In occasione di una recente presentazione pubblica, Gabriel Zuchtriegel, già direttore del Parco Archeologico di Paestum e attualmente alla guida di quello di Pompei, ha proposto di riconoscere nella pittura della lastra di copertura della Tomba del Tuffatore il paesaggio del porto di Agropoli.
Secondotali dichiarazioni, vi sarebbe una «buona probabilità» che la scena rappresenti un paesaggio reale, identificabile con quello della località cilentana. Il giovane raffigurato nell’atto del tuffo starebbe compiendo una prova di coraggio, nell’ambito delle pratiche educative e omoerotiche del mondo greco.
L’affermazione merita un esame critico, non soltanto per l’assoluta mancanza di elementi iconografici e topografici che consentano una simile identificazione, ma anche perché ripropone, come dato sostanzialmente acquisito, un’interpretazione storico-antropologica che non ha mai ricevuto una dimostrazione adeguata.
Il riferimento è alla proposta avanzata da Tonio Hölscher nel contributo Troppo bello per essere reale? Per un’interpretazione sociologica e antropologica del Tuffatore, in A. Meriani, G. Zuchtriegel (a cura di), La tomba del Tuffatore. Rito, arte e poesia a Paestum e nel Mediterraneo d’epoca tardo-arcaica, Pisa, Edizioni ETS, 2020, pp. 499-506, successivamente sviluppata nella monografia Der Taucher von Paestum. Jugend, Eros und das Meer im antiken Griechenland, Stuttgart, Klett-Cotta, 2021, tradotta in italiano con il titolo Il tuffatore di Paestum. Cultura del corpo, eros e mare nella Grecia antica, Roma, Carocci, 2023.

Hölscher interpreta il tuffo come rappresentazione di una pratica reale dell’adolescenza maschile greca, inserita nella fase di transizione alla condizione adulta e connessa alle forme di educazione e di vita aristocratica caratterizzate anche da relazioni omoerotiche. Il gesto sarebbe una manifestazione di coraggio e prestanza fisica, compiuta in luoghi marginali rispetto allo spazio urbano, particolarmente lungo le coste.
La ricostruzione possiede indubbiamente una sua coerenza narrativa. Ma il problema è stabilire se corrisponda a una pratica sociale effettivamente documentata.
Che il tuffo richieda, in determinate condizioni, coraggio e abilità fisica è evidente. Che i giovani greci fossero educati a manifestare tali qualità è altrettanto noto. Ma da queste constatazioni non discende affatto l’esistenza di una specifica consuetudine educativa consistente nell’esecuzione di tuffi da strutture sopraelevate o da scogliere, né tanto meno che tale attività fosse connessa alle relazioni fra erastés ed erómenos.
È precisamente questo collegamento che dovrebbe essere dimostrato. E proprio per esso mancano testimonianze dirette.
Il principale argomento addotto da Hölscher è costituito dalle iscrizioni rupestri di Kalami, sulla costa meridionale di Taso, pubblicate da Yvon Garlan con il contributo di Olivier Masson (Y. Garlan, O. Masson, Les acclamations pédérastiques de Kalami (Thasos), in «Bulletin de Correspondance Hellénique», 106, 1982, pp. 3-22).
Il complesso comprende 58 acclamazioni incise sulle pareti rocciose di una piccola insenatura, databili al IV secolo a.C., nelle quali vengono celebrati giovani per la loro bellezza. Garlan e Masson hanno discusso il carattere omoerotico delle iscrizioni e la possibile relazione del luogo con la frequentazione di gruppi giovanili, prospettando anche un eventuale collegamento con la presenza di efebi.
Si tratta di una documentazione epigrafica di notevole interesse. Ma il suo contenuto non presenta alcuna relazione esplicita con la pratica del tuffo.
Hölscher osserva che le iscrizioni si trovano su pareti rocciose prospicienti il mare, alcune leggibili dall’acqua, e che la conformazione naturale del luogo consentirebbe di tuffarsi da una terrazza soprastante. Ne deduce che i giovani si esibissero nudi in attività natatorie e tuffi davanti agli ammiratori adulti, che ne celebravano la bellezza mediante le acclamazioni rupestri.
Il passaggio argomentativo è tutt’altro che convincente. Le iscrizioni documentano manifestazioni di apprezzamento omoerotico; la conformazione della costa rende possibile l’esecuzione di tuffi. Ma nessun testo menziona tale attività, nessuno celebra una particolare impresa compiuta nell’acqua, nessuno allude a prove di coraggio o a comportamenti prescritti nell’ambito dell’educazione dei giovani.
La relazione fra i due fenomeni non è attestata. È introdotta dall’interprete.
Né la collocazione delle iscrizioni risolve la difficoltà. Che alcune fossero leggibili dal mare non implica necessariamente che i loro destinatari fossero impegnati in attività natatorie. La lettura poteva avvenire anche da un’imbarcazione, possibilità riconosciuta dallo stesso Hölscher.
Sorprende pertanto che lo studioso presenti Kalami come una conferma decisiva della propria interpretazione. L’evidenza epigrafica dimostra l’esistenza di acclamazioni omoerotiche in un ambiente costiero, non quella di una pratica educativa nella quale il tuffo assumesse il valore di prova di coraggio.
Neppure la distanza cronologica fra le iscrizioni di Kalami e la Tomba del Tuffatore è irrilevante. Le prime appartengono al IV secolo a.C., mentre la seconda risale agli inizi del V. Un confronto fra documenti di epoche differenti è naturalmente legittimo, ma presuppone che il fenomeno sociale di cui si intende riconoscere la continuità sia effettivamente attestato. Nel caso in esame, è proprio l’esistenza di quel fenomeno a rimanere indimostrata.
Ulteriori difficoltà riguardano l’interpretazione della struttura dalla quale si lancia il giovane della pittura pestana.
Hölscher riconosce espressamente la mancanza di confronti architettonici precisi. Richiama le fondazioni di una torre tardo-classica nell’area di Kalami, che però si trovano troppo lontano dalla costa per essere pertinenti alla funzione ipotizzata, e propone quindi un confronto con le torri utilizzate per l’osservazione dei banchi di tonni, i thynnoskopéia, supponendo che strutture analoghe potessero essere impiegate anche come piattaforme per tuffarsi.
Ma l’esistenza di torri destinate alla sorveglianza o alla pesca non documenta il loro impiego per esercitazioni o prove giovanili. La possibilità di un utilizzo secondario non costituisce una testimonianza della sua effettiva pratica.
Si introduce così un’ulteriore congettura, che finisce per sostenere un’interpretazione già congetturale.
Non hanno maggiore valore probatorio i confronti antropologici con i tuffi spettacolari praticati ancora oggi lungo le coste mediterranee. Hölscher richiama esplicitamente, a questo proposito, Polignano a Mare, dove si svolgono competizioni di tuffi da grandi altezze, nelle quali i partecipanti esibiscono coraggio, abilità tecnica e controllo del corpo.
L’accostamento può avere un’efficacia suggestiva, ma non possiede alcun valore dimostrativo per la ricostruzione delle pratiche educative greche. A Polignano a Mare siamo di fronte a un’attività sportiva contemporanea, organizzata secondo regole definite, con atleti specializzati e un pubblico di spettatori. Nulla autorizza a proiettare retrospettivamente tale modello nella Poseidonia tardo-arcaica.
L’analogia riguarda esclusivamente la dimensione fisica del gesto e il rischio che esso comporta. Non documenta né la sua funzione sociale nell’antichità né la sua eventuale connessione con le relazioni pedagogico-omoerotiche.
La circostanza che un comportamento possa assumere in epoche differenti un significato agonistico o spettacolare non dimostra che tale significato fosse necessariamente presente in ogni società nella quale esso veniva praticato. Il rischio fisico appartiene alla natura dell’azione; il valore culturale che le viene attribuito dipende invece dal contesto storico.
Un tuffo da un’altezza considerevole può costituire un’esibizione di abilità, una sfida individuale, un gesto ludico o un comportamento rituale. Stabilire quale di questi significati gli fosse eventualmente attribuito nella Grecia antica richiede testimonianze specifiche. Il confronto con Polignano a Mare non può supplire alla loro assenza.
Un ulteriore gruppo di confronti richiamati da Hölscher è costituito dalle tradizioni mitiche relative a Perseo, Teseo e Falanto. Lo studioso riconosce nelle vicende dei tre eroi, pur differenti fra loro, un rapporto significativo fra l’esperienza del mare e il passaggio dalla giovinezza alla condizione adulta. Il mare assumerebbe così il carattere di uno spazio esterno alla società organizzata, nel quale si compiono esperienze decisive per la definizione dell’identità e del ruolo sociale dell’eroe.
Ma il problema non è stabilire se al mare possa essere attribuito un simile significato nella costruzione del racconto mitico. Si tratta piuttosto di verificare se le vicende richiamate documentino effettivamente l’esistenza di una pratica educativa consistente nel tuffo come prova di coraggio. Da questo punto di vista, i tre racconti presentano caratteristiche profondamente differenti, che è necessario esaminare singolarmente, senza ricondurli preventivamente a un medesimo modello interpretativo.
Nel caso di Perseo, Hölscher richiama la giovinezza trascorsa sulla costa dell’isola di Serifo, interpretando il successivo confronto con il re Polidette e l’inizio delle imprese eroiche come il passaggio da una condizione giovanile, vissuta ai margini dello spazio urbano, all’assunzione del ruolo eroico adulto. La tradizione conservata nella Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (II 4, 1-2) riferisce tuttavia soltanto che Danae e il piccolo Perseo approdarono a Serifo, dove Ditti allevò il fanciullo, e che, raggiunta la maturità, l’eroe fu costretto da Polidette a intraprendere l’impresa contro la Gorgone. Non vi compare alcuna indicazione di una giovinezza trascorsa specificamente sulla costa, né di un successivo trasferimento dalla costa alla città come momento di passaggio alla condizione adulta. Tale articolazione spaziale e sociale appartiene dunque all’interpretazione di Hölscher, non alla testimonianza antica. Il racconto, inoltre, non documenta alcuna prova di coraggio connessa al tuffo. Il mare interviene nella vicenda dell’arrivo di Perseo a Serifo, ma non costituisce lo scenario di un’impresa natatoria o di una pratica iniziatica. Anche ammettendo che la tradizione mitica consenta una lettura in termini di passaggio all’età adulta, rimarrebbe del tutto indimostrata l’esistenza di una corrispondente consuetudine educativa consistente nel tuffo, tanto meno connessa alle relazioni omoerotiche.
La vicenda di Teseo presenta una situazione differente e apparentemente più pertinente, poiché comprende effettivamente un’immersione volontaria in mare. Nel ditirambo 17 di Bacchilide (52-129), durante il viaggio verso Creta, Minosse, contrastato da Teseo per il comportamento tenuto nei confronti della giovane Eribea, mette in dubbio la discendenza dell’eroe da Poseidon e lo sfida a dimostrarla recuperando un anello gettato in mare. Teseo si tuffa dalla nave e viene condotto dai delfini alla dimora marina del dio, dove è accolto da Anfitrite, che lo riveste di un manto purpureo e gli dona una corona di rose. L’eroe riemerge quindi presso la nave, manifestando attraverso i doni divini la propria origine. Nella versione riferita da Pausania (I 17, 3), Teseo riporta in superficie anche l’anello di Minosse e una corona d’oro ricevuta da Anfitrite, mentre il recupero dell’anello non è esplicitamente attestato nel racconto di Bacchilide.
L’episodio è certamente una prova di audacia, ma il suo significato non può essere separato dalla particolare situazione narrativa. Teseo non affronta una prova educativa prescritta ai giovani della sua età, bensì una sfida eccezionale, impostagli da Minosse per contestarne la discendenza divina. L’immersione e il ritorno dal mondo sottomarino servono a dimostrare l’origine dell’eroe e a legittimarne il rango, non a documentare una consuetudine pedagogica. La stessa presenza di una provocazione a sfondo erotico all’origine dello scontro non istituisce alcun rapporto fra il tuffo e le pratiche educative omoerotiche. Si tratta di un episodio mitico individuale, il cui valore probatorio per la ricostruzione di un’istituzione sociale rimane del tutto indimostrato.
Ancora differente è il caso di Falanto, l’ecista spartano di Taranto. Secondo la tradizione ricordata da Pausania (X 13, 10), prima di raggiungere l’Italia Falanto sarebbe naufragato nel mare Criseo e sarebbe stato tratto in salvo da un delfino, che lo avrebbe trasportato a terra. Qui non compare neppure un tuffo volontario: il naufragio è un evento accidentale, mentre il salvataggio prodigioso appartiene al repertorio delle tradizioni mitiche connesse alla protezione divina e alla legittimazione dell’ecista. Interpretare tale episodio come testimonianza di una prova iniziatica di coraggio significa attribuirgli un contenuto estraneo alla narrazione.
Perseo trascorre parte della giovinezza sulla costa di Serifo; Teseo affronta una sfida eccezionale destinata a dimostrarne la discendenza divina; Falanto sopravvive a un naufragio grazie all’intervento di un delfino. I tre racconti condividono la presenza del mare, ma divergono per la natura degli eventi, le circostanze nelle quali si svolgono e il significato assunto nella vicenda di ciascun protagonista. Soltanto nel caso di Teseo compare effettivamente un tuffo, che non presenta tuttavia i caratteri della pratica educativa postulata.
Si può certamente riconoscere nel mare uno spazio mitico nel quale si manifestano il pericolo, la protezione divina, la salvezza e la trasformazione del destino individuale. Ma questa constatazione riguarda le strutture narrative del mito, non documenta l’esistenza di una corrispondente istituzione sociale. Il passaggio dal racconto mitico alla ricostruzione delle pratiche educative della Grecia tardo-arcaica richiederebbe testimonianze indipendenti, capaci di dimostrare che i comportamenti attribuiti agli eroi trovassero effettivamente riscontro nella vita dei giovani.
In mancanza di tali testimonianze, l’accostamento delle vicende di Perseo, Teseo e Falanto può sostenere un’interpretazione antropologica del rapporto fra giovinezza e mare, ma non dimostra l’esistenza di una pratica iniziatica consistente nel tuffo come prova di coraggio. Tanto meno consente di stabilire un collegamento specifico con l’educazione omoerotica. Ancora una volta, l’analogia interpretativa viene utilizzata come se costituisse una testimonianza storica.
Rimane soprattutto irrisolto il collegamento fra il tuffo e l’educazione omoerotica. La circostanza che le scene simposiali dipinte sulle pareti della tomba rimandino a un ambiente aristocratico nel quale le relazioni omoerotiche avevano un ruolo riconosciuto non dimostra che il gesto raffigurato sulla lastra di copertura ne costituisca una manifestazione. L’appartenenza delle immagini a un medesimo orizzonte sociale non implica necessariamente un’identità di significato iconografico.
La questione investe anche il contesto funerario. Se la raffigurazione viene interpretata come rappresentazione di un comportamento realmente praticato dai giovani aristocratici, occorre spiegare perché proprio tale comportamento sia stato scelto per la copertura di una sepoltura e quale relazione intrattenga con il programma figurativo delle pareti. La possibilità di una rappresentazione realistica non elimina il problema del significato che l’immagine assume nella sua specifica destinazione.
Su questa ricostruzione, già problematica nei suoi presupposti, si innesta ora l’identificazione del paesaggio con Agropoli.
Ma anche questa proposta ha una storia che merita di essere ricordata.
Nelle conclusioni del contributo del 2020, Hölscher si interrogava sulla possibile ubicazione, nel territorio di Poseidonia, dei luoghi nei quali avrebbero potuto svolgersi le pratiche giovanili da lui ipotizzate. Dopo aver considerato l’area del santuario di Hera alla foce del Sele, giudicata poco adatta ai tuffi per la scarsa profondità dell’acqua presso la spiaggia, indicava come alternativa il tratto costiero intorno all’odierna Agropoli.
Il suggerimento veniva attribuito espressamente a Gabriel Zuchtriegel.
La proposta era presentata con prudenza e la sua verifica rinviata a future indagini.
Dunque, già nel 2020 Zuchtriegel aveva suggerito Agropoli come possibile luogo di svolgimento di un’attività la cui stessa esistenza, nei termini ricostruiti da Hölscher, rimaneva da dimostrare.
Nelle dichiarazioni del 2026 è lo stesso Zuchtriegel a compiere un passaggio ulteriore, e metodologicamente assai più problematico: dalla possibile ubicazione di una pratica sociale passa all’identificazione geografica del paesaggio raffigurato sulla lastra di copertura della Tomba del Tuffatore.
Le due questioni, tuttavia, sono completamente differenti.
Anche qualora fosse dimostrato che lungo la costa di Agropoli i giovani praticassero il tuffo nelle forme e con il significato attribuitigli da Hölscher, da ciò non deriverebbe affatto che il pittore della lastra di copertura abbia inteso raffigurare proprio quel paesaggio. La possibile localizzazione di una pratica sociale e l’identificazione topografica di una rappresentazione figurativa costituiscono problemi distinti, che richiedono evidenze indipendenti. La dimostrazione della prima non costituirebbe, di per sé, una prova della seconda.
Un’identificazione topografica richiederebbe il riconoscimento nell’immagine di elementi specifici, suscettibili di confronto con la morfologia antica della costa.
Ma quali sarebbero questi elementi?
La lastra mostra una figura maschile nuda, una struttura a blocchi dalla quale avviene il tuffo, due alberi e uno specchio d’acqua reso in forma schematica.
Non compare un profilo costiero riconoscibile. Non vi è alcuna rappresentazione di un’insenatura portuale, né di installazioni marittime, né di caratteristiche geomorfologiche che consentano di identificare il promontorio di Agropoli.
L’acqua e gli alberi non sono indicatori geografici. La struttura a blocchi, già problematica nella sua interpretazione funzionale, non presenta alcun carattere che permetta di riferirla a un edificio documentato nell’area agropolese.
Manca, in sostanza, qualunque elemento discriminante.
Né sarebbe metodologicamente ammissibile confrontare direttamente l’immagine con l’assetto attuale del porto, prescindendo dalle trasformazioni geomorfologiche e antropiche intervenute nel corso di circa venticinque secoli.
Ma il problema è ancora più radicale. Prima di confrontare la pittura con la topografia antica di Agropoli, bisognerebbe dimostrare che essa contenga effettivamente una rappresentazione topograficamente determinata, anziché un’ambientazione figurativa convenzionale.
Che un’immagine possa essere stata ispirata da un luogo reale non significa che quel luogo sia identificabile. E la possibilità dell’ispirazione non costituisce un criterio di identificazione.
La proposta appare tanto più singolare se confrontata con quanto lo stesso Zuchtriegel aveva osservato nel volumetto La tomba del Tuffatore. Artigiani e iniziati nella Paestum di età greca, Napoli, Arte’m, 2016, nella cui presentazione editoriale veniva sottolineato il carattere enigmatico della pittura, determinato dall’assenza di elementi narrativi e di attributi capaci di chiarirne il significato.
Naturalmente un’interpretazione può cambiare. Ma il passaggio dal riconoscimento dell’indeterminatezza del documento alla proposta di identificare una località precisa richiederebbe argomenti nuovi e verificabili. Nelle dichiarazioni riportate nel 2026 non vengono indicati.
Si assiste, piuttosto, a una progressiva trasformazione di possibilità interpretative in premesse di ulteriori ricostruzioni. Il tuffo diventa una prova di coraggio; tale prova viene collegata alle relazioni omoerotiche; se ne ipotizza lo svolgimento presso Agropoli; infine, il luogo nel quale avrebbe potuto svolgersi viene riconosciuto nella pittura.
Ogni passaggio presuppone la validità del precedente, senza che questa sia stata dimostrata.
Non si tratta di negare la legittimità delle interpretazioni realistiche della Tomba del Tuffatore, né di contrapporre loro una diversa lettura complessiva del monumento. Si tratta semplicemente di verificare se le conclusioni proposte siano sostenute dalle testimonianze invocate.
Nel caso dell’interpretazione di Hölscher, i confronti addotti non documentano direttamente la pratica sociale che si intende ricostruire. Nel caso dell’identificazione proposta da Zuchtriegel, mancano gli elementi figurativi e topografici necessari per riconoscere Agropoli.
L’autorevolezza scientifica o istituzionale di chi formula un’ipotesi non può supplire a tali carenze. A maggior ragione quando interpretazioni di questo genere vengono comunicate al grande pubblico da chi dirige istituzioni archeologiche di primaria importanza, sarebbe necessario distinguere rigorosamente ciò che i documenti attestano da ciò che l’interprete immagina.
Guardare il porto di Agropoli e ricordare la Tomba del Tuffatore è un’associazione soggettiva del tutto legittima. Sostenere che il porto sia rappresentato nella pittura è invece un’affermazione storico-archeologica, che richiede una dimostrazione.
Una somiglianza percepita non costituisce una corrispondenza documentata. La possibilità di una pratica non ne dimostra l’esistenza. E una successione di congetture, per quanto suggestiva, non produce una prova archeologica.
Il porto di Agropoli appartiene dunque alla congettura, non alla pittura.
Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

