Le letture estive suggerite da Raimondo di Maio – Napoli

Abbiamo chiesto a Raimondo di Maio, “il libraio” di Napoli, che dalla sua piccola libreria da cinquant’anni promuove e diffonde cultura letteraria, di suggerire ai “Randagi” cosa leggere quest’estate.
Ecco cosa ci ha risposto, come sempre dotto ed esaustivo. 

“Cari amici del Randagio,

mi chiedete di consigliare qualche libro per l’estate. L’estate era chiamata dai napoletani “la bella stagione”, probabilmente per la maggiore disponibilità di tempo libero… 

C’era allora un disco per l’estate, si lanciavano un numero di canzoni popolari capaci di allietare le vacanze e i sogni della maggioranza degli italiani (e non), lungo le coste e le isole del Paese.

Non c’era ancora il Papeete e di là da venire erano le lobby, in italiano “logge” , delle concessioni balneari.

Un libro dovrebbe corrispondere al libro giusto per la lettrice e il lettore che avrà la ventura di incontrare. Non potendo conoscere i dieci lettori che seguiranno i consigli, dichiaro “libri per l’estate” i seguenti libri:

1° Erri De Luca, Dialogo per un amico, Feltrinelli € 14,00

[L’avvincente e avventurosa storia di un’amicizia, quella vera];

2° Maria Orsini Natale, Francesca e Nunziata, Sellerio € 14,00

[La straordinaria rivoluzione della produzione della pasta, un’epopea che abbiamo appena attraversato];

3°  Peter Flamm, Io?, Adelphi € 18,00 

[La rocambolesca storia di un’identità chiusa nell’interrogativo di un io];

4° Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile Einaudi € 18,00

[Storia sospesa di una famiglia nel trauma, parole non dette chiuse nel cuore di una montagna dell’Abruzzo che è allo stesso tempo memoria e paesaggio];

5° Adelia Battista, L’Angelo bianco Anna Maria Ortese, Dante & Descartes € 14,00

[L’infanzia Tripolina della Ortese raccontata, che spiega da dove arrivano quelle visioni letterarie];

6° Gino Riccio, Peccato ubbidire, Olisterno editore € 12,00

[L’avventurosa storia del prete Antonio Maione, che non ha mai ubbidito senza sapere perché];

7° Marco Raio, La stagione, Bompiani € 18,00

[Marco ha la capacità di presentare la nostalgia del passato che tutti abbiamo inconsapevolmente attraversato].

Buone vacanze!

Raimondo di Maio

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!

Il bitinicco arrabbiato – Vita agra di uno scrittore in libreria (Primo Sberleffo), di Davide D’Urso

IL BITINICCO ARRABBIATO

VITA AGRA DI UNO SCRITTORE IN LIBRERIA

Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”. 

Così scriveva Bianciardi, qualche tempo fa. Io sarò più misurato, mi limiterò a rompervi le palle.

PRIMO SBERLEFFO 

Ma starò anche attento a lasciare uno spiraglio di speranza, in ossequio ai dettami della comunicazione contemporanea. Non sia mai che quei quattro lettori rimasti si avviliscano. La clientela, si sa, non va contrariata in nessun caso. 

E sì, la clientela. Perché è solo questo ormai che riconosciamo nell’altro, un consumatore e niente più. 

Nulla di sorprendente. Siamo un Paese che vive alla giornata. In qualunque contesto lavorativo, l’unico dato che conta sono i numeri che ognuno è costretto a snocciolare per garantirsi lo stipendio. 

E raggiungere il budget del mese e poi quello del primo semestre e infine dell’anno, invece di essere uno strumento di verifica della qualità del proprio lavoro, s’è trasformato nel lavoro in sé. Cosa si venda in tutto questo frattempo è diventato di conseguenza marginale. 

Da un certo punto di vista è anche più comodo. Per servire un lettore occorre preparazione. Bisogna non solo conoscere gli autori, leggerne i libri, informarsi presso i giornali, le riviste specializzate. È necessario anche saper distinguere e inoltre valorizzare il progetto letterario di una casa editrice rispetto a un’altra, seguire le fiere, i premi letterari. Una fatica! Con i consumatori è tutto più facile. Si cavalca il fenomeno mediatico del momento e tanti saluti alle recensioni dei quotidiani! 

Un tempo ci si doleva del fatto che la politica avesse ceduto il primato all’economia. Ecco, nel nostro piccolo, abbiamo fatto lo stesso, il mondo editoriale ha ceduto il primato ai media, vecchi e nuovi. E così ci siamo adattati a vendere le opere di gente che, più che scrivere, buca lo schermo con la propria simpatia. Ma il budget, per l’appunto, è garantito, e nessuno si lamenta. Del resto, perché lamentarsi? Si rischierebbe di fare la figura dei reazionari e basta. Mentre chi ostenta interesse per i fenomeni social che piacciono tanto ai ragazzini, dimostra non solo di essere aperto alle novità ma, assecondando il gusto dei figli, riesce a compiacere anche le madri, e magari a vendere loro qualche libro. Meglio di così! 

Insieme ai piacioni della rete, c’è un secondo fenomeno che l’industria culturale sta cavalcando senza freno, i libri che instillano fiducia in se stessi. Non sono saggi. Qualcuno è addirittura collocato nel settore di Narrativa. Mentre il grosso entra di diritto nel genere che oggi va per la maggiore, la Varia. Gli autori di queste opere hanno una sola cosa in testa, dimostrarci quanto valore abbia il quotidiano di ognuno di noi – anonimo solo a un occhio poco attento, il nostro. Meriterebbero un plauso, per la pervicacia con cui si ostinano a confortarci. Anche se non sono un granché. Infatti, più che stimarli, siamo loro grati.

La scintilla di speranza. Una signora entra in libreria. Non saluta. Il mio è il punto vendita di una catena di librerie e la gente dà per scontato che i rapporti siano impersonali. Reagisce perciò con sorpresa quando, oltre al buongiorno, le chiedo delle sue letture. Chiacchieriamo per qualche minuto, le suggerisco diversi libri, ne prende un paio. Settimane dopo torna soddisfatta. Sulla base delle sensazioni che certi titoli le hanno trasmesso, le propongo altri romanzi. La storia si ripete, va avanti per mesi, anni. Nasce un legame.

Siamo all’oggi, ormai ci diamo del tu, siamo diventati amici. Anzi, di più, abbiamo costituito una piccola comunità – conosco le figlie, mi ha presentato sua sorella. Il marito no, i mariti non leggono quasi mai. 

Questo è il senso e, insieme, il sogno di un libraio. L’unico uomo che insegue ancora un’Utopia. Credendo egli, attraverso la letteratura, di cambiare le persone, e alla fin fine il mondo. Almeno ci prova, il nostro ultimo eroe romantico.

Davide D’Urso


Davide D’Urso scrittore, libraio, operatore culturale. Dirige una libreria nei Campi Flegrei. Esordisce con la raccolta di racconti “Il paese che non voleva cambiare” (Manni, 2007). Successivamente, cura per il sito on-line della Fondazione Premio Napoli la rubrica “In mezzo ai libri”; i racconti apparsi sul sito confluiranno poi nell’antologia “Incontri notevoli di un libraio militante” (Valtrend, 2012). Nel 2013 partecipa all’antologia “Fuoco sulla città” (Ad Est dell’Equatore) con il racconto “Fuocoefiamme”. Nel 2014 è la volta di “Tra le macerie”, romanzo pubblicato per l’editore romano Gaffi. Il suo ultimo lavoro, I famelici (Bompiani) è uscito nel 2021.

Materia, mistero e realtà nella scrittura folgorante di Flannery O’ Connor, di Cristiana Buccarelli

‘’Se uno scrittore vale qualcosa’’, ha detto Flannery O’Connor, ‘’ciò che crea avrà la propria fonte in un reame assai più vasto di quello che la sua mente cosciente può abbracciare, e sarà sempre una sorpresa maggiore per lui di quanto non potrà mai esserlo per il suo lettore’’.

Secondo la grande scrittrice statunitense la narrativa e quindi lo scrivere delle storie riguarda tutto ciò che è umano, e noi siamo fatti di polvere, quindi se si disdegna di impolverarsi non si può realizzare sul serio una narrazione.

Ciò significa che ogni persona che scrive deve entrare liberamente dentro una storia e lasciarsi immergere nei chiaroscuri, nelle bellezze e nelle mostruosità umane: essere in questa posizione di libertà significa avere il coraggio di sporcarsi le mani, e questo avviene solo se si è capaci di porsi in ascolto della realtà di ciò che ci circonda.

A Flannery O’Connor era inoltre assolutamente chiaro che le emozioni non devono mai essere descritte ma suscitate. E così l’autrice, con la sua capacità di far percepire direttamente al lettore e con il suo realismo preciso, che verosimilmente subisce l’influenza di William Faulkner, ci trascina nell’America del Sud, nella Bible belt degli Stati Uniti, nella cosiddetta fascia della Bibbia, in cui soprattutto verso la metà del Novecento, la religione aveva un ruolo di primo piano. E in questo contesto l’autrice ci narra di personaggi colti in una loro realtà spesso inesorabile e brutale, a volte spinti da veri e propri automatismi; si tratta quasi sempre storie di decadenza, di case fatiscenti, di esseri umani deprivati, di paesaggi scarni e desolati. 

Per esempio nel bellissimo racconto La vita che salvi può essere la tua, all’interno della raccolta Il giorno del giudizio e altri racconti (Il sole 24 ore) si legge:

‘’Lo sguardo pallido e acuto del signor Shiflet aveva già passato in rivista tutto nel cortile – la pompa all’angolo della casa e il grosso fico sul quale tre o quattro galline si preparavano ad appollaiarsi per la notte – e si era spostato su un capanno dal quale spuntava la parte posteriore di un’automobile, quadrata e rugginosa. <<Le signore guidano?>> domandò, <<quella macchina non va da quindici anni >> rispose la vecchia, <<il giorno che mio marito è morto, ha smesso d’andare>>.

In questa storia Flannery O’Connor ci racconta una realtà nuda e cruda; il signor Shiftlet persuade una vecchia signora a sistemarlo nella sua stalla, a farlo dormire nella macchina che era stata di suo marito, a dargli in moglie la figlia ritardata, a dargli tutto ciò che ha e a  farli partire con la macchina che ha rimesso a posto per il viaggio di nozze… in realtà vuole esclusivamente impossessarsi della vecchia automobile e trova il modo di abbandonare la ragazza, ma il racconto non finisce qui.        

Un altro racconto della stessa raccolta che lascia, a mio avviso, un segno fortissimo è Incontro tardivo con il nemico, in cui ci sono i due personaggi del centenario generale Sash e di sua nipote Sally Poker Sash di sessantadue anni. Lui riesce a parlare solo di donne ed è una specie di essere umano mummificato dal tempo, lei è una donnetta noiosa e petulante, la quale aspetta solo di portare il vecchio agghindato per presenziare al suo diploma. Ma il giorno della festa, mentre il generale viene spinto in carrozzina da un nipote di Sally, verrà dimenticato sotto il sole da quest’ultimo per farsi una coca cola. In questa narrazione c’è tutto lo spirito sferzante e disincantato della O’ Connor nel descrivere alcuni aspetti della natura umana. 

’lui se ne infischiava totalmente del suo diploma ma non aveva mai dubitato che sarebbe vissuto fino ad allora. Era talmente abituato a vivere da non riuscire a concepire un’alternativa’’  

E infine: ‘’C’era un lungo dito di musica, nella testa del generale, e frugava in molti punti che erano parole, e vi lasciava cadere un po’ di luce, aiutandole a vivere. Le parole cominciarono ad avanzare verso di lui, e lui disse <<Che Dio vi fulmini, ve lo proibisco!>>’’   

C’è molto spesso nei racconti della O’Connor una realtà quasi agghiacciante ma sempre pervasa da un senso del mistero e di rivelazione di uno stato di grazia; infatti lei stessa ha sostenuto: ‘’Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero, naturalmente può darsi che lo riveli a sé stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche darsi che non riesca a rivelarlo nemmeno a sé stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza’’.

Infatti Flannery O’Connor aveva ben chiaro come i due elementi della materia e del mistero non siano per nulla in contrasto: è proprio attraverso il suo realismo puntuale che la scrittrice pervade le sue storie della dimensione del mistero e così chiede indirettamente ma maniera decisa una predisposizione nell’accogliere questo mistero, attraverso lo svelamento della parola. 

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Tahar Ben Jelloun: “L’urlo” (La nave di Teseo) e Yasmina Kadra: “L’attentato” (Sellerio), di Valeria Jacobacci

Due testi da suggerire fra le centinaia scritti sulla contrapposizione Israele-Palestina.  Uno è una breve riflessione di Tahar Ben Jelloun, “L’Urlo”, trad. Anna Maria Lorusso, per La nave di Teseo, porta come sottotitolo “Israele e Palestina. La necessità  del dialogo nel tempo della guerra”. L’altro è un libro di narrativa, “L’attentato” per Sellerio, di Yasmina Kadra.

Quello che bisogna subito rilevare è che Yasmina Kadra è uno pseudonimo, l’autore è Mohamed Moulessehoul, scrittore algerino, tradotto in molte lingue, Yasmina è sua moglie, vivono in Francia, dove l’autore può esprimere liberamente le sue opinioni. Jalloun è invece nato in Marocco,  i due autori hanno quindi in comune l’appartenenza al mondo arabo e un grande successo letterario in tutto il mondo occidentale. Scrive nell’incipit Jelloun:

“Io, arabo e musulmano di nascita, di cultura e tradizione marocchina tradizionale, non riesco a trovare le parole per esprimere l’orrore che provo per ciò che i militanti di Hamas hanno fatto agli ebrei”

“L’attentato” racconta invece la storia di una kamikaze ritenuta felice, appagata e integrata fino al momento della sua fanatica impresa. E’ un’ottica tanto più convincente quanto più ci sentiamo vicini ai contrastanti sentimenti di fronte alla scoperta che viene fatta dal protagonista, del quale condividiamo, di volta in volta, incredulità, orrore, disperazione, fino a una sorta di rassegnata comprensione dell’inaudito, di ciò che fino a un preciso momento è stato disprezzato e respinto nel mondo delle imprese inaccettabili.  

Che cosa pensare se chi ci vive accanto preferisce morire piuttosto che rinunciare a un’identità nazionale, invece che personale?  Due culture si contrappongono, gli esclusi, i poveri, i diseredati trovano comprensione e sostegno in tutto il mondo, le diplomazie non bastano a fermare le reazioni imprevedibili e inarrestabili di Israele di fronte agli attacchi di Hamas. La descrizione degli stati d’animo, possibilità riservata alla letteratura, è più incisiva di saggi e reportages, più convincente della migliore intervista.

Il protagonista di “L’attentato” è un arabo integrato, un chirurgo di successo, ha amici ebrei, è abituato a doversi guadagnare con fatica benessere e rispetto ma è premiato e vincente in quello che fa. Il suo modo di concepire la vita è ormai lontano dalle origini contadine, sante per certi versi, immerse nei paesaggi patriarcali di una natura ancora intatta, una semplicità del vivere piena di austera bellezza, prima che tutto sia distrutto. Dovrà ricredersi? E’ stato tutto inutile, futile, superfluo? Perché l’arroganza vince sulla giustizia? “Quando le parole sono pericolose e la confusione è ovunque, cosa può fare uno scrittore?” Sembra fargli eco Jelloun nel suo pamphlet sul secolare conflitto arabo-israeliano.

Noi leggiamo in queste pagine la profondità di problemi finora dolorosi quanto irrisolti. Scriverne e leggerne è quel che ci fa sentire umani.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

“La scelta” di Sigfrido Ranucci (Bompiani, 2024) – In difesa della libera informazione, di Amedeo Borzillo

Sigfrido Ranucci, giornalista, conduttore di “Report”, è al suo primo libro, che subito ci sorprende per come l’autore intrecci le sue storie d’inchiesta a quelle personali, familiari e d’amore, a dimostrare quanto le seconde abbiano influenzato la sua formazione e supportato le sue fatiche. 

Quasi due libri in uno, a raccontare in otto capitoli le principali inchieste che l’hanno visto impegnato in questi anni ed il loro incrociarsi con la sua vita.

Per Ranucci battersi per la libertà di informazione in Italia è come avere a che fare con un corpo malato talmente abituato a convivere con la patologia da considerarla la normalità. 

Mai condannato nonostante 178 denunce da parte di politici, amministratori pubblici, trafficanti di armi e mafiosi, l’autore subisce da sempre tentativi di dossieraggio nei suoi confronti, di blocco delle inchieste in corso, di sospensione della trasmissione, minacce di morte (vive sotto scorta), querele preventive, ma la forza dell’assoluta veridicità delle sue denunce e della serietà dei suoi approfondimenti nelle inchieste condotte hanno creato attorno a lui un seguito di pubblico forte e molto numeroso, da cui lui trae energia “come braccio di ferro dagli spinaci”. 

Il libro racconta storie di mala informazione e di scandali che i responsabili hanno cercato in ogni modo di insabbiare anche con intimidazioni. 

Due casi su tutti: Parmalat e l’operazione Falluja. Nella prima inchiesta il fallimento di Callisto Tanzi è approfondito attraverso una meticolosa ricerca delle infinite scatole cinesi in cui si cercò di nascondere il pauroso debito finanziario, in parte dovuto anche a mille favori concessi alle Banche ed ai politici; nella seconda, la pessima informazione “embedded” sui fatti di Falluja (bombe al fosforo usate dalle Forze Armate americane in Iraq nel 2004 per soffocare la resistenza) viene invece coraggiosamente affrontata facendo luce su fatti “oscurati” da tutti i media. 

In particolare, relativamente a Parmalat, la scoperta di una pinacoteca di proprietà di Tanzi -nascosta per sottrarla ai sequestri e ritrovata grazie a Report (quadri di Monet, Cézanne, Matisse, Van Gogh, Picasso, Magritte …) – fu un servizio di risonanza internazionale. Ranucci volle comunque evitare lo scoop per dare il tempo al recupero dei beni che sarebbero serviti a rimborsare in parte la collettività; entrando poi nella sua sfera personale, ci racconta come questa scelta (colpo giornalistico o senso del dovere) derivasse dall’insegnamento paterno, sempre impostato sui valori del bene comune, dell’importanza di seguire le regole della giustizia, di affrontare le persone in maniera leale.

Per quanto riguarda l’inchiesta irachena, grazie anche a Rai News, tra mille difficoltà ed impedimenti si svelò l’operazione “Falluja, scuoti e cuoci” che il New York Times riprese segnalando la trasmissione come un “baluardo della libera informazione”: utilizzo di bombe al fosforo per stanare i resistenti (“scuoti”) e liberare la città (“cuoci” col fosforo bianco) compiendo una strage di civili. Tutti i media del mondo furono costretti dopo mesi di complice silenzio a parlare dell’orrore di quell’azione bellica che aveva comportato la morte di centinaia di iracheni bruciati mentre tentavano di scappare.

Mai la Rai in 50 anni di storia aveva realizzato uno scoop mondiale.

Per Ranucci è stato molto difficile difendere l’indipendenza della sua informazione: attacchi da destra e sinistra, dalla politica e dal potere, pressioni e minacce non hanno minato la sua convinzione che l’indipendenza non sia uno stato d’animo, ma un percorso fatto di studio, di approfondimento, di continua ricerca di fonti autorevoli attraverso le quali formarsi opinioni e consentire ad altri di farlo. 

Non mancano nel libro riferimenti letterari proprio sulla necessità di essere informati: Ranucci ce lo ribadisce attraverso le parole di Seth Compton (un personaggio dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters), che per tutta la vita si era dedicato ad una biblioteca circolante “per il bene delle menti avide di sapere”.  Ai cittadini che gli chiedevano a cosa servisse conoscere i mali del mondo, lui rispondeva così: 

Scegli il tuo bene e chiamalo bene.

Perché non sono riuscito a farti capire

che nessuno sa cos’è il bene

se non sa cosa è il male;

e nessuno sa cosa è il vero

se non sa cosa è il falso. 

Ranucci ci tiene a non passare per eroe solitario e fa continuo riferimento al lavoro di equipe. Ci racconta poi della gratitudine che nutre per le persone che hanno creduto in lui ed in particolare per Milena Gabanelli che gli consegnò nel 2017  la conduzione della già affermata ed autorevole trasmissione “Report”, e per Roberto Morrione, fondatore di RAI News 24, che per primo ha creduto in lui e lo ha sempre difeso nei tentativi interni alla RAI di silenziarlo.

Ne “La Scelta” l’Autore coglie l’occasione per esprimere la sua gratitudine ad alcune donne incontrate nel corso della sua vita professionale, alle quali è rimasto legato anche affettivamente. A volte il lavoro ha prevalso sulla costruzione di un rapporto stabile e questo aspetto “intimo” ce lo racconta attraverso le parole di Emilia:

“qualcosa si è rotto. L’ho sentito in questi giorni. Oggi è venuto fuori. Ti lascio libero. Anche se lo sei sempre stato. Ma sono certa che la mia uscita di scena ti faciliterà molte cose. ..

Tu vali. Molto. Prova a fare, del tempo che verrà, un progetto vero.

Emilia

Sigfrido Ranucci, giornalista e scrittore, ha realizzato numerose inchieste sulle stragi di mafia tra le quali l’ultima intervista al giudice Paolo Borsellino. Laureato in Lettere alla Sapienza, ha iniziato la sua carriera lavorando a Paese Sera. Nel 1989 è passato al TG3 dove si è occupato di cronaca, attualità e sport, ma è stato anche inviato nei Balcani e a New York per l’11 settembre 2001. 

Nel 2001 e 2002 ha vinto il primo “Premio per l’informazione Internazionale Satellitare” con un’inchiesta sul traffico di rifiuti radioattivi. Nel 2005 ha vinto il Premio “Ilaria Alpi” per l’inchiesta “Servitù Militari”. 

Sempre nel 2005 ha realizzato “Fallujah, la strage nascosta”, un’inchiesta che ha fatto il giro del mondo e che denunciava l’utilizzo del fosforo bianco da parte dell’esercito americano sui quartieri della città irachena. 

Dal 2017 ha sostituito Milena Gabanelli alla conduzione della trasmissione RAI di inchiesta “Report”.

Amedeo Borzillo