Ruggero Cappuccio: “La prima luce di Neruda” (Feltrinelli), di Cristi Marcì

Il dono della poesia quale culla di antiche creature

Impregnate di mistero e salsedine d’oltreoceano, le pagine di questo romanzo svelano il legame antico tra il noto poeta cileno Pablo Neruda e la cantante Matilde Urrutia.

Il loro è un amore proibito ma al contempo privo di quei confini geografici e spaziali che attraverso le righe di questa storia delineano i binari dove il passato e il presente si congiungono tramite il dono del ricordo e di quella sola parola in grado di far germogliare l’imprevedibile: la fantasia.

Perché se ad occhi aperti ciò che è lontano appare drammaticamente irraggiungibile, viceversa, una volta abbassate le palpebre, la galassia dei ricordi traccia finanche le costellazioni ancora in procinto di brillare.

Per mezzo di questa fiaba, che attraversa la storia e la cultura della società cilena ai tempi di Pinochet, Ruggero Cappuccio disegna un labile confine tra sogno e realtà, oltre il quale il verbo della poesia incontra quell’indecifrabile logica dell’anima in grado di tramutare le emozioni in eterne creature viventi.

Tra un Cile prerivoluzionario e un’Italia costretta a risollevarsi dalle macerie del periodo bellico i versi del poeta si scontrano con quello che in quel medesimo periodo storico e socio culturale James Hillman aveva definito “un terribile amore per la guerra”: così immortale da far percepire a chiunque sceglierà di perdersi tra le sue pagine, come il passato non sia in fin dei conti “una terra straniera”.

Tra le pagine di questo meraviglioso romanzo si avrà il piacere di incontrare finanche i personaggi più illustri della letteratura e di ogni altra espressione artistica di quel tempo tra i quali: Alberto Moravia, Elsa Morante, Renato Guttuso e tanti altri ancora.

I quali alla stazione Termini di Roma non aspetteranno altro che di congiungere la propria voce con quella del maestro, colpevole di diffondere versi abietti e velenosi che a detta di molti, solo il comunismo poteva partorire a quei tempi: corrodendo lo spirito del popolo.

Eppure grazie alla forza prorompente della poesia si profila pagina dopo pagina la possibilità di rendere l’ignoto una dimensione in grado di restituire parole che non credevamo potessero ancora prendere vita né tantomeno fare proprie.

Quanto emerge dunque non è una semplice trama bensì un insieme di ramificazioni lungo le quali germogliano i semi di un presente e di un futuro ancora possibili e tuttavia ancora ignoti all’occhio della ragione.

Per una psicologia poetica a favore del mondo immaginale

Nel campo dell’alchimia con il termine albedo ci si riferisce ad una fase di transizione del materiale psichico che ciascuno individuo custodisce al proprio interno.

In accordo con il simbolismo cromatico questa variazione riflette in maniera sottile quelle alterazioni del substrato animico entro il quale si sviluppano tanto gli umori quanto le costellazioni oniriche.

In qualità di coscienza improntata ad Anima, l’albedo alchemico favorisce una rinnovata modalità di percezione rispetto alla quale lo sguardo e l’attenzione vanno oltre quegli attaccamenti obsoleti alla ricerca di un altrove, dove l’assenza di un luogo e uno spazio prestabiliti favoriscono una nuova ispirazione

La fase propriamente detta dell’imbiancamento rispecchia l’emergere di una coscienza psicologica dove la percezione e l’ascolto si tramutano gradualmente in quella fantasia creativa in grado di promuovere un distacco tanto dal passato quanto da ciò che non ne garantiva una possibile evoluzione.

Difatti, fino a quando la psiche continuerà a dibattersi nella nigredo, ossia quei pensieri e comportamenti ormai obsoleti, sarà emotivamente legata ai suoi attaccamenti passati e circoscritta così in materializzazioni che rischiano di bloccarne l’evoluzione.

Pertanto il processo di unione della mente con un terreno fertile e imbiancato prende spesso il nome di base poetica della mente, dove la coscienza non sarà più il prodotto di una grossolana materia cerebrale o peggio ancora il gretto risultato della società, ma al contrario un rispecchiamento, nonché un tripudio di immagini atto a generare e fecondare in una perpetua poiesi fantasie lontane da futili dittature.

Per addentrarci più in profondità verso una maggiore comprensione della mente è necessario volgere lo sguardo alla poesia e alla sua inafferrabile simbologia.

Bisogna dunque interpellare coloro i quali abitano la luna, ossia quei poeti che instancabilmente sottolineano come la poesia “offra manciate di terra imbiancata e pietre lunari”, le quali se maneggiate con fare immaginativo partoriscono sogni, idee, canzoni e storie ancora non scritte: veri e propri minerali lunari dal valore mitopoietico.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Clotilde Punzo: ‘’Penelope o dell’attesa’’ (da “La sposa. Immagini di un desiderio”)

Il Randagio incontra una poesia. 

A Napoli, nell’ambito del Maggio dei Monumenti 2025, presso lo studio Chalcos di Teresa Tolentino, è stata presentata una cartella artistica dal titolo “La sposa. Immagini di un desiderio” – oggetto di una mostra dal titolo Ignis Alchaemie. Il fuoco non ha più fumo quando è diventato fiamma (Rumi), a cura di Marina Guida -, un pregevole lavoro in cui sono raccolte foto di Carla Iacono, incisioni di Maria Rosaria Perrella e poesie di Clotilde Punzo. Pregevole tutto il lavoro, molto affollata la presentazione. 

Una poesia, in particolare, ha incontrato la nostra sensibilità e, col permesso dell’autrice, la vogliamo proporre agli amici del Randagio. E’ la poesia Penelope o dell’attesa di Clotilde Punzo.

PENELOPE
o dell’attesa

Finita la tela
da anni finita
tessuto il dolore
schivato il timore
in questo giorno dolce
in cui mi sveglio ancora.
C’è forse l’inganno
in questa trama fina
ch’io non possa svelare?
L’inganno sulla trama che disfo
mentre l’isola guardo e il sole la luna
il mare lontano,
gli uomini scorgo
di perduta ragione,
le barche, gli uccelli impazziti
di sangue e di fiele
la tela di sete disfatte
di ciechi tasselli
che di morte letto mani amore
s’intingono al sole.

L’inganno è di lui desiderio mortale,
che onda fatale e fruscìo di sirena
lontano portò a godere
di mammelle di sale e di latte.
L’inganno è nel tempo
che non mi consola.
Invoco tempesta per uomini persi
e giogo e dolore mi tagliano il fiato
semmai ancora di fiato io vivo.
Un nume è disceso
lieve nei passi
un’ombra che aleggia su alcove sconfitte su sessi
rapaci di muscoli ardenti.
Ma niente dà pace in questo silenzio.
L’inganno è nel tempo
che invecchia,
che rode,
che culla,
che ride,
che strazia e frammenta
l’intima gioia sui sentieri battuti dall’umano lamento, che
spezza e dilania
e alloggia discreto nel sonno che langue…
…mentre polvere copre la sposa
che più non s’addormenta.

Clotilde Punzo: E’ Direttrice amministrativa dell’Accademia di Belle Arti di Napoli; giornalista pubblicista, ha collaborato con quotidiani e riviste culturali come Il Mattino, il Roma, Il Giornale di Napoli, Nord e Sud, Campania Felix, Napoli Guide, Nuova Stagione, l’Araldo, Dodici Magazine, per citarne alcuni, e assumendo la direzione della rivista on line “Colloqui” del
Progetto Culturale Oltre il Chiostro, occupandosi di argomenti di costume, attualità e recensioni di libri, di tematiche e problematiche femminili. Al 2000 risale la sua pubblicazione “La bioetica e le donne”, inserita nella Collana “Bioetica e valori”, edita dalle Edizioni Scientifiche Italiane.
Cultrice di poesia, è inserita come poeta, allora di nuova leva nel 1985, nel primo volume dell’Antologia Premio di Poesia “Città di Napoli” promosso dalla Fondazione Roberto Cioffi.
Ha partecipato a diversi concorsi letterari con racconti e poesie, ottenendo lusinghieri apprezzamenti e segnalazioni di merito, per le raccolte inedite di poesie “Tu che da me distante” e Canti di deportazione, quest’ultima pubblicata con il titolo “Non ho
più smesso di cantare”.



“Ricette Letterarie”: la torta sbriciolata alle fragole di Louisa May Alcott, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la torta sbriciolata alle fragole ispirata a “Piccole donne”, scritto da Louisa May Alcott nel 1868. Il romanzo, un racconto semi-autobiografico che ha per protagoniste Meg, Jo, Beth e Amy, ebbe un tale successo che fu seguito l’anno successivo da “Piccole donne crescono”, nel 1871, da “Piccoli uomini” e, nel 1886, da “I ragazzi di Jo”. L’eroina della Alcott è Jo, modellata dall’autrice su se stessa, che nel secondo volume si sposa, laddove invece la Alcott non si sposò mai.

*** LA TORTA SBRICIOLATA ALLE FRAGOLE DI LOUISA MAY ALCOTT ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Louisa May Alcott, Piccole donne, 1868.

“Jo sembrava ancora una nuvola temporalesca e nulla andò bene per tutto il giorno seguente.

Al mattino, il freddo fu pungente; Jo lasciò cadere in strada la sua preziosa torta e la zia March fu presa da un attacco di nervi; Meg era pensosa, Beth volle apparire pensierosa e triste quando Jo era in casa e Amy continuava a fare osservazioni sulle persone che predicavano sempre sulla bontà e pure non la praticavano quando gli altri ne davano un così virtuoso esempio.

«Tutte sono cosi odiose, che chiederò a Laurie di condurmi a pattinare. Egli è sempre cortese e allegro, sono sicura che mi rimetterò di buon umore», disse Jo tra sé e se ne andò. ”

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Ricette Letterarie: la torta sbriciolata alle fragole di Louisa May Alcott 

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

INGREDIENTI

Per la base:

  • 300g farina per dolci
  • 100g zucchero bianco semolato
  • 100g burro freddo a pezzetti
  • 1 uovo taglia M
  • ½ cucchiaino di lievito per dolci
  • 1 pizzico di sale
  • La scorza di un limone

Per il ripieno:

  • 140g fragole fresche non troppo grandi
  • 1 bustina di zucchero vanigliato (8g)
  • Il succo del limone
  • ½ cucchiaio di amido di mais

PROCEDURA

Prepara la base: 

  1. In una ciotola mescola la farina, con lo zucchero e il lievito.
  2. Aggiungi il burro freddo a cubetti e lavora la farina con le dita fino a ottenere un composto sabbioso.
  3. Aggiungi l’uovo leggermente sbattuto con il sale e lavora velocemente l’impasto lasciando le briciole.
  4. Riponi in frigo mentre prepari le fragole.

Prepara il ripieno:

  1. Lava e taglia le fragole a metà e mettile in una ciotola.
  2. Aggiungi lo zucchero e il succo di limone. Quando hanno rilasciato il succo scolalo in un bicchiere e mescolalo con l’amido.

Assembla e cuoci:

  1. Fodera uno stampo da torta diametro 22cm con carta forno.
  2. Versa metà dell’impasto sbriciolato sul fondo e premi leggermente.
  3. Aggiungi le fragole e il succo.
  4. Ricopri con l’altra metà dell’impasto sbriciolato.
  5. Cuoci In forno preriscaldato a 180°C per 40 minuti, finché la frolla risulta dorata.
  6. Fai raffreddare prima di servire.

Giacomo Leopardi: “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”, di Sonia Di Furia

La fama di Giacomo Leopardi è affidata all’opinione comune che ne sottolinea la storia delle sue sofferenze, la sua malinconia e ipocondria, la trasfigurazione lirica del suo sentire. La tradizione scolastica (che rimane l’unica occasione di conoscenza per la quasi totalità delle persone) ha restituito, e continua a farlo, l’immagine innocua e consolatoria di un’unica dimensione del poeta, quella lirica e dolente, appunto, che fa solidarizzare con lui, compiangere se stessi, per un processo inconscio di identificazione, e il mondo con tutti i suoi mali e le sue difficoltà. Schiacciato dalla sua stessa grandezza, ancora oggi Leopardi stenta a vedere affermata la sua importanza di moralista e di critico della società moderna, di quella italiana in particolare. Difatti, nella percezione della cultura media d’Italia, quella destinata a costruire e consolidare le opinioni e le valutazioni, fatica a emergere la percezione di un Leopardi pensatore e filosofo, quasi che a definire la filosofia sia la costruzione sistematica in capitoli e paragrafi e non l’originalità del pensiero e il contributo al progresso dello spirito riflettente.

Volendo, dunque, andare al di là della valutazione altissima del suo ricercare poetico, bisogna necessariamente rivolgersi al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”, di cui si prende in considerazione l’edizione Letteratura universale Marsilio, collana Esperia, del 1989, con introduzione e cura di Augusto Placanica. Tale edizione è corredata da commenti e chiarimenti ricavati unicamente dalle riflessioni dello stesso autore e da un saggio che mira ad essere uno dei primi tentativi di avvicinare il lettore a un Leopardi interessante, controcorrente, quasi inedito, attuale, calato nell’impietosa analisi dell’evoluzione della società nel bel mezzo delle idealizzazioni risorgimentali, i cui esiti ci troviamo ancora oggi a vivere, in una condizione di soddisfatta o inebetita mediocrità, quasi inevitabile destino. 

Leopardi compose il Discorso nel 1824 e lo scritto rimase inedito fino al 1906, quando fu inserito nella silloge “Scritti vari inediti delle Carte napoletane”, a cura di Giovanni Mestica (Firenze, Le Monnier, 1906) nel quadro delle Opere complete. In quest’opera Leopardi sembra pensare che i valori dell’antica civiltà classica non siano più percepibili nel contesto culturale del Mediterraneo e si siano spostati verso le civiltà del Nord d’Europa.  Tale visione è presente in molti filosofi della crisi: Schopenhauer, Nietzsche, Ortega y Gasset, Toynbee, fino a Horckheimer e Adorno, in quelli della scuola di Francoforte fino alle ipotesi sul cosiddetto pensiero debole. Si potrebbe addirittura considerare, nel Leopardi che si analizza specificamente, che vi sia una tensione verso la modernità che lo avvicini a tanti pensatori dell’Europa otto-novecentesca. Si potrebbe scoprire nel Leopardi progressista e sovversivo una carica di modernità che lo distacca dall’Italia e lo avvicina all’Europa. Allora, forse, bisogna tentare una conoscenza più eterogenea, perché Leopardi è un autore affascinante, che riesce con la sua seduzione a rendere complesso ogni itinerario nella sua mente.

Quando, nel marzo 1824, Giacomo Leopardi comincia a scrivere il suo Discorso, l’Europa è entrata da qualche anno nella torbida atmosfera della Restaurazione, gravata dalla sua cappa oppressiva. Egli, fin da subito, dà un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni, che vede dominata dall’inerzia e dal tedio. Ciò vale soprattutto per l’Italia, miserevolmente decaduta dalla grandezza del passato. Conclusasi l’età napoleonica, in un continuo formarsi e riformarsi di Stati, si è interrotto anche lo spirito di novità sociali e culturali da cui essa aveva preso inizio e legittimazione. Dopo la Rivoluzione Francese, che sembra ormai allontanarsi dal palcoscenico della storia, si smarrisce il grande patrimonio di idee, progetti, utopie del tardo secolo dei lumi, di riflessioni sulla società, di ideali e innovazioni filosofiche, della riscoperta della dimensione politica di ogni cosa, dell’economia, degli ordinamenti della cultura che erano confluiti in un unico irrefrenabile desiderio di modernità. Ebbene, tutto questo sembra arrestarsi con la benedizione dei principi più tradizionali. Infatti, la Restaurazione, non vuole soltanto combattere gli esiti eversivi dell’epopea napoleonica, ma abrogare gli stessi principi ispiratori dell’ondata rivoluzionaria, che dopo qualche decennio non sono del tutto scomparsi dalla mente e dal cuore di tanti che ancora sperano nella razionalità e nella modernità. 

Il 1904 è l’anno in cui accadono significativi eventi storici e si sperimentano nuove tendenze culturali. Da una parte il tramonto delle illusioni rivoluzionarie, dall’altra il riconoscimento che si andava attenuando l’egemonia culturale della Francia e che la Germania imponeva all’Europa la ragione innalzata a metafisica. Leopardi vive questa complessità di intrecci con lucidità, anche se in lui convivono le contraddizioni dell’antiromantico intriso di un suo personalissimo romanticismo, e del difensore della civiltà classica intollerante all’imbalsamazione della classicità. Tutta questa complessità rientra nel Discorso sopra i costumi degli italiani. Questa coerenza e questa complessità, ben al di là delle mode, collocano Leopardi a contatto con l’Europa e con il grande dibattito culturale europeo del tempo. 

Dopo la Rivoluzione e l’età napoleonica, grazie al potenziamento degli scambi economici, civili e culturali, le nazioni europee tendono a conoscersi e apprezzarsi meglio, senza i reciproci pregiudizi del passato. L’Italia è, in questa fase, al centro di attenzione, ma gli italiani sospettosi, benché poveri di amore di patria, sopportano male ogni piccola critica nei loro riguardi, anche perché poco propensi a riflettere su qualsiasi tema che li riguardi. Persi gli ideali su cui si fonda la morale, la virtù appare sciocca, mentre si impongono il tornaconto e il vizio. La società umana sembra reggersi in piedi per puro miracolo, dato che la politica può offrire sostegni di natura esclusivamente coercitiva e formale, ripetutamente inefficaci. Pertanto, se le nazioni civili riescono a preservare la morale pubblica e la società in generale, questo avviene esclusivamente per l’azione di una limitata fascia di questa stessa società borghese e intellettuale, che segue determinati valori morali e costumi. I valori e i comportamenti di questa parte di società influenzano i valori e i comportamenti della società complessiva e ne permettono l’espansione e lo scambio con altre realtà nazionali. Ora, una delle caratteristiche della società stretta è che essa spinge i suoi membri a una sana ambizione (il senso dell’onore) che consiste nella tendenza a stimare gli altri con il desiderio di esserne stimati. Da qui nasce il rispetto verso la pubblica opinione, il bisogno di comportarsi bene e di evitare il male.  Tendenza meschina, certo, ma ormai l’unica possibile, una volta che sono state distrutte le illusioni della filosofia e svaniti tutti gli ideali sociali. 

A partire dall’età moderna, gli italiani non hanno più illusioni e non hanno più ideali, poiché hanno compreso la nuda e deludente realtà che si cela al di sotto degli assiomi morali (verità o princìpi che si ammettono senza discussione, evidente di per sé). Diventati più filosofi e più razionali di qualsiasi altro popolo civilizzato d’Occidente, essi sono privi di quei fondamenti morali che sostengono e conservano la società.  Inoltre, per un insieme di elementi (il clima favorevole, la spiccata ingegnosità, l’amore per i divertimenti), l’Italia risulta priva di quella società stretta di cui si è detto, per cui il passeggio, le cerimonie religiose e gli spettacoli caratterizzano la dissipata vita sociale degli italiani, che non amano la vita discreta e riservata negli ambienti della loro casa, né utilizzano il loro tempo in interessanti e solide conversazioni. Gli italiani, soprattutto quelli più avvezzi alle cose del mondo, non si preoccupano, anzi disprezzano l’opinione pubblica, cioè la stima degli altri. Di conseguenza, ragionando razionalmente e in termini di tornaconto concreto, avere una reputazione positiva serve a poco; viceversa, una fama negativa non toglie nulla, per cui, prima o poi, cade nell’indifferenza.

Venendo a mancare quella parte di società che fissa le regole di comportamento generali, non solo non ci sono più buone maniere, ma non ci sono nemmeno maniere, nel senso che ogni italiano fa regole e maniera a sé. Priva di un vero avvenire economico e sociale, la società è concentrata sul presente e non riflette su progetti e piani per il futuro. Altrove, è la stessa società generale, fondata sulla tendenza dell’uomo a imitare coloro di cui subisce in qualche modo l’influenza, a rimanere l’unico rimedio contro la presa di coscienza dell’inutilità del proprio agire. In altre parole, se ci si convince che gli altri hanno cura e rispetto della vita, si da valore e significato all’esistenza; anche il più scettico e disilluso viene trascinato ad apprezzare la vita, viverla in piena attività e impegnarsi per essa. 

Queste convinzioni possono circolare solo in una società ispirata da solidi principi morali (siano pure illusorii), per tanto, nemica della società vera è la vita dissipata e corrotta tipica della classe medio-alta d’Italia: una vita totalmente concentrata sulla quotidianità e il soddisfacimento di ogni desiderio, istinto e impulso soggettivo ed egoistico. Inevitabilmente, si generano conseguenze nefaste: l’indifferenza, il cinismo, il ridere di sé e degli altri, il disprezzo per tutto e per tutti. Atteggiamenti tipici, questi, di chi vive nel disprezzo della vita. In questo campo gli italiani hanno un triste primato: il loro reciproco rapporto si riduce a un’inesorabile guerra di tutti contro tutti, condotta attraverso la presa in giro, l’offesa e la denigrazione. Sarebbe ingenuo credere che in altre nazioni la società non abbia i suoi difetti, che poi sono i difetti comuni a tutte le società umane: dappertutto esiste l’egoismo, che è frutto della naturale predisposizione dell’uomo a emergere, ma in Italia questi difetti sono più gravi, più frequenti, più diffusi, più funesti. 

L’Italia moderna non possiede nuovi fondamenti morali e, tuttavia, ha perso quelli antichi distrutti dalla stessa civiltà. Gli italiani non hanno solidi e coerenti costumi, ma soltanto usanze e abitudini, passivo adeguamento ai comportamenti altrui. Ne consegue che il livello morale è più basso là dove più limitata è la circolazione della civiltà moderna e della sua cultura ed è più alto dove c’è più civiltà di ragione. A questo si aggiunga che, proprio perché caldi ed esuberanti di natura, gli italiani si sono raggelati e intorpiditi quando hanno provato il disinganno operato dai progressi della ragione; al contrario, i popoli settentrionali, meno inclini al calore dell’entusiasmo, hanno meglio resistito alla caduta dell’antica tensione ideale. Da ciò nasce che l’Italia oggi è del tutto priva di una filosofia e di una letteratura proprie, benché in passato sia stata all’avanguardia proprio in virtù della sua immaginazione, mentre è indiscussa l’attuale supremazia dei popoli settentrionali, che sono diventati i più caldi, i più sentimentali e i più intimamente legati a correnti mistiche e religiose. Laddove in Italia la stessa religione è fredda adesione conformistica, nei popoli settentrionali pare che si siano innestate le forme, le passioni e l’immaginazione dell’età antica. È venuto ormai il tempo del settentrione, e la civiltà meridionale è al suo tramonto: questo processo è appena agli inizi e bisogna credere che esso durerà a lungo. Con questa costatazione, e con l’auspicio della definitiva affermazione della modernità, si chiude il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani.

Nell’economia del Discorso vanno considerati almeno tre spunti di particolare originalità. Innanzitutto, la tensione verso una società veramente moderna e vitale, che aspiri a eguagliare i fasti e la gioia dell’età classica, pur nella ferma convinzione che sono ormai impossibili salti all’indietro. Secondo elemento, anch’esso nuovo e originale, la convinzione che le forme della più avanzata civiltà siano ormai proprietà e conquista dei soli popoli settentrionali. Infine, la lucida analisi di Leopardi a proposito dei ceti abbienti e della borghesia intellettuale dell’Italia moderna.

Siamo alle ultime pagine dello Zibaldone e sono passati circa quattro anni dal Discorso, ma le convinzioni di Leopardi sulla funzione della borghesia intellettuale italiana non sono cambiate. Se un popolo è in stato di semi barbarie, ciò avviene perché le sue élites non sono riuscite a liberarsi dei ceppi della cultura vecchia. È questo che caratterizza in negativo il Mezzogiorno d’Italia rispetto al resto della Nazione e l’Italia rispetto all’Europa. Senonché Leopardi non è uno storico. In lui lo spessore sociologico e perfino antropologico supera la dimensione storica vera e propria e, forse, l’eccezionale sensibilità dell’analisi psicologica, degli individui come delle masse, supera le ambizioni di inquadramento sociologico. Leopardi ha il senso dei tempi lunghi dell’evoluzione storica: produzione, commerci, tecnologie, istituzioni, culture, comportamenti, valori, lingue e tende a collegare strutture fattuali e strutture mentali in modo che, volta per volta, tutto si tenga insieme e si spieghi alla luce di una sola idea forte. Ma proprio per questo non bisogna chiedergli quando, come e perché una data struttura si sia evoluta in altre.

Il Discorso di Leopardi invita, inevitabilmente, a fare una riflessione: dopo due secoli, che ne è dei costumi degli italiani. La lettura di questo saggio spinge a chiedersi se sono avanzati culturalmente, eticamente e moralmente; oppure sono rimasti fermi nell’arretratezza sociale che li ha caratterizzati sin dal secolo dei lumi o, addirittura, sono arretrati inesorabilmente verso un declino sociologico, antropologico e psicologico che li pone fuori dalla contemporaneità.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Intervista a Placido Di Stefano per “GAP Grottesco Adolescenziale Periferico” (Neo Edizioni, 2025) – Capitolo Zero – Ep.1 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.1 Placido Di Stefano, autore di “GAP Grottesco Adolescenziale Periferico” (NEO Edizioni, 2025).

Oggi è il giorno! 📚🎙️

Siamo entusiasti di annunciarvi che la primissima puntata di Capitolo Zero, il videopodcast de Il Randagio Rivista letteraria, a cura di Loredana Cefalo, è finalmente online!

Per questo nostro debutto, abbiamo il piacere di ospitare Placido Di Stefano, l’autore di “G.A.P. Grottesco Adolescenziale Periferico” edito da NEO.

“GAP”, in linea con le scelte editoriali della Neo, è un’opera che osa, sperimenta e offre uno sguardo potente e stilisticamente innovativo sull’adolescenza, il lutto e la resiliente, seppur grottesca, ricerca di un senso al vivere in un mondo spaventoso. In estrema sintesi è un libro che vale la pena leggere e che noi Randagi ci sentiamo di consigliare.

Preparatevi a un’intervista speciale, in cui parleremo non solo dell’opera, ma anche dell’uomo, dei suoi sogni e del suo percorso.

Se volete leggere il commento di Loredana sul libro e immergervi nel mondo dei libri del Randagio, affacciatevi sul sito: http://www.ilrandagiorivista.com

Iscrivetevi al canale de Il Randagio Rivista Letteraria per non perdere i prossimi episodi.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.