Jan Brokken: “La malinconia del viaggiatore” (Iperborea, 2026, trad. Claudia Cozzi), di Rita Mele

Esiste un libro-mondo in grado di farci compiere un viaggio letterario, artistico e musicale in quattordici tappe restando comodamente seduti in poltrona? Ed è possibile che a guidarci sia un autore che ha viaggiato così tanto nella sua vita da aver trasformato la malinconia in una precisa postura dello sguardo?

Questo libro si chiama La malinconia del viaggiatore (De weemoed van de reiziger), il nuovo volume di Jan Brokken pubblicato nella prestigiosa collana Gli Iperborei. Se vi recaste in una biblioteca pubblica e chiedeste la sua esatta collocazione in catalogo secondo la Classificazione Decimale Dewey, sullo schermo comparirebbe una sequenza che per i catalogatori significa una cosa sola: Storia e critica della letteratura incentrata sul tema del viaggio.

Ma un volume del genere è per sua natura ‘multicatalogabile’: sfugge ai codici rigidi per oscillare con grazia tra la saggistica letteraria, la storia dell’arte, la biografia musicale e il reportage geopolitico. Se la rigidità della classificazione prova a metterlo in gabbia una volta per tutte, la scrittura di Brokken — sempre generosa di storia e di cultura — lo trasforma immediatamente in un crocevia dinamico tra letteratura, geografia e partitura musicale. Leggere questo libro, fin dalle prime pagine, è come salire a bordo di una nave e farsi guidare dal suo Capitano alla scoperta di luoghi e persone custodi di memoria. L’itinerario di quattordici capitoli tocca architetture interiori che spaziano dai tormenti sinfonici di Gustav Mahler alla luce mistica sprigionata dalle tele e dalle vetrate di Henri Matisse, fino alla poesia dolente e perseguitata di Osip Mandel’štam.

L’autore ha un’incredibile carriera alle spalle: trentuno opere dal debutto nel 1975 con l’inchiesta d’archivio Mata Hari: la verità dietro una leggenda fino a La scoperta dell’Olanda del 2024, passando per dieci titoli di successo pubblicati con Iperborea dal 2011. Pur non essendo nuovo alla scrittura di viaggio, qui adotta la postura decisa del ‘viaggiatore detective’ della memoria. Brokken, che ha festeggiato da poco il suo settantesettesimo compleanno, si rivela come un investigatore storico e letterario che non si accontenta delle biografie accademiche: sente il bisogno fisico di recarsi sul posto, di misurare lo spazio con i propri passi, di abitare le stanze in cui i protagonisti della cultura hanno generato le loro opere o consumato i loro drammi personali. Se nel 1975 svelava la tragica fine di Margaretha Zelle nelle reti dei servizi segreti della Prima Guerra Mondiale, oggi quella stessa precisione chirurgica da reporter e la sensibilità amplificata del romanziere si fondono nel suo stile per raccontare i luoghi e chi li ha animati o continua a frequentarli. Un approccio incarnato il suo — una vera e propria embodied cognition — che persiste in ogni pagina e che affonda le radici nella sua stessa storia personale, essendo l’autore nato a Leida da padre olandese e madre russa, Han e Olga che nel 1935 partono per Giava per una missione colonizzatrice.

Questa volta Brokken ha scritto, a tutti gli effetti, un libro ubiquo. La sua narrazione si snoda in poco più di quattrocento pagine e abita contemporaneamente ogni meandro della mente del lettore, chiamandolo a una performance sinestesica che impegna visione, linguaggio, intuizione, spazialità, memoria e sensorialità. È un’opera polimorfa che cambia pelle a seconda della pagina che si sfoglia: a tratti è una galleria d’arte, un museo dalle pareti altissime e silenziose; un attimo dopo si trasforma in una soffitta polverosa piena di oggetti ritrovati, o in un cimitero di campagna dove i grandi spiriti riposano sotto una pioggia sottile.

Pagina dopo pagina abbiamo seguito l’autore nel suo libro-mosaico, un’immensa geografia fisica e interiore tenuta insieme da uno sguardo impressionista: Brokken non cattura la realtà nella sua fredda cronaca, ma si posa sui mondi che incontra e va a cercare come la luce sulle cose. Il suo occhio si ferma sulle pieghe di un tessuto o su un oggetto dimenticato in un cassetto. Ed è qui che quel frammento, apparentemente minimo, viene scritto e trasformato in un’enciclopedia di rimandi culturali. La malinconia del viaggiatore si legge cogliendo continui collegamenti sentimentali e ideali tra l’Europa e il Nuovo Mondo. I quattordici capitoli non sono compartimenti stagni, né tappe lineari di un banale itinerario turistico: funzionano piuttosto come porte d’accesso a un immenso condominio della memoria in cui i corridoi del tempo si incrociano e più figure storiche coabitano nello stesso spazio emotivo. I luoghi e le vicende umane, descritti con passione, diventano per noi lettori pretesti per meditare sulle vite degli altri e sulla nostra, in un gioco di specchi e di rincorse. La geografia si dissolve per farsi mappa della mente di chi legge. Storia, arte, letteratura e giornalismo si fondono in un unico itinerario tenuto insieme da una rete invisibile tessuta dal ricordo e dall’emozione.

La malinconia del viaggiatore racchiude nel titolo stesso la sua chiave di volta. La malinconia non viene mai intesa come una passiva tristezza o un semplice rimpianto. Al contrario, a noi lettori randagi arriva come una forza generativa e dinamica, strettamente legata al concetto di weemoed nordica: una malinconia attiva che spinge a cercare e proteggere la bellezza laddove l’uomo rischia di dimenticarla sotto le macerie della Storia.

Questa tonalità emotiva tocca l’apice in quattro momenti topici della narrazione, a cui facciamo solo un cenno per non privarvi del piacere della scoperta personale: la malinconia dello sradicamento di Béla Bartók e Antonín Dvořák; la malinconia della reclusione di Franz Kafka; la malinconia del tempo che consuma i corpi, nello straziante contrasto tra l’immobilità fisica di un Matisse anziano sulla sedia a rotelle e l’esplosione di luce delle vetrate della cappella progettata a Vence per Sœur Jacques-Marie; e infine la malinconia dell’oblio storico e dell’esilio civile, ambientata a Collioure sulla tomba del poeta Antonio Machado, che ha lottato per difendere il valore della parola sotto la dittatura.

Il viaggio letterario di Brokken spazia dal Nord Europa alla Loira Atlantica, fino alle Americhe, ma trova un approdo fondamentale in Italia. L’autore attraversa la penisola passando da Rovereto, richiamato dalla figura di Fortunato Depero e dalla sua ossessione futurista per la macchina e la velocità; scende nei corridoi di Palazzo Ducale a Mantova sulle tracce del Lamento di Arianna di Claudio Monteverdi, evocando il fantasma degli spartiti perduti nel tragico sacco della città del 1630; si ferma a Roma, nella casa di Via del Corso, per rileggere il Viaggio in Italia di Goethe attraverso la lente della grande tradizione filologica, accostandovi il moderno reportage fotografico; infine approda a Napoli, lasciandosi ammaliare dalla sensualità melodica del Teatro San Carlo.

Per gli osservatori stranieri, scrivere di Italia è uno degli esercizi letterari più scivolosi. Il rischio è quello di cadere nella trappola del Grand Tour da cartolina o di indulgere nello sguardo superficiale del turista ammaliato. Eppure, questo libro disinnesca ogni diffidenza: Brokken non scrive sull’Italia, ma attraverso l’Italia, usandola come cassa di risonanza per sentimenti universali. La nostra penisola non ne esce come un semplice souvenir da esibire. Per noi lettori randagi queste pagine risuonano autentiche e prive di retorica perché l’autore si accosta ai luoghi, agli uomini e alle donne della nostra storia culturale con uno sguardo pulito, commosso e mai predatorio.

Il libro ha anche una sua colonna sonora, percorso com’è da una profonda sensibilità musicale. Brokken sa che la musica è l’arte spaziale per eccellenza, capace di viaggiare nel tempo anche quando i corpi sono immobili nello spazio. Nel capitolo Addio a Budapest, lo scrittore ricostruisce con uno scavo bibliografico l’ultimo, disperato concerto ungherese di Béla Bartók prima della fuga transatlantica, ossessionato dal salvataggio dei canti popolari magiari mentre il nazismo cancella i confini d’Europa. Nelle pagine successive segue la spinta creativa che portò Dvořák a comporre la sua celebre sinfonia Dal Nuovo Mondo partendo dai moli di Ellis Island.

Brokken affronta i quattordici capitoli della sua ultima opera come traversate in cui sa farsi da parte per dare la precedenza alle storie: azzera il proprio rumore di fondo da narratore e lascia che a parlare siano i vuoti, i silenzi, le assenze. È una scelta che trova il suo culmine nella destinazione finale del viaggio. L’autore decide infatti di chiudere il cerchio tornando in Europa, conducendoci verso un traguardo ad alta tensione etica e poetica: Tirana.

Nell’ultimo capitolo, ‘Io la invidio’, Brokken bussa alla porta del gigante della letteratura albanese Ismail Kadare, in un incontro di bruciante intensità avvenuto a ridosso della sua scomparsa, nell’estate del 2024. Al centro del dialogo si riverberano i temi dell’ultimo capolavoro-inchiesta di Kadare, Quando un dittatore chiama, interamente dedicato alla storica e ambigua telefonata del 1934 tra Stalin e Boris Pasternak sul destino del poeta dissidente Osip Mandel’štam. Davanti al tiranno che chiama al telefono, la parola del letterato si fa spietata e affilata come una spada per squarciare la cortina dei regimi totalitari.

Jan Brokken ha firmato un’opera che per stile, ritmo, passione, e per un bagaglio di testimonianze di più 78 fonti uniche e 80 volumi esaminati, va ben oltre il reportage di viaggio. 

Se in questi giorni state scegliendo quale libro vi accompagnerà nei mesi estivi, fate spazio in valigia per La malinconia del viaggiatore. Finché ci sarà uno scrittore disposto a entrare nelle stanze e nelle vite degli artisti e salvarne dall’oblio i carteggi, nessuna di queste voci si spegnerà, e i lettori continueranno ad appassionarsi nello scoprirle.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare