Tra Il lungo pranzo di Natale di Thornton Wilder (1931) e I convitati di pietra di Michele Mari (2025) corre una sorprendente analogia. Entrambe le opere costruiscono la narrazione intorno a una tavola e a un rito conviviale, ma fanno del tempo due esperienze radicalmente diverse. In Wilder il tempo è continuità, memoria e successione delle generazioni; in Mari è attesa, probabilità e perdita. Intorno allo stesso gesto del riunirsi a tavola si sviluppano così due meditazioni divergenti sull’esistenza.
Nell’atto unico di Wilder vediamo una tavola lunga ed elegantemente apparecchiata nella casa dei Bayard, un grande tacchino al centro, una porta che dà sull’atrio decorata di frutti e fiori, e, sul lato opposto, un portale con un drappeggio di velluto nero: nascita e morte si dispongono ai margini della scena, mentre i convitati si raccontano nel tempo, mentre i capelli imbiancano. È un tempo organico e continuo, quasi vegetale. Tutto è un inevitabile succedersi: i figli crescono, i padri invecchiano, le generazioni si passano il testimone.

In Mari una classe del liceo festeggia, il 22 luglio del 1975, il primo anniversario della maturità e i trenta componenti decidono di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ogni anno verseranno una somma da investire, che dovrà generare nel tempo un’ingente fortuna. Qui il tempo è discontinuo e probabilistico: ogni incontro è un salto in avanti, e ogni morte modifica retrospettivamente il passato delle vite degli altri. Ogni anno si ritrovano intorno all’anonimo tavolo senza storia di un ristorante. Il tavolo non è più luogo di continuità familiare, ma di contratto: in Wilder è memoria, in Mari scommessa.
Ciò che in Wilder appartiene alla naturale accettazione del ciclo dell’esistenza — nascita, trasformazione, vecchiaia, morte — in Mari sembra dipendere da una combinazione insondabile di destino, caso o provvidenza. Gli ex compagni si ripromettono di parlare di politica, lavoro, famiglia, divorzi e figli, ma non del futuro: il patto originario lo ha escluso fin dall’inizio. Non parlare del futuro significa, in fondo, non parlare della propria morte. Così ogni ritrovo assume sempre più l’aspetto di un tavolo da roulette. Si comincia persino a elaborare una casistica delle probabilità: bevitori, fumatori, salutisti, vite spericolate e vite prudenti. La prima morte, inattesa, è il suicidio della Crollalanza, dodici anni dopo il patto. Da quel momento tutti sostengono di averne colto i segnali già ai tempi della scuola: è il consueto inganno della memoria, che attribuisce al passato una necessità che allora nessuno avrebbe saputo vedere.
Nel 2014, al quarantennale della maturità, qualcuno si domanda quale senso abbia continuare a incontrarsi soltanto perché un tempo si è stati compagni di scuola. Che cosa li tiene davvero uniti? Il denaro accumulato nel fondo? La speranza della vincita finale? O piuttosto il bisogno di misurare, anno dopo anno, la propria sopravvivenza attraverso quella degli altri? Il richiamo al Convitato di pietra del Don Giovanni di Mozart è inevitabile: là la statua giunge come incarnazione del giudizio e della colpa; nel romanzo di Mari, invece, il convitato di pietra è il tempo stesso. Invisibile ma sempre presente, siede a tavola con gli altri commensali e rende ogni incontro una verifica della loro permanenza nel mondo.
Mari concepisce il tempo come ciò che scorre verso la fine; per fermarlo si possono tentare solo piccoli rattoppi, dighe provvisorie, rinvii dell’epilogo. In Wilder, invece, il tempo sembra allontanarsi per poi ritornare, consentendo ai vivi e ai morti di ritrovarsi ancora una volta intorno alla stessa tavola. Dopo aver sperimentato l’assenza, il ricordo restituisce la presenza; ciò che il tempo sembrava aver sottratto viene riconquistato nella memoria. Il pranzo natalizio diventa così il luogo in cui la gioia condivisa continua a esistere oltre il fluire del divenire. Mari racconta il tempo vissuto, Wilder mette in scena il tempo della memoria.
In questo spaccato di umanità, dominato dall’interesse e dalla contabilità della sopravvivenza, affiora infine una tenera storia d’amore tra Luca Brodo e Lola Ricci. Rivadeneyra suggerisce a Luca la lettura de L’amore ai tempi del colera. Dalle pagine di García Márquez egli apprende che l’amore non conosce età: se Florentino Ariza e Fermina Daza hanno saputo ritrovarsi dopo una vita intera, allora anche per loro esiste una possibilità. Luca e Lola si scrivono assumendo, di volta in volta, i ruoli della Padrona e dello Schiavo. È un gioco di reciproco affidamento che rovescia la logica del dominio: il dominio si trasforma in fiducia, la gerarchia in complicità, l’obbedienza in una forma di abbandono reciproco.
Non sembra casuale neppure la ricorrente presenza di Gene Hackman. Molti dei suoi personaggi sono uomini chiamati a misurarsi con il caso, la colpa e il trascorrere del tempo. Tra i richiami cinematografici del romanzo affiora anche Pronti a morire (The Quick and the Dead, 1995): come nel film, è il tempo a eliminare progressivamente i contendenti. Hackman è un interprete di uomini comuni travolti da meccanismi più grandi di loro, e anche i protagonisti di Mari sono persone normalissime, senza eroismo, che diventano i personaggi di un gigantesco esperimento sul tempo e sulla morte.
Il confronto con Wilder ritorna allora con ancora maggiore evidenza. Se nella casa dei Bayard il tempo continua a generare vita e a rinnovare il rito familiare, nel romanzo di Mari esso diventa un lento processo di sottrazione. Alla tavola di Wilder si aggiungono nuovi commensali; a quella di Mari, anno dopo anno, una sedia rimane inevitabilmente vuota. È questa assenza progressiva a trasformare il convivio in una meditazione sulla finitudine.
Se Wilder celebra la continuità della vita attraverso il rito familiare, Mari racconta la lenta erosione del tempo condiviso. Il convitato di pietra non è soltanto il Commendatore evocato da Mozart: è il tempo stesso, invisibile ma sempre presente, che prende posto accanto ai vivi e, anno dopo anno, decide chi continuerà a sedersi a quella tavola. È qui che si apre spazio all’amore, alla memoria, alla letteratura e al teatro, come se solo l’immaginazione potesse opporre una fragile resistenza all’inesorabile trascorrere del tempo.
Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.


Molto interessante questo accostamento: il tempo come personaggio burattinaio che, in un contesto, abbrevia mentre, in un altro, allunga la “storia”. Di fatto, una specie di dispositivo cui resistere o abbandonarsi. Come in tutte le cose della vita: l’ottimismo e il pessimismo (la speranza e la disperazione o tutti gli altri oppositivi che ci piace pensare e che incontriamo ogni giorno) offrono prospettive divergenti di continuità o di rottura. Nella sua lettura, in qualche modo, le due opere sembrano illuminarsi a vicenda. Intrigante.