“L’odio selettivo: la legge sull’antisemitismo e la gerarchia delle vittime”, di Vincenzo Franciosi

C’è un modo elegante, e dunque pericoloso, di imporre il silenzio: non proibendo le parole, ma alterandone il significato. Non dicendo “non puoi parlare”, ma stabilendo in anticipo che cosa, tra ciò che dici, sarà interpretato come odio.

La definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) di “antisemitismo” si colloca esattamente in questa logica: nasce per proteggere, ma per come è costruita e soprattutto per come viene impiegata finisce spesso per disciplinare. È una tecnologia del discorso prima ancora che un criterio morale. La parte iniziale della definizione, considerata in astratto, sembra persino ovvia: l’antisemitismo come “percezione” degli ebrei che può esprimersi come odio; e le sue manifestazioni retoriche e fisiche dirette contro persone, proprietà, istituzioni comunitarie e luoghi di culto. Fin qui, nulla da eccepire. Tutti i razzismi agiscono così: colpiscono corpi, simboli, memorie, spazi. Il problema comincia quando la definizione si correda di esempi “illustrativi” che dovrebbero aiutare a riconoscere il fenomeno e invece ne spostano il baricentro. È lì che la tutela si rovescia in immunità; ed è lì che la lotta all’odio rischia di diventare un dispositivo di governo del dissenso.

Gli esempi 1–6 e 11 appartengono a una costellazione chiara: incitamento alla violenza contro ebrei, stereotipi complottistici, responsabilità collettiva, negazionismo della Shoah, accusa di doppia fedeltà. Sono fenomeni storici riconoscibili; colpiscono ebrei in quanto ebrei; ricalcano strutture note dell’odio antiebraico moderno. La parte controversa è un’altra: i punti 7–10, quelli che toccano Israele. È qui che la definizione, anziché restare una griglia per distinguere l’odio razziale, entra nel campo minato della politica internazionale e vi porta strumenti concettuali impropri, perché elastici, indeterminati, facilmente convertibili in arma.

Per evitare equivoci, è utile riportare integralmente la formulazione di questi esempi, poiché è in essi che si concentra la torsione:

7) “Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista”.

8) “Applicare doppi standard a Israele, richiedendogli un comportamento non atteso o non richiesto a nessun’altra nazione democratica”.

9) “Utilizzare simboli e immagini associate al tradizionale antisemitismo (ad esempio l’accusa di ‘deicidio’ contro gli ebrei o l’immagine del ‘libello di sangue’) per caratterizzare Israele o gli israeliani”.

10) “Fare confronti tra la politica contemporanea di Israele e quella dei nazisti”.

Il punto 7, “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista”, è già una dimostrazione del corto circuito. L’autodeterminazione non è un talismano: è un principio storico che convive con altri principi e non annulla, per definizione, le questioni di eguaglianza e di discriminazione. Trasformare l’accusa “Israele è razzista” in segnale di antisemitismo significa scambiare un giudizio politico e giuridico con un odio etnico. Si potrebbe, semmai, discutere quella tesi, contestarla, confutarla; ma farne un indicatore automatico di razzismo antiebraico è un salto concettuale. È la scorciatoia che un pensiero democratico dovrebbe respingere.

Il punto 8, quello dei “doppi standard”, è ancora più insidioso. “Doppio standard” è un’accusa che, in teoria, richiederebbe comparazioni, criteri espliciti, dimostrazione. Nella pratica, funziona diversamente: non confuta, insinua. Non discute i fatti, interroga la coscienza. Serve soprattutto a spostare il discorso dal contenuto all’intenzione dell’oratore: non “quello che dici è falso”, ma “lo dici perché sei prevenuto”. Con un colpo solo, la critica politica viene delegittimata e l’attenzione morale trasformata in sospetto. A quel punto qualunque dissenso diventa colpevole, perché non esiste un universo in cui ogni attore politico venga criticato con la stessa intensità, lo stesso spazio mediatico, lo stesso tempo. La politica non è contabilità morale. “Doppio standard”, se diventa criterio operativo, è un dispositivo perfetto di censura morbida: non serve dimostrare antisemitismo, basta attribuire un movente.

Il punto 9, quello relativo all’uso di simboli e immagini dell’antisemitismo tradizionale per caratterizzare Israele, contiene un nucleo sensato: quando riemergono figure storiche come il libello di sangue o la demonizzazione teologica dell’ebraismo, siamo davanti a una continuità riconoscibile dell’odio. Ma anche qui la definizione apre una porta: se manca una competenza storica nel riconoscere quelle immagini, qualunque metafora forte può essere trascinata dentro il perimetro dell’odio. E una volta che la rete si allarga, diventa rete a strascico: non protegge più dalle immagini razziste, assorbe la polemica politica in quanto tale.

Infine il punto 10, quello sui paragoni con i nazisti, è emblematico del clima emotivo in cui la definizione opera. Ma trasformare il paragone in prova morale di antisemitismo significa costruire un tabù che non riguarda più l’odio antiebraico, bensì l’intangibilità di uno Stato. Una definizione che pretende di riconoscere l’odio non dovrebbe automatizzare i giudizi: dovrebbe distinguere, verificare, contestualizzare. Altrimenti finisce per sacralizzare uno Stato non per le sue virtù democratiche, ma per la potenza simbolica del trauma europeo. Il cuore della questione sta qui: nei punti 7–10, la definizione opera una sovrapposizione quasi continua tra popolo ebraico e Stato di Israele. È il passaggio più assurdo e più pericoloso, perché produce un cortocircuito che finisce per essere, in un senso serio e non polemico, paradossalmente antiebraico. Una definizione nata per proteggere gli ebrei incorpora così una premessa tipica dei dispositivi razzisti: l’idea di un soggetto collettivo ebraico unitario che si identifica organicamente con uno Stato e ne assume la rappresentanza. Proprio questo meccanismo – la collettivizzazione essenzialista – è stato storicamente un motore dell’odio antiebraico: ridurre gli ebrei a un corpo unico, dotato di volontà comune, e dunque responsabile “in quanto tale”. Fondendo popolo e Stato, la definizione costruisce le condizioni perfette per due esiti simultanei: la criminalizzazione della critica politica a Israele, e l’esposizione simbolica degli ebrei alla responsabilità delle azioni di uno Stato. In altri termini, non separa l’odio dalla critica, li confonde, e confondendoli, non riduce l’odio, ma lo ristruttura e lo rende più manipolabile.

Tutto questo accade mentre in Palestina si consuma un genocidio: bombardamenti, fame, assedio, punizione collettiva, deportazioni, disumanizzazione. In questo contesto, l’uso politico dell’accusa di antisemitismo diventa un’operazione moralmente intollerabile: serve a rovesciare la realtà, a spostare l’attenzione dal crimine all’accusatore, e a trasformare la denuncia in colpa. Non è un’astrazione, ma una dinamica concreta che ha inquinato università, teatri, giornali, piazze. Si parla meno di ciò che accade e più di ciò che “si può dire”. È la sostituzione della verità con il protocollo.

Qui emerge un secondo paradosso, altrettanto rivelatore: oggi molti ambienti dell’estrema destra, eredi culturali del razzismo nazi-fascista europeo, sono filoisraeliani. Non perché abbiano scoperto l’antirazzismo, ma perché riconoscono in Israele ciò che ammirano: lo Stato identitario, la militarizzazione permanente, l’idea di confine come destino, la gerarchia delle appartenenze, la violenza come linguaggio politico. L’estrema destra non ama gli ebrei, ama la forma dello Stato che vede come proprio ideale, e così può riciclarsi come “difensore contro l’antisemitismo” mentre resta xenofoba e autoritaria. Proclamarsi filoisraeliani diventa un certificato di rispettabilità. È una mutazione cinica, ma perfettamente coerente.

In questo quadro, parlare di una legge “contro l’antisemitismo” che isoli l’odio antiebraico come categoria autonoma non è un atto neutro, ma una scelta di potere. È qui che si colloca il ddl Delrio, promosso dall’area “riformista” del Partito Democratico, in un gesto che appare tanto più inquietante quanto più risulta sovrapponibile, per logica e direzione, a proposte analoghe provenienti dalla destra radicale. Non importa il lessico benevolo (prevenzione, educazione, osservatori, monitoraggi, deleghe sul digitale) perché l’effetto istituzionale è già scritto: la creazione di una cornice pubblica di interpretazione in cui la critica a Israele può essere resa sospetta per definizione.

Un elemento decisivo, spesso rimosso nel dibattito pubblico, è che il ddl Delrio incontra una contrarietà netta anche da parte di intellettuali italiani di origine ebraica. Anna Foa, storica che ha dedicato studi fondamentali alla storia dell’ebraismo e delle persecuzioni, ha espresso un dissenso esplicito, denunciando la torsione per cui la tutela contro l’odio antiebraico finisce per trasformarsi in un dispositivo di protezione politica dello Stato di Israele e di compressione della critica. E non si tratta di una posizione isolata: un appello pubblico sottoscritto da studiosi e scrittori, tra cui numerosi firmatari di origine ebraica, ha contestato la stessa impostazione, rifiutando l’idea che l’odio antiebraico debba diventare un’eccezione normativa separata dal resto dei razzismi e segnalando il rischio di una deriva censorio-identitaria proprio nel momento in cui la libertà di parola e di ricerca dovrebbe essere difesa con maggiore rigore.

Il punto decisivo, però, non è soltanto la questione Israele. È la questione dell’eguaglianza. Una legge che considera l’odio antiebraico come fenomeno “a sé”, distinguendolo strutturalmente dal razzismo contro arabi, rom, africani, migranti in genere, produce una gerarchia delle vittime. E una gerarchia delle vittime è razzismo istituzionalizzato: non perché difende gli ebrei, che devono essere difesi come chiunque, ma perché stabilisce che alcune discriminazioni meritano un trattamento speciale mentre altre restano normalizzate, tollerabili, periferiche. È il contrario dell’articolo 3 della Costituzione: l’uguaglianza come principio universale, non come eccezione selettiva. Un antirazzismo che funziona per eccezioni non è antirazzismo: è amministrazione politica delle vittime.

C’è infine un dettaglio linguistico, che dettaglio non è. “Antisemitismo” è un’aberrazione terminologica: i semiti non sono solo gli ebrei. Semiti sono gli arabi (quindi anche i palestinesi) e storicamente fenici, aramei, cananei, assiri, accadi e tanti altri popoli del Vicino Oriente antico. Il termine nasce in un’Europa ottocentesca che cercava etichette pseudoscientifiche per nobilitare l’odio antiebraico. È diventato un tecnicismo storico e in certi contesti può restare tale; ma oggi, come parola sacra, agisce da strumento ideologico. Sarebbe più corretto dire antiebraismo, o odio antiebraico. Chiamare le cose col loro nome significa anche impedire che una parola venga monopolizzata per costruire immunità.

Odio antiebraico è ciò che colpisce gli ebrei in quanto ebrei: violenza, stereotipi, responsabilità collettive, negazionismo. Critica politica è ciò che colpisce uno Stato, un governo, una legge, un esercito, una prassi. Il principio democratico è altrettanto semplice: nessuno Stato è sacro, nessuna istituzione è intoccabile; sacra è la dignità delle persone. Separare popolo e Stato non è una concessione, ma il requisito minimo per non ricadere nella logica del razzismo. Confonderli, come fa la definizione dell’IHRA nella sua parte più controversa, significa creare le condizioni della censura e, insieme, alimentare il risentimento che il razzismo sfrutta sempre.

Per questo il ddl Delrio va respinto non perché “combatte l’odio”, ma perché lo fa nel modo peggiore: trasformando un concetto storico in una tecnologia politica di controllo del discorso, e creando un’eccezione privilegiata che frantuma l’uguaglianza. È un errore democratico prima ancora che un errore teorico.

In conclusione, questo disegno di legge va contrastato non perché minimizzi l’odio antiebraico, ma perché lo separa, lo assolutizza e lo trasforma in un’eccezione, inaugurando una gerarchia delle discriminazioni. Uno Stato che seleziona quali razzismi meritino un trattamento speciale e quali no, non sta combattendo il razzismo: lo sta amministrando. E una Repubblica fondata sull’uguaglianza non può permettersi una legge che, nel nome dell’antirazzismo, finisce per tradire l’articolo 3 e legittima l’idea più pericolosa di tutte: che esistano vittime più degne di altre.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Noam Chomsky: “Chi sono i padroni del mondo” (trad. Valentina Nicoli, Ponte alle Grazie), di Maurizia Maiano

Sono cresciuta con l’immagine del mito americano e sono per natura esterofila anche se amo la mia terra per quel sentimento di Heim (casa) che mi hanno trasmesso lo studio della lingua tedesca e la mia famiglia.

Della Storia degli Stati Uniti conoscevo poco. E la conoscevo soprattutto attraverso i racconti di mio nonno che giovanissimo era emigrato in America e poi era ritornato per andare a combattere sul Piave, per quel maledetto sogno nazionale e dove, dopo aver vissuto in trincea e visto il dolore: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie e buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata, aveva deciso che avrebbe voluto morire piuttosto che tornare salvo a metà. 

E dopo aver fatto l’Italia tornò ad emigrare per mantenere la famiglia e non solo la sua ma anche quella di mia nonna: i suoceri e due fratelli ed una serva, sì, perché anche se si era poveri ci si poteva  permettere una serva perché c’era sempre qualcuno più povero e a cui bastava solo essere sfamato. Alla serva però si voleva un gran bene, era una della famiglia, adottata per un reciproco scambio di convenienza e inevitabilmente e naturalmente per la vita condivisa nasceva l’amore. Chiedevo a mio nonno perché non avesse portato la famiglia con sé, mi sarei voluta sentire americana, ma il nonno rispondeva che l’America non era bella, che era solo un sogno e che lì la gente moriva per strada sotto lo sguardo indifferente degli altri e poi l’America sapeva fare solo la guerra e viveva della guerra.

Rimanevo in silenzio e pensavo che avevano massacrato gli indiani che poi sarebbero diventati “nativi americani”, che avevano ucciso quattro loro presidenti e sempre per mano di un “folle”, l’ultimo lo avevo visto anch’io cadere per mano di Lee Harvey Oswald. 

Sentivo parlare dei missili a Cuba e ancora non capivo la parola embargo e non capivo perché gli americani proclamassero d’essere sempre nel giusto. Poi fecero una guerra in Vietnam e ancora una volta non capivo perché fossero convinti di essere nel giusto, avevo visto al cinema Il grande cacciatore  ed Apocalypse Now e il tutto non mi tornava, riuscivo solo a chiedermi perché la guerra.

E dopo John F. Kennedy, amavo il Bob Kennedy di “Vogliamo un mondo più nuovo”. Era come se l’America custodisse i nostri sogni, anzi di più, si era presa sulle spalle il destino del mondo per realizzare la felicità.

Crescendo e studiando venni a sapere che avevano lanciato la bomba atomica, i primi nella storia, sul Giappone e l’avevano lanciata sulle città in un momento in cui la gente ignara pensava di essere tornata alla vita, perché la guerra era finita e le potenze vincitrici stavano trattando per spartirsi il mondo e ancora una volta pensavano d’essere nel giusto. Ci fu anche una guerra in Corea e sempre perché era giusta e in futuro avrebbero appoggiato i bosniaci (musulmani) contro i serbi e sempre perché era giusto e qualche anno dopo avrebbero combattuto contro i musulmani, che avevano messo al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini che poi era diventato un loro nemico e avevano fatto la stessa cosa con Ghedafi e con Saddam Hussein e poi Bin Laden e insomma con loro non sapevi mai quando saresti passato da amico a nemico e viceversa e non solo: sapevo che dietro certe stragi italiane e tentativi di golpe c’erano sempre gli americani, che erano stati loro ad organizzare il sequestro e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, a causa del compromesso di quest’ultimo con il Partito Comunista. Sapevo che esisteva un’organizzazione guidata dagli americani chiamata Gladio che praticamente vigilava e operava su tutta la politica italiana. Sapevo che i loro errori non li pagavano mai erano troppo sicuri di sé per avere dei ripensamenti. Eppure sapevo che loro erano i nostri alleati, i nostri fratelli, la nostra guida.

E io non me lo spiegavo molto bene. Non mi ritenevo colta ed avevo sempre un atteggiamento aporetico verso la realtà. Col tempo ho capito che quell’aporia non era solo mia: era l’effetto di un discorso che si presentava come naturale, ma che naturale non era affatto.

Ed ancora l’America Latina dove le riforme agrarie erano state impedite dai dittatori che gli amici americani appoggiavano. 

Di recente ho scoperto che siamo stati per molti anni la IEA (Impero Europeo dell’America) e che il sogno di una sola Europa era solo un sogno indotto americano.

Ricucendo le trame della memoria e dei racconti che avevo ascoltato riuscivo a creare in me l’immagine dei veri padroni del mondo. Tutte le guerre avvenute dopo la seconda guerra mondiale erano state innescate dagli americani. Ma non erano i cattivi anzi erano sempre in guerra e si facevano in quattro per salvare qualche popolo da un genocidio, da un’invasione, da un dittatore fornito di armi di distruzione di massa e poi puntavano il dito contro l’Unione Sovieticacon la quale avevano pur combattuto insieme e sconfitto un comune nemico. Non riuscivo a capire perché fossero diventati a loro volto nemici tra loro. Idee diverse, si diceva, capitalismo ed economia liberale, libertà individuale versus comunismo, economia pianificata e niente libertà individuale. Della Russia non avevo una cattiva considerazione, al contrario, mi sembrava una parte del mondo ancora parzialmente incontaminata, più che la storia era l’immagine di qualche libro di letteratura russa che conservavo, immagini di bianche distese innevate, il bianco nella mia mente prevaleva sul verde ed anime profondamente travagliate si muovevano sofferenti sotto il peso dell’esistenza e non distinguevo se fosse per colpa di regimi oppressivi, dello Zar o per una naturale inclinazione e sensibilità. 

Sempre per quel poco che avevo studiato sapevo che i russi non avevano mai invaso l’Europa, ma più di una volta avevano subito un tentativo di invasione. Ci aveva provato Napoleone prima dell’altro piccolo uomo. I Romani, anche se erano stati grandi, non ci avevano pensato, troppo lontani e così arrivò qualcuno di loro dalle lontane steppe. E poi c’erano stati Pietro il Grande e Caterina II che tanto amavano quell’Europa occidentale dell’Impero Romano e dei Sovrani Illuminati, di cui si sentivano gli eredi ideali.

E poi amavo l’astronauta Yuri Gagarin che era stato il primo uomo nello spazio, era volato così lontano prima degli americani che però atterrarono sulla luna nel 1969 anche se poi venne in mente a qualcuno di diffondere la notizia che era stata tutta una farsa, mi rimase sempre il dubbio se la luna dei poeti e tanto cara al Leopardi fosse stata conquistata dagli Yankee americani. In effetti non ci tornò più nessuno, forse non ne valeva la pena o la Luna chiese di essere semplicemente lasciata in pace per alimentare il sogno degli umani. 

Dopo qualche decennio ci fu il caso dell’astronauta Sergej Konstantinovič Krikalëv, che, il 25 marzo 1992, rientrava sulla terra dopo 311 giorni trascorsi suo malgrado nello spazio a bordo della stazione spaziale Mir, era rimasto intrappolato a bordo della stazione per diversi mesi in più del previsto perché il paese che l’aveva lanciato in orbita non esisteva più, fui presa dalla malinconia. Mi aveva fatto tornare in mente la storia di Solaris dove lo spazio infinito cosmico si confondeva con le immagini interiori ed intime della propria anima. L’URSS stava collassando e con essa l’ideologia del socialismo e di un mondo migliore anche se ripetevo tra me: non lo volevano anche gli USA? Così immaginai questo mondo e la Casa Comune Europea, che a qualcuno venne in mente di proporre, e mi piaceva vedere Reagan Gorbaciov insieme, pensavo che li avremmo accolti nel nostro mondo che finalmente diventava migliore.

    Ora scrivendo mi viene in mente l’immagine di 2001 Odissea nello Spazio, il monolito, il primate che lo afferra ha scoperto uno strumento, è la tecnica, quante cose potrà fare. E poi la scena finale, Bowman che lentamente diventa vecchio e vede davanti a sé il monolito nero che cerca di afferrare per poi scomparire e rinascere in un feto cosmico mentre siamo pervasi dalle note del Così parlò Zarathustra di Strauss. La domanda è: a che punto siamo? 

Un mio amico mi risponde. E’ uno che si chiama Pensandbike, pensa andando in bicicletta, una metafora piene di allusioni.

P. – Siamo al punto in cui non sappiamo ancora cosa c’è dietro alle verità assolute che ci raccontano, cosa si celi al riparo degli ideali che da una parte e dall’altra del mondo ci propinano come la cosa più pura ed incontaminata che esiste sulla terra.

 La tara – Ahimé – non ce l’ha in testa la gente di un popolo o dell’altro: la tara è insita nel cervello dell’Homo Sapiensche è l’unica specie vivente su questo pianeta a praticare la guerra e ad adoperarsi per distruggere il mondo che lo ospita.

M. Tara nel cervello dell’Homo Sapiens significa dunque qualcosa da cui mai ci libereremo ed in un eterno ritorno si alterneranno vita e distruzione e mai pace definitiva ma solo tregua?

P. Purtroppo ne sono assolutamente convinto. E basta guardare la storia ed il sussegirsi delle guerre per averne conferma. Nessuno ne parla, ma ci sono, e continuano a scoppiare guerre dimenticate ignorate ma che producono i loro effetti nefasti. Considerandole tutte, nell’era moderna avremo avuto giorni di pace totale nel mondo? Non ci scommetterei grosse somme. D’altra parte se lo stesso nostro Paese, pacifista in base alla Costitizione, produce e vende armi ricavandone profitto, quanto potrà rammaricarsi della presenza di guerre, se le stesse sono occasione di business? E dietro questo business c’è gente che studia, appurando che per il nemico più dannoso di un soldato morto è un soldato ferito, perché il primo va solo sepolto, mentre il secondo obbliga a prestargli soccorso e cure. In base a questo progetta quindi ordigni che mutilano anziché uccidere. Mi chiedo se c’è un’altra specie vivente al nostro livello…

M. – Sì, è vero! Demoni….ma anche Dei…il mistero della natura umana, è così e non lo capirò mai

P. – Credo che nessuno possa capirlo semplicemente perché è incomprensibile.

Un’altra voce – La grande storia è sempre stata fatta da e per i desideri di uomini (maschi) adulti. Forse è soltanto il momento di guardare più sotto e di lato.

Quando ho incontrato Chomsky, ho avuto l’impressione che  qualcuno stesse finalmente dando una forma a ciò che avevo intuito senza riuscire ad esprimerlo. Il libro è stato  pubblicato nel 2019 da Ponte alle Grazie e tradotto da Valentina Nicoli. Colpisce che questa critica del potere non nasca dalla politica ma dalla linguistica. Disciplina capace di smontare e smascherare perché sa usare parole, grammatica e sintassi con libertà e la politica se ne serve, la usa nella comunicazione per simulare, mascherare e smascherare, gestire dissenso e consenso. Chomsky affronta le più attuali questioni di politica internazionale – dal terrorismo alle tensioni mediorientali, dal conflitto potenzialmente esplosivo tra Occidente e Russia all’espansione cinese – costringendoci a guardare quel che abbiamo davanti agli occhi, ma rifiutiamo di vedere, assuefatti al discorso ufficiale e prigionieri di una memoria autorizzata che troppo dimentica. Chomsky è uno studioso di linguistica ed è attraverso la linguistica che critica il potere. La linguistica come teoria della libertà. Il linguaggio come facoltà innata e creativa, capace di produrre frasi mai udite prima. Linguaggio significa possedere degli strumenti: grammatica e sintassi e dei mattoncini lego: parole, aggettivi, verbi, preposizioni che articolati insieme e sempre in modo diverso, grazie agli strumenti, confermano la creatività dell’essere umano che possiede capacità cognitive autonome in grado di reagire all’ambiente. 

Grammatica e sintassi sono condizione di possibilità e di libertà, ma possono creare vincoli di indottrinamento.  La ragione umana è creativa e reagisce ad ogni forma di imposizione, non può mai essere manipolata totalmente. L’essere umano è libero ed ogni sistema deve assumere una maschera per imporsi, ma può diventare un gioco a rimpiattino perché a sua volta potrebbe essere  smascherato.

Se il linguaggio è il luogo in cui si esercita il potere, allora può essere anche il primo spazio in cui nasce la resistenza. Linguistica, epistemologia, politica ed etica diventano un filo rosso intorno a cui si snoda il nostro essere al mondo. La linguistica dice che l’uomo è creativo e libero, il linguaggio è creativo nel bene e nel male, ci salva e ci condanna, l’epistemologia è spesso troppo fragile per pensare di raggiungere una qualche verità, la politica, che è il potere, si serve del linguaggio ed è infine l’etica che ha il dovere morale di smascherare la propaganda. Come nella spirale magica di Bernouilli in ogni curva che si ripete e si rinnova, si racconta la storia eterna della trasformazione: per scoprire come la forma del movimento diventi il simbolo più profondo della rinascita.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

25 gennaio 1882: nasce Virginia Woolf, di Lavinia Capogna

Nel 1915 una giovane scrittrice inglese esordiva nel mondo letterario con un romanzo “La crociera” (The Voyage Out). Aveva 33 anni e si chiamava Virginia Stephen. Sul libro appariva il suo nome da sposata, Virginia Woolf.

“La crociera” era un buon romanzo ma nessuno avrebbe potuto immaginare che Virginia (come la chiameremo da qui in poi) avrebbe, pochi anni dopo, rivoluzionato la letteratura inglese e mondiale.

Era piuttosto bella, con occhi tra il verde e il castano, capelli castani, alta (1,75), slanciata, pallida, esile, con uno sguardo gentile e perspicace.

Suo padre Sir Leslie Stephen era un noto studioso che da solo aveva redatto centinaia di voci della prestigiosa enciclopedia Oxford Dictionary of National Biography nonché saggi biografici e opere filosofiche. Si era sposato con la figlia del celebre scrittore Thackeray, l’autore di “La fiera delle vanità”, e avevano avuto una figlia disabile, Laura. 

La prima moglie morì giovane e tempo dopo Sir Leslie fece una proposta di matrimonio a Julia Prinsep Jackson. 

Anche lei era vedova, aveva perduto il marito da giovane e si era chiusa in un grande dolore. Aveva già tre figli. 

Era famosa per la sua bellezza e discendeva da un Chevalier L’Etang che a fine Settecento era stato amico di Maria Antonietta. 

Sua zia era stata una pioniera della fotografia, Julia Margaret Cameron.

Ebbero quattro figli di cui la terza fu Virginia. Julia si ritrovò così, tra suoi e gli altri, con otto figli da accudire. Si dedicava a numerose opere di bene, si prese anche cura di numerosi parenti ammalati ma soprattutto del marito, un uomo inquieto, con un viso interessante con una lunga barba, egocentrico ed eccessivamente preoccupato della situazione economica nonostante fosse agiato e che prese la discutibile decisione di far studiare fuori casa solo i figli maschi e diventare precettore delle figlie femmine. Il padre si innervosiva se lei e Vanessa non capivano subito gli esercizi di matematica e di greco. 

Virginia era vicina emotivamente alla sorella maggiore Vanessa, un legame che si sarebbe mantenuto per tutta la vita. Purtroppo entrambe furono vittime di molestie sessuali da parte dei due fratellastri di Virginia, in particolare George. 

Nel 1895, quando Virginia aveva 13 anni, sua madre morì a soli 49 anni. Fu l’evento più tragico della sua vita e l’inizio di un notevole disagio psicologico che l’avrebbe, tra alti e bassi, accompagnata tutta la vita (e a cui sarebbe disonesto dare un nome come invece molti hanno fatto). 

Durante l’adolescenza Virginia si innamorò del tutto platonicamente di due giovani donne, Madge Symonds e poi Violet Dickinson. Come avrebbe raccontato Quentin Bell, nipote della scrittrice, nella bella biografia che le avrebbe dedicato, quando Madge si recava a trovare la famiglia lei pensava: “Madge è qui” e sentiva il cuore battere a mille. Non esistono forse amori più forti di quelli dell’adolescenza. 

Nel 1904, dopo il decesso del padre, Virginia fece un primo tentativo di suicidio. 

A 30 anni, nel 1912, accettò la proposta di matrimonio che le aveva fatto un anno prima il trentaduenne Leonard Woolf. 

L’anno seguente tentò nuovamente il suicidio e fu a un passo dalla morte. 

Leonard Woolf rimane una figura controversa nonostante abbia scritto ben sei libri autobiografici e un romanzo ambientato in Sri Lanka (allora Ceylon). 

Magro, con occhi blu scuri, capelli neri era nato a Londra nel 1880 in una famiglia ebrea (ma era ateo) e aveva studiato all’università di Cambridge.

Conobbe Virginia casualmente quando lei si era recata un giorno a Cambridge. 

Rimase colpito dalla sua aria gentile e dal suo aspetto. Poi, nel 1904, era partito per Ceylon come funzionario dell’impero britannico, il più esteso del mondo. Sarebbe tornato solo nel 1911.

Nel frattempo lei aveva ricevuto alcune proposte di matrimonio che aveva rifiutato, eccetto una: quella dello scrittore gay Lytton Strachey. 

Il giorno dopo lui, assai imbarazzato, aveva ritirato la proposta.

Leonard Woolf, tornato a Londra, si era innamorato di Virginia. Avevano interessi in comune: entrambi facevano parte del gruppo letterario di Bloomsbury (dal nome di un quartiere di Londra) che ebbe un grande peso nella nascita della corrente letteraria del Modernismo. Erano giovani artisti che si riunivano a casa di Virginia e Vanessa sfidando i tabù della società britannica parlando di tutto a ruota libera e di cui faceva parte anche il futuro grande economista John Maynard Keynes. 

Entrambi avrebbero poi aderito ad una nota organizzazione socialista britannica, la Fabian Society svolgendo attività sociale, in certi periodi, per la working class. 

Leonard Woolf ebbe anche un’intensa attività di giornalista e politica anche se avrebbe voluto essere uno scrittore famoso. 

Sempre nel 1912 lui aveva scritto di sé a Virginia (esagerando?) che era “egoista, geloso, crudele, lussurioso, bugiardo e probabilmente anche peggio. Mi ero ripetuto più volte che non avrei mai sposato nessuno” e invece fece di tutto per sposarla. 

Aveva un tremito alle mani che lo tormentò per tutta la vita, nelle foto appare spesso cupo o distratto.

Lei voleva bene a Leonard e desiderava avere dei figli e sposarsi. 

Fu molto sincera con lui prima di accettare la proposta di matrimonio.

Nel 1912 gli scrisse: “Come ti ho detto un po’ brutalmente l’altro giorno, non provo attrazione fisica per te. Ci sono momenti, come quando mi hai baciata l’altro giorno, in cui non provo nulla, sono come una pietra eppure la tua premura nei miei confronti mi travolge. È così reale e così strana”. 

Si sposarono e sembra che rimase un matrimonio bianco ma molto importante a livello affettivo ed intellettuale.

Lui era il primo a leggere i romanzi della moglie quando erano ancora manoscritti. 

Fondarono insieme la piccola ma coraggiosa casa editrice Hogarth Press che pubblicò autori come il poeta Eliot, Forster, Katherine Mansfield, le opere di Sigmund Freud (che avrebbero poi incontrato nel 1939).

Tutti i libri di Virginia, eccetto i primi due, vennero pubblicati dalla loro casa editrice il che la liberò dalla tirannide degli editori. Vanessa disegnava delle bellissime copertine e i libri ebbero successo, furono presto tradotti in altre lingue. 

Nel 1937 si recò a trovarla a Londra una giovane donna belga che voleva tradurre “Le onde” in francese. Virginia le dette carta bianca. Era Marguerite Yourcenar.

Tornando a Leonard, egli si prese grande cura della moglie quando lei ebbe dei momenti molto difficili psicologicamente. Consultò vari medici, l’assisteva personalmente, assunse delle infermiere. Teneva un quaderno in cui scriveva in tamil e singalese (le lingue di Ceylon) come procedeva lo stato psichico e fisico di lei. 

Lei rimpianse sempre di non aver potuto avere figli e adorava i nipoti, figli di Vanessa. 

Molti dicono che Virginia non sarebbe potuta sopravvivere senza Leonard e senza la scrittura. 

Quentin Bell, nipote di Virginia, scrisse che sposare Leonard era stata la migliore decisione che lei avesse mai preso. 

Tuttavia nel 1998 venne pubblicato un saggio scritto da Irene Coates, una commediografa inglese nata nel 1925, che sosteneva che Virginia fosse stata invece manipolata, controllata, dominata dal marito per decenni e che infine si era sentita di troppo nella vita di lui. 

Il libro ha suscitato grandi polemiche in Inghilterra e ha avuto estimatori e detrattori. 

Pochi mesi dopo il suicidio di Virginia nel 1941 lui, 61 anni, per quanto disperato, si innamorò di un’altra donna, Trekkie Ritchie Parsons, pittrice, 39 anni (che aveva già conosciuto prima) con la quale ebbe una relazione che durò fino alla sua morte nel 1969 a 88 anni. 

Tra il 1922 e il 1931, cioè dai 40 ai 49 anni, fu il decennio più creativo di Virginia nel quale pubblicò romanzi come “La stanza di Jacob” (Jacob’s Room – 1922), “Mrs Dalloway” (1925), “Gita al faro” (To the Lighthouse – 1927), “Orlando” (Orlando: A Biography – 1928) e “Le Onde” (The Waves – 1931). 

“La stanza di Jacob” fu il primo romanzo in cui abbandonò uno stile classico per un altro in cui erano essenziali gli stati d’animo, le sensazioni, i pensieri, i dettagli più che la trama e le azioni.

Questo stile o modo, che Virginia stessa saggiamente non definì mai un “metodo”, in quanto era scaturito spontaneamente da lei dopo una lunga, estenuante ricerca, venne così denominato dallo psicologo e critico letterario William James, fratello del celebre scrittore anglo americano Henry James, che lo chiamò “stream of consciousness” (flusso di coscienza).

Anche Marcel Proust, “recluso” a causa dell’allora ingestibile asma nel suo appartamento parigino, aveva scoperto qualcosa di affine seppure diverso nel suo capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto”, edito tra l’inizio del Novecento e gli anni Venti, ed altrettanto il dublinese James Joyce in “Ulisse” (1922) dove non vi era una trama e una connessione logica tra le frasi. 

Kafka aveva invece descritto l’assurdità esistenziale. 

Detto per inciso, Virginia adorava l’opera di Proust ma non accettò l’Ulisse per la Hogarth Press in quanto non le era piaciuto. 

In “Le Onde” portò lo “stream of consciousness” alle estreme conseguenze: vi sono solo i pensieri dei personaggi. 

In “Mrs Dalloway” c’era invece il contrappunto, assai forte emotivamente, tra due personaggi completamente diversi che si muovono in una serena giornata di giugno londinese senza mai incontrarsi: la serena Clarissa Dalloway e il profondamente inquieto Septimius Warren Smith, traumatizzato dalla prima guerra mondiale. 

In “Gita al faro” ella rievocava invece la sua infanzia e i genitori in un’atmosfera evanescente. E anche se Virginia non aveva studiato musica il libro assomiglia ad un brano musicale: ogni personaggio contribuisce con il suo timbro particolare, i suoi stati d’animo, i suoi pensieri ad una sinfonia d’insieme: il tirannico signor Ramsey, la sacrificata e bellissima signora Ramsey, la maldestra pittrice Lilly e gli altri. 

Non si può non ammirare il fatto che mentre combatteva con una seria malattia Virginia riuscì a scrivere queste grandi opere letterarie  

Ella apprezzava ed era “gelosa” al tempo stesso soltanto del talento di Katherine Mansfield con la quale nacque un rapporto d’amicizia (2).

In quel tempo Virginia incominciò anche a guadagnare molto con i suoi libri. 

Prima aveva vissuto grazie ad una piccola eredità del padre ma ora poteva spendere liberamente anche se continuò a vivere in modo molto sobrio.

Nel 1922, a 40 anni, Virginia conobbe una scrittrice di successo, Vita Sackville – West. 

Vita, 30 anni, proveniva da una delle più aristocratiche famiglie inglesi (una sua discendente, anche se non diretta, sarebbe stata Lady Diana). La sua famiglia possedeva la tenuta di Knole, quasi 400 stanze, che Vita non poté ereditare in quanto la successione era solo per via maschile. 

Vita scriveva romanzi con titoli come “Seduttori in Ecuador”, “La signora scostumata”, “La Grande Mademoiselle”, romanzi assai gradevoli ma più che altro rappresentativi di un mondo. Amava viaggiare in Oriente, i cani – come ogni buon inglese che si rispetti – e coltivò e creò splendidi incroci di rose nel giardino del suo castello di Sissinghurst nel Kent. 

Era sposata con un noto diplomatico conservatore (che non avrebbe mai lasciato) e avevano due figli. 

Apparentemente sembravano due persone lontane. Virginia era riservata nel modo di vivere, Vita brillante e mondana. 

Nel 1925 la loro amicizia si trasformò in un amore di cui ci sono rimaste le lettere. 

Virginia seppe guardare oltre le apparenze della lady aristocratica e Vita colse la delicatezza di Virginia. 

Leonardo Woolf sostenne discretamente Virginia e altrettanto fece Vanessa. 

Sia Leonard sia Vita sapevano che non avrebbe mai lasciato Leonard. 

Quando l’amore finì nel 1929 (sembra a causa delle infedeltà di Vita) l’amicizia continuò. Per Vita, Virginia scrisse “Orlando”, la storia di un malinconico poeta inglese del 1500 che vive ancora nel 1700 in Persia, che da uomo diventa donna e che ha splendide parti come la descrizione del grande gelo di Londra. 

Le donò anche il manoscritto. 

Sulla forza vitale dell’amore compose poi un altro bel romanzo meno conosciuto, “Flush”, dove descrisse, dalla deliziosa prospettiva del fedele cocker spaniel Flush, il grande amore tra i poeti Elizabeth Barrett e Robert Browning. 

Nel 1928 Virginia tenne due conferenze di rilievo per studentesse all’università di Cambridge. Da qui nacque un saggio intitolato “Una stanza tutta per sé”. È un testo fondamentale nella storia delle donne e del femminismo perché individua alcuni elementi della loro oppressione e come superarli: l’indipendenza economica e un proprio spazio privato. Vent’anni dopo anche Simone de Beauvoir nel suo saggio “Il secondo sesso” avrebbe individuato nell’indipendenza economica il nucleo della liberazione femminile. 

“Una stanza tutta per sé” è molto bello oltre che per l’analisi sociale per come è scritto. 

Gli anni ’30 furono più difficili per Virginia. Alcuni suoi amici morirono e anche un nipote, Julian, figlio di Vanessa, che era andato volontario nella guerra di Spagna contro i franchisti. Fu lei a dare grande supporto emotivo alla sorella. 

Nel 1940/41 la guerra fu molto violenta in Inghilterra: Londra venne bombardata tutte le notti per due mesi e l’Inghilterra per otto. 

Anche l’ultima casa di Virginia, chiamata Monk’s House nell’East Sussex a circa un paio d’ore a sud di Londra (un cottage semplice e dagli interni bellissimi, oggi museo) venne bombardata ma non colpita. 

Fu un inverno freddissimo. 

Il cibo era assai scarso e la probabilità di un’invasione tedesca molto alta anche se poi, fortunatamente, non si verificò. 

Anche se i Woolf non lo sapevano erano nella lista (che è rimasta) degli inglesi famosi da arrestare ed eliminare da parte delle SS tedesche. 

Nel marzo del 1941 Virginia ebbe un forte crollo emotivo. Vide un medico ma il 28 marzo lasciò la sua casa di campagna dopo aver scritto una lettera per il marito e una per Vanessa. Sono lettere struggenti.

I giornali pubblicarono la notizia della sua scomparsa. 

Leonard rimase sconvolto e fu tra i sospettati dalla polizia. 

Tre mesi dopo dei ragazzi videro il suo corpo in un piccolo fiume chiamato Ouse. 

Grazie alle lettere si determinò che era stato un suicidio. Aveva 59 anni. 

Molti scrissero che Virginia Woolf era una donna affascinante con una bellissima voce, per niente presuntuosa ma che anzi tendeva a sottovalutarsi, qualcuno l’ha definita egocentrica come il padre, altri timida e spiritosa. 

Lei è sempre stata criticata dai reazionari per le sue idee politiche e la storia con Vita – una storia cristallina, alla luce del sole e per questo irritante per gli omofobi ma al tempo stesso è sempre stata molto amata dagli appassionati della buona letteratura e dalle donne perché lei aveva preso la parola per loro: “For most of history, anonymous was a woman”. 

……… 

Nota 1) Lavinia Capogna “Virginia Woolf e la forza rivoluzionaria dell’amore” in “Pagine Sparse – studi letterari” (2024)

Nota 2) Lavinia Capogna “Katherine Mansfield. Una neozelandese a Londra”, articolo su Il Randagio. 

Bibliografia:

Tutte le opere di Virginia Woolf

Quentin Bell Virginia Woolf (Garzanti 1996) e nella versione originale inglese (1972 e poi 2017). 

Hermione Hill Virginia Woolf. Biografia

Phyllis Rose Virginia Woolf. Biografia

Angelica Garnett Deceived with kindness

Quentin Bell Bloomsbury (1968)

Jane Dunn Virginia Woolf and Vanessa Bell. A Very Close Conspiracy. 

Leonard Woolf La mia vita con Virginia

Love Letters: Leonard Woolf and Trekkie Ritchie Parsons 

Irene Coates Who’s Afraid of Leonard Woolf? A Case for the Sanity of Virginia Woolf (1998)

Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf

Virginia Woolf – Vita Sackville-West

Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio. 

Alcuni romanzi di Vita Sackville – West

Nigel Nicolson Portrait Of A Marriage: Vita Sackville-West and Harold Nicolson

Nadia Fusini Posseggo la mia anima

Nadia Fusini Un anno con Virginia Woolf

Sara De Simone Nessuna come lei: Katherine Mansfield e Virginia Woolf: storia di un’amicizia. 

Nota: da qualche tempo circola spesso sui social una poesia attribuita a Virginia Woolf che non è sua. 

Vanessa Redgrave ha magistralmente interpretato in un film Mrs Dalloway e Nicole Kidman Virginia Woolf nel film “The Hours”. 

Patti Smith le ha dedicato una lettura pubblica. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Antonella Orefice per “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editrice) , di Lavinia Capogna

Eleonora de Fonseca Pimentel, un ritratto veritierorecensione e intervista di Lavinia Capogna

“Abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che noi abbiamo conquistato, l’abbiamo data a chi era schiavo e la lasciamo al mondo in eredità affinché moltiplichi e alimenti le speranze che abbiamo generato” disse Georges Jacques Danton nel 1794 a Parigi nel suo discorso pronunciato nel severo Tribunale che, nella lotta furibonda tra le fazioni, lo aveva condannato a morte. 

La rivoluzione francese fu l’evento storico durato dieci anni (1789/1799) che cambiò la storia d’Europa e portò il mondo occidentale nella modernità. 

Era stata preceduta da un’altra rivoluzione e una guerra avvenuta nel lontano continente americano. 

Sulla Dichiarazione di Indipendenza del 1776, redatta da quegli inglesi americani che si erano ribellati alla monarchia di Londra, aveva avuto una notevole influenza, grazie ad un contatto epistolare con Benjamin Franklin, un giovane ed intelligente filosofo e legislatore partenopeo Gaetano Filangieri (nato a San Sebastiano al Vesuvio nel 1752), autore de “La Scienza della Legislazione”, un testo fondamentale del 1700. 

Nello stesso anno era nata a Roma Eleonora De Fonseca Pimentel. Entrambi avrebbero avuto un grande peso nella terza rivoluzione del secolo che sarebbe scoppiata a Napoli nel 1799 e che, si può dire con ragionevolezza, se non fosse durata solo cinque mesi avrebbe cambiato la storia del sud e dell’Italia intera. 

Filangieri la influenzò solo con il suo pensiero perché purtroppo era deceduto prima, appena trentacinquenne nel 1788 e Pimentel con la redazione dei 35 numeri de “Il Monitore Napoletano”, preziosa rivista in cui commentò gli eventi della rivoluzione con accorate e vibranti parole. 

Di Eleonora (come la chiameremo da qui in poi) si sono occupati nel tempo Benedetto Croce, vari cronisti, Maria Antonietta Macciocchi, partigiana, scrittrice, giornalista, cineasti e Enzo Striano, autore de “Il resto di niente”, un bel romanzo ma in cui la sua figura è più una creazione letteraria che un ritratto storico. 

Antonella Orefice, storica napoletana, autrice di varie opere, esperta del Settecento partenopeo (nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli), ha pubblicato nel 2019 un saggio intitolato: “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editore) anch’esso vincitore di alcuni premi letterari. 

È un testo importante perché finalmente riesce, attraverso una meticolosa e rigorosa ricerca storica, a restituirci Eleonora al di là del mito e delle licenze poetiche di alcuni predecessori. 

Ne esce un ritratto commovente, intenso ma mai retorico. Eleonora fu una persona poliedrica. Nata in una nobile famiglia portoghese nell’elegante via di Ripetta come abbiamo detto a Roma (dove una targa la ricorda) si era poi trasferita a Napoli, che divenne di fatto la sua città. C’è anche una targa a Napoli nella Piazza Mercato, all’ingresso della Chiesa del Carmine Maggiore, dove venne impiccata il 20 agosto 1799 a 47 anni.

Antonella Orefice ricostruisce con passione la storia e l’atmosfera della capitale del Regno delle Due Sicilie dandoci un quadro assai vivido e dettagliato di una città pittoresca piena di contrasti. Napoli era allora la città più importante e popolata d’Europa dopo Parigi. 

Era meta di viaggiatori illustri come Johann Wolfgang Goethe fuggito sotto falso nome da Weimar, appassionati d’arte, poeti, avventurieri. C’erano stridenti differenze sociali: dalla ultra lussuosa corte del re Ferdinando, chiamato “il re lazzarone” e della sua dispotica moglie, Maria Carolina (che aveva la stessa età di Eleonora) al potentissimo clero, dalla nascente “borghesia” fino al sottoproletariato, il popolo dei vicoli e dei bassi. 

La descrizione e la storia di Napoli risulta essenziale nel libro per comprendere le dinamiche della rivoluzione. 

C’era infatti a Napoli un gruppo di intellettuali Illuministi che vennero chiamati poi giacobini dalla reazione che si riunivano attorno a Domenico Cirillo, Mario Pagano, Vincenzo Cuoco ed altri, avvocati, studiosi, letterati, appassionati di scienza, alcuni religiosi e giovani di idee libertarie che provenivano da tutto il meridione. 

Orefice ricostruisce queste personalità facendo il ritratto di una gioventù emancipata e, a mio avviso, di maggior spessore morale dei capi rivoluzionari francesi. 

La madre di Eleonora aveva fatto impartire alla figlia un’educazione avanzata rispetto a quella delle altre ragazze della sua classe sociale che aveva sviluppato il suo talento naturale per la letteratura. La sua era una famiglia relativamente benestante: Eleonora poté studiare con dei precettori il latino, il francese e l’inglese (cosa assai rara allora). Divenne una poetessa ammirata, ebbe anche una corrispondenza epistolare con l’anziano Voltaire che le avrebbe dedicato un sonetto e con Metastasio, il grande autore di libretti d’opera e riformatore letterario. 

Venne quindi ammessa nella prestigiosa Arcadia, la nota accademia di artisti e poeti che usavano bizzarri pseudonimi e che era aperta anche alle donne; e, nello stesso periodo, fu accolta a corte e stimata dalla regina austriaca che la nominò sua bibliotecaria. 

Tuttavia la sua vita cambiò drasticamente quando venne a mancare la madre e venne combinato un matrimonio con un militare. Un pessimo marito, violento, prepotente, mendace. Eleonora perdette anche un figlio di pochi mesi, a cui avrebbe dedicato toccanti poesie, a causa del vaiolo che nel secolo aveva procurato gravissime epidemie. 

Orefice ci accompagna nel ritratto veritiero di questa donna che divenne una delle figure di spicco della rivoluzione e anche la prima giornalista italiana. Eleonora credeva nell’uguaglianza, nella libertà, nella giustizia sociale. Manterrà una fede cristiana interiore e non di apparenza. 

La Rivoluzione Napoletana del 1799 è considerata l’unico esempio di rivoluzione pre-socialista riuscita nel secolo in Italia. 

La cosa affascinante è che un gruppo relativamente piccolo di rivoluzionari riuscì a tener testa ad una potentissima monarchia. 

Sostenuta abbastanza ma non troppo dai francesi, riuscì ad approvare alcune riforme ma venne spietatamente repressa da un’armata di briganti e contadini capitanata da un potente vescovo, dall’ammiraglio Nelson, partner della bellissima Emma Lyon che aveva fatto innamorare non solo lui ma, sembra, anche la regina. La tragica repressione non riguarderà solo Napoli ma anche molti paesi del sud e del centro che avevano aderito ai moti. Orefice ci racconta le efferatezze di questa armata che ebbe la spudoratezza di chiamarsi della Santa Fede al servizio dei reali fuggiti in Sicilia e che distrusse il sogno umanitario di una generazione. Non riuscì però a distruggere i loro ideali. 

Il libro ha il grande pregio di essere scritto in modo scorrevole, avvincente, e quindi non è solo un’opera per gli addetti ai lavori ma risulta assai gradevole e comprensibile anche per quei lettori meno ferrati in storia. Fa anche parte di quella ricerca incominciata negli anni ’70 che riguarda le donne per troppo tempo assenti o escluse dai manuali. 

Chiediamo a Antonella Orefice di raccontarci qualcosa di questo lavoro:

Che cosa ti ha spinta a scrivere su Eleonora?  

Eleonora è entrata nella mia vita da quando ne scoprii il nome per la prima volta in un libro del liceo e da allora non l’ho più dimenticata. Sono quelle cose che appartengono ai misteri della vita e di cui col tempo ne divengono parte. Una volta acquisiti gli strumenti dello storico ho iniziato a fare ricerche su di lei, prima quelle bibliografiche poi quelle archivistiche. Col tempo mi è divenuta cara come un’antica persona di famiglia che mi veniva in soccorso soprattutto nei momenti difficili. Il suo esempio di donna mi ha dato la forza di superare tante avversità. Cercarla e scrivere per lei è divenuta una missione da compiere.

Quando Eleonora chiese la separazione dal marito portando però la sua vita privata in tribunale fece un’azione che, mi sembra, ha qualcosa da insegnare anche alle donne di oggi. Che cosa ne pensi? 

Fu un atto di forte coraggio, il prezzo della libertà. Allora il divorzio per una donna appariva un’azione vergognosa, ma lei riuscì a superare quei malevoli giudizi e le conseguenze con una fermezza di spirito che le era propria. È un atto di coraggio che tutte le donne sopraffatte dagli uomini dovrebbero emulare per rompere le catene e non finire vittime di uomini violenti. La forza non è una prerogativa maschile. Il mondo è pieno di uomini narcisisti che trascinano le donne in legami tossici. Cercano di sminuirle, indebolirle, disarmarle, e che di fronte all’abbandono reagiscono con violenza, fino ad ucciderle. Il più delle volte è l’autonomia economica che manca alle donne per riscattarsi, ma non è solo questo. Il continuo logorio fisico e mentale attecchisce nella mente e nell’anima delle vittime caratterialmente più deboli e recuperare l’autostima non è facile. Ma non è impossibile. La forza va cercata innanzitutto in se stesse e soprattutto al di fuori di certi contesti che non lasciano vedere vie d’uscita. Eleonora lo fece allora e cercò di offrire la sua riconquistata libertà a tutto un popolo. Ma allora i tempi non erano ancora pronti. Ora si. Ora si deve.

Anche se ci sono pochi elementi storici cosa pensi del rapporto umano tra Eleonora e la regina Maria Carolina che sembrano due personaggi opposti? 

Credo non ci sia mai stato un rapporto umano tra loro. Eleonora fu la sua bibliotecaria, sperò di vedere attuate delle riforme sociali, sperò tanto, ma invano perché la sua idea di libertà e democrazia richiedeva dei presupposti completamente diversi. Un monarca crede di essere un dio in terra e mai potrebbe accettare una sovranità popolare.

Nel 2011 hai fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui sei direttrice. Quali sono gli intenti della rivista? 

La finalità è essenzialmente quella di diffondere cultura, l’unica arma capace di rendere le persone libere.

Antonella Orefice, storica, nata a Napoli. Laureatasi in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, si occupa di ricerche storiche relative al 1700 e 1800 napoletano. Tali studi hanno ricevuto il premio per la ricerca storica con la pubblicazione del lavoro da parte dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, conferito per le opere “La Penna e la Spada” del 2009 ed “Il Pantheon dei Martiri del 1799” del 2012. Nel 2011 ha fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui è direttrice. Per i suoi studi nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli. Ha pubblicato molti studi ed articoli importanti che non possiamo citare tutti per ragioni di spazio ma tra i quali segnaliamo: Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799, Roma, Salerno Editrice, 2019; Le Austriache. Maria Antonietta e Maria Carolina, sorelle regine tra Napoli e Parigi, Roma, Salerno Editrice, 2022; Tra le mani del boia. Tre secoli di pena capitale a Napoli dai Vicerè ai Savoia (1536-1862), Napoli, Editoriale Scientifica, 2023; Le regole dell’Accademia degli Oziosi e il Fondo Libri proibiti dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXLIII, 2025. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Storie parallele: ancora sull’Iran, di Francesca Chiesa

Ultimamente stiamo assistendo a un crescendo di tensione tra Stati Uniti e Iran. Atmosfera che mi fa ricordare una affermazione di Giles Deleuze, uno tra i padri dello strutturalismo francese: “Compie atto meritorio, chi individua una struttura”.

In questi mesi di sovvertimento di tutti i consolanti luoghi comuni in cui il mondo occidentale si è crogiolato dalla seconda guerra mondiale in poi, forse non è senza significato sforzarsi di capire quanto ci sia di antico nella storia contemporanea.

I fatti che seguono possono contribuire a chiarirci le idee sulla supposta rusticità dei nostri cugini d’oltre oceano. Partiamo da un modello di riferimento, astratto, come si conviene.

Lo Stato X vuole colpire lo Stato Y e per farlo distrugge il suo edificio più rappresentativo; a distanza di qualche anno Y organizza una spedizione punitiva nei confronti di X; il capo di Y, insieme ai suoi strateghi più abili e affidabili, cura l’aspetto organizzativo e poi sparisce dalla scena, sostituito dal figlio che porterà a termine l’impresa. 

E ora lo applichiamo.

Filippo e Alessandro

Atene, 480 a.C., settembre. Serse, ha invaso la Grecia in aprile e in agosto ha subito lo scacco delle Termopili. In settembre prende Atene e si vendica, o forse scarica la sua rabbia, dando fuoco all’Acropoli. Il luogo più sacro, dove verrà successivamente costruito il Partenone.

Trascorrono 154 anni. Nel 336 a.C. Filippo di Macedonia, che si è ormai assicurato il controllo della Grecia, proclama di voler vendicare l’insulto di Serse ad Atene e annuncia che guiderà una spedizione punitiva in Persia. Filippo lavora insieme ai suoi uomini più fidati: Attalo, suo cognato, Parmenione e Filota figlio di Parmenione. Quando è tutto pronto, Filippo viene assassinato. Da un sicario? Da un rivale? A guidare la spedizione. – vittoriosa come ben sappiamo – fu il figlio Alessandro accompagnato e assistito da Attalo, Parmenione e Filota.

Bush, padre e figlio

New York, 2001, 11 settembre. Storia più che nota. Aerei di linea americani vengono dirottati e portati a schiantarsi contro le cosiddette “Torri Gemelle”, sede del Word Trade Center, e il Pentagono ad Arlington, in Virginia. Simboli del potere statunitense: controllo dei commerci e delle guerre. È il primo anno di presidenza di George W. Bush, il Figlio.

Della vendetta si occupa George H.W.Bush, il Vecchio. Nel suo periodo di presidenza (1989-1993) ha vagliato e testato a uno a uno gli uomini di cui c’è bisogno: i generali Norman Schwarzkopf e Colin Powell, al suo fianco durante la Prima Guerra del Golfo del 1991. Gli stessi uomini saranno a fianco del figlio nel 2003, in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Accanto a loro Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa, che nel 1997 aveva creato il Centro di Ricerca “Project for the New American Century”, per la messa a punto di un progetto di guerra lampo in Iraq. Insieme a lui Dick Cheney, già Segretario della Difesa di Bush Sr., vicepresidente con Bush Jr.

Tutti gli uomini del primo Presidente Bush, per far vincere la guerra al secondo Presidente Bush. La quale guerra inizia il 20 marzo 2003 e termina il 18 dicembre 2011, con l’insediamento di autorità irachene gradite al Governo statunitense. 

Padri e figli, un successo di accoppiamenti a specchio, tra Pella e Washington. Storie complesse, allora come ora. A noi conviene rimanere tra XX e XXI secolo, per dare conto di  pochi altri fatti. 

Un amore, un film, un modello di insurrezione popolare

Chiediamoci, per cominciare, perché le due Guerre del Golfo non hanno interessato in alcun modo l’Iran, paese in cui dall’undici febbraio 1979 è al potere un regime che ha come parola d’ordine Morg bar Amrikā/Morte all’America. 

Dunque. Pochi mesi dopo l’instaurazione del regime islamico, il 4 novembre 1979 gli studenti islamici incitati da Khomeini assaltano l’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio 52 persone. Il momento sembra scelto con la massima accuratezza. Un anno esatto dopo, le elezioni presidenziali negli  Stati Uniti registrano un risultato non comune: il presidente democratico uscente, Jimmy Carter, non ottiene la riconferma. Vince il repubblicano Ronald Reagan, ex attore. Il giorno del suo insediamento, 20 gennaio 1981, Khomeini rilascia i prigionieri americani che l’amministrazione Carter ha cercato invano di liberare.

È amore. Che si consolida tra il 1985 e il 1986 con l’affair Iran-Contra. In sintesi: sette ostaggi statunitensi sono nella mani di Hezbollah che, come ben sappiamo, è legato all’Iran; gli USA vendono armi all’Iran, su cui vige un embargo; il ricavato della vendita finanzia l’opposizione violenta dei Contras in Nicaragua.

Detto questo, il film.

Nel 2004 esce nelle sale Alexander di Oliver Stone. Il film narra la campagna di Alessandro, dalla Grecia all’Asia, e il suo culmine con la sconfitta di Dario III a Gaugamela, oggi Gomel nel Kurdistan iracheno. Dopodiché Alessandro torna a Babilonia e muore. In tutto il film l’Eroe non ha mai messo piede nella Persia vera e propria. 

Ovvero: l’Iran non si tocca, è un Paese amico. A questa fa seguito una storia che potremmo chiamare Il Bazar e le sue rivoluzioni.

Il Bazar, in Iran, rappresenta storicamente il cuore dell’economia, della società e quindi anche della politica. È il bastione, la garanzia, la radice da cui trae linfa il Paese.

Detto in soldoni: ogni volta che nella storia moderna dell’Iran la situazione politica ed economica è apparsa senza via d’uscita, i Signori del Bazar si alleano con le fazioni più determinate del clero, e cambiano il regime. Con un aiuto esterno.

È accaduto nel 1953, quando fu necessario far cessare il governo Mossadeq. Ricordate, quello che aveva nazionalizzato il petrolio, con l’unico appoggio dell’ENI di Mattei. Fu rovesciato dai bazarì, con l’aiuto del clero e degli USA. Inviato speciale per la cosiddetta Operazione Aiax fu Kermit Roosvelt Jr., nipote di Theodore Roosvelt.

La scintilla che ha fatto divampare la rivoluzione di Khomeini fu probabilmente la decisione dello Shah di prendere il controllo del commercio, favorendo tra l’altro l’apertura di supermercati e centri commerciali. Il Bazar, manco a dirlo, si ribellò e l’Ayatollah dovette lasciare il suo confortevole rifugio in Francia. Arrivato all’aeroporto Mehrabad, alla domanda “Cosa provi tornando in Iran?”, rispose “Ic-ci/Niente”.

Le manifestazioni sempre più violente e insanguinate che sono ora in corso in Iran, hanno avuto origine nel Bazar di Teheran, come c’informano i nostri notiziari.

Letture consigliate: Vite parallele di Plutarco e Mossadeq di Stefano Beltrame

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.