Mikael Niemi: “La pietra e la seta” (Iperborea, 2026, trad. Katia De Marco), di Rita Mele

A voler tracciare una rotta ideale da Napoli a Pajala occorre calcolare oltre tremila chilometri: un viaggio che attraversa l’Europa da sud a nord, combinando voli e lunghe percorrenze su strada per raggiungere un piccolo scalo artico al confine tra Svezia e Finlandia. L’alternativa migliore per raggiungere il cuore del Tornedalen è viaggiare sin lì leggendo l’ultimo romanzo di Mikael Niemi, La pietra e la seta – Sten i siden, pubblicato a Stoccolma nel 2023 e tradotto da Katia De Marco per l’edizione italiana uscita nella collana Gli Iperborei nei primi giorni di settembre.

Mikael Niemi, nato nel 1959 proprio a Pajala e consacrato a livello internazionale nel 2000 dal Premio August con il travolgente successo di Musica popolare da Vittula – Populärmusik från Vittula si propone ora a vecchi e nuovi lettori nella sua piena maturità artistica. Se da giovane scrittore si concentrava sul racconto di sé, superati i sessant’anni, come dichiarato in alcune interviste in patria, ha avvertito l’esigenza di scrivere ‘di noi’, del proprio popolo e dei suoi genitori, indagando le forze storiche che hanno condotto la Svezia alla prosperità partendo dalle privazioni e dalle ingiustizie patite soltanto due generazioni fa.

In un momento storico mondiale in cui la memoria collettiva sembra dissolta da un presente ipertrofico, immediato e privo di profondità temporale, l’operazione di Niemi assume un valore che risuona politico e civile. Nel nostro tempo schiacciato dall’oblio e dalla velocizzazione digitale, dove i diritti conquistati a caro prezzo appaiono come dati di fatto scontati e le radici dei conflitti sociali vengono sistematicamente rimosse, riaffondare le mani nella terra insanguinata del Novecento non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di resistenza analitica, a cui noi de il Randagio siamo particolarmente sensibili.

Leggendo le 620 pagine de La pietra e la seta che Iperborea ci propone scandendo così il sesto e atteso appuntamento con la poetica di Niemi, ne assaporiamo la maturità che sfocia in un’arte narrativa raffinata e spietata: la capacità di raccontare lo stridore insanabile tra il mito e la realtà. Da un lato ci fa imbattere nell’iconografia idilliaca del Nord — i paesaggi da sogno di Svezia, Finlandia e Lapponia, il rito primordiale delle saune, le foreste sterminate, il cliché dei popoli biondi, impeccabili, educati e civili; dall’altro ci fa infrangere nella rimozione della storia, il delitto, la ferocia della lotta di classe, la faida fratricida e il groviglio tossico che lega l’uomo, la donna e il denaro. Niemi squarcia la cartolina del benessere scandinavo per rivelare l’inconscio rimosso della nazione, mai del tutto celato e celabile.

L’architettura del libro copre un arco cronologico di novantasette anni, snodandosi lungo una struttura diacronica ma frammentata: sette parti, un epilogo e una postfazione che mettono in scena continui salti temporali compresi tra il 1920 e il 2017. Il lettore si trova immerso in una fruizione cinematografica, fatta di lunghi piani sequenza nell’oscurità delle foreste artiche o nei cantieri stradali, brutalmente interrotti da stacchi montati in flashback che ricompongono a poco a poco il mosaico di un secolo. È la struttura stessa di quello che si va formando sotto gli occhi del lettore: un vero e proprio poema epico del movimento sindacale svedese, dove il ritmo del montaggio della sequenza dei fatti e delle storie di vita di uomini, donne e bambini si adatta alla forza travolgente e corale della storia.

Lo stesso titolo del romanzo, a leggerlo e rileggerlo, nella sua versione originale Sten i siden, letteralmente Pietra nella seta e nella esperta traduzione di Katia De Marco, premiata nel 2020 dall’Accademia di Svezia, La pietra e la seta, ci è apparso non come una semplice formula poetica, ma come la sintesi metaforica dell’intero romanzo e della sua forma stilistica. L’accostamento di due poli opposti e apparentemente inconciliabili — il duro e il delicato, il minerale e il tessile — si è rivelato a noi lettori randagi l’annuncio dell’ossatura della narrazione e l’allusione a una trama di livelli di lettura.

La pietra evoca la materia della storia e del lavoro, è lo sterrato, la roccia dei cantieri stradali e delle ferriere di Kengis – l’hub del sindacato SSFF, la durezza del lavoro degli operai e la rigidità morale del potere padronale e religioso; la seta è la pelle, la carne esposta dei lavoratori, il tessuto dei sentimenti, della solidarietà e della dignità.

La stessa scrittura di Niemi, al lettore arriva affilata, severa e brutale come la pietra quando denuncia l’oppressione di classe, per poi farsi improvvisamente lirica, intessuta di luce e magia — e delicata come la seta — nell’evocare il paesaggio artico, la sensualità, l’acqua e la percezione del sacro.

È proprio nell’accompagnarci a esplorare e riempire di senso il riferimento alla seta che Niemi ci regala una delle pagine più sorprendenti e inaspettate dell’intera opera: una sequenza d’intenso erotismo privato che vede protagonista Saara, la moglie di Eino. Solitaria nella sua stanza, Saara sfiora con le labbra un lucente scialle orientale decorato con un drago rosso. La seta si trasfigura in una tentazione pagana, una sconcezza dorata capace di consolarla dalla miseria e dallo stigma sociale:

Le frange ai bordi erano leggere come l’aria, se le passò sul polso e fu invasa da un leggero solletico quasi carnale, che suscitava in lei pensieri lussuriosi. La fece pensare a un letto nuziale dove la sposa aspetta l’arrivo dello sposo, con lo scialle sulla pelle nuda, la sua carezza sui capezzoli turgidi. Si sentì bagnata e lanciò verso la finestra uno sguardo pieno di vergogna, ma non c’era nessuno.

In questa scena — scritta con una grazia carnale talmente accesa e conturbante da spiazzare il lettore che arriva a pensare all’incursione di un’altra penna — Niemi mette a nudo la doppia vita interiore della donna artica: schiacciata tra il puritanesimo repressivo del lestadianesimo (l’autoctono movimento luterano delle popolazioni Sami) e la fatica quotidiana che consuma il corpo, Saara trova nello scialle di seta l’unica via di fuga per la propria legittima voluttà. E, con un cortocircuito poetico straordinario, l’Autore collega la sensazione della seta al lavoro domestico: le mani delle donne, piagate dalle fitte dolorose che trasformavano le dita in rametti reumatici nel passaggio dall’acqua saponata al risciacquo gelido, provano nell’istante del contatto un interstizio di gioia feroce. Finalmente svela ai nostri occhi la seta che è esattamente questo: la sospensione del dolore, un durevole manto nevoso di felicità che si oppone alla pietra del reale. La drammaticità dell’atto è amplificata dallo sguardo segreto della figlia Martha, che assiste alla scena scambiando lo scialle per un mostro scarlatto dalle ali di pipistrello, rimanendo essa stessa contagiata da un brivido d’incipiente maturità sessuale.

37 pagine dopo siamo ancora nel cuore della storia narrata da Niemi, nel 1932, e la carica sensoriale dello scialle di seta trova il suo perfetto contraltare materiale nella vita della tavola. Se la voluttà di Saara è l’Eros segreto della pelle, il consumo dei paltarne rappresenta la dimensione corale del nutrimento. La pagina, altrettanto memorabile, è una straordinaria sequenza gourmand, che appella l’olfatto del lettore e canta un inno alla cucina artica in cui la preparazione e il consumo dei pesanti gnocchi di patate, farina e carne si trasfigurano in una liturgia sinestetica e quasi orgasmica:

Lo stomaco intuiva cosa stava per arrivare, si preparava, si distendeva, pompava succhi gastrici, mentre la bocca si riempiva di saliva. Perfino i denti gioivano quando affondavano in quegli gnocconi, esultando fin nelle radici. La loro morbida resistenza ne titillava le corone, il calore penetrava nello smalto e trasformava la lingua in un giaciglio celestiale. Subito dopo arrivavano i poderosi squilli di tromba della pancetta e i piccoli rubini dei mirtilli che si spaccavano in acide rullate di tamburo. Quello non era mangiare a sazietà, era mangiare a felicità. Pura gioia del cibo.

Sia nella voluttà della seta che nella fame azzerata dai paltar ci siamo imbattuti senza perplessità in ciò che possiamo definire un ribaltamento magico, un mondo alla rovescia in cui le gerarchie sociali si annullano, il sacro e il profano si mescolano e il corpo e le sue funzioni acquistano centralità, si riposizionano al vertice della piramide. La lingua di Niemi vira abbandonando la severità del realismo sociale per farsi orchestra sensoriale: che si tratti della carezza di un tessuto sui capezzoli turgidi o del sapore dei mirtilli che esplodono in acide rullate di tamburo, il corpo riscatta la propria dignità contro la miseria del mondo. I paltar che scopriamo forse per la prima volta e assaporiamo ne La pietra e la seta non sono un semplice piatto, ma una nascita e una morte, una narcosi sacra che azzera quel mondo di pietra e costringe il corpo a sdraiarsi per attendere di morire e risorgere. Per gli ultimi di Pajala, la sazietà assoluta è l’unica forma di paradiso terrestre accessibile.

Nelle parole dell’Autore, la valle di Tornedalen non è un semplice fondale geografico per i 97 anni della storia che vi scorre. I lettori vengono svezzati sin dalle prime pagine a un affascinante e complesso crogiolo antropologico, a un quotidiano crocevia di civiltà, culture e magia: è il luogo in cui i popoli orientali (Sami e finlandesi) incrociano la cultura indoeuropea del sud; dove ancora oggi le popolazioni della foresta, portatrici di tradizioni di caccia e sciamanesimo, si confrontano con l’agricoltore e l’urbanista indoeuropeo. In questo territorio di confine, segnato dal meänkieli (il finnico del Tornedalen), la spiritualità e il soprannaturale non sono espedienti del genere letterario ma un’eredità viva. Nel corso di alcune interviste rilasciate da Niemi nel 2023 all’uscita dell’edizione originale di Sten i siden, ha confermato che la spiritualità gioca un ruolo nella sua vita e nella sua narrazione come in tutta la comunità, sebbene la gente non sia avvezza a parlarne apertamente e trovi altre vie per esprimerla. Tra le altre quella di farsi aiutare anche per problemi di salute, dal potere spirituale di chi ha ereditato da parenti anziani, formule e riti magici. ‘Nella cultura sami e finlandese esistono anche tradizioni di “televisionisti”, ovvero persone in grado di vedere gli eventi a distanza, e di individui che possono predire il futuro o ritrovare oggetti smarriti come chiavi della macchina o cani fuggiti. Ancora oggi esistono “guaritori”, in grado di curare mal di schiena, mal di testa, artrite, verruche, ecc. È in queste tradizioni che si inserisce Siw, colei che percepisce la presenza dell’invisibile e che può vedere se una persona si sta avvicinando alla morte. Considero tutto ciò una parte affascinante della nostra tradizione narrativa nordica e un legame con la spiritualità dei nostri antenati. Si possono scoprire molte belle storie se ci si prende il tempo di ascoltare con mente aperta, senza negare e condannare immediatamente.’ (tr. it.)

Siw, il personaggio femminile che ci accoglie già dalle prime pagine del romanzo, chiusa nel suo piccolo ufficio cieco ad aspettare una delle sue crisi da cui nasce il vaticinio, rappresenta una testimonianza della spiritualità degli antenati e incarna appunto l’eredità medianica di sentire le voci nell’acqua e prevedere la morte. Se la medicina di Stoccolma la liquida come psicotica, soltanto il suo medico, un uomo di origine Sami, riesce a comprenderne la vera matrice, riconoscendovi la memoria del dolore subita dalle minoranze del nord. Attraverso le visioni di Siw e le tragedie della storia, Niemi mostra le ombre del modello svedese Folkhemmet: l’assimilazione forzata, lo stigma sui braccianti e persino la pratica abominevole della sterilizzazione forzata, inflitta nel libro a Martha, una quindicenne rimasta incinta che rifiuta di rivelare l’identità del padre.

Attraverso una vertigine temporale di novantasette anni, la narrazione prende le mosse dal 2017 — con il macabro ritrovamento di un corpo rimasto sepolto per decenni in una torbiera — per riavvolgere il nastro fino agli anni ’20 e ’30 del Novecento. Il perno umano e drammatico risiede nella faida tra i fratelli Vanhakoski, parabola biblica di un Caino e Abele artici in cui le dinamiche interpersonali sono avvelenate dal possesso materiale e dal desiderio incestuoso:

Wilhelm è l’erede ipocrita, calcolatore e predicatore del movimento religioso lestadiano, guidato dall’ossessione per il denaro e il controllo.

Eino è il fratello minore, bracciante sfruttato per l’estrazione dell’olio di pino per produrre catrame con cui tenta invano di risanare i debiti, finendo raggirato e costretto a pagare per il proprio lavoro. È sorretto dall’amore per la moglie Saara, la donna che Wilhelm ha sempre bramato, provando a ottenerla in modo ricattatorio.

La storia familiare di contrasti e disperazione sfocia nel grande sciopero degli sterratori di Pajala (1931-1932), vägstrejken. Per mesi gli operai affrontano la fame, gli sgherri dei padroni e la condanna morale dei predicatori facendo crescere la tensione e la preoccupazione del governo centrale di possibili ingerenze sovietiche a sostegno dei comunisti, al punto che invierà un mediatore, giungendo all’accordo del 1932, alla prima parata del Primo Maggio a Pajala e alla vittoria elettorale della sinistra nel 1934.

Giunti alla postfazione del libro ci spieghiamo meglio gli echi che risuonano e serpeggiano lungo tutto il romanzo del debito morale e letterario di Niemi verso i protagonisti delle lotte sindacali e politiche che avevano portato alla prima sconfitta dei partiti conservatori a favore di comunisti e socialdemocratici, proprio mentre al confine spirava il vento nazionalsocialista e in Germania Hitler si attribuiva il doppio titolo di Fuhrer e cancelliere del Reich. Due Arne, due politici combattenti e pure due scrittori, custodi della memoria, che l’Autore fa assurgere a veri pilastri dell’opera:

Arne Lorens Ylipää (1905–2000), l’attivista politico di Pajala, testimone diretto delle proteste, autore nel 1980 del saggio memorialistico De mörka åren – Gli anni bui. Intervistato da Niemi insieme alla moglie Sara Helena, Ylipää compare nel romanzo con il suo vero nome come guida morale dei lavoratori, ritratto con il celebre lampadario di cristallo nel suo salotto, simbolo di una dignità conquistata senza mai cedere sul piano degli ideali.

Arne Justinus Isaksson (1925–2000), il boscaiolo, attivista comunista (espulso a vita dalla Finlandia negli anni ’50 per la sua agitazione politica) e infine nominato capo dei servizi sociali. Il suo testo fondamentale, Eldsjälarna – Spiriti di fuoco, ha raccolto la viva voce degli scioperanti fornendo a Niemi la materia prima per i dialoghi del romanzo. Niemi rende omaggio al padre di Arne, Paulus Isaksson, figura leggendaria che compose l’inno di protesta Pajalastrejkens visa, cantato dagli operai per darsi forza lungo i cantieri stradali.

In questa epica ricostruzione delle lotte politiche e sociali a cui Niemi ci fa partecipare, abbiamo trovato anche un altro personaggio, finzionale, quello del goffo e lento Kalevi, il cui nome evoca l’eroica del Kalevala, incarna la resilienza indistruttibile del popolo tornedaliano, tanto da spingere la critica ad accostare l’opera alla trilogia Sotto la Stella del Nord del maestro finlandese Väinö Linna.

Se il realismo sociale e la protesta civile sono l’ossatura del romanzo, il linguaggio di Niemi si nutre di un’eclettica mappa di riferimenti che richiameranno alla mente dei lettori appassionati di letteratura nordica, finlandese e svedese, autori di culto come il danese Peter Høeg, con Il senso di Smilla per la neve, decisivo nel mostrare la maestosità e la poesia del paesaggio nordico; Stig Dagerman, con i suoi nove titoli tradotti e pubblicati da Iperborea, dalla prosa potente animata dalla viscerale solidarietà verso gli ultimi; Rosa Liksom, la voce anarchica della sponda finlandese del Torne, fondamentale per la miscela di vita di villaggio e anticonformismo, che possiamo rileggere in italiano nella collana Gli Iperborei con tre dei suoi titoli.

Una vera e propria costellazione letteraria e poetica che ritroviamo corroborata in questa nuova opera di un Niemi maturo e sensibile, proprio come La pietra e la seta, guidato dall’attrazione magnetica della terra come il cacciatore e il camminatore nella foresta che procede in uno stato meditativo, senza bisogno di mappe, lasciandosi condurre dall’istinto, anche quello letterario, e dalle forze invisibili del paesaggio.

Nel mostrare lo stridore tra l’apparente idillio nordico e le ferite insanguinate della lotta di classe, del delitto e della fame, lo scrittore di Pajala compie un gesto salvifico proprio per il nostro tempo: in un’epoca globale minacciata dall’amnesia collettiva, dove il presente consuma ogni traccia del passato, Niemi ci dimostra che la letteratura è l’ultimo baluardo rimasto per riannodare i fili spezzati del tempo, restituire voce agli ultimi del nord e ricordarci che il passato non è mai davvero sepolto, ma continua a fluire come sangue sotto la pelle del nostro presente.

In Italia, dove la letteratura nordica viene spesso imbrigliata nei confini del nordic noir di genere o del fenomeno commerciale di costume, La pietra e la seta ha tutte le carte in regola per imporsi come un avvincente caso editoriale di lungo corso. Iperborea ci ha piacevolmente abituato alla scoperta della vera anima scandinava e mai come in questo momento storico e culturale sono particolarmente appropriate la riscoperta della grande saga familiare a sfondo storico-sociale e le storie di resistenza della classe operaia. Se ne avvantaggeranno lettori amanti degli affreschi storici e sociali, gli estimatori della grande prosa delle atmosfere nordeuropee, gli appassionati di contrasti tra la durezza della lotta di classe e la dimensione sciamanica e spirituale del territorio e, forse inaspettatamente, i lettori di narrazioni sensoriali che sanno farsi carne e poesia.

A chi a questo punto della nostra lettura randagia sta ancora covando il retropensiero che La pietra e la seta sia semplicemente un libro svedese in più, ribadiamo che ci aspettiamo che si affermi come un cultbook grazie alla sua virtù di saper parlare al cuore attraverso il racconto del proprio popolo, inesorabile e bellissimo.

Non è un caso che La pietra e la seta – Sten i siden sia stato già incoronato con il prestigioso Aniarapriset 2024 assegnato dall’Associazione delle Biblioteche Svedesi. E noi de il Randagio potremmo già tributargliene un altro. A voi lettori il piacere di scoprire perchè.

Buona lettura!

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare