È una voce autentica, vibrante, quella che si ascolta leggendo le Lettere di una vita di Irène Némirovsky, di recente pubblicate da Adelphi a cura di Olivier Philipponnat, nella traduzione di Laura Frausin Guarino, che con il suo lavoro ha contribuito alla particolare affezione dei lettori italiani per la scrittrice. Non ci sarebbe potuto essere un titolo più appropriato per questo libro che porta una nuova luce su alcuni momenti cruciali dell’esistenza di Némirovsky.
La scrittrice nasce a Kiev nel 1903 in una ricca famiglia di origini ebraiche. Ogni anno va con i genitori in Costa Azzurra, sulla costa basca o a Vichy, dove si sottopone alle cure termali per via dell’asma. Ed è proprio da Vichy che la futura scrittrice invia la prima cartolina di cui abbiamo testimonianza, un breve messaggio a una conoscente. In seguito alla Rivoluzione, la famiglia fugge in Finlandia e poi, nel 1919, arriva Parigi. Némirovsky si iscrive alla Sorbona, dove studia letteratura russa e letterature comparate e stringe amicizia con René e Madeleine Avot, figli di un industriale del Pas-de-Calais, che sarà poi modello per la famiglia Hardelot nei Doni della vita. A Madeleine, la giovane Irène racconta la scoperta della libertà. Segue le lezioni all’università, «sgobba», va a teatro, frequenta locali chic: «ho ballato senza fermarmi – avevo sette cavalieri solo per me – fino alle due e mezza. Dopodiché, non c’è stato verso di trovare un taxi, così ho dovuto camminare fino a casa, e come mi facevano male i piedi!!!». Sono gli années folles, di cui ci viene offerto un racconto quanto mai fresco e sorprendente: «vivo un po’ da svitata e me ne vergogno». La pioggia e qualche inquietudine la intristiscono di tanto in tanto, ma lei non perde il suo piglio: «Mercoledì sono rimasta a letto tutto il giorno in preda alla più nera malinconia. La ragione? Non ne ho la minima idea. Pene di cuore o indigestione di gamberi, chissà…».
Nel febbraio del 1925, rivela all’amica la sua cotta per Michel Epstein, che sposerà l’anno dopo. Negli anni successivi si lancia nella scrittura. Nel 1929 pubblica il romanzo David Golder, che la porta immediatamente sotto i riflettori. Negli anni a venire, Némirovsky scrive circa un romanzo all’anno, ricevendo sempre una buona attenzione dalla stampa dell’epoca. Nella corrispondenza di questo periodo si rivolge spesso ai critici, in alcuni casi per mandar loro un biglietto riconoscente, in altri per rispondere, con interesse e umiltà, alle osservazioni che le vengono rivolte.
Gli ultimi anni Trenta vedono l’emergere delle inquietudini e la scelta del battesimo. Némirovsky conserva il suo sarcasmo e quando l’influenza la costringe a rinviare l’appuntamento con il vescovo, annota: «La Chiesa cattolica non ha fatto un bell’acquisto con me!». Le lettere degli anni Quaranti raccontano il precipitare della situazione. La scrittrice si rivolge a Julie Dumot, un tempo segretaria di suo padre, affinché in caso di arresto si occupi delle figlie. Le indirizza una lettera-testamento per indicarle in quale ordine svendere i beni, una volta che i soldi saranno finiti: le pellicce e le stoffe sgraffignate a sua madre, l’argenteria, i gioielli, infine, «in caso di assoluta necessità […] il manoscritto di un romanzo che forse non avrò il tempo di finire e che si intitola Tempesta in giugno». È il bene più prezioso, l’ultimo di cui disfarsi.
Irène Némirovsky è arrestata il 13 luglio 1942. Il 16 luglio invia un ultimo biglietto al marito e alle figlie: «Che Dio ci aiuti». Le lettere dell’ultimo periodo sono quelle più toccanti e forse anche le più note, quelle più spesso riprese dalla critica. Eppure, sarebbe un’ulteriore beffa della storia se permettessimo alla tragedia di offuscare la vitalità della scrittrice, la spontaneità della giovinezza, l’ironia costante, la sete di libertà che questa corrispondenza, nel suo insieme, ci trasmette con vigore.
Teresa Manuela Lussone
Teresa Manuela Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014). Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier.
Margaret Atwood, autrice di culto, con Il canto di Penelope, il mito del ritorno di Odisseo (Ponte alle Grazie), il cui titolo originario è The Penelopiad, propone una rielaborazione del mito classico in una forma originale e anticonvenzionale.
La Atwood utilizza un particolare espediente letterario per cui Penelope ci racconta la sua storia dall’Ade, cioè dall’Aldilà, e con questa figura femminile l’autrice dà vita a un personaggio ironico, intelligente, irriverente e sferzante, riferendosi al maschilismo e alla misoginia presenti nella società antica così come, in forme differenti, nel nostro mondo contemporaneo.
Quella moglie fedele e passiva che ci viene tramandata dal mito classico e dall’Odissea, diventa dunque un personaggio con una voce forte e determinata, una donna leggendaria che non vuole più essere semplicemente narrata dagli altri, nel suo essere stata data in sposa ad Odisseo e poi nella lunga, nella lunghissima attesa del suo ritorno e nel suo essere assediata da pretendenti che l’hanno considerata solo un oggetto attraverso il quale ottenere potere e ricchezza, ma per le prima volta parla di sé e di ciò che accade dal suo punto di vista.
Quindi l’autrice riesce a farci riflettere su quale sia la rappresentazione dei personaggi femminili nella mitologia e anche in molta letteratura successiva in quanto spesso essi non hanno una voce propria. Invece ne Il canto la voce di Penelope diventa potente e forte nel raccontarci la sua vita e le sue scelte personali (nella narrazione della Atwood non si esclude nemmeno l’ipotesi che Penelope sia stata infedele ad Odisseo e abbia avuto come amante Anfinomo, il migliore dei Proci, l’unico fra loro dotato di kalokagathìa).
‘’Ora che tutti gli altri hanno parlato a perdifiato è giunto il mio turno. Lo devo a me stessa.Ci sono arrivata per gradi: narrare è un’arte minore, la esercitano donne anziane, mendicanti girovaghi, cantanti ciechi, ancelle, bambini- gente che ha tempo a disposizione. Una volta si sarebbe riso di me se mi fossi atteggiata a menestrello (…) ma adesso che valore ha l’opinione degli altri? Qui ci sono solo ombre, echi. Tesserò dunque la mia tela’’
Nella nota finale del romanzo l’autrice specifica che deve a The Greek Myths di Robert Graves l’ipotesi per cui Penelope – con le sue dodici ancelle, che verranno in seguito impiccate da Odisseo per essersi concesse ai Proci – potrebbe considerarsi anche la sacerdotessa del culto di una divinità femminile.
Infatti la Atwood, che intervalla ogni capitolo con il coro delle ancelle -un tributo alla presenza del coro greco e da sempre una versione burlesca dell’azione principale-, ad un tratto fa dire al coro ‘’le dodici fanciulle lunari, compagne di Artemide, la dea della luna, vergine e implacabile…’’. Le dodici ancelle di Penelope sono considerate colpevoli quando in realtà hanno subito una violenza dai Proci, e anche durante il processo immaginario che la Atwood imbastisce verso la fine del romanzo, la loro voce di vittime di Odisseo verrà abbastanza ignorata fino a quando non ricorreranno alle Erinni per farsi ascoltare. È interessante la scelta letteraria dell’omicidio per impiccagione delle ancelle di Penelope, infatti qui l’autrice si riferisce a uno dei mezzi con cui in seguito verranno assassinate dopo molti secoli le donne accusate di stregoneria.
In tutta l’opera della Atwood, attraverso uno stile fluido e ironico che cattura e diverte, c’è in realtà la denuncia di una serie di violenze subite dalla donna nella società patriarcale.
Esilarante e al tempo stesso amaro il capitolo Vita domestica nell’Ade, in cui lo spirito di Penelope racconta le sue brevi visite attraverso una medium nel nostro mondo contemporaneo.
‘’Chi è questa <<Marylin>> che piace tanto a tutti? E <<Adolf>> chi è? Parlare con certa gente non è altro che un esasperante spreco di energie. Ma è solo scrutando attraverso questi piccoli buchi della serratura che riesco a seguire le tracce di Odisseo, quando non è quaggiù, nel suo aspetto che mi è familiare’’
Infatti Odisseo, nella fantasia della Atwood, si abbevera di frequente nell’Ade alle Acque dell’Oblio per tornare nel mondo dei vivi, a differenza di Penelope che preferisce restarsene nel regno dei morti piuttosto che vivere nuove vite. E che sempre rimane in una perenne attesa del suo ritorno.
‘’Ho capito che i pericoli sono pari a quelli dei miei tempi, ma la miseria e la sofferenza sono molto più estese. Quanto alla natura umana è, come sempre, infame…Nessuno di questi argomenti può frenare Odisseo. Capita qui per un po’, si mostra felice di vedermi, afferma che stare a casa con me è l’unica cosa che abbia mai desiderato (….) e mi pare di riuscire a perdonargli tutto quello che mi ha fatto passare e di poterlo accettare così com’è, con i suoi difetti, ma quando inizio a credere che questa volta non stia mentendo, eccolo correre di nuovo verso la Fonte del Lete pe poter nascere un’altra volta.’’
Il canto di Penelope è una narrazione coinvolgenteche l’autrice realizza con maestria e creatività e che ha vari punti di connessione con il suo più famoso romanzo Il racconto dell’ancella, (The Handmaid’s Tale), perché in quest’ultimo, come ne Il canto di Penelope’, è centrale e originale il modo in cui viene affrontato il tema del potere e della subordinazione femminile nelle società di ogni tempo.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).
Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Nel 2022 ha ricevuto menzione d’onore con un racconto alla III edizione del Premio Carlo Gesualdo e alla II edizione del Premio I Ponti dell’Arte, inoltre è stata pubblicata a sua cura la raccolta In viaggio (Cervino Editore 2022). Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).
Una nazione, una città, un luogo può essere raccontato in molti modi. Se quel luogo è Lammerica, gli Stati Uniti, New York City il compito può essere difficile e facile allo stesso tempo: difficile perché sono moltissimi i punti di vista possibili e infinite le sfaccettature. Facile per lo stesso motivo: la città che non dorme mai offre infiniti spunti, infiniti scenari, infinite storie vere o verosimili. Se poi quella città la si conosce molto bene come nel caso di Antonio Monda che ci vive ormai da tre decenni allora scrivere un romanzo ambientato tra Washington Square e Gramercy Park o tra Cobble Hill e l’Empire State Building non è un’impresa ardua e complicata. “Il numero è nulla” (Mondadori, 271 pagine, 19 euro) è il recente romanzo di Antonio Monda che, come ha detto lo stesso autore, racconta “la città che mi ha adottato trent’anni fa”. E costituisce il nono capitolo di una saga di dieci volumi iniziata con il libro ‘Nella città nuda’ del 2013 che, peraltro, ricorda il titolo del film di Jules Dassin ‘La città nuda’ del 1949.
Ogni romanzo precedente dedicato da Monda a New York affronta un decennio del Novecento. “Il numero è nulla” racconta gli anni Trenta, il decennio del presidente Franklin Delano Roosevelt, il periodo che segna la fine del proibizionismo, la fine della Grande Depressione e l’inizio della rinascita che vedrà New York diventare la capitale del mondo. Però quelli sono anche anni di grande violenza e di grande corruzione in cui le regole della criminalità si imponevano nelle strade e nei quartieri più malfamati. In questi ambienti corrotti, violenti e degradati Antonio Monda immagina un personaggio, un killer professionista, assoldato da un famigerato malavitoso realmente esistito, Bugsy Siegel. Che aveva un profilo del tutto particolare: era un pericoloso criminale ma al tempo stesso aveva una grande visionarietà, una grande capacità di vedere il futuro e di forgiarlo persino. Aveva ciò che gli americani chiamano ‘vision’. Fu lui a concepire e a inventare Las Vegas, la città nel deserto. Amava vestire bene e amava la bella vita. Era un dandy. Tutte caratteristiche tipiche del boss mafioso che ricordano alcuni tratti tipici di don Vito Corleone nel film ‘Il Padrino’. Il killer assoldato da Bugsy Siegel vive in una sorta di alone misterioso dovuto anche al fatto che l’autore sapientemente non dice mai il suo nome ma solo il suo soprannome: il Vescovo, che ha un padre pio, onesto e religioso. Il quale aveva sognato per il figlio una carriera ecclesiastica, immaginandolo non cardinale o Papa perché gli sembrava eccessivo ma vescovo. Un vescovo gode del rispetto della collettività, viene chiamato ‘eccellenza’ e ha anche un certo potere. E in effetti l’uomo che lavora per Bugsy Siegel il rispetto e il potere se lo conquista: uccidendo. Di lui non sappiamo molto. Sappiamo che è un italoamericano che viene da genitori siciliani, originario di Lercara Friddi, lo stesso paese da cui venivano i genitori di Frank Sinatra e da cui veniva Lucky Luciano.
Il personaggio del Vescovo, che non è un eroe ma un antieroe in quanto criminale, non riesce a suscitare nel lettore un totale e definitivo senso di ripulsa. Anzi si può cogliere in questo personaggio certamente non un senso di redenzione ma un certo senso del sacro: quando uccide, il Vescovo cerca sempre lo sguardo delle sue vittime. In una sorta di etica personale e criminale cerca di non uccidere mai alle spalle. Lo fa solo una volta. Vuole vedere l’ultimo sguardo della persona che uccide, vuole vedere il momento della morte perché lì risiede ‘l’autenticità’. E quel momento ultimo, definitivo e drammatico in quanto autentico ha qualcosa di sacrale.
‘Black is the color, none is the number’: ‘il colore è nero, il numero è nulla’ cantava Bob Dylan. New York è una città violenta, dura, spietata eppure meravigliosa che ha dato vita a grandi scrittori e a grandi artisti. Viene in mente il verso, bello, accattivante e malinconico, di Fabrizio De Andrè “…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascon i fior…” così è New York che, pur essendo violenta, dura e spietata ha dato vita a opere memorabili come, solo per fare qualche esempio, l’Empire State Building, il Chrysler, il Cotton Club. Questo romanzo “Il numero è nulla” – in cui ci sono riferimenti molto belli a posti realmente esistenti come il pub Dorian’s Inn accanto all’Empire, a Luchows sulla quattordicesima, a Scarpato’s a Coney Island, a Venerio’s la famosa pasticceria dell’East Village o Delmonico primo ristorante di Manhattan nel Financial District – non è solo una storia di criminalità ma è una dichiarazione d’amore di Antonio Monda per la città che lui ha scelto e che lo ha scelto.
Francesco Neri
Francesco Neri è giornalista professionista dal 2002. Ha frequentato la scuola di giornalismo della Luiss di Roma. Ha lavorato come redattore per la casa editrice Editalia, per il quotidiano Il Manifesto, per Il Diario della settimana di Enrico Deaglio, per le pagine romane del quotidiano La Stampa, per l’agenzia Adnkronos. Collaboratore della rivista online Transizione.net. Docente a contratto presso l’università La Sapienza. E’ stato direttore responsabile del giornale POLIZIA E DEMOCRAZIA, versione cartacea e online. Ha lavorato e lavora per la RAI, Giornale radio, Unomattina, Ballarò, LaGrande Storia, Caterpillar estate, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. E’ inoltre autore Rai, televisivo e radiofonico, e conduttore delle trasmissioni della Rai Passioni e Vite che non sono la tua in onda su Rai Radio Tre. Ha curato il volume Dal nostro inviato, uscito da Editori Riuniti e ristampato da Bulzoni. Ha firmato, insieme al magistrato Catello Maresca, il libro uscito da Garzanti L’ultimo bunker, la storia della cattura del capo dei capi del clan dei Casalesi Michele Zagaria, successivamente raccontata in televisione dalla trasmissione La tredicesima ora di Carlo Lucarelli e dalla fiction televisiva di Rai Uno Sotto copertura 2.
In una epoca in cui misuriamo le distanze economicamente e temporalmente, escogitando mezzi di locomozione più o meno verdi o viviamo la stasi incipiente della transizione digitale, che senso ha il camminare e il dove camminare? Trascurando la mobilità consumistica e quella sportiva, esiste una altra dimensione che confina con il fantastico e con l’avventura, il piacere di scoprire non solo luoghi nuovi, ma storie antiche e moderne, vecchi saperi e tradizionali sapori, personaggi e persone. La meta ha un puro significato di orizzonte, quello che conta è il percorso e il fluire della nostra coscienza. Capitalizziamo emozioni, dove riemerge il fanciullino di pascoliana memoria o lo stupore dei personaggi leopardiani. I cammini hanno come pietre miliari molti libri e racconti che hanno raccolto emozioni, osservazioni, riflessioni di viandanti, a queste pietre miliari oggi se ne aggiunge una altra scolpita da Antonio Corvino. Il libro dal titolo “Cammini a Sud, sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”, pubblicato da Giannini editori, si apre con una dedica agli Angeli dei pellegrini e ai viandanti e in cinque capitoli ripercorre un itinerario non turistico, ma letterario. C’è da chiedersi ma i pellegrini hanno degli angeli? Sicuramente non si viaggia mai soli, nel caso di Corvino, il protagonista viaggia con due spiritelli “Scazzamurieddhu” e “Shacuddhi”, impersonificazione dell’ambivalenza umana e dei suoi processi dialettici. Ma i due spiritelli sono solo estroflessioni del proprio io o rappresentano anche indirettamente dei genius loci, come le antiche storie ci tramandano. Vivono con noi o anche fuori di noi. Non lo sapremo mai, ma sicuramente avvertiamo la loro presenza. I piani storici di questa transumanza umana si sovrappongono e si mischiano facendo rivivere antiche divinità, eroi, anarchici, briganti, santi e arcangeli, riscoprendo antiche mura, torri che ancora sfidano il cielo, castelli silenziosi a guardia di niente, chiese, scrigni di arte e di riti del passato. Un caleidoscopio assimilabile ad un moto browniano, dove si riafferma la multidimensionalità della nostra coscienza e la sua percezione atemporale. L’esperienza di vita di Antonio Corvino, economista, saggista e poeta, si è concretizzata in forma letteraria nel racconto di alcuni cammini del Sud Italia che hanno interessato tre regioni la Campania, il Molise, la Puglia, alla ricerca di identità culturali, storiche e sociali. Un grande patrimonio naturalistico e culturale da valorizzare che ancora trova un modesto interesse da parte delle Istituzioni, ma che può costituire un volano di sviluppo e soprattutto per le giovani generazioni occasioni di occupazione e di attività imprenditoriali, pur nel rispetto del paesaggio e dell’ambiente.
Alcune esperienze di cammino di Corvino erano state già oggetto di pregevoli articoli apparsi sulla rivista Politica meridionalista. Civiltà di Europa dell’Associazione internazionale Guido Dorso. I cammini tuttavia non riguardano solo sentieri, tratturi o terre isolate o paesaggi incontaminati, interessano anche strutture urbane con livelli di lettura più complessi da decifrare. Le riflessioni che seguono sono più mirate a discutere sui tradizionali cammini e meno su quelli di carattere cittadino.
Che cosa è un cammino? Sembra una domanda banale, ma non lo è.
Un percorso fisico facile o difficile, misurato prima dalla fantasia e dalla curiosità del potenziale camminatore, successivamente dalla fatica muscolare, dal sudore, ma anche dalla visione di paesaggi, ma soprattutto dalla memoria dei luoghi. Il cammino è una sfida con se stessi, un confrontarsi con la natura e immergersi in essa. Pietre, terra, acqua, pioggia, vegetazione e fauna visibile o nascosta sono i compagni giornalieri di un camminatore. Sicuramente, senza richiamare gli archetipi junghiani, vi sono motivazioni profonde che spingono e hanno spinto nei secoli a camminare. Sicuramente una certa modernità ha messo da parte queste esperienze del passato, favorendo la mobilità veloce, alla mobilità lenta. Sono cambiate anche le abitudini di vita, le comodità sono prevalse sulle scomodità, il facile sul difficile, si è indebolito lo spirito di avventura, ma anche il senso del rischio. Oggi assistiamo sempre più ad una riscoperta di queste antiche esperienze anche se l’Italia pur essendo ricca di percorsi è in ritardo rispetto ad altri paesi, tra cui soprattutto emerge la Spagna. Il libro di Antonio Corvino è una opera letteraria che si libra fra la realtà fisica, sogno e la memoria presente e atavica dei luoghi. Un’opera che si inserisce nel filone della riscoperta dei luoghi e dalle loro stratificazioni culturali. Una domanda si pone. È solo una opera di riscoperta, nata dal piacere dell’autore o anche un tentativo di valorizzazione dei luoghi? La lettura di questo libro, che nasce dall’esperienza diretta dell’autore, è solo una forma di piacere culturale? una possibile guida, alla maniera salgariana, di avventure, di viaggi di valore culturale o di fantasia? una forma di esortazione paideutica a intraprendere esperienze antiche e fuori dalle mobilità moderne soprattutto per le giovani generazioni. Con le tipiche deformazioni dell’economista, ritengo che questo libro possa essere di incitamento per lo sviluppo economico di tanti territori e soprattutto delle aree interne. Il Mezzogiorno è ricco di cammini naturalistici nelle zone costiere, ma anche nella zona appenninica, oltre i percorsi di carattere religioso anticamente usati per raggiungere la terra santa o i santuari di cui è ricco il territorio. Pur rispettando la natura dei cammini, la loro storia, come le antiche memorie ci tramandano, possono essere implementati una serie di servizi lungo i percorsi che spaziano dalla ristorazione, all’alloggio, al trasporto di bagagli e all’editoria culturale per l’approfondimento della memoria dei luoghi. I cammini vivacizzano e fanno rivivere l’artigianato locale e la biodiversità, rafforzando le identità e le radici stesse della comunità. Inoltre possono costituire nuovi gangli di produzioni locali e di filiere commerciali, volte a valorizzare le enogastronomie. Essere una tappa di un cammino diventa una forma di identità di luoghi ormai quasi cancellati dalle carte geografiche. I luoghi dell’abbandono possono ridiventare luoghi di vita e di produzione, diventando le novelle Sirene per non far partire tanti giovani verso altre terre, anzi possono diventare attrattori per tanti giovani che vogliano fondare la loro vita su variabili diverse. Esistono tuttavia non solo servizi tradizionali ma nuove competenze che possono essere appannaggio delle nuove generazioni come l’architettura dei cammini, che richiede una visione multidisciplinare che da una parte rispetti il principio DNSH e dall’altra crei quelle condizioni minime di sicurezza nel percorso e aiuti soprattutto i camminatori ad avere una chiara percezione dei rischi a cui possono andare incontro. Il tracciamento dei cammini richiede uno studio approfondito della fauna e della flora dei luoghi, della loro geologia, ma anche della loro storia. Assume rilievo anche la segnaletica e i tabelloni cartografici che richiedono una opportuna pianificazione e una standardizzazione, facilmente interpretabile da camminatori italiani ma anche stranieri. La transizione digitale offre oggi una grande possibilità di rispettare la natura dei luoghi in maniera non incisiva. Anche l’utilizzo intelligente dei droni può essere utile nella costruzione dei cammini offrendo una visione del territorio integrale. Una altra professione è la guida dei gruppi che percorrono i cammini, soprattutto quelli che manifestano maggiori difficoltà. Negli ultimi anni la cultura dei cammini ha avuto uno sviluppo anche in diverse regioni italiane, molte volte trattasi di iniziative locali che non rientrano nella pianificazione culturale e turistica delle Regioni. Una attenzione diversa oggi è stata fornita dal PNRR e dal piano strategico del turismo 2023-2027. Sarebbe utile che le varie regioni facendo uso dei fondi comunitari 2021-27 incentivino queste come di mobilità interagendo fra di loro, in quanto molti cammini per loro natura sono interregionali. Due importanti annotazioni sono contenute nel piano strategico del turismo già citato:
Turismo religioso e dei cammini
Il turismo religioso gode dell’indubbio vantaggio del forte legame che si crea tra luoghi di culto e fedeli. Le mete religiose non possono approfittare di questo vantaggio se offrono servizi dequalificati e a basso valore aggiunto. La sfida principale delle policy di segmento è quella di accompagnare la qualificazione dell’offerta (ospitalità e ristorazione in particolare) puntando sulla sostenibilità ambientale e sulla digitalizzazione e mantenendo, al contempo, un livello dei prezzi accessibile al vasto segmento dei fedeli. Il sistema del turismo lento e dei cammini in Italia in quanto forma di turismo sostenibile e inclusivo (ridotto impatto ambientale, volano di sviluppo economico e sociale di aree marginali) deve essere sostenuto da specifiche politiche di incentivazione e sostegno:
un sistema di infrastrutture adeguato a pellegrini ed escursionisti, come l’ospitalità a basso costo (laica o religiosa);
un sistema di manutenzione costante, adeguato al percorso e alla segnaletica;
una campagna di promozione internazionale partendo proprio dalla collaborazione con ENIT, Agenzia Nazionale di Promozione del Turismo all’estero;
la creazione di un osservatorio permanente per monitorare e misurare il passaggio e l’arrivo dei pellegrini e il loro impatto economico;
incentivi per la predisposizione e/o il miglioramento dei servizi di supporto per il pellegrino come trasporto zaini, wi-fi, caricatori per biciclette elettriche, ecc.
Turismo delle radici
Il turismo delle radici è stato oggetto di attenzione anche da parte del PNRR, una parte del quale è dedicato a politiche per il turismo. Il progetto, che si trova all’interno dei programmi rivolti alla collettività italiana all’estero, prende il nome di “Turismo delle Radici – Una Strategia Integrata per la ripresa del settore del Turismo nell’Italia post Covid-19”, di cui è responsabile il MAECI. Lo scopo complessivo è stimolare l’occupazione giovanile, sostenendo la formazione di nuove figure professionali specializzate e sviluppando forme di aggregazione tra nuovi occupati e persone con esperienza nel settore del turismo.
Il PNRR ha dato una particolare attenzione allo sviluppo dei Borghi , di cui è ricco il nostro paese, ma ha trascurato le interconnessioni e le strade di collegamento fra di loro vedendoli come centri isolati e non come sistema articolato di cammini. I cammini sicuramente possono essere dei capillari dello sviluppo che vivificano i territori, soprattutto delle cosiddette aree interne o aree di mezzo, come , usa chiamarle Corvino. Occorre una strategia sistemica che partendo dalla formazione professione degli architetti/tracciatori alle guide, incentivino le forme imprenditoriali soprattutto di giovani che possano fornire i servizi anche differenziati in funzione della tipologia dei viaggiatori. È ora che le Regioni assumano una responsabilità diversa nella pianificazione e gestione dei cammini, non solo contribuendo allo sviluppo di attività produttive funzionali, ma anche tutelandoli ed evitando che speculazioni edilizie/commerciali possano prendere il sopravvento distruggendo la loro bellezza e autenticità. Le pagine curate da Antonio Corvino, al di là della illustrazione dei paesaggi e della ricostruzione delle stratificazioni culturali dei territori, ci offre anche uno spaccato delle esigenze del camminatore. Dopo queste sintetiche riflessioni sia di carattere letterario, che economico, mi chiedo, che cosa questo libro offre ai lettori. Sicuramente una emozione, che non nasce solo dalla voglia e dalla curiosità di ripercorrere sentieri, tratturi, ma dal seguire il flusso della propria coscienza vagando tra sogno e fantasia in un mondo dove le antiche Muse riprendono a danzare.
Francesco Saverio Coppola
Francesco Saverio Coppola
Segretario generale Associazione internazionale Guido Dorso, coordinatore A.I.M (Alleanza Istituti di ricerca e di cultura meridionalisti), Presidente Bri Banca delle risorse immateriali, Coordinatore Comitato scientifico Osservatorio di Economia e Azione sociale, Presidente Gruppo Seniores Banco di Napoli, Presidente Centro studi Carlo Cattaneo. E’ amministratore della società Ingenius Consulting Service per il supporto alla progettazione a Imprese ed Enti per investimenti con utilizzo fondi PNRR e Fondi comunitari. Fa parte e ha fatto parte di comitati scientifici e consigli di Istituzioni meridionaliste tra cui Svimez. E’ stato capo dell’Ufficio studi del Banco di Napoli e Direttore generale di S.R.M ( Studi e Ricerche del Mezzogiorno) del Gruppo Intesa Sanpaolo. E’ stato assessore tecnico alle Finanze del Comune di Benevento. Giornalista, saggista, curatore e autore di diversi libri a carattere economico e sociale, docente universitario, dirige e ha diretto riviste di carattere economico e culturale (Rassegna economica, Dossier UE, Nuove Frontiere, Politica meridionalista. Civiltà di Europa ecc)
Nato a Napoli, ha maturato in ambito aziendale, in ambito universitario, in ambito istituzionale, in centri di ricerca e di promozione sociale molteplici esperienze nel campo dell’economia delle imprese pubbliche e private, della finanza privata e pubblica, dell’economia bancaria, del marketing territoriale. Ha maturato esperienze nel settore delle infrastrutture materiali e immateriali, nel settore della logistica e della mobilità urbana. Ha sviluppato significative competenze manageriali nella direzione di strutture bancarie, di strutture associative, di strutture pubbliche e di attività progettuali. Si è specializzato in operazioni di risanamento, ristrutturazione e riequilibrio finanziario di aziende pubbliche e private.
Si è specializzato sull’ intervento pubblico in economia a livello nazionale, europeo e degli Organismi internazionali. Ha curato studi sull’innovazione e sulla sua diffusione. Ha curato azioni e studi per lo sviluppo e la promozione dei territori. Ha sviluppato esperienze di studio e operative nel mondo non profit, con particolare attenzione ai processi di coesione sociale e di economia del bene comune e alla finanza etica.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori.
Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.
In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma nord-atlantico su di essa, dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più compromesso.
Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi di cui “Cammini a Sud” è il primo ad essere stato pubblicato.
Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.
Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.
Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.
Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali. Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo.
Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.
“La cuffia bianca chiusa nel pugno, i capelli che si irradiano intorno al mio viso come una rosa, sollevati dal vento dei molti mari”
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‘’Il Diavolo saltabecca tra le nubi d’autunno che sembrano lembi di pelle staccata. Il Diavolo ancheggia, il Diavolo danza. Danza come farebbe una fanciulla dai fianchi sottili, i capelli che le ricadono scarmigliati sulle spalle. Fiammeggiante. Ora che le notti si sono allungate, di sera potrebbe presentarsi di porta in porta assumendo le sembianze di un ambulante dalla carnagione scura, che apre il cappotto alle comari e alle donzelle stupefatte…’’
Con ‘Le streghe di Mannintree’ ci troviamo davanti a una narrazione d’esordio potentissima, quella di Amy Katrina Blakemore che ha realizzato uno dei migliori romanzi storici mai scritti da decenni e pubblicato di recente da Fazi.
In inglese la parola strega, witch, deriva dalla parola wicce, che vuol dire mago, veggente, sciamano. Ma può significare anche saggio. La strega è una donna saggia. A partire dal Rinascimento in Europa si scatenò una violenta persecuzione verso donne accusate di essere streghe, di unirsi carnalmente con il diavolo, di provocare tormente, di volare. Sulla base di queste assurde accuse, in tre secoli furono assassinate almeno tre milioni di donne, oltre a quelle esclusivamente incarcerate, interrogate e torturate per poi essere costrette all’abiura. È impossibile conoscere il numero esatto dei processi in quanto molti atti non sono conservati. È stato l’Olocausto delle donne, considerate le emissarie del diavolo. In realtà queste donne vivevano ai margini della società, ed erano spesso molto stimate nei borghi e nei paesi, anche se considerate strane, bizzarre; esse a volte svolgevano il mestiere di curatrici e levatrici, erano donne sagge che sapevano di erbe e di unguenti. Il mestiere di curare il corpo, e a volte anche l’anima, si trasmetteva di madre in figlia. A volte, come si racconta in questo romanzo, si trattava esclusivamente di donne povere, sole e con esistenze vissute ai margini della società.
Come è noto già nel 1484 una Bolla papale di Innocenzo VIII ha consegnato al furore del fuoco molte donne sospettate di adorare il Diavolo a cui è seguita la famosa opera scritta nel 1486 di due inquisitori domenicani chiamata, Malleus Maleficarum. In quest’opera viene detto che ‘’la stregoneria sorge dall’appetito carnale che nelle donne è insaziabile’’, che ‘’quando una donna pensa con la propria testa, pensa male’’ e così via. Dopo più di due secoli questo libro girava ancora per l’Europa, e attraverso le sue parole si poteva ancora perseguitare e uccidere. E questo appunto avviene nella storia de ‘Le streghe di Manningtree’, dove colpisce sia la particolarità della vicenda realmente accaduta che la descrizione analitica di alcuni personaggi davvero esistiti, tuttavia, come sempre avviene nel romanzo storico, l’invenzione, si mescola alle fonti ai dati documentati e in questo caso, a tratti, si intreccia anche ad elementi surreali di grande visività.
Come la stessa Blakemore precisa nella nota finale relativa alla caccia alle streghe in Inghilterra ‘’John Stearne e Matthew Hopkins negli anni che vanno dal 1644 al 1646 si stima abbiano contribuito alla condanna a morte per stregoneria di un numero di donne che oscilla tra le cento e le trecento, oltre ad alcuni uomini …la caccia alle streghe durante la guerra civile fu un periodo di persecuzione senza precedenti che gli storici hanno attribuito a una miriade di fattori sociali, religiosi economici e locali: il vuoto delle istituzioni e la carestia diffusa generati dalla guerra, un anticattolicesimo virulento…>>. L’evento si svolge nella contea dell’Essex, in cui un gruppo di donne, vedove o nubili, povere, spesso sboccate, dalla lingua tagliente e poco remissive, tra cui spicca la madre della protagonista Rebecca, la cosiddetta Beldam West (bella e dannata), -definita dalla stessa figlia ‘donnaccia, compagna di bevute, madre’– a causa di una circostanza tragica (l’improvvisa malattia e la morte inspiegabile di un bambino), verranno accusate di stregoneria. In questo contesto compare e agisce come un uccello del malaugurio il personaggio di Matthew Hopkins, figura poco chiara di nuovo locandiere, avvocato e soprattutto di sedicente Inquisitore generale. Con maestria la Blakemore ci descrive un uomo della cui vita storicamente si conosce poco, l’unica cosa certa è che sia morto molto giovane di tubercolosi, ma, come ella stessa specifica; ‘’non ci è dato sapere se veramente credeva alla sua causa aderendo al dogma puritano della narrazione e quindi alla necessaria estirpazione della stregoneria oppure se fosse solo un vile opportunista assetato di denaro’’. L’autrice ci racconta un uomo sfaccettato, contorto, assetato di potere, freddo e provvisto di una crudeltà sottile, che tuttavia si commuove e si invaghisce a suo modo di Rebecca West, decidendo in qualche maniera di salvarla; si instaura infatti fra i due un rapporto simile a quello tra una vittima e un carnefice, che tuttavia alla fine si ribalterà in maniera assolutamente inaspettata a favore della ragazza.
Colpisce inoltre moltissimo lo stile della Blakemore; innovativo, originale, lirico e fiabesco (si vuole ricordare anche l’ottima traduzione di Velia Februari), con il quale realizza una narrazione di grande visività in cui si uniscono immaginifico e reale, mistero e ferocia. Si tratta di un linguaggio a tratti lirico, sempre evocativo. Il personaggio di Rebecca West spicca in un sapiente amalgama di acume mentale, giovinezza e disincanto.Si tratta di un personaggio complesso con un suo microcosmo intimo e personale, con una spinta e un desiderio di vivere molteplici esperienze in varie direzioni; dall’esplorazione della natura, alla sperimentazione dell’amore, alla conoscenza del mistero e del sovrannaturale. Spinta dalla crudezza della realtà acquisterà il necessario disincanto per sopravvivere, sceglierà di mentire, ma al tempo stesso proverà rabbia, si vendicherà e infine la sua sarà una vera e propria ricerca di libertà. Blakemore le reinventa una vita perché nella realtà dei fatti storici documentati, come viene chiarito nella nota finale, il nome di Rebecca West, dopo la confessione, sparisce dagli atti processuali e di lei si perde ogni traccia, ma nell’invenzione letteraria dell’autrice la vita del suo personaggio continua in una forma assai originale.
Nonostante ‘Le streghe di Manningtree’ si riferisca a una vicenda storica realmente accaduta nel 600’ può definirsi un romanzo estremamente moderno per il modo in cui indaga sulle convenzioni e le regole di un sistema sociale molto rigido e ristretto, dove chi non è conforme, chi non è omologato, chi vive una qualsiasi forma di diversità può facilmente diventare il capro espiatorio di un’intera comunità. Inoltre è moderna e disincantata la maniera in cui l’autrice indaga nel rapporto tra madre e figlia. Tra la Beldam West e Rebecca West persiste fino alla fine una dinamica affettiva conflittuale di luci e ombre, rabbia e desiderio di annientamento reciproco, ma nello stesso tempo di grande complicità e vicinanza. Alla fine sarà la stessa Beldam West a incitare la figlia a prestare falsa testimonianza per salvarsi la vita. La Blakemore, immaginando un destino diverso per Rebecca West, attraverso una narrazione viscerale e magmatica, pone l’attenzione sull’istinto di sopravvivenza e su un’aspirazione alla libertà valida in qualsiasi tempo. Un libro potente e folgorante che ci parla con sincerità di libero arbitrio.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).
Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Nel 2022 ha ricevuto menzione d’onore con un racconto alla III edizione del Premio Carlo Gesualdo e alla II edizione del Premio I Ponti dell’Arte, inoltre è stata pubblicata a sua cura la raccolta In viaggio (Cervino Editore 2022). Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).