di Deesha Philyaw, un’afroamericana che parla di queste ragazze che, tra repressione e autodeterminazione, sono intrappolate tra un moralismo ipocrita e i desideri del proprio corpo.

Per finire, mi dici qualcosa sul tuo metodo di lavoro?

Hai presente quando fanno vedere uno scrittore in un castello o davanti a una baia…? Non succede niente di tutto questo! Scrivo in cucina nei ritagli di tempo quando non lavoro. Non ho un orario fisso, ci sono dei periodi in cui scrivo di più, sono dentro la scrittura, magari nel week end. Scrivo un po’ al giorno, ma molto del lavoro è fatto prima di sedermi al computer, scrivo sui quaderni dove butto delle idee – lo sto facendo anche adesso perché ho delle idee nuove –, leggo delle cose che mi aiutano, ascolto della musica (con Cassandra ho fatto una playlist su Spotify). Ce lo diceva Virginia Woolf: per fare lo scrittore c’è bisogno di una rendita. In Italia gli scrittori o sono ricchi oppure se sei lavoratore fai molto più fatica, perché non ci sono degli indotti come negli Stati Uniti dove insegni all’università o fai cose del genere. Quindi ti devi inventare ventimila lavori perché scrivere sta diventando sempre più un lusso. E non è giusto perché facendo così noi ci perdiamo delle storie, avremo sempre delle storie molto borghesi. E questo mi preoccupa della letteratura.

“Mahadsanid”, grazie Igiaba, ti auguro di “essere sempre nella luce” e … di vincere lo Strega.