Philip Roth: “Portnoy” (Adelphi, 2025, trad. Matteo Codignola), di Claudio Musso

(Il lamento di) Portnoy

«Uh, se attacco con le rimostranze non la smetto più. C’è una quantità di cose che odio da sempre senza neanche rendermene conto. Stiamo facendo qualche passo avanti, dottore, o siamo ancora al, come si chiama, “materiale”? Non faccio che lamentarmi, mi ripugna praticamente tutto, e comincio a chiedermi se non possa bastare così. Non vorrei indulgere in quella specie di piagnisteo rituale cui i pazienti psicoanalitici debbono la cattiva stampa che li accompagna.»

Basterebbero queste righe per archiviare Portnoy. O per farsene travolgere. C’è già tutto: la logorrea irta, l’autosorveglianza, la diffidenza verso il proprio stesso “lamento” mentre lo si produce senza risparmio. Alex Portnoy parla e, parlando, si osserva; si analizza e si sabota; promette di fermarsi ma ricomincia subito dopo. La domanda che rivolge al suo analista, siamo ancora al “materiale” o stiamo arrivando a qualcosa?, non è un vezzo metanarrativo ma il motore stesso del romanzo. Per Portnoy la verità non esiste senza lagna, non c’è un punto fermo, solo un flusso verbale che gira su sé stesso come una trottola nevrotica.

Non a caso Portnoy ama immaginarsi come un esterno di difesa nel baseball: posizione laterale ma strategica da cui controllare il campo e gridare “mia!” come atto di sovranità. È così che si pensa: lucido, dominante, in controllo. È così che non è. In realtà è immerso fino al collo nel proprio caos, convinto tuttavia di osservarlo dall’alto. Il suo monologo non è flusso di coscienza, definizione parca, ma di esistenza. Portnoy non racconta sic et simpliciter la propria vita: la mette in scena, la interrompe, la corregge, la commenta mentre accade. Il lettino diventa un palco e la parola, eccessiva e teatrale, è insieme sintomo e identità. Questo testo non offre pause, anche per chi sta scrivendo: il lettore viene risucchiato in una mente che non smette mai di pensare, giudicare, desiderare, ridere di sé. Talvolta tutto nello stesso periodo.

In questo tuffarsi e riemergere continuo, come uno svasso, Portnoy non risparmia nessuno. Ma non è un iconoclasta per hobby. Non distrugge per gusto ma perché non riesce a fingere che il castello di carte regga quando ne vede tutte le instabilità. La sua corrosività non è solo adolescenziale (anche), è epistemologica. Da qui la sua posizione anomala nella galleria dei personaggi dell’inquietudine. Il confronto con Törless o con un Amleto ancora acerbo aiuta a orientarsi ma senza nostalgia del modello: Portnoy non analizza come Musil, non sublima come Shakespeare. La sua intelligenza opera in uno spazio più instabile, più esposto, quello di un’adolescenza che non finisce mai e non diventa tragedia ma usura. Non ordina l’esperienza, la moltiplica. Non la trasfigura, la esaspera. Il quotidiano diventa un dramma permanente, affrontato con una dedizione febbrile. Senza consolazioni di cori greci.

Da qui nasce l’ironia che attraversa tutto il romanzo: non decorativa, semmai difensiva. Portnoy dice qualcosa e subito la smussa, la corregge, la ridicolizza, come se due voci litigassero per il microfono pur di avere l’ultima parola. Dice tutto ma non coincide mai del tutto con ciò che dice. È un’arte della smentita preventiva, una strategia di sopravvivenza linguistica che impedisce al dramma di irrigidirsi e alla coscienza di diventare monumento.

È anche per questo che la nuova traduzione Adelphi, firmata da Matteo Codignola, non è solo legittima ma necessaria. Un personaggio come Portnoy non può parlare una lingua ben educata: serve un italiano nervoso, irregolare, attuale, capace di scivolare dal colto allo scurrile senza chiedere permesso. In fondo, Portnoy cerca un lessico che gli somigli: scucito, tagliente, a volte volutamente indecoroso. Espressioni come «Raskol’nikov delle seghe» non sono ammiccamenti provocatori ma tentativi estremi di dire una verità che, detta in modo civile, non basterebbe. Portnoy prende lo studente di Dostoevskij, lo strizza fino all’ossessione morale e poi lo butta su un divano psicoanalitico con il desiderio che gli scappa di… mano. La sua sessualità ossessiva, farsesca e colpevole, vestale e, al contempo, Erinni della sua vita, non tollera una lingua neutra: ha bisogno di eccessi, di inciampi, di una sintassi fallica e appuntita che sembri pronta a chiedere scusa e, regolarmente, non lo faccia mai.

Questa voce nasce però da un ambiente molto concreto, soprattutto familiare. Roth lo cristallizza in due immagini create al cesello dell’istantanea: la madre ubiqua e il padre stitico. Da un lato un amore che diventa controllo, ansia, paranoia igienica; dall’altro una figura bloccata nel corpo e nella carriera. Tra una madre ventosa e un padre biglia, Alex cresce sovraesposto, adultizzato prima del tempo, coinvolto nelle paure dei grandi e caricato di consapevolezze non richieste. Chi non si è trovato, almeno una volta, in dinamiche simili?

La sua precocità intellettuale è, a ben guardare, il rovescio di una fragilità emotiva senza protezioni. E tuttavia Portnoy vive nel corpo, nel nervo, nel desiderio, pensiero e carne senza interruttore. Il linguaggio scurrile diventa così difesa ed esorcismo, modo per rompere tabù, pungolare la comunità ebraica di cui, sulla carta, fa parte, smontare il conformismo borghese e restituire un’America già surriscaldata tra Vietnam e post-Kennedy. Ma sotto l’irriverenza non c’è cinismo. Portnoy sa che il padre fatica, intuisce che la madre «si toglierebbe il pane di bocca per lui» e oscilla continuamente tra accusa e tenerezza. Lancia la pietra poi controlla se ha colpito davvero.

La stessa ambivalenza attraversa la sua sessualità – protagonista come abbiamo visto delle sue parole – che diventa un vero campo di battaglia tra desiderio e colpa. Portnoy legge il mondo come un continuo sistema di rapporti di forza: ogni incontro, ogni gesto, ogni parola diventa una piccola partita da vincere o da sopravvivere, non per provocare gli altri, ma per evitare qualsiasi lettura consolatoria della realtà. Ed è proprio in questo gioco ossessivo di dominio e impotenza che nasce il comico: la sua esasperazione, la nevrosi messa in scena, il senso di colpa trasformato in spettacolo strappano più di un sorriso. La sua è una comicità nervosa, liberatoria, perché Portnoy è il primo a ridere di sé, e a farci ridere con lui, mentre mette sotto processo il mondo intero. E molti, in fondo, non vogliamo altro che entrare da quella porte noire, dall’ingresso che i prudenti, o chi aspira a esserlo, evitano con circospezione.

La cornice psicoanalitica rende possibile tutto questo. In seduta, o meglio: nel generoso preambolo alla seduta, l’Es parla, il Super-io accusa, l’Io annaspa come un Sisifo alle prese con il masso dei propri irrisolti. Il silenzio del dottor Spielvogel non è un vuoto narrativo ma la prova che Portnoy non lascia spazio a nessun’altra voce: le inghiotte tutte con una logorrea perfettamente motivata e mai stancante.

Arrivati qui, la domanda non è se Portnoy sia “attuale”, parola che serve più a tranquillizzare che a capire, ma quanto siamo disposti oggi a tollerare una voce così senza addomesticarla. In questo senso la nuova traduzione Adelphi non è un mero lifting linguistico ma un gesto critico: invita a non ascoltare soltanto il lamento bensì a guardare il luogo da cui esso nasce, spostando l’attenzione dal sintomo all’identità. Le polemiche e i pruriti che ne hanno accompagnato l’uscita (titolo contratto, copertina scosciata, lessico “spigoloso”) non sono incidenti di percorso ma segnali di vitalità. Il libro continua a fare attrito, a comportarsi male, a disturbare. Se questa è strategia editoriale, ha almeno il merito di rimettere il romanzo al centro del ring, costringendolo a fare ciò che fa dal 1969: disturbare.

Per chi ha letto la traduzione precedente questo non è un ritorno nostalgico: è un tuffo senza salvagente. La lingua non protegge più, espone; ciò che prima faceva sorridere ora può anche mordere, ciò che brillava diventa acido che non si può ignorare. Ed è lì, proprio lì, che Portnoy funziona. Non chiede indulgenza, né pacificazione, né redenzione: pretende di essere riascoltato. La sua voce reclama un risarcimento danni. Con tanto di interessi.

Riaprirlo oggi significa accettare di entrare in quel porto senza aspettarsi che il mare si calmi, e smettere di intimargli di non “lamentarsi”. Anche perché complaint, in inglese, non è solo piagnisteo: è denuncia, accusa, rivendicazione formale. Portnoy’s Complaint non è un dunque solo lamento, è un esposto contro il mondo, il corpo, la famiglia, l’identità. La vera domanda non è se Portnoy si lamenti ma se abbiamo ancora stomaco per reggere l’accusa.

E se tutto questo sembra eccessivo, beh… benvenuti al club dei lettori di Portnoy, dove, come diceva Nabokov parlando di sé stesso: «Lo scrittore non è un educatore; è un piccolo tiranno del cuore altrui». Prepariamoci, allora, a farci dettare le regole della verità da un tiranno illuminato, spesso con le mutande calate, che ride mentre ci mette sotto processo.

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Federico García Lorca, angelo andaluso, di Lavinia Capogna

Verso le cinque del pomeriggio di una giornata caldissima, il 17 agosto 1936, un ragazzino di 12 anni, Manuel, che abitava a Granada di fronte alla casa dei due fratelli dove Federico García Lorca si era rifugiato, fu l’ultimo a vedere il poeta. 

Due giorni dopo García Lorca, 38 anni, sarebbe stato fucilato da una squadraccia di franchisti, i fascisti spagnoli. 

Il poeta indossava una camicia bianca e una cravatta con il nodo allentato e pantaloni grigi scuri. 

García Lorca, il più grande poeta e commediografo spagnolo, che viene trascinato via da una banda di assassini è l’ultima immagine che abbiamo di lui. 

Era nato il 5 giugno 1898 in Andalusia a Fuente Vaqueros, una cittadina vicino Granada in una famiglia benestante e di idee liberali. Suo padre era un possidente terriero, un uomo equilibrato e riservato. Sua madre una maestra, più giovane del marito, una donna colta che proveniva da una famiglia povera e aveva avuto un’infanzia difficile. 

Una malattia infantile aveva lasciato nel piccolo Federico una lentezza nei movimenti e una gamba era un pochino più lunga di un’altra. Adulto aveva una camminata un po’ oscillante. In un verso su un amore non corrisposto scriverà: “(…) forse per il mio triste aspetto? Oh, la mia goffa camminata”. Nessun articolo italiano, che mi risulti, ha mai parlato della disabilità di García Lorca. 

Egli era bello, con occhi scuri intelligenti, vivaci, con i capelli neri, simpatico e amabile. 

“Era un lampo fisico, un’energia in moto perpetuo, un’allegria, uno splendore, una tenerezza assolutamente sovrumana. La sua persona era magica e apportava felicità” scrisse su di lui un altro grande poeta, il cileno Pablo Neruda, Premio Nobel, che dedicò anche all’amico scomparso un bellissimo poema così come avevano fatto Antonio Machado e Unamuno, altri celebri poeti spagnoli (nota 1).

“Oggi ho nel cuore un vago tremolio di stelle ma il mio sentiero si perde nell’anima della nebbia”. 

Questi versi sono l’incipit di una poesia tratta dalla prima raccolta poetica di García Lorca, Libros des poemas 1918 /1920, pubblicata a soli vent’anni.

Già solo leggendo questo libro ci si rende conto di essere di fronte ad un grande poeta seppure allora fosse solo un ragazzo. Già aveva un suo timbro inconfondibile che poi diventerà sempre più raffinato e caratteristico, un incantevole equilibrio tra musicalità del verso e significato in cui traspare una dolorosa e garbata malinconia, il rimpianto dell’infanzia, l’amore cercato ma fuggevole, l’influenza delle storie popolari, l’ironia, la sensualità, un forte senso del tragico, una grande forza emotiva espressa da vibranti immagini e colori. 

Fin dall’infanzia Federico García Lorca, bambino agiato, aveva sofferto per la condizione dei poveri, dei diseredati. Da ragazzo scriverà: “l’essere di Granada mi inclina alla comprensione solidale dei perseguitati: del gitano, del nero, dell’ebreo, del morisco (arabo) che tutti portiamo dentro di noi”, diventerà socialista e avrà un profondo affetto verso Gesù Cristo, sarà un cristiano piuttosto anticlericale in un paese ultra cattolico come la Spagna del Novecento. 

Da ragazzo prese lezioni di piano e di chitarra diventando un ottimo musicista. Per nostra fortuna, tra la musica e la poesia scelse la seconda ma la musica influenzò profondamente i suoi versi. 

La sua famiglia si trasferì a Granada, bellissima città moresca, e lui incominciò a scrivere versi, ad ascoltare, con poca voglia, le lezioni di giurisprudenza all’università, a frequentare alcuni ragazzi bohémien in un caffè centrale, a disegnare (altra sua grande passione), e a porsi domande sui suoi affetti: sappiamo che si infatuò di un paio di ragazze, entrambe bionde, eteree, pianiste come lui, ma incominciò anche ad essere consapevole del suo orientamento omosessuale. 

Il messaggio violento della società era (e in parte ancora è) che l’omosessualità sia qualcosa di sbagliato (e nei secoli ci sono state violente repressioni) quando invece è “una variante naturale del comportamento umano” (OMS Organizzazione Mondiale della Sanità 1990). Ci possono così volere anche anni per accettare il proprio orientamento. Nell’epoca in cui visse García Lorca era impossibile renderlo pubblico. 

Sappiamo che García Lorca venne bullizzato a scuola fin da adolescente, chiamato Federica, deriso. All’università aveva per amici Luis Buñuel, il futuro celebre regista che avrebbe poi ritratto in modo dissacrante la borghesia, il poeta Rafael Alberti, entrambi etero, e altri giovani con tendenze artistiche più o meno Surrealiste. Anche loro sapevano di Federico finché non giunse un talentuoso ed istrionico diciottenne che aveva capelli lunghi e basette (ma non ancora i baffi), indossava un teatrale mantello nero e si chiamava Salvador Dalì. 

Tra Federico e Dalì nacque una grande amicizia e anche qualcosa di sentimentale ma mentre García Lorca si innamorò di lui, Dalì risulta dalle lettere smanceroso ma non sembra molto sincero.

Più felice fu l’amore con Emilio Aladrén, uno scultore di qualche anno più giovane del poeta, a fine anni Venti. Aladrén era abbastanza bello, fine di aspetto, con qualcosa di esotico ma lasciò García Lorca per fidanzarsi e poi sposarsi con una donna inglese. Le fine di questa importante relazione provocò nel poeta una grande crisi. Nonostante i suoi modi amabili molti notarono una grande tristezza. 

Pochissimo altro si sa della vita sentimentale di García Lorca eccetto che nel 2010 il critico d’arte Juan Ramirez de Lucas, deceduto molto anziano, lasciò ad una sorella delle lettere che García Lorca gli aveva scritto e un poesia di cui nessuno era a conoscenza. 

Nel 1936 il poeta aveva pensato di fuggire in Messico con de Lucas anche per salvarlo dalla guerra civile. 

L’orientamento di García Lorca è stato a lungo negato in Spagna, anche dalla sua famiglia. Fu un tabù fino agli anni ’80 ed aveva anche avuto un gran peso nel suo assassinio (come vedremo). 

Nel 1927 García Lorca pubblicò “Canzoni”, nel ’28 “Romancero gitano”, nel ’31 “Canto jondo”. Vennero pubblicate postume le raccolte “Poeta a New York” e “Divano del Tamarit”.

“Romancero gitano” ebbe molto successo. García Lorca fece un lungo viaggio a New York dove frequentò alla Columbia University un corso di inglese, conobbe numerose persone e si trovò in un mondo completamente diverso dalla sua Andalusia. Nella raccolta “Poeta a New York” raccontò l’ansia di fronte a quel mondo che andava così veloce, i grattacieli che si stagliavano sul cielo grigio, le macchine. 

Il successo gli portò anche invidie e gelosie nell’ambiente letterario spagnolo. 

La sua lirica più celebre è probabilmente “Lamento per Ignacio Sánchez Mejías” (Llanto por Ignacio Sánchez Mejías), composta nel 1935: 

“Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco 

alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte, alle cinque della sera (…)”.

Le commedie di García Lorca come “La casa di Bernarda Alba”, “Nozze di sangue”, “Yerma”, “Mariana Pineda”, solo per citare le più famose, sono capolavori di poesia e di drammaticità. Uno dei temi che l’attraversa è il desiderio di vivere, di respirare, di amare represso dalla violenza e dalle regole di una società arcaica contadina o di possidenti terrieri. 

La Sposa di “Nozze di sangue” non ama lo Sposo (così si chiamano i personaggi) con cui deve convolare a nozze ma il suo antico fidanzato Leonardo che viene da una famiglia maledetta. 

La Morte, che appare come la Mendicante vestita di verde (spesso nelle sue opere torna il colore verde), trama luttuosamente insieme alla Luna. 

Le cinque figlie della dispotica Bernarda Alba vivono anche loro represse, segregate in casa a cucire merletti ma un giovane parla segretamente con una di loro attraverso l’inferriata della finestra. 

Non so se sia mai stato evidenziato quanto García Lorca sia stato un commediografo femminista ante litteram con una particolare sensibilità verso le donne vittime del patriarcato. 

E le scenografie teatrali descritte, le stanze rosa o tutte bianche, i cesti di frutta, i suoni delle chitarre, i bambini che attraversano la scena, i contadini che si odono da lontano – che non hanno nulla di folcloristico, tra realtà e sogno, tra realismo e artificio sono la descrizione della sua terra. 

Nel 1932 incominciò la splendida avventura de “La Barraca”, con la quale lui e una compagnia di giovani pieni di entusiasmo portarono un teatro itinerante nei paesi e nelle cittadine. 

Il pubblico non era la borghesia o l’alta borghesia usuale dei teatri rinomati ma bensì persone, in gran parte illetterate, che non avevano mai visto recitare sulle assi di un palcoscenico e che facevano coloriti commenti alle rappresentazioni vivendo la finzione come fosse una realtà. 

García Lorca si occupò anche della regia. 

Fu una grande sperimentazione artistica, umana e sociale che durò tre anni. 

La Spagna attraversò enormi cambiamenti negli anni ’30. 

Alle elezioni del febbraio 1936 aveva vinto il Fronte Popolare (socialisti, comunisti e repubblicani). 

La sinistra sostenne grandi progressi nel paese come l’aumento delle scuole (su 28 milioni di abitanti quasi il 35% erano analfabeti), una sanità accessibile, la riforma agraria, la ridistribuzione delle terre ai contadini, la separazione tra stato e chiesa cattolica ecc. ecc. 

Il governo democraticamente eletto venne attaccato dal generale Francisco Franco che incominciò ad occupare il paese risalendo dal Marocco dove si trovava. 

La guerra scoppiò il 17 luglio 1936 e sarebbe durata fino al 1939. 

Franco era un feroce fascista che ebbe come alleati Hitler e Mussolini. 

Fu una guerra violentissima in cui ci fu la distruzione di Guernica (che avrebbe ispirato a Pablo Picasso il suo famoso quadro) da parte dell’aviazione tedesca e la battaglia dell’Ebro.

García Lorca appoggiava il legittimo governo democratico del Fronte Popolare come molti altri intellettuali e aveva firmato una petizione a suo favore. Oltre al grande poeta Antonio Machado parteciparono, in varie forme, a sostegno del Fronte Popolare stranieri ed intellettuali come Ernest Hemingway, Ludwig Renn, Klaus Mann, André Malraux, George Orwell, Simone Weil, Pablo Neruda. L’anziano poeta Miguel de Unamuno, nato nel 1864, che inizialmente aveva appoggiato Franco cambiò presto idea, venne arrestato e sarebbe deceduto alla fine del 1936.

Nell’estate del ’36 la situazione era diventata sempre più pericolosa per García Lorca. Si rifugiò in casa di due fratelli conservatori che ammiravano le sue opere. 

Una squadraccia di franchisti, su ordine militare, fece irruzione nella casa sequestrando il poeta. 

Si tentò di liberarlo ma il 19 agosto, senza che avesse commesso alcun reato, senza accuse e senza processo venne barbaramente picchiato, insultato e fucilato insieme ad altri oppositori del franchismo – come ha minuziosamente ricostruito, sulla base di documenti e testimonianze storiche, il saggista irlandese Ian Gibson che ha dedicato al poeta una bellissima biografia e altri saggi. 

In Italia si sono occupati di García Lorca prestigiosi spagnolisti come Vittorio Bodini e Gabriele Morelli. 

L’opposizione politica fu una delle ragioni ma non l’unica dell’omicidio di García Lorca. Egli era detestato in quanto gay. 

Ben presto la notizia dell’uccisione del poeta si sparse per il mondo. 

La falsa versione ufficiale fu che egli era deceduto in un non chiarito episodio bellico. 

La sua opera letteraria venne proibita in Spagna fino al 1953 quando venne pubblicata un’edizione censurata. 

E la sua memoria avversata fino al 1975 quando Franco morì. 

Oggi García Lorca è l’autore spagnolo più amato nel mondo insieme a Miguel Cervantes. 

…….. 

Nota 1) Lavinia Capogna da “Federico García Lorca, poeta” nel saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” 

Bibliografia:

Tutte le poesie e il teatro di García Lorca in varie edizioni Einaudi, Garzanti, Newton Compton

Ian Gibson Vida, passion y muerte de Federico García Lorca (edizione definitiva) 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

“L’homo sapiens neanderthalensis e l’applicazione del diritto: la crisi di effettività del diritto internazionale contemporaneo”, di Vincenzo Franciosi

Affermare che l’homo sapiens neanderthalensis applicasse il diritto con maggior rigore rispetto ai “sapientes sapientes” contemporanei non è una provocazione gratuita, ma una constatazione funzionale. L’aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela, accompagnata dalla sua rivendicazione pubblica attraverso un post presidenziale, offre un esempio quasi didattico di regressione non soltanto giuridica, ma anche antropologica e simbolica: il ritorno a un ordine in cui la forza precede la norma e la sospende in condizioni di sostanziale impunità.

Nelle società arcaiche (verosimilmente anche tra i Neanderthal) la norma non era separabile dalla sopravvivenza del gruppo. Il tabù, il giuramento, il confine rituale non erano enunciati astratti, ma dispositivi vitali. La loro violazione produceva una sanzione certa e immediata, perché metteva in pericolo l’equilibrio collettivo. In questo senso, quel “diritto neanderthaliano” risultava meno sofisticato sul piano concettuale, ma infinitamente più efficace su quello della responsabilità.

Il diritto internazionale contemporaneo, codificato nella Carta delle Nazioni Unite, vieta in modo esplicito l’uso della forza e proclama l’eguaglianza sovrana degli Stati. Tuttavia, esso nasce strutturalmente privo di strumenti effettivi di coercizione. Quando una potenza egemone viola la norma, gli organi competenti rinunciano (di fatto) a intervenire. L’attacco al Venezuela, privo di un mandato del Consiglio di Sicurezza e non riconducibile alla legittima difesa immediata, rende evidente questa asimmetria costitutiva.

In questo quadro, il post con cui Donald Trump annuncia l’operazione assume un valore che va ben oltre la cronaca. Non è un semplice comunicato, ma un atto linguistico sovrano, nel quale la dichiarazione sostituisce la procedura, il fatto compiuto prende il posto del giudizio e la narrazione del vincitore soppianta la legalità. Trump vi afferma non solo l’uso della forza, ma anche la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, presentata come esito “positivo” di un’operazione coordinata con le forze dell’ordine statunitensi.

Colpisce, in questo testo di poche righe, non soltanto la rivendicazione esplicita dell’aggressione, ma la qualità del linguaggio impiegato. Trump chiama Maduro President. Lo fa senza esitazioni, senza virgolette, senza cautele. È un dettaglio solo in apparenza marginale. Chiamare qualcuno “Presidente” significa riconoscerlo come titolare di una sovranità, come capo legittimo di uno Stato; significa, implicitamente, ammettere che l’azione militare è stata condotta contro un’autorità statale riconosciuta, e non contro un’entità priva di status giuridico.

Il testo merita di essere letto integralmente, perché è nel linguaggio stesso che si consuma la contraddizione:

The United States of America has successfully carried out a large scale strike against Venezuela and its leader, President Nicolas Maduro, who has been, along with his wife, captured and flown out of the country. This operation was done in conjunction with U.S. Law Enforcement. Details to follow. There will be a News Conference today at 11:00 A.M., at Mar-a-Lago. Thank you for your attention to this matter! President Donald J. Trump

La traduzione italiana rende ancora più evidente l’inconsapevole legittimazione dell’avversario:

Gli Stati Uniti d’America hanno portato a termine con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il Presidente Nicolás Maduro, il quale è stato, insieme a sua moglie, catturato e fatto uscire dal Paese. Questa operazione è stata condotta in coordinamento con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno ulteriori dettagli. Oggi alle ore 11:00 si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago. Grazie per l’attenzione dedicata a questa vicenda! Presidente Donald J. Trump

Non è ancora necessario formulare un giudizio definitivo sull’autore del post. È sufficiente, per ora, registrare una frattura: la parola, che nelle società arcaiche fondava e vincolava, appare qui usata senza piena percezione del suo peso simbolico e giuridico. Il linguaggio non accompagna l’azione, ma la espone e, a un certo punto, la contraddice.

Il paradosso è evidente. Mentre la forza pretende di negare la sovranità altrui, il linguaggio la ristabilisce. Non per calcolo, ma per inconsapevolezza. È il segno di un potere che non domina più neppure i propri strumenti simbolici. In questo senso, il confronto con il diritto arcaico diventa inevitabile. Là dove la violazione della norma comportava una sanzione immediata perché minacciava la sopravvivenza della comunità, oggi la violazione più grave del diritto internazionale viene assorbita in una sequenza comunicativa, neutralizzata dall’inerzia e dall’assenso tacito degli alleati. L’Unione Europea, come spesso accade, completa questo quadro di regressione. Invoca il diritto internazionale come valore astratto, ma ne accetta la sospensione concreta quando è violato dal potente di turno. In questo modo, la norma perde ciò che nelle società arcaiche la rendeva efficace: la sua indisponibilità, cioè la sua sottrazione all’arbitrio del potere.

Alla fine, ciò che colpisce non è soltanto la violenza dell’atto, ma la povertà dell’uomo che lo annuncia (per di più un miliardario). Nel chiamare Presidente colui che dichiara di aver catturato, Trump conferisce con una parola ciò che pretende di negare con la forza: legittimità, sovranità, diritto. È il linguaggio stesso a tradirlo. Là dove le società arcaiche sapevano che la parola vincola e impegna, il potere contemporaneo parla senza comprendere, agisce senza sapere, legittima senza volerlo. Se questo è il grado di coscienza simbolica del sovrano globale, allora sì: quella neanderthaliana — rozza ma responsabile, elementare ma vincolante — appare oggi come una forma più alta di civiltà giuridica. Perché almeno conosceva il peso delle parole e il prezzo delle violazioni.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Un ladro sotto il segno di Hugo Pratt – sull’ultima avventura di Lele Vianello, di Edoardo Pisani

Lele Vianello disegna e racconta dei ladri meravigliosi. Veneziano, classe 1951, grande fumettista e illustratore, inizialmente collaboratore di Hugo Pratt, da tempo ormai Vianello ha un’opera propria che merita di essere scoperta e ammirata. Gran parte dei suoi lavori sono pubblicati da Segni d’Autore, compreso il suo ultimo albo, Egizianaintrigo a Suez (2025), sceneggiato dall’esordiente Federico Semenzato.

Dicevo di ladri. I suoi fumetti che amo di più sono infatti Ladrimaschere e cose turche (Segni d’Autore, 2013) e Dick Turpin (Segni d’Autore, 2014), ed entrambi hanno per eroi dei ladri gentiluomini che di sicuro sarebbero piaciuti al suo amico e maestro Hugo Pratt. Tuttavia Vianello, pur essendo un fumettista orgogliosamente “prattiano”, non deve essere ridotto a un altro autore, sia pure un gigante quale il creatore di Corto Maltese, perché ha ormai un tratto e uno stile particolari e immediatamente riconoscibili. 

Egiziana è uno dei suoi fumetti migliori. Il merito, occorre dirlo, va anche allo sceneggiatore dell’albo, Federico Semenzato, qui al suo primo lavoro, che ci ha offerto una storia avventurosa eppure non ingarbugliata, semplicemente bella, lasciando spazio anche a quei silenzi che in fondo fanno la cifra stilistica e le atmosfere del segno di Vianello. 

Il protagonista dell’albo, Jean Dampier, altrimenti detto “Il gatto nero”, è un ladro gentiluomo, un personaggio complesso, con una dignità e un’integrità proprie, come è solito dei grandi avventurieri dei fumetti che più amiamo. In Egiziana c’è una contessa affascinante; ci sono delle lettere d’amore rubate; c’è la Storia, con il Canale di Suez ancora in costruzione; c’è un ricatto internazionale che il nostro eroe, giustiziere suo malgrado, dovrà dissipare; c’è insomma molta inventiva e di conseguenza molta avventura. La trama diletta e ammalia, e vi troviamo diversi personaggi o battute divertenti o memorabili, come quando Hassan, un complice del ladro Jean Dampier, uccide un uomo in casa propria e dice: “Amin! Fallo portare via! Mi sta sporcando il tappeto persiano di sangue!”, o come il personaggio Barkuk, un “dannato brigante” che è un chiaro omaggio al Rasputin di Hugo Pratt e che difatti ride nello stesso sguaiato modo: “Haw! Haw!” 

La bellezza dell’albo però risiede soprattutto nel suo protagonista, Jean Dampier, uno di quegli eroi complessi ma solidi, e poi, certamente, nel segno di Vianello, sempre a suo agio fra i personaggi e i paesaggi esotici, come già dimostrava in Sertao (Segni d’Autore, 2015) o nel dittico di Mongolia (2023, finora pubblicato solo in francese, da Mosquito). Si spera che il ladro Dumpier possa regalarci altre avventure. 

Negli ultimi anni gli appassionati di Hugo Pratt hanno avuto qualche bella sorpresa e alcune delusioni. Le sorprese, almeno per quanto mi riguarda, sono i nuovi albi di Corto Maltese portati in libreria da Rizzoli Lizard, con la firma di Juan Díaz Canales e Rubén Pellejero, sempre ben scritti e ben disegnati e talora perfino esaltanti. Quanto alle delusioni, mi duole scriverlo, sono le storie di Martin Quenehen e Bastien Vives edite con gran clamore da Cong, che mostrano un Corto Maltese nel mondo contemporaneo e che mi paiono davvero non indimenticabili, per non dire malriuscite, specie in materia di scrittura. Chi voglia consolarsi dalle delusioni o magari rinnovare le sorprese e la meraviglia può dunque scoprire il magnifico segno di Lele Vianello, quei suoi eroi talmente romantici e profondi che ci riportano a Hugo Pratt pur non pasticciandone le opere né banalizzandone il pensiero o lo stile. Dei ladri gentiluomini. Degli eroi complessi, veri. Quindi manna per gli appassionati. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Vincenzo Montisano: “Inaugura stanotte il secolo del bene” (Wojtek, 2025), di Maurizia Maiano

La lettura di Inaugura stanotte il secolo del bene mi immerge in  un melting pot di esperienze e di letture già vissute, riattivate e rimescolate in una narrazione che crea ed esaspera  il senso di disagio. Una condizione esistenziale o storica quella di cui ci parla Vincenzo Montisano? Mi piace scorrere il passato per trovare un filo ed una continuità con il presente, un triste presente che il nuovo ci prospetta e sempre se sono ancora validi i valori del passato.

La prima immagine che mi viene incontro è quella sempre eterna di Quasimodo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera–  Ineguagliabile e pregnante immagine dell’esistenza umana espressa in una semplice paratassi. Un profondo disagio esistenziale di fronte alla precarietà dell’esistenza eppure quel raggio di sole ci illumina come a volercene  indicare la via o come nel Viaggio al termine della notte, Celine. 

Penso a Guy Debord, La società dello spettacolo. La nostra è una società che osserva e guarda più che vivere. La vita, gioie, dolori e sofferenze sembrano trovarsi altrove, in uno schermo che li riproduce che sia il mondo reale o una fiction. Cosa diventa questo disagio esistenziale se restiamo affacciati alla finestra aspettando che tutto passi? Il mondo che ci scorre davanti è opaco e impersonale, tutto accade ma non chiama all’azione. Una attesa senza progetto che non viene contrastata. La violenza non scandalizza, ad essa ci siamo assuefatti, la morte non interrompe e il dolore non obbliga a reagire. Lo beviamo come nero latte del mattino (Paul Celan). 

E ancora La caduta della casa Usher, Edgard Allan PoeLa casa da sempre simbolo della genealogia familiare, luogo degli affetti, diventa il centro della  decadenza morale e fisica. La dimora degli Usher racconta di una stirpe chiusa in se stessa: quando la famiglia si estingue, anche la casa crollaIn Montisano la casa diventa il luogo delle distopie del presente, si dissolve anche il legame simbolico che fondava l’eredità e l’autorità paterna. Il cadavere di Marcel, padre, sostituisce la casa  come luogo  e diventa la sua profanazione, segna la fine del principio del padre. E’ d’obbligo un altro richiamo letterario, La Lettera al padre di Kafka.

Tutto è compiuto. Mi ritrovo nella villa di famiglia di Hugo, luogo sinistro par excellence… il Cristo di bronzo perpendicolare alla scena che ornava l’ambiente di sacrale virilità assieme alle corone di fiori, all’euforia dei lampadari di cristallo sulla scalinata di marmo che conduceva ai piani superiori… oggettche diventano sinestesici. Essi sconvolgono la condizione del lutto:  a me non sembrava affatto una veglia funebre, piuttosto il godereccio rito popolare del porco scannato in dicembre.

 Io, la bara e Galina, la tanatoesteta…. eccolo stare  dentro alla cassa di legno dolce, a mani giunte. Beato, un ciarlatano in attesa di santificazione…. Gonfio di gas intestinali, livido di rabbia perché la caducità non l’aveva risparmiato. Che decadenza nelle cose di questo mondo. Ché morendo sfoggiano il meglio di sé. E infatti un dio minore doveva avergli aperto quel ghigno in bocca…Padre nelle tue mani consegno il mio spirito (Luca 23,46), non può essere pronunciato, è la rottura! Non c’è più un padre a cui affidrsi! 

Una descrizione violenta e barocca, per non dire dissacrante, combinazione di nomi ed aggettivi tra loro stridenti. Quella stanza adibita per la veglia funebre e per l’ultimo addio, luogo del raccoglimento e riflessione sulla precarietà dell’esistenza, diventa il godereccio rito popolare del porco scannato completato dalla presenza della tanatoesteta.

In Montisano il corpo del padre torna come materia abietta da cui non ci si libera, la distruzione non inaugura alcuna fine, ma lascia il mondo intatto nel suo funzionamento automatico. Com’è strano, sembra che i conteporanei si portino dietro qualcosa dal passato a cui non possono più credere: ogni società è un’arma contro se stessa, ed il consorzio umano  un plotone suicida imbottito di speranza, quest’ernia del futuro. E tutto sarà bene. Di seme in seme, generazione dopo generazione. Fino allo spegnimento dei cieli, ogni cosa sarà bene proprio perché tutto è eternamente male. 

Una condizione post-tragica in cui la dissoluzione del senso non genera catastrofe ma indifferenzaUna indissolubilità di bene e male di cui sappiamo la vita consiste, ma a cui non sappiamo più attribuirne un senso. Ed il nero sembra prevalere sul bianco o l’unica alternativa è il suo grigiore.

Una società post etica in cui  tutto si svolge in città senza nome, riguarda tutti, riguarda il nostro Abendland i cui valori individualistici di un Io, che vuole affermarsi al di sopra di tutto, ignora il noi, l’altro che ci potrebbe aiutare a condividere la vita, i suoi dolori e le sue contraddizioni. 

Inaugura stanotte il secolo del bene è un romanzo pubblicato nel 2025 dall’editore Wojtek. Hugo Boll, rinchiuso in un bunker, racconta la sua vita a Karl Olsen,  l’interlocutore silenzioso che lo ascolta attento senza proferir parola. Hugo confessa  la sua disfatta personale: figlio di un’aristocrazia in declino, decide di distruggere il patrimonio di famiglia come reazione alla morte del padre. E’ una realtà che va verso il collasso, si sviluppa una strage morale con temi forti come lotta ai valori consolidati, senso di colpa, abiezione e ricerca di salvezza. 

Nel suo racconto emergono immagini di famiglie in disfacimento, colpa, odio ereditato, tentativi di redenzione impossibile, fino a gesti estremi. In questo sfacelo personale e collettivo, Montisano non si limita alla cronaca di una rovina ma costruisce una sorta di radiografia della contemporaneità: il libro esplora la difficoltà di confrontarsi con i mali del presente, il bisogno di trovare un nemico, il desiderio insieme patologico e salvifico di annientare ciò che fa soffrire. 

I rapporti con le donne sono frammentari e strumentali, non sono partner sentimentali ma strumenti  su cui rimbalza  la crisi del protagonista, relegate ad una funzione più che ad una partecipazione. 

Di tutti i simboli della tradizione nessuno sembra corrispondere ad una possibilità di realizzazione. La normalità affettiva è impossibile, Alice: l’oriente e l’occidente, il candore e la depravazione, la castità apparente all’araba e l’assiomatico godimento all’europea.  

Leda, il desiderio, l’attrazione seduttiva sono prive di reciprocità; l’orizzonte luminoso non si intravede e appare come una promessa irraggiungibile, se discutevamo dell’infinito, candidamente affermava che una spiegazione della vita ne avrebbe ucciso la poesia

Galina, la tanatoesteta, è l’amministratrice tecnica della morte, cerca di salvare una forma vuota di significato

Estrella, infine, è un orizzonte luminoso solo di nome, una stella che non orienta, promessa di senso destinata a restare irraggiungibile, conserva ancora una traccia di desiderio e di relazione. E’ una luce che non scalda ma mostra che qualcosa di umano non è del tutto estinto

Il tutto si svolge in una atmosfera  in cui vige la non responsabilità. I personaggi, presenti allo spettacolo finale, compaiono non in sequenza o seguendo una successione  logica;  è il protagonista, Hugo, che li racconta delineandone le relazioni. Si scorreva brulicanti come acari in un silenzio corrotto da un rumore bianco di fondo, cui l’elemento umano era subalterno. Siamo in uno spazio non reale in cui  tutte le incongruenze paradossali che ospita, si svolgono come nella navata centrale d’una cattedrale in cui si praticano i riti di un culto nuovo. I suoi sacramenti spersonalizzano la ferocia dei drammi individuali in un indistinto e atroce incanto, che mi attrasse e mi sequestrò fatalmente.

Sullo sfondo agisce una società capitalistica in cui il costo dell’esistere si misura sempre sull’inesistenza di qualcun altroNei fast-food ci si illude di essere affrancati pagando un euro in più per un cappuccino solidale: un gesto minimo che dovrebbe redimere tutto — i malati di cancro ai testicoli, le madri vittime di violenza, i bambini affamati dalle pupille enormi e dai ventri gonfi. Le loro immagini sopravvivono incastonate tra cartelloni pubblicitari di hamburger vegani e dolci ipercalorici, trasformate in sfondo morale del consumo. La carità diventa così un accessorio del mercato, una quiete comprata a basso costo, mentre il sistema continua a nutrirsi dell’assenza e della miseria che finge di alleviare.

Forse è giusto fermarsi qui, lasciando al lettore il compito di attraversare gli ultimi appunti rinvenuti da Hugo tra le carte del padre. 

La lista delle preferenze di morte resta come una traccia emblematica, la fine, evento non scelto per eccellenza, ridotta a ipotesi, a catalogo, quasi una forma ironica del dire   che ci sostiene. In questo mondo desacralizzato, dove anche il dolore diventa forma di consumo, non è tanto una risposta a emergere quanto una domanda sospesa: che cosa resta, se qualcosa resta, a fondamento del nostro stare insieme? Forse l’esperienza di Hugo ci aiuterà a decidere per noi, se vogliamo dare una svolta alla nostra esistenza.

Il romanzo è stato finalista al Premio Neri Pozza 2023, un riconoscimento importante in ambito letterario italiano, e viene presentato in occasione di eventi culturali come manifestazioni di arti integrate (scultura, installazioni, musica e letteratura). Ad esempio, a Cosenza è stato inserito all’interno di un percorso di mostra e performance del collettivo culturale Nucleo Kubla Khan, dove ne è stata presentata la narrativa come parte dell’inaugurazione di un nuovo ciclo di attività.

Vincenzo Montisano è uno scrittore calabrese classe 1988, attivo da anni nei collettivi letterari come Nucleo Kubla Khan e La Masnada, con pubblicazioni di romanzi e storie brevi. Prima di Inaugura stanotte il secolo del bene, ha pubblicato altri lavori come Roy Scarlatt e Logica degli incendi, e ha partecipato a diverse attività editoriali, teatrali e culturali legate alla scrittura contemporanea.  

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.